L’ICE E IL CAOS COME STRUMENTO POLITICO PER IL CONTROLLO SOCIALE

Alex Pretti era un infermiere. Reneé Good era una donna.

Non erano criminali e non viaggiavano armati illegalmente, come invece la propaganda ha tentato di raccontare, pur senza mostrare uno straccio di prova credibile.

Entrambi sono morti per le strade di Minneapolis, assassinati da agenti federali. Le loro storie, documentate da video che contraddicono le versioni ufficiali della propaganda, sono l’emblema della profonda trasformazione in atto nel sistema dell’impero americano, una trasformazione che ha ridefinito il concetto di ordine, sicurezza e verità, mostrando un DNA non dissimile da quello che contraddistinse la Germania nazista.

Per comprendere cosa sia diventata l’ICE (Immigration and Customs Enforcement), dobbiamo analizzare le dinamiche di potere che l’hanno plasmata, quei meccanismi comunicativi che ne legittimano la violenza e le due narrazioni, diametralmente opposte, che la elogiano o la definiscono nuova Gestapo.

Da una parte, l’argomento secondo cui la “cura Trump funziona”, un pugno di ferro che riduce la criminalità; dall’altra, la tesi di uno stato che scivola verso l’autoritarismo, utilizzando il caos come strumento di governo. La verità, come spesso accade, non sta nel mezzo, ma in una diagnosi più complessa e inquietante.

LE ORIGINI: DALL’11 SETTEMBRE ALLA “GUERRA AL TERRORE”

L’ICE non è un’invenzione di Donald Trump, ma è figlia di quella voglia di sicurezza post-11 settembre, un’entità nata nel 2003 dalla volontà dell’amministrazione Bush di centralizzare il controllo sull’immigrazione e le frontiere in nome della sicurezza nazionale.

Il suo mandato, fin dall’inizio, era vasto e ambiguo: un ibrido tra polizia doganale e agenzia di intelligence interna che per anni, ha operato in modo mirato, spesso sottotraccia, concentrandosi su criminali e minacce specifiche.

Era una macchina imperfetta, a volte brutale, ma inserita in un sistema di equilibri che, pur con tutte le sue ipocrisie, era “gestibile” e conteneva, non scatenava, il caos.

Quel sistema non esiste più. È stato deliberatamente distrutto e l’ICE è mutata in quella milizia spaventosa che si sta manifestando oggi.

TRUMP E LA “MILIAZIA DEL CAOS”

Con l’arrivo di Donald Trump, l’ICE ha subito una metamorfosi. La narrazione ufficiale, sostenuta da alcuni analisti, è quella di un successo clamoroso.

Perché l’informazione, oggi, vive di semplificazioni. L’agente federale diventa “la Gestapo”, un’etichetta potente ma imprecisa che oscura una realtà più complessa.

L’uomo al centro di molte di queste operazioni è Gregory Bovino, capo ad interim della U.S. Border Patrol, il cui profilo non è quello di un picchiatore improvvisato, ma di un professionista d’élite: West Point, Rangers, una laurea in legge, un passato nell’FBI.

Questo capo carismatico, che indossa l’uniforme come un ufficiale nazista, lancia grida d’allarme secondo cui «Stiamo cedendo il controllo operativo del nostro confine a un’organizzazione criminale.»

Potrebbe sembrare propaganda, ma è un dato di fatto. La frontiera meridionale degli Stati Uniti è un’emorragia attraverso cui i cartelli, veri e propri stati-ombra, inondano gli USA di stupefacenti, alimentando una piaga che miete centinaia di migliaia di vittime, soprattutto tra i giovani.

In questo contesto, le azioni aggressive della Border Patrol e dell’ICE non appaiono più come arbitrarie repressioni politiche, ma per molti diventano tentativi di riaffermare la sovranità dello Stato contro un nemico transnazionale.

La “cura Trump”, vista sotto questa luce, è una risposta – per quanto brutale – a una minaccia reale e tangibile che i suoi predecessori non sono riusciti a dare.

I dati, come riportato dal New York Times, parlano chiaro: un calo drastico dei crimini, con gli omicidi diminuiti del 21%, a livelli che non si vedevano dal 1900. La “cura Trump”, insomma, sembra funzionare.

In questa visione, l’ICE opera per recidere il tumore della criminalità organizzata, spesso legata a comunità di immigrati (come quella somala in Minnesota, accusata di frodi miliardarie ai danni del welfare), là dove i governi locali, per collusione o debolezza ideologica, avevano sempre fallito.

Secondo tale visione, contro l’ICE si sarebbe scatenata una propaganda alimentata dai nostalgici della campagna di Kamala Harris e delle amministrazioni democratiche, in combutta con alcuni criminali. Di fatto, sembra questa la tesi che tali analisti veicolano.

Ma questa è solo una faccia della medaglia, una delle possibili verità.

L’altra narrazione ci parla di una nuova era, quella dei “predatori”.

Il nuovo leader forte non cerca l’ordine, ma prospera nel caos.

Il conflitto non è un problema da risolvere, ma un ambiente da coltivare, perciò, per un leader del genere, che governa attraverso lo shock e la polarizzazione, l’ICE è l’arma perfetta.

Le azioni di queste milizie non devono essere efficaci, ma spettacolari, in modo da arrivare a tutti i cittadini.

I raid di massa, gli arresti arbitrari di intere famiglie, le operazioni pubbliche con agenti mascherati, non servono a smantellare reti criminali in modo efficiente (anzi, spesso sono controproducenti perché alienano la collaborazione delle comunità).

Servono a terrorizzare, a creare un clima di tensione permanente, a dimostrare il potere coercitivo dello Stato. Il caos, da fallimento del sistema, diventa così la sua stessa forma di governo. Non si tratta di ristabilire l’ordine, ma di usare la violenza per imporre una nuova forma di potere, personale e senza vincoli, nonché più perniciosa e fondata sul controllo sociale.

L’ICE E LA GESTAPO: UN PARALLELO INQUIETANTE

Il paragone con la Gestapo nazista è forte, ma non campato in aria, perché le somiglianze sono strutturali.

Entrambe le forze non colpiscono solo i criminali, ma l’intera comunità a cui appartengono, basando il controllo sull’identità (l’immigrato, l’oppositore) piuttosto che sul reato.

Inoltre, entrambe usano l’intimidazione, la paura e la violenza pubblica come tattiche per paralizzare il dissenso e affermare il dominio.

Qualcuno potrebbe obiettare che esista una differenza cruciale, certo: la Gestapo operava in un regime totalitario, l’ICE agisce (o dovrebbe agire) all’interno di una democrazia.

Ma è proprio questo il punto più allarmante, poiché l’amministrazione Trump ha lavorato per erodere quella differenza, garantendo impunità agli agenti e delegittimando ogni forma di controllo legale o istituzionale.

La linea di demarcazione si sta assottigliando pericolosamente.

Quando la NRA, la più potente lobby delle armi e strenua sostenitrice di Trump, chiede un’indagine sull’omicidio di un cittadino legalmente armato come Pretti, significa che persino i pilastri di quel mondo riconoscono che qualcosa si è rotto. Significa che l’ICE è fuori controllo e agisce ben al di là delle regole democratiche.

PERCHÉ PROPRIO IL MINNESOTA E MINNEAPOLIS?

Il massiccio dispiegamento di agenti federali in Minnesota non ha nulla a che fare con la lotta all’immigrazione clandestina, ma è parte di una più ampia strategia politica, di quella che qualcuno ha già definito “guerra culturale” contro lo stato che non vota per i repubblicani dal 1972.

L’impero americano è in crisi, un impero da sempre fondato sull’industria della guerra, ma il cui popolo non vede più di buon occhio le guerre all’estero, quindi il governo federale ha bisogno di creare un nemico interno per giustificare la repressione e il controllo delle masse.

Perché, senza il sostegno alle guerre, le grandi aziende di armi soffrono e il sistema rischia il collasso.

Proprio a causa della sua lunga storia di progressismo e attivismo, dalle campagne per George Floyd a figure politiche come Ilhan Omar e Paul Wellstone, il Minnesota è stato scelto come “terreno di prova” e capro espiatorio dal pugno duro di Trump.

I media di destra e gli influencer creano e amplificano narrazioni come lo scandalo delle frodi negli asili nido per dipingere il Minnesota come uno stato fallito e fuori controllo, con l’intento di alimentare così il consenso pubblico per un intervento federale aggressivo, arrivando a giustificare persino gli omicidi pubblici a cui abbiamo assistito.

In pratica, l’invasione di ICE è stata una “prova generale” per l’applicazione della legge marziale su scala nazionale, testando le tattiche di repressione su cittadini americani in una roccaforte progressista.

L’ALLEANZA INVISIBILE: MILIARDARI E PREDATORI POLITICI

Questa deriva autoritaria non sarebbe possibile senza un’alleanza strategica, e spesso invisibile, con un’altra categoria potentissima e quasi intoccabile, un manipolo di miliardari potentissimi.

I signori della Silicon Valley, i fondatori di Google, Meta, X, hanno creato l’ecosistema digitale in cui questa nuova politica prospera; un tempo erano celebrati come visionari democratici, ma oggi si stanno dimostrando come i principali architetti dell’era della post-verità.

Le loro piattaforme non sono spazi neutri, ma generatori di profitto alimentati dall’emotività, perciò gli algoritmi sono programmati per “alzare la temperatura”, per premiare i contenuti più estremi, divisivi e rabbiosi, perché sono quelli che generano più interazioni, più dati, più profitto.

Un video che mostra un omicidio a sangue freddo e la versione ufficiale che parla di legittima difesa possono coesistere, ciascuno rinchiuso nella propria bolla di consenso, ma questi milionari possono decidere quali video mostrare di più e quali meno, a seconda della convenienza personale, politica, di interesse.

Non a caso, i casi di censure causate dai servizi di fact checking sono una piaga sociale che lede in profondità le fondamenta dello stesso concetto di democrazia.

L’alleanza tra politici e miliardari è quindi strutturale, non ideologica, perché entrambi beneficiano della distruzione delle regole condivise, delle mediazioni e dei compromessi.

LA VITTORIA DI MINNEAPOLIS E IL POTERE DEL POPOLO

L’escalation di violenza a Minneapolis ha avuto una conseguenza imprevista: Gregory Bovino, il capo della Border Patrol, è stato rimosso dal suo incarico.

Qualcuno parla solo di allontanamento da Minneapolis, ma pare che la goccia che ha fatto traboccare il vaso sia stata la sua gestione sfrontata dei social media, in particolare le false accuse contro la vittima di omicidio, Alex Pretti, che gli è costata non solo il ruolo, ma anche l’accesso ai suoi canali di propaganda digitale.

La vittoria, però, non è priva di ombre: il suo successore, Tom Homan, è una figura ancora più dura, uno dei principali artefici della politica di tolleranza zero portata avanti dalla prima amministrazione del tycoon, che ha separato oltre 5.000 bambini migranti dai loro genitori tra il 2017 e il 2018.

Ciononostante, per Minneapolis e per i suoi leader locali, si tratta di una vittoria, seppur parziale, nel “braccio di ferro” con Washington. Una vittoria ottenuta grazie alla straordinaria mobilitazione della popolazione locale che, dopo sparatorie, rastrellamenti, esecuzioni per strada e deportazioni, ha detto basta.

Ma perché Trump ha fatto un mezzo passo indietro?

Beh, perché l’omicidio di Alex Pretti ha incrinato il consenso persino in alcuni settori allineati con Trump.

Persino il candidato repubblicano alla corsa per il governo del Minnesota, l’avvocato Chris Madel, ha annunciato che interromperà la sua campagna a causa dei comportamenti dell’ICE nel suo stato.

Madel ha dichiarato che le azioni dell’ICE «Sono un disastro totale. Non posso sostenere la ritorsione dichiarata dei repubblicani a livello nazionale verso i cittadini del nostro stato, né posso considerarmi un membro di un partito che lo farebbe.»

Minneapolis è una lezione per tutti, perché ha dimostrato che il potere dei predatori, per quanto sfrontato e tecnologicamente pernicioso, non è invincibile e può essere incrinato dalla resistenza collettiva, dal coraggio di documentare la verità e dalla determinazione di difendere lo stato di diritto.

L’INTERREGNO DEI MOSTRI

Tuttavia, l’ordine internazionale, basato su equilibri e diplomazia, per quanto imperfetto, sta morendo. Al suo posto, non sta nascendo un nuovo ordine, ma un interregno dominato dal caos, per cui tutti stanno abbandonando le maschere perché nessuno ha più paura di mostrare la sua vera natura.

L’ICE, nella sua forma attuale, è uno di questi “fenomeni morbosi”, uno strumento in mano a un potere che non vuole più essere gestito, ma solo esercitato. È il braccio armato di un’alleanza tra leader che disprezzano i vincoli e miliardari proprietari di piattaforme che prosperano sul conflitto e sul caos.

In tale contesto, risulta evidente come sia inutile domandarsi se la “cura Trump” funzioni, perché non si può gioire se il paziente, per guarire dall’epatite, assume farmaci tossici che gli provocano il cancro.

Certo che in uno stato di polizia diminuiscono i crimini, ma a quale prezzo?! Al prezzo di diventare la Corea del Nord?

E un altro tipo di cancro si sta manifestando tra la società americana e occidentale in genere, tra imbarbarimento, avversari trasformati in veri e propri nemici da eliminare, comunicazione e dialettica da linciaggio, e una nuova normalità che ha il vecchio e stantio tanfo di situazioni che speravamo fossero confinate sui libri di storia.

Ora l’ICE raggiungerà casa nostra. La ritroveremo a fianco degli atleti e dei politici americani durante le Olimpiadi, stando a quanto dichiarato dalla stessa organizzazione.

E resta da vedere quali comportamenti metteranno in atto in Minnesota d’ora in avanti.

Tuttavia, le prove generali di coprifuoco e controllo sociale sono state portate avanti per settimane, in America, lasciando per strada una scia di sangue e una popolazione terrorizzata, oltre alla sensazione che l’impero sia sul punto di esplodere.

Pubblicato da Dott. Pasquale Di Matteo, Analista di Geopolitica | Critico d'arte internazionale | Vicedirettore di Tamago-Zine

Professionista multidisciplinare con background in critica d’arte, e comunicazione interculturale, geopolitica e relazioni internazionali, organizzazione e gestione di team multiculturali. Giornalista freelance, scrittore, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

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