Sembrerebbe un paradosso, ma potremmo parlare di Internazionale Nazionalista.
Non si tratta di un gioco di parole, ma è il sintomo più acuto e inquietante della schizofrenia di cui è vittima la nostra epoca, la diagnosi di una febbre globale che stiamo ancora cercando di misurare, mentre il mondo si riarma e il “clima di guerra” cessa di essere una metafora per farsi cronaca quotidiana, tirando indietro i calendari a un secolo fa.
Per decifrare questo paradosso, dobbiamo compiere un passo indietro, fino alle fondamenta ideologiche del mondo che ci siamo appena lasciati alle spalle.
IL VUOTO LASCIATO DAL MERCATO-MONDO
Per quasi quarant’anni, abbiamo vissuto immersi nel dogma neoliberista, una visione del mondo che, nella sua forma più brutale e iconica, fu sintetizzata da Margaret Thatcher con una frase tanto semplice quanto devastante: “Non esiste una cosa come la società”.
Il pensiero era esplicito: i liberisti vedono solo individui in competizione perpetua su un mercato globale.
Questo modo di pensare ha eroso le comunità tradizionali, le solidarietà di classe, le appartenenze territoriali, offrendo in cambio la promessa illusoria di un’identità fondata unicamente sul consumo.
D’altronde, la stessa Unione Europea è nata su queste fondamenta, sul commercio e sui flussi di denaro.
L’individuo, sradicato e trasformato in homo oeconomicus, si è ritrovato solo, nudo di fronte al potere impersonale dei flussi finanziari, delle lobby e delle logiche di mercato.
Ma l’essere umano è un animale sociale che soffre il vuoto e, in questo vuoto identitario, in questo deserto di legami collettivi, il nazionalismo è tornato a fiorire.
Non un nazionalismo del tutto simile a quello ottocentesco, ma una sua versione 2.0, virale, transnazionale.
Un’ideologia che offre una risposta primordiale, istintiva, alla domanda più profonda dell’uomo contemporaneo: “Chi sono io?”, che ci riporta alla filosofia antica.
La risposta è semplice e violenta: sei parte di una “homeland“, di una casa, di un popolo che non è definito da ciò che costruisce, ma da chi e da cosa esclude. Sei parte di una tribù in lotta per la sopravvivenza, all’interno di un gioco le cui regole sono scritte da sovrastrutture superiori alla società e ai governi.
DALLA CLASSE ALLA NAZIONE, DI NUOVO
L’Internazionale Socialista era la più grande forza politica organizzata del pianeta, eppure, nell’agosto del 1914 si sbriciolava in poche settimane.
I proletari francesi e tedeschi, anziché combattere come classe contro i loro sfruttatori, sceglievano di indossare divise diverse e di massacrarsi a vicenda in nome della nazione racchiusa dai confini geografici.
All’epoca, prevalse il senso di appartenenza alla nazionale, le radici legata alla terra, la lingua.
Oggi, assistiamo a un fenomeno molto diverso, per cui i “perdenti” della globalizzazione, quelli che restano degli operai della Rust Belt americana, gli artigiani europei spazzati via dalla concorrenza asiatica, gli strati sociali impoveriti e culturalmente spaventati, non si riconoscono più in un’élite globale che parla un linguaggio che non è il loro. Un linguaggio che, oltretutto, sembra parlare contro di loro.
E così, proprio come i loro bisnonni nel 1914, scelgono la tribù. Rigettano l’internazionalismo astratto dei mercati per abbracciare l’internazionale, molto più concreta e viscerale, di coloro che si sentono assediati. Non si uniscono in nome della classe, come ipotizzava Marx, ma in nome di un’identità nazionale e culturale che percepiscono in pericolo mortale.
IL NUOVO ORDINE E IL PERNO AMERICANO
Questa situazione sta ridisegnando la mappa geopolitica del potere.
La vecchia contrapposizione tra blocchi ideologici è superata da tempo e, ormai, è preistoria. Emerge una nuova geografia dove, da una parte, un insieme di potenze (Stati Uniti, Russia, Cina) che, pur in competizione, si propongono come garanti di un ordine interno, spesso autoritario; dall’altra, un vasto arco di instabilità che si estende dall’Africa al Medio Oriente, dove i conflitti proliferano e gli Stati si dissolvono.
In questo scenario, l’America di Trump non è un incidente della storia, come alcune analisi superficiali vorrebbero lasciare intendere, ma il perno di un nuovo paradigma. “This is OUR Hemisphere” non è solo uno slogan, è la quintessenza della Dottrina Monroe innalzata a potenza, la rivendicazione di un controllo assoluto sul proprio “cortile di casa”, che si estende dal Polo Nord allo Stretto di Magellano.
Non è più la logica delle alleanze basate su valori condivisi, come la NATO, ma quella brutale e inquietante della transazione monetaria e dei rapporti di forza.
L’Europa, frammentata e incapace di pensarsi come soggetto unitario, non è più un partner, ma un insieme di vassalli da cui “estrarre capitali e tecnologia” in cambio di una protezione sempre più precaria e condizionata.
L’Unione Europea, nata come antidoto ai nazionalismi, si è dimostrata impotente proprio perché non è una nazione, non si fonda sull’identità di un popolo, ma sulla moneta comune, sul libero commercio, sulle transazioni bancarie, inoltre è un’accozzaglia di paesi con tradizioni, culture ed economie disparate, ragioni per le quali non può generare quella democrazia e quel potere che le permetterebbero di agire sulla scena mondiale.
LA STRUTTURA DEL SENTIMENTO: OLTRE L’ECONOMIA, LA CULTURA
Ma l’errore più grande sarebbe interpretare questo fenomeno in chiave puramente economica, perché questa Internazionale Nazionalista è molto di più e si fonda su una potente architettura culturale; non è una coalizione di interessi, ma di sentimenti: la paura della “sostituzione etnica”, la rivendicazione di un’identità bianca e cristiana, l’ostilità verso le minoranze e l’immigrazione, la nostalgia per un passato mitizzato in cui “l’America era grande” o l’Italia non doveva “chiedere il permesso” e volava durante il Boom economico.
Si tratta di elementi che non fanno parte di un’ideologia né di un programma politico, ma sono narrazioni, potenti e contagiose, che uniscono un elettore dell’Ohio a un sostenitore di Orbán in Ungheria.
È un’internazionale di leader che si legittimano a vicenda, che usano gli stessi codici comunicativi, che identificano gli stessi nemici: l’élite globalista, i media mainstream, le istituzioni sovranazionali.
Un movimento che prospera sulla disintegrazione del tessuto sociale che è figlia del fallimento di chi dovrebbe guidare e comandare, invece, non solo si è dimostrato incapace nel generare coesione, benessere e visioni, ma ha barattato il futuro delle prossime generazioni per inseguire i capricci delle lobby, a cominciare da quelle del farmaco e delle armi.
Tale situazione ha favorito scontento e voglia di cambiamento, perché quando non c’è più la società, restano solo gli individui delusi e spaventati. E gli individui delusi e spaventati cercano un capo forte che dia loro un’identità e un nemico.
Siamo di fronte a un cambio di paradigma che mette la democrazia, così come l’abbiamo conosciuta, “alla prova”. La corrente ci sta trascinando verso un mondo di transazioni brutali tra potenze e di ripiegamento identitario all’interno delle nazioni. E non si tratta di una fase passeggera.
L’unica alternativa a scivolare nelle dinamiche del secolo scorso, che portarono alle due guerre mondiali, è iniziare a remare controcorrente, costruendo quel senso di comunità, di società e di Stato che abbiamo permesso venisse eroso dalle lobby e dai giochi di potere.
Dobbiamo farlo prima che l’onda autoritaria travolga tutto. Perché, mentre gli emarginati sono sempre più emarginati, mentre i poveri sono sempre più poveri, mentre gli europei sono trattati solo come bancomat per arricchire chi ha interessi nella vendita di armi, non c’è solo da passare la notte sperando in un giorno nuovo.
C’è da vedere politici forti e nazionalismi trionfare nelle urne. Proprio come nel primo ventennio del Novecento.
Beh, la Storia non si ripete mai uguale, ma, spesso, ha l’abitudine di presentare dinamiche simile, a volte addirittura peggiori.
Oggi, abbiamo situazioni che ricordano sia gli anni che precedettero la Grande guerra, sia diversi elementi che portarono allo scoppio della Seconda Guerra mondiale.
Considerando anche la potenza devastante degli armamenti di oggi, l’unica cosa certa è che non ci sarà mai una Quarta Guerra mondiale.










