IL TEATRO DELL’ASSURDO DI UN’EUROPA CHE HA PERSO LA GUERRA E ANCHE LA RAGIONE

Se esistesse un Ministero della Verità orwelliano a Bruxelles, probabilmente sarebbe gestito da uno stagista al secondo anno di Scienze della Comunicazione in evidente stato di ebbrezza.

Non c’è altra spiegazione logica, né sociologica, per la dissonanza cognitiva che l’Occidente ci sta propinando da due anni a questa parte.

Viviamo in una narrazione schizofrenica per cui la Russia è, nello stesso istante, un gigante terrificante pronto a marciare su Lisbona e invadere la Moldavia con orde di droni inarrestabili, e, contemporaneamente, un esercito di straccioni armati di pale, che combatte per conquistare un pollaio nel Donbass esaurendo i missili per acciuffare niente o quasi.

E mentre noi ci perdiamo in questo labirinto di specchi deformanti, la realtà, quella cosa fastidiosa che tende a non curarsi dei comunicati stampa dei grandi giornalisti delle pale e dei microchip, bussa alla porta con la delicatezza di un missile ipersonico Kinzhal.

URSULA SU MARTE E IL PICCOLO NAPOLEONE: QUANDO LA POLITICA DIVENTA PSICOPATOLOGIA

Osservare Ursula von der Leyen e Emmanuel Macron oggi è come guardare due generali che spostano bandierine su una mappa di Risiko mentre la loro casa sta bruciando.

Vivono su Marte. O forse in una bolla di irrealtà così spessa che nemmeno il boato delle bombe sulle infrastrutture energetiche ucraine riesce a penetrarla.

La Presidente della Commissione, con la faccia di chi non ha mai dovuto fare i conti con la bolletta del gas di un operaio di Brescia, continua a ripetere che la pressione e le sanzioni sono l’unico linguaggio che Mosca capisce.

Magnifico. Peccato che le sanzioni abbiano isolato l’Europa, non la Russia. E gli operai italiani se ne sono accorti da tempo. Lei no.

Abbiamo spinto Mosca tra le braccia di Pechino, abbiamo devastato la nostra competitività industriale e ora ci troviamo a elemosinare gas liquefatto agli americani a prezzi da gioielleria.

Ma Ursula insiste: non bisogna legittimare i confini cambiati con la forza.

Un concetto nobile, se non fosse che la storia militare non si scrive con i sentimenti, ma con l’acciaio e il sangue degli sconfitti. E l’Ucraina sta finendo entrambi.

E poi c’è Macron, il Napoleone dei nostri giorni, che parla di inviare truppe di “rassicurazione”, mentre gli alti vertici del suo esercito dicono ai francesi di prepararsi a perdere i loro figli.

Rassicurazione per chi? Per i cittadini francesi che vedono il loro potere d’acquisto eroso? O per un establishment terrorizzato dall’idea che la guerra finisca e si debba presentare il conto all’elettorato dei loro disastri?

Questi leader si comportano come se avessero vinto. Dettano condizioni al vincitore. È un livello di idiozia che i greci antichi avrebbero punito con un fulmine di Zeus, ma che noi ci limitiamo a subire con rassegnata apatia.

LO SCANDALO CHE NON C’È: SE IL NEGOZIATORE PARLA CON IL NEMICO

In questo circo, l’ultima performance dei nostri media “liberi e indipendenti” è stata l’indignazione per i contatti tra Steve Witkoff, l’inviato speciale di Trump, e il Cremlino. Repubblica e Bloomberg urlano allo scandalo: “Si sono parlati! Hanno concordato i punti!”.

Fatemi capire: siamo arrivati al punto in cui la diplomazia è considerata tradimento?!

Un mediatore, per definizione, deve parlare con entrambe le parti. Se Witkoff non parlasse con i russi, con chi dovrebbe negoziare la pace? Con lo specchio?!

La verità, quella che fa male ai “pigiamati mimetici” da tastiera, è che Trump, piaccia o non piaccia al salotto buono del progressismo europeo, ha capito il gioco. Sa che l’Ucraina ha perso. Sa che non riavrà la Crimea, né il Donbass, e probabilmente nemmeno la fascia costiera sud-orientale.

Il piano di pace di cui tutti si scandalizzano perché “sembra scritto dai russi” è semplicemente una fotografia della realtà. Se perdi una guerra, fai concessioni territoriali.

Se perdi una guerra, accetti la neutralità. Non è “filo-putinismo”, è realismo politico. È cultura della Storia, quella che né von der Leyen né Macron, tanto meno i nostri illustri giornalisti da pale e microchip, dimostrano di avere. È l’ABC delle relazioni internazionali che chiunque abbia studiato qualcosa oltre ai tweet di Zelensky dovrebbe conoscere.

Ma l’Europa sta cercando disperatamente di sabotare questo processo. I suoi leader vogliono vincolare il futuro, inviare armi a lungo raggio, rubare gli asset russi congelati (un suicidio finanziario per l’Eurozona, ma chi se ne importa?), tutto pur di impedire che la guerra finisca con una sconfitta formale sotto la loro sorveglianza.

IL PREZZO DELLE MENZOGNE: POVERI MA “GIUSTI”

Mentre a Bruxelles giocano alla guerra totale con i soldi degli altri, diamo un’occhiata a cosa succede nel mondo reale, quello dove la gente deve fare la spesa e cambiare le gomme all’auto.

I dati sono impietosi, una sentenza inappellabile contro la nostra classe dirigente.

Negli ultimi vent’anni, mentre in quasi tutta Europa i salari reali crescevano (in Romania del 140%, in Polonia dell’80%), l’Italia è l’unico Paese, insieme alla Grecia, ad avere il segno meno.

Meno quattro per cento. Abbiamo perso potere d’acquisto mentre il costo della vita esplodeva, trainato da quelle sanzioni “intelligenti” che dovevano mettere in ginocchio Putin e invece hanno messo in ginocchio la partita IVA di Mantova.

Ci chiedono 6.800 miliardi per il riarmo entro il 2035. Ci chiedono di sacrificare il nostro benessere sull’altare di una guerra persa, per difendere i confini di un paese che non è nella NATO e non è nella UE, governato da un’élite che si è arricchita mentre mandava al macello una generazione.

La verità è che non stiamo difendendo la democrazia. Stiamo difendendo l’orgoglio ferito di una classe politica europea mediocre, incapace di ammettere l’errore, terrorizzata dall’asse Trmp-Putin e disposta a combattere fino all’ultimo ucraino e fino all’ultimo euro dei nostri risparmi, pur di non dover dire: “Abbiamo sbagliato”.

Il nemico avanza nel Donbass. I droni russi colpiscono quando e dove vogliono. E noi ci indigniamo perché qualcuno ha osato alzare il telefono per cercare di fermare il massacro.

Se non fosse tragico, sarebbe la sceneggiatura perfetta per una commedia di basso livello. Ma purtroppo, i biglietti per questo spettacolo li stiamo pagando noi, e costano carissimo.

Pubblicato da Dott. Pasquale Di Matteo

Comunicazionista, Coach | Storia, Arte e Geopolitica per la Leadership | Metodo Kinsaisei | Rappresentante Reijinsha Japan La fabbrica, il tumore, Chagall, la galleria di Parma. Per 24 anni ho ripetuto gli stessi gesti in fabbrica. Non avevo il diploma, non avevo notorietà a 500 metri da casa, avevo una voglia matta di capire il mondo, ma non sapevo cosa farmene. Poi un tumore mi ha fermato. In malattia ho aperto un blog e ho scritto di Chagall. Una galleria di Parma lesse quell'articolo. Quando sono guarito, non sono rientrato in fabbrica. Da quel momento in poi: diploma, laurea in Comunicazione, master in Politiche Internazionali con la Scuola Sole 24 Ore. Quasi 50 anni. Un ruolo che nessuno in Italia ricopre: sono il rappresentante italiano di Reijinsha, una società culturale giapponese che opera in Asia ed Europa. Nel 2024 ho portato 44 artisti giapponesi al Palazzo della Provincia di Bari e sono stato invitato a tenere una conferenza a Osaka. Hanno scritto di me in Romania, Scozia, Brasile, Giappone, Ungheria, Francia, Spagna. La mia rinascita, con tutte le sue rotture, è diventata un metodo. Lo chiamo Kinsaisei: la rinascita dorata. Non nascondere le proprie crepe, ma trasformarle in oro. Usarle come vantaggio competitivo. Un Kintsugi, ma potenziato grazie alla conoscenza della Storia, della Geopolitica e della PNR. Oggi lavoro con CEO, imprenditori e artisti che sentono che la loro prossima vita professionale è già cominciata, ma non sanno ancora come nominarla, comunicarla, venderla. Proprio com’ero bloccato io, prima del tumore. Il primo colloquio è gratuito. Scrivimi. www.pasqualedimatteo.com | info@pasqualedimatteo.com

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