Mentre il mondo funziona, in maniera più o meno schizofrenica, c’è un meccanismo che sta accelerando più di altri. Un ronzio sordo, quasi impercettibile, che cresce di giorno in giorno.
È il suono di un’era che muore e di un’altra che nasce, famelica e sconosciuta. Molti lo ignorano, persi nel chiacchiericcio quotidiano, come passeggeri di un treno che non si accorgono che i binari davanti a loro stanno svanendo. Ma i segnali sono ovunque, per chi ha occhi per vedere. E ciò che vedono è terrificante, ma sublime al tempo stesso.
A Pechino, nel 2026, Xiaomi inaugura un capannone vasto quanto un campo da calcio, ma dentro non c’è un solo essere umano. Non ci sono luci accese, non c’è riscaldamento né aria condizionata, solo il silenzio innaturale di una coreografia perfetta, eseguita da bracci meccanici e droni instancabili gestiti da AI.
È la prima “dark factory” integrale, la fabbrica fantasma. Un monumento all’efficienza assoluta, ma anche un mausoleo al lavoro umano e, al tempo stesso, la fotografia del futuro che ci attende.
Non un futuro ipotetico, ma il punto di arrivo di un percorso già tracciato.
IL SUSSURRO DEI FANTASMI ELETTRICI
Guardate l’industria automobilistica, la spina dorsale del sistema manifatturiero occidentale del XX secolo. La transizione verso l’elettrico viene venduta come una rivoluzione verde, un’opportunità radiosa, ma sotto questa patina di marketing si agita un dramma sociale di proporzioni storiche.
In Italia, una nazione che ha costruito la sua identità moderna sul rombo dei motori, oltre 250.000 posti di lavoro sono appesi a un filo. Sono gli addetti della filiera tradizionale, gli artigiani della meccanica, gli specialisti dei motori a scoppio. Uomini e donne che rischiano di diventare, nel giro di un decennio, archeologia industriale e disoccupati dal costo sociale immane.
La narrazione ufficiale parla di riqualificazione, di nuove competenze. Ma è una favola per placare i bambini spaventati dal buio.
I profili che serviranno domani – esperti di software, ingegneri digitali, analisti di intelligenza artificiale – non si creano con qualche corso di aggiornamento, ma servono anni di università. Chi fornirà loro la formazione adeguata? Chi pagherà le rette?
Si tratta di un salto paradigmatico, una mutazione genetica del sapere industriale che l’Italia, e gran parte dell’Europa, non è preparata ad affrontare.
La “dark factory” di Xiaomi è la verità inequivocabile dietro la promessa dell’elettrico. Un’auto elettrica è, nella sua essenza, un computer con le ruote. La sua produzione è un esercizio di automazione e software, un campo dove la Cina non ha rivali, non solo per la tecnologia, ma per la volontà politica di dominio.
L’Europa, con le sue normative azzardate e una visione miope, si è incamminata docilmente verso un terreno di gioco dove il suo avversario non solo è nettamente più forte, ma ha scritto le regole di quel gioco.
Stiamo assistendo a un processo di “auto-selezione” darwiniana su scala globale. Un sistema che non elimina le specie, ma le professioni, le competenze, le identità, le visioni, la cultura.
Coloro che non si adattano, coloro che si fermano a guardare le fiamme del cambiamento filmandole con il cellulare, senza capire che il fuoco sta per divorare anche loro, sono destinati a scomparire, a fare la fine di Pretti, ucciso dal cambiamento imposto dall’ICE.
Non saranno eleminati fisicamente come lo sfortunato infermiere, ma socialmente ed economicamente. Diventeranno i nuovi “invisibili”, fantasmi in un mondo che non ha più bisogno delle loro mani.
LA PARTITA A SCACCHI SULLA SCACCHIERA DEL MONDO
Con una mossa da manuale, il presidente Xi Jinping ha dichiarato ufficialmente guerra al dollaro. L’obiettivo non è più nascosto: fare dello Yuan una valuta di riserva globale, per detronizzare il re.
Qui, però, si svela il paradosso che inganna gli analisti superficiali.
La Cina è un drago che accumula tesori, non un impero che distribuisce la sua moneta. Il suo modello economico, basato su un surplus commerciale titanico e su ferrei controlli sui capitali, è l’antitesi di ciò che serve a una valuta di riserva. Per dominare il mondo, devi inondarlo con la tua moneta, accettando un deficit perenne, come hanno fatto gli Stati Uniti per settant’anni. La Cina, invece, “aspira” dollari, euro, yen dal resto del pianeta, e tiene il suo Yuan gelosamente sotto chiave.
L’errore di prospettiva è credere che si tratti di una semplice sostituzione: via il dollaro, dentro lo Yuan. La realtà è molto più radicale e inquietante. Non stiamo vivendo una “dedollarizzazione“, ma una grande fuga.
Le banche centrali, i fondi sovrani, persino i piccoli risparmiatori, stanno perdendo fiducia in tutte le monete di carta, che non sono altro che promesse sostenute dal debito.
Stanno scappando verso l’unico asset che non ha rischio di controparte, che non può essere stampato all’infinito da un politico in cerca di consenso: l’oro. Il dollaro non sta perdendo terreno a favore dello Yuan, che nelle riserve globali resta un’inezia (2-3%). Sta perdendo terreno a favore di un metallo millenario.
Questo è il vero “Piano B” che le élite stanno attuando sotto i nostri occhi. Mentre ci distraggono con la favola della transizione verde e la rivalità sino-americana, stanno silenziosamente abbandonando il sistema che loro stessi hanno creato, un sistema basato su divinità di carta moneta. Si stanno rifugiando in asset reali, tangibili, mentre lasciano che la massa anneghi nell’inflazione e nella svalutazione.
L’ORA DELLA SCELTA: ADATTARSI O SCOMPARIRE
Siamo al centro della tempesta perfetta. Da un lato, una rivoluzione tecnologica che rende obsoleto il lavoro umano. Dall’altro, lo sgretolamento dell’ordine monetario globale. Non sono due crisi separate, ma le due facce della stessa, inesorabile trasformazione.
Ma questa trasformazione a chi porterà ricchezza? Sorgerà una nuova élite globale di tecnocrati e finanzieri? Distruggerà la classe media occidentale, erodendone il potere d’acquisto e rendendone inutili le competenze con l’automazione?
L’unica salvezza è capire che nessun politico, né a Roma, né a Bruxelles, né a Washington, può fermare questa marea.
L’unica strategia è diversificare in asset reali, acquisire competenze che la macchina non può replicare – creatività, pensiero critico, cultura, (soprattutto storica, filosofica, sociologica, geopolitica), empatia – e costruire comunità capaci di sopravvivere al di fuori dei grandi sistemi centralizzati che stanno implodendo.
Ci troviamo di fronte a un bivio esistenziale per cui siamo costretti a scegliere di essere gli ultimi operai di una fabbrica che sta per spegnere le luci per sempre. Oppure possiamo iniziare a costruire, pezzo per pezzo, la nostra arca, mentre il diluvio si avvicina. Perché il ronzio, sotto la pelle del mondo, sta diventando un boato che non tutti riusciranno a sentire in tempo.









