IL MINISTERO DELLA VERITÀ HA UN NUOVO INDIRIZZO: BRUXELLES

di Pasquale Di Matteo

Da terroristi riabilitati a eroi, da democrazie annullate a nemici costruiti a tavolino.

Un’inchiesta su come la NATO, con la complicità di leader europei asserviti e una stampa propagandista, stia costruendo una realtà orwelliana in cui la guerra è pace, la menzogna è verità e la libertà è obbedienza.

New York, settembre 2025.

Un uomo, Ahmed al-Sharaa, alias al-Jolani, scende da un aereo.

Fino a ieri, il suo volto campeggiava sui manifesti dei ricercati del Dipartimento di Stato americano, con una taglia da 10 milioni di dollari.

Era un leader di Al-Qaeda. Un terrorista. Sì, proprio uno di quelli che definivamo “tagliagole”.

Oggi, dopo aver rovesciato un regime che non piaceva all’Occidente, stringe la mano a diplomatici e statisti e non è più un paria, bensì un partner.

È stato riabilitato.

Come può il male assoluto di ieri diventare l’alleato strategico di domani?

La risposta non si trova nei corridoi polverosi della morale, ma nel gelido manuale operativo di un potere che ha smesso di rispondere ai cittadini per rispondere solo a se stesso.

Un potere con un nome preciso: Alleanza Atlantica.

LA FABBRICA DEI NEMICI E DEGLI AMICI: LA GEOPOLITICA DEL “DOPPIO-PENSIERO”

Nel capolavoro di Orwell, 1984, l’Oceania era perennemente in guerra, ma il nemico poteva cambiare da un giorno all’altro.

L’Eurasia o l’Estasia erano amiche e nemiche in un batter di ciglio.

Il Ministero della Verità si occupava di riscrivere la storia, di cancellare le incongruenze.

Oggi, quel Ministero ha traslocato.

E la sua logica operativa, da fantasia è diventata la dottrina non scritta della NATO.

L’Alleanza, infatti, non combatte più ideologie, ma designa avversari e sodali in base a una convenienza strategica tanto mutevole quanto spietata.

L’Amico Riciclato.

Prendiamo il caso di Al-Sharaa.

Il suo nuovo regime, nato dalle ceneri della Siria, si macchia di massacri settari contro Alawiti e Drusi. Crimini documentati, agghiaccianti.

Eppure, a New York, l’ex direttore della CIA, David Petraeus, non gli chiede conto del sangue versato.

Gli chiede, con affettuosa sollecitudine: “Stai dormendo abbastanza? I tuoi fan, e io sono uno di loro, sono preoccupati per te”.

Questo non è un errore di strategia, come potrebbe ipotizzare qualcuno, ma è un protocollo, perché Al-Sharaa è funzionale al contenimento di altre influenze in Medio Oriente, quindi i suoi peccati vengono assolti, cancellati dalla narrazione pubblica.

Ieri i mujaheddin, oggi lui. La NATO non ha principi. Ha solo obiettivi.

Il Nemico Permanente.

Mentre un terrorista viene riabilitato, un nemico viene meticolosamente costruito: La Russia.

Decine di titoli urlati sui giornali europei: “Caccia NATO respingono incursioni russe!”. Poi, leggendo i dispacci ufficiali della stessa NATO, si scopre la verità, cioè che non esiste nessuna violazione.

Si tratta di voli di routine in spazi aerei internazionali, monitoraggi reciproci che avvengono da settant’anni.

Quindi, un’attività militare standard viene trasformata, attraverso l’alchimia mediatica, in un casus belli imminente, un pretesto per alimentare la paura e giustificare un riarmo europeo senza precedenti.

Il bene e il male non sono più categorie etiche. Sono etichette intercambiabili.

L’EUROPA, COLONIA VOLONTARIA: L’INCOMPETENZA COME STRUMENTO DI SOTTOMISSIONE

Sarebbe un errore considerare i leader europei come semplici vittime di questo gioco cinico.

La verità è più amara. Sono complici attivi, amministratori zelanti di un declino autoinflitto. La loro conclamata incompetenza non è un difetto del sistema, ma la sua più importante caratteristica funzionale.

L’Architettura del Dominio.

Le parole di Donald Trump, nella loro brutale onestà, hanno squarciato il velo.

“Voi siete la NATO, noi gli Stati Uniti”.

Non è un lapsus, ma la sintesi di una strategia precisa: spingere gli europei a un confronto diretto con la Russia, far pagare loro il prezzo economico di una guerra che americana — rinunciando all’energia a basso costo per acquistare GNL americano a prezzi esorbitanti, smantellando la propria industria per finanziare l’arsenale statunitense — mentre Washington mantiene aperti i canali con Mosca per i propri interessi strategici.

È un capolavoro di ingegneria geoeconomica: l’Europa finanzia la propria irrilevanza e gli USA incassano fiumi di denaro dagli ignari contribuenti europei e si fortificano a livello geopolitico.

LA DEMOCRAZIA SOTTO TUTELA: QUANDO IL VOTO DIVENTA UN CRIMINE DI PENSIERO

Il sistema mantiene una facciata democratica, un’illusione di scelta. Ma questa facciata si sgretola non appena il popolo vota “sbagliato”.

Quando l’elettorato devia dalla linea tracciata dall’Alleanza, la natura autoritaria del potere si rivela in piena luce.

Guardiamo alla Repubblica Ceca.

Il candidato favorito, Andrej Babiš, è definito “populista”. Il suo peccato capitale è avere un “rapporto ambiguo con la NATO”.

E così, il presidente in carica, Petr Pavel, valuta apertamente l’opzione “costituzionale” di non nominarlo primo ministro, anche in caso di vittoria.

È la democrazia sotto tutela. Il suffragio universale è valido solo a condizione che confermi le scelte già prese altrove. Il sostegno incondizionato alla NATO non è più una scelta politica; è diventato un prerequisito per la legittimità democratica. Un test di lealtà ideologica.

E quando la realtà contraddice la narrazione, viene semplicemente cancellata.

Com’è avvenuto con il cado dell’omicidio del nazionalista ucraino Andryi Parubiy. La reazione istantanea dei media occidentali è stata la solita strategia della propaganda occidentale: “È stata Mosca!”.

Un mantra ripetuto fino alla nausea. Ma quando si è scoperto che l’assassino era un padre ucraino, inferocito contro Zelensky e distrutto dal dolore per un figlio mandato a morire al fronte, la storia è svanita dai media.

Un po’ come accaduto al Nord Stream, al missile in Polonia nel 2022, al drone in Polonia il mese scorso, ai droni in Romania, all’aereo russo ai confini con l’Alaska. Non appena si scopre che si tratta di routine o di azioni ucraine, tutto svanisce. Nessuna smentita, nessuna scusa.

Perché scusarsi cancellerebbe il dubbio insinuato in chi raramente va oltre i titoli in prima pagina.

La rabbia di quel padre contro Zelensky è una verità intollerabile per la propaganda occidentale, poiché incrina l’immagine monolitica di un’Ucraina unita e pronta a tutto.

Rivela le crepe, il dissenso, il costo umano che la propaganda deve nascondere. Prima si accusa il “nemico designato”. Poi, di fronte all’evidenza, si impone il silenzio. È il meccanismo del “buco della memoria” di Orwell, applicato in tempo reale.

L’OCCHIO CHE TUTTO VEDE, LA VOCE CHE TUTTO RIPETE: IL RUOLO DELLA STAMPA

Questa architettura di controllo non potrebbe esistere senza il suo pilastro portante: un sistema mediatico che ha abdicato alla sua funzione critica per diventare il braccio armato della propaganda.

La stampa, soprattutto quella italiana, non informa più. Indottrina.

Il suo modus operandi è scientifico e si radica in alcuni punti.

  • Creazione della minaccia: trasforma routine militare in aggressione imminente (i jet russi, i droni, il missile).
  • Costruzione del consenso: presenta narrazioni semplificate e moralistiche, nascondendo ogni complessità (l’Ucraina unita contro la verità degli ucraini incolleriti e disperati).
  • Cancellazione della memoria: ignora sistematicamente le notizie che contraddicono la linea ufficiale (i crimini del nuovo alleato siriano, le vere cause di un omicidio a Leopoli).

I media non sono più lo specchio della realtà. Sono il martello usato per forgiarla. Il “teleschermo” di Orwell, che non solo trasmette la verità del Partito, ma vigila affinché nessuna verità alternativa possa emergere.

OLTRE LO SCHERMO DI ORWELL

Non siamo di fronte a una serie di errori politici o a una geopolitica spregiudicata, ma testimoni della metodica costruzione di un sistema di controllo post-democratico, un totalitarismo soft che non ha bisogno di gulag perché controlla le menti prima ancora che le azioni.

Un sistema in cui la NATO non è un’alleanza difensiva, ma un’autorità sovranazionale che arroga a sé il diritto di decidere per tutto il mondo chi è terrorista e chi è statista, quali elezioni siano valide e quali sovversive, quali notizie siano vere e quali devono essere dimenticate.

E basta osservare come si adottino due pesi e due misuri nei confronti degli aggrediti e degli oppressori in Ucraina e a Gaza per comprendere come siamo in un cortocircuito evidente che abbiamo l’ardire di definire democrazie.

Qualcuno potrebbe pensare che stiamo scivolando in un romanzo di Orwell, ma è molto peggio, perché siamo già oltre. E dovremmo domandarci a quale capitolo di “1984” siamo già arrivati?

E se… è rimasto qualcuno, da qualche parte, disposto a scrivere un finale diverso?

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

LA ALTRE SIGLE SINDACALI. SONO SOLO 157

di Danilo Preto

Che ci crediate o no, le organizzazioni che hanno una rappresentanza sindacale sono 157. Tutto nero su bianco nella lista dei firmatari del T.U. delle rappresentanze sindacali.

Ma avevo promesso un approfondimento su alcune sigle non appartenenti alla triplice.

Partiamo dalla UGL, l’erede della CISNAL.

La CISNAL, di chiara ispirazione fascista, nasce subito dopo la fine della seconda guerra mondiale, nel 1950. 

Trent’anni dopo, nel 1980 l’allora segretario CISNAL, Ivo Laghi, sottoscrive un documento con il segretario dell’MSI, Giorgio Almirante, che sancisce la piena indipendenza e autonomia del sindacato dal partito missino. 

Devono passare altri sedici anni per vedere la nascita dell’UGL (Unione Generale del Lavoro) e altri dieci anni per vedere a capo del sindacato Renata Polverini.

La prima donna in Italia a ricoprire il ruolo di segretario generale di una Confederazione sindacale, oltre che essere stata la più giovane a ricoprire questo ruolo in un sindacato.

Poi tutti sappiamo cosa è successo a Renata Polverini quando è stata nominata Presidente della Regione Lazio.

Ma in UGL c’è ancora una questione di numeri. Guarda caso, proprio sugli iscritti.

Secondo l’INPS, gli iscritti sono 66.000, contro le dichiarazioni ufficiali UGL che parlano di 558.000, e i dipendenti pubblici appartenenti a questo sindacato e certificati dal Ministero sono 44.000, contro il 171.000 dichiarati dalla UGL. 

È vero sono numeri datati però le differenze numeriche ci sembrano significative. 

Ancora nel 2013, UGL parlava di 2 milioni di iscritti mentre in realtà sembra fossero 150.000. insomma un vizio che continua.

Ricordiamo che UGL, CONFSAL e CISAL fanno parte dello stesso raggruppamento sindacale e nel 2020 dichiaravano un milione e ottocentomila rappresentati.

Secondo altre fonti UGL, reperibili on-line, questo sindacato conta fra i 65.000 e 75.000 iscritti.

In UGL si (s)balla con i numeri

E il segretario generale Paolo Capone, nel 2023, viene indagato proprio per questo: per aver gonfiato i numeri degli iscritti. L’accusa è di falso ideologico in atto pubblico per il caso delle tessere gonfiate.

Ricordiamo che, in base al numero degli iscritti al sindacato, vengono girati i soldi a loro dovuti a vario titolo. E sono tanti. 

Poi c’è la rappresentanza sindacale. Più numero hai e più conti. Va da sé che con il governo Meloni anche l’UGL ha avuto la possibilità di sedersi al tavolo delle trattative. Non sempre ma…

COSA SI DICE IN USB 

Intanto vediamo cos’è l’USB (Unione Sindacale di Base). È un sindacato autonomo e di massa, con un orientamento politico di sinistra: più precisamente comunista e anticapitalista. 

Promuove la democrazia dal basso e la partecipazione attiva dei lavoratori e questo la pone in netta contrapposizione col modello sindacale tradizionale che è verticistico.

USB si pone apertamente contro il sistema economico attuale promuovendo una visione di cambiamento sociale radicale.

Si dichiara autonomo dai partiti e dalle istituzioni, portando a rappresentare direttamente i lavoratori, senza essere influenzato dalle dinamiche elettorali o politiche tradizionali. 

Si contrappone al capitalismo imperante in Italia, al liberismo e alle politiche di austerità, sostenendo, invece, i diritti dei lavoratori dei ceti popolari. 

Dichiara un forte sostegno e impegno per la pace e la giustizia internazionale mobilitandosi anche su temi globali come le conflittualità internazionali. 

Ma anche in USB c’è una spaccatura. C’è chi accusa questo sindacato di dirigismo interno e di poca democrazia.  È Arianna Mancini, insofferente nei confronti del dirigismo e della mancanza di democrazia in USB. Che l’ha espulsa.

Quindi via dall’USB e via all’SGB (Sindacato Generale di Base).

Leggo testualmente il dettato costitutivo del SGB: “impostare una linea di lotta sindacale adeguata al livello dello scontro in corso. 

Per avanzare in questa direzione occorre rimuovere gli ostacoli. 

Primo: la confusione sulla crisi in corso, la sua natura, origine e sviluppo. Se definirla “strutturale”, “sistematiche”, “epocale”, “non congiunturale”, non è solo un modo per dire che è una crisi grave, allora significa che siamo in una situazione in cui o la rivoluzione precede la guerra o la guerra genera la rivoluzione (in una situazione rivoluzionaria in pieno sviluppo).

Quindi è una illusione aspettarsi la soluzione della crisi dai padroni e dalle loro autorità nazionali e internazionali, cioè da quelli che basano i loro interessi e i loro poteri sui metodi e sulle relazioni che hanno prodotto la crisi.

Da questa crisi non ne usciamo con qualche redistribuzione della ricchezza, con qualche cambiamento delle regole del sistema finanziario, con qualche correttivo più o meno radicale in campo economico, monetario e finanziario.

Non ne usciamo restando nell’ambito di un sistema sociale borghese…”

Insomma a parlare di sindacato non ci si annoia mai. Per le azioni per il linguaggio, per le rappresentazioni, per le soluzioni di piazza o le rivendicazioni salariali. 

Se poi ci mettiamo anche l’anima a favore dei popoli appressi, ma solo quelli che danno visibilità, allora abbiamo completato l’opera. 

Infatti l’ultima della USB è una proclamazione di scioperi a sorpresa localizzati in centro città, sempre con l’obiettivo di bloccare tutto il paese.

Obiettivo: contro! A tutto e a tutti!

Se mi posso permettere, senza essere disfattista, non mi pare che siamo molto distanti dal clima che ha consentito la nascita delle Brigate Rosse.

Chi ha vissuto quegli anni li ricorda come un periodo terribile, con una insicurezza totale sia per le persone che per le istituzioni. E la storia non ci ha riconsegnato una verità limpida e senza dubbi. Anzi.

Rivendicando solo il potere della piazza, poi potrebbe finire che qualcuno crede veramente che possa nascere una rivoluzione dal basso e si dota non di parole e concetti, ma anche di armi vere. 

Per quello che conta la mia voce, un fermo invito a ragionare sui valori del confronto anche aspro, ma senza esasperare gli animi.

Vale per Gaza, ma vale anche per l’Italia. Con gli opportuni “distinguo”.

Dott. Danilo Preto

Giornalista pubblicista, esperto di Comunicazione e di arte concettuale. Laureato in Scienze Politiche, ha gestito Comunicazione e rapporti istituzionali di grandi gruppi industriali e istituzioni.

LA FABBRICA DELLA MENZOGNA. COME UN AEREO DI ROUTINE DIVENTA LA PROSSIMA MINACCIA GLOBALE

Tra l’Alaska e la Russia c’è una porzione di mare di poche decine di chilometri, lo Stretto di Bering.

Ogni giorno, da sempre, i cieli di quella sottile striscia d’acqua sono sorvolati da caccia russi e americani che si pattugliano a vicenda. Tutto normale. Routine. Consuetudine.

Eppure, ieri, quel suono di aerei è diventato un titolo allarmante.

Perché? Dove sta la notizia?

La domanda non è oziosa, ma è la chiave per decifrare la costruzione mediatica del nemico che è diventata lo sport di una certa stampa italiana.

Una pratica con cui si plasma la realtà per forgiare il consenso e preparare il terreno per l’impensabile.

Come abbiamo già ribadito altre volte, questo non è giornalismo, ma rimodulazione del reale per alterare le percezioni delle masse.

LA MECCANICA DEL FALSO PRETESTO: UN MANUALE DI SOPRAVVIVENZA INFORMATIVA

La storia della propaganda bellica è un campionario di “falsi pretesti”.

L’incidente di Tonchino, le armi di distruzione di massa irachene, oggi i droni e gli aerei russi, situazioni che seguono i soliti pattern che si ripetono, adattati all’era dell’informazione immediata del nostro tempo.

Oggi, il meccanismo è più sottile, ma non meno efficace.

Non sempre si mente spudoratamente, infatti, a volte basta isolare un frammento di verità, decontestualizzarlo e amplificarlo fino a fargli perdere ogni contatto con la realtà di partenza. Come nel caso degli aerei tra Alaska e Russia, appunto.

E come gli altri casi di queste ultime settimane.

L’aereo della Presidente della Commissione Europea sotto attacco russo, una fake news veicolata per generare il panico. Poi, la silenziosissima smentita, un errore di comunicazione che, tuttavia, non ha guadagnato lo stesso clamore mediatico.

Così, il primo titolo, quello della notizia fake, ha già compiuto il suo lavoro. Ha seminato il terrore, ha consolidato l’immagine del russo come soggetto irrazionale e pericoloso.

La rettifica resta sepolta nel frastuono dell’indignazione iniziale, così da sembrare propaganda russa.

Così i droni in Polonia e in Bielorussia. La versione ufficiale ha dipinto Mosca come unica artefice di attacchi subdoli. Le contro-inchieste, però, hanno avanzato l’ipotesi che potrebbe trattarsi di un drone ucraino deviato dalla contraerea.

Le prove che la matrice sia davvero russa? Non ci sono o sono opache.

La copertura giornalistica, però, ha privilegiato l’ipotesi più conveniente alla propaganda occidentale, oscurando le incongruenze per evitare che le masse possano avanzare dubbi.

E il missile in Polonia? Altro esempio perfetto.

L’accusa a Mosca è stata immediata, feroce. Come sempre dal 2022 a oggi.

Poi, è emersa la verità. Era un missile antiaereo di probabile fabbricazione ucraina, partito forse per errore.

Ma ormai la colpa è stata assegnata alla Russia e chi ha fagocitato ogni fake news di pale e microchip è convinto che sia colpa di Putin.

Perché con le persone disabituate al pensiero critico e all’analisi che non sia la chiacchiera da bar, la prima impressione, come un’impronta sulla sabbia bagnata, resiste anche quando il mare della verità tenta di cancellarla.

E come non citare il tilt degli aeroporti europei.

Ovviamente, manco a dirlo, si tratta della guerra elettronica russa.

La realtà, tuttavia, è quasi grottesca: è stato un cittadino britannico con un dispositivo portatile.

Quest’ultimo episodio non solo ridicolizza una certa stampa italiana, che diffonde fake news senza porsi domande, ma dimostra come vi sia l’intenzione di trovare la causa nel “nemico” designato, cioè la Russia.

È una semplificazione che azzera il pensiero critico, perché porsi domande costringerebbe ad analizzare ogni episodio, ricordando che, dal Nord Stream al missile in Polonia, la matrice è sempre ucraina e non russa.

Così come bisognerebbe ricordare che, dalle pale ai microchip, quella stessa stampa che urla all’orso russo ci ha raccontato un mare di panzane spacciandole per analisi geopolitiche di prim’ordine.

LA “GUERRA A BASSA INTENSITÀ” NEI CIELI DEL BALTICO: DOVE LA ROUTINE DIVENTA PROVOCAZIONE

Il Mar Baltico è un crocevia strategico. Un bacino d’acqua dove gli interessi della NATO e della Russia si sfiorano continuamente. Qui, termini come “quasi sconfinamento” diventano armi retoriche.

Cosa significa davvero? In un corridoio aereo internazionale, affollato come un’autostrada, un “quasi incidente” è spesso solo una procedura standard.

È il lavoro dei piloti.

Esperti di diritto aeronautico internazionale dell’Università di Leiden hanno confermato che “Queste intercettazioni sono la norma, non l’eccezione”.

Perciò descriverle come provocazioni deliberate significa mistificare la realtà.

L’IPNOSI DI MASSA: COME LA PAURA DIVENTA “TIFOSERIA”

Il martellamento mediatico non informa. Ipnotizza e divide. Stessa strategia utilizzata durante la pandemia.

La ripetizione ossessiva di questi “incidenti”, presentati come anelli di una catena, crea un senso di minaccia cumulativa e ineluttabile. La psiche collettiva soccombe e si smarrisce la capacità di discernere, di analizzare.

Si scivola nella “tifoseria”, dove non esistono più i fatti, ma solo la nostra squadra e la loro.

La polarizzazione diventa la gabbia che imprigiona il dibattito e, in questo clima, le dichiarazioni dei leader politici fungono da acceleratori.

Le oscillazioni dello show di Trump e i toni sempre più duri dei leader europei non fanno che alimentare la macchina della paura, legittimando una copertura mediatica che ha abdicato al suo ruolo di controllore per diventare megafono di chi comanda.

IL DIALOGO TRA SORDI: LA SPIRALE SENZA USCITA

Da una parte, Mosca. Il Cremlino nega gli sconfinamenti, ma avverte: abbattere un nostro velivolo sarà considerato un atto di guerra.

La loro prospettiva è chiara: la NATO è già una parte in causa, che fornisce armi, intelligence, mezzi, uomini e legittimità a Kiev.

Le tensioni ai confini sono, per loro, la logica conseguenza di un’espansione ad est dell’Alleanza Atlantica percepita come una minaccia esistenziale.

Dall’altra, Bloomberg riporta l’avvertimento dei diplomatici europei: la NATO è pronta a rispondere con “tutte le sue forze”.

È la definizione di una linea rossa. Due narrative parallele che corrono verso lo stesso, tragico punto di collisione: l’escalation.

Ma l’escalation porta, inevitabilmente, a una guerra atomica in cui l’Europa può solo essere spazzata via.

I VERI PERDENTI NELLA GUERRA DELLE PAROLE

A chi giova questa guerra delle parole alimentata dalla follia bellicista?

A chi ha tutto da guadagnare, chi può incassare miliardi vendendo armi che piegheranno la resistenza del suo nemico numero uno nel mondo, in una guerra a migliaia di chilometri dal suo territorio.

Vi viene in mente nessuno?

I veri perdenti non sono i giornalisti dei droni, delle pale, dei microchip, degli aerei ai confini, ma i civili i cui rifugi vengono colpiti, i soldati che muoiono per una verità che non conosceranno mai.

Le loro sofferenze sono prolungate da false speranze e da una retorica che allontana sistematicamente ogni possibilità di diplomazia.

La guerra in Ucraina si combatte sui carri armati e con i droni, ma viene vinta o persa nelle nostre menti, attraverso i media che consumiamo.

Mentre le cancellerie occidentali e le redazioni costruiscono e/o modificano la realtà, chi si fa carico di ricordare il prezzo pagato in vite umane?

Chi ha il coraggio di chiamare “routine” ciò che è routine, e “propaganda” ciò che è propaganda, smascherando i falsi pretesti che ci stanno conducendo, un titolo alla volta, un articolo alla volta, verso l’abisso?

La pace, forse, inizia dal rifiuto di essere ipnotizzati. Non vi pare?

COME E PERCHÉ È SCOPPIATA LA GUERRA IN UCRAINA

L’ATTACCO: IL CAPITOLO FINALE DI UNA STORIA GIÀ SCRITTA

L’alba del 24 febbraio 2022 è soltanto il giorno in cui il velo di un’illusione trentennale è stato strappato, mostrando a tutti la realtà. Beh, almeno a quelli in grado di comprenderla.

Mentre i primi missili russi colpivano basi militari e infrastrutture ucraine, l’Occidente sobbalzava, in un coro unanime di condanna e incredulità.

“Follia”, “aggressione immotivata”, “l’imprevedibile Putin”.

Questa è stata la narrazione immediata della propaganda, rassicurante nella sua semplicità.

Ma era una menzogna comoda.

La domanda corretta, quella che i nostri leader non hanno il coraggio di porsi, non è “perché è successo?”, ma “perché abbiamo fatto finta di non vedere che stava per succedere?”.

L’invasione non è stato un atto di follia improvvisa. Putin non s’è svegliato una mattina senza saper che fare, perciò “toh, invado l’Ucraina”.

È stato il capitolo finale, violento e prevedibile, di una partita a scacchi di geopolitica, giocata sullo scacchiere eurasiatico per due decenni.

Una partita in cui l’Occidente, accecato dalla propria retorica trionfalistica e dalla certezza di essere il bene assoluto, ha sistematicamente scambiato ogni sua vittoria per un passo verso una pace perpetua, senza mai calcolare il risentimento tossico che si andava accumulando a Mosca. E non solo a Mosca.

IL PECCATO ORIGINALE: I BALCANI IN FIAMME E IL NUOVO ORDINE (1999)

Il vero inizio di questa storia non è nel 2022, né nel 2014. È nel 1999, con le bombe della NATO che piovono su Belgrado.

Il bombardamento della Serbia fu presentato come un intervento umanitario, una necessità morale per fermare il massacro in Kosovo. Un attacco senza mandato ONU.

Per il Cremlino, fu uno shock esistenziale.

Non era solo l’attacco a una nazione slava e ortodossa, un alleato storico, ma era la dimostrazione pratica, brutale, che l’Occidente – guidato dagli Stati Uniti – si era auto-investito del diritto di agire militarmente al di fuori del Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

Sì, proprio quel tipo di azione contraria al Diritto internazionale per cui oggi accusiamo Putin.

Il Diritto internazionale, quel fragile pilastro su cui la Russia post-sovietica sperava di costruire un nuovo dialogo, veniva trasformato in un mero strumento dei vincitori. La “Responsabilità di Proteggere” si rivelò, agli occhi di Mosca, come il “Diritto del Più Forte”.

Cosa in cui gli Stati Uniti d’America sono indiscutibili maestri.

In parallelo, silenziosa, ma altrettanto significativa, avanzava la prima espansione della NATO.

Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca entrarono nell’Alleanza Atlantica in cambio di offerte miliardarie a cui nessuno poteva rifiutare.

Per Washington, era l’integrazione di democrazie libere. Per Eltsin e, ancor più, per il suo successore Putin che osservava dalla scrivania del FSB, era la prima, inequivocabile violazione di quelle promesse verbali – mai formalizzate su carte ufficiali, ma storicamente documentate per iscritto – fatte ai leader sovietici in cambio del benestare alla riunificazione tedesca.

“Nessun allargamento della NATO verso Est”. Quel confine mobile della NATO divenne, per Mosca, il perimetro di un accerchiamento strategico in divenire.

“Non ci sposteremo di una sola spanna verso est, oltre i confini della Germania” fu la promessa del Segretario di Stato americano, james Baker a Gorbaciov, il 9 febbraio 1990. «La giurisdizione della Nato non si allargherà neppure di un pollice a Est»

Una promessa che fu ribadita anche dal Segretario generale Wörner a Bruxelles, il 17 maggio 1990, quando rassicurò i sovietici: «Il fatto che noi siamo pronti a non schierare un esercito fuori dal territorio tedesco offre all’Unione Sovietica una stabile garanzia di sicurezza.»

Tale garanzia fu messa per iscritto – come documentato dallo Spiegel – il 6 marzo 1991, dai direttori politici dei ministeri degli Esteri di Usa, Francia, Germania e Gran Bretagna, riuniti a Bonn.

Fu messo a verbale che «non intendiamo estendere la Nato oltre L’Elba. Non possiamo, quindi, concedere alla Polonia e ad altre nazioni dell’Europa centrale e orientale l’ingresso nella Nato.»

Il rappresentante della Casa Bianca, Raymond Seitz, confermò che non vi era alcun piano strategico «per sfruttare il ritiro delle truppe sovietiche dall’Europa dell’Est e che la Nato non dovrà espandersi al di là dei confini della nuova Germania né formalmente né informalmente.»

Ovviamente, si trattava di una delle tante promesse americane non mantenute, così i confini Nato si sono spostati: non di pollici o spanne, ma di migliaia di chilometri, come sappiamo.

L’AVANZATA INARRESTABILE: LA MAPPA DELLA NATO AI CONFINI DELLA RUSSIA (2003-2008)

Il nuovo millennio non portò distensione, ma un’accelerazione.

L’intervento in Iraq del 2003, basato su prove fabbricate dalla CIA, la famosa fake sulle armi chimiche di Saddam, fu la conferma del precedente serbo.

Ancora una volta, gli Stati Uniti agivano unilateralmente, smantellando uno stato sovrano e rafforzando nella psiche russa l’idea di un mondo governato dalla paura imposta dalla forza americana, non da regole condivise.

Poi, arrivò l’ondata più provocatoria, con l’allargamento del 2004, che inglobò Estonia, Lettonia e Lituania.

Immaginate cosa sarebbe accaduto nelle Americhe se Canada e Messico avessero abbracciato un’alleanza con Mosca?!

Per la prima volta dalla dissoluzione dell’URSS, la NATO poteva schierare truppe direttamente sui confini russi. Per molto meno, Kennedy minacciò la Terza Guerra Mondiale a causa di Cuba.

Il cuscinetto strategico, quella zona grigia di stati cuscinetto che per secoli aveva garantito una parvenza di sicurezza alla Russia, veniva cancellato dalla cartina geografica.

Il momento fatidico, la linea rossa incisa col fuoco, fu il Vertice NATO di Bucarest nell’aprile 2008.

In quell’occasione, l’Alleanza, spinta soprattutto da Washington, emanò una promessa formale: l’Ucraina e la Georgia “diventeranno membri della NATO”.

Per Putin, che aveva appena denunciato il collasso dell’URSS come la “più grande catastrofe geopolitica del XX secolo”, fu una dichiarazione di guerra per procura.

Quella promessa trasformò l’Ucraina da Stato vicino a potenziale avamposto militare nemico.

Nello stesso anno, la firma per l’installazione dello scudo antimissilistico americano in Polonia completò il quadro: la minaccia non era più solo politica, ma diventava balistica, militare, concreta, minando la credibilità della deterrenza nucleare russa.

La risposta di Mosca arrivò pochi mesi dopo, con la guerra in Georgia: un chiaro, brutale avvertimento.

Tutto sembrava ricalcare il copione di un progetto americano, partorito dai neocon negli anni Novanta.

Il progetto prendeva spunto dall’idea di provocare il dissanguamento della Russia, ipotizzata da un ex consiglere per la sicurezza nazionale di Jimmy Carter, Zbigniew Brzezinski.

Il progetto fu chiamato “Progetto per un Nuovo Secolo Americano”, i cui autori più noti erano Rumsfield, Cheney e Kagan.

Dick Cheney, allora Segretario alla Difesa, concepì l’idea per cui gli Stati Uniti dovevano essere l’unica superpotenza, non solo incontrastata, visto lo sfaldamento dell’URSS, ma anche inarrestabile nel mondo.

E basta rileggere gli ultimi anni di storia per comprendere come, da Clinton a Bush, da Obama a Trump, ciascuno con il proprio stile, tutti abbiano fatto proprio quel progetto. “Non governare nel mondo, ma comandarlo.”

Come?

Espandendo la NATO fino alle porte di casa della Russia, promettendo però – con la stessa affidabilità di un baro – che “non ci sposteremo di una sola spanna verso est, oltre i confini della Germania”.

SABBIE MOBILI: LA SIRIA, PROVA GENERALE DELLA SFIDUCIA (2011-2015)

L’umiliazione continuò con la Primavera Araba. L’intervento in Libia del 2011, autorizzato dall’ONU con il mandato di proteggere i civili, si trasformò rapidamente in una campagna per il rovesciamento di Gheddafi, un altro partner di Mosca.

Ma fu in Siria che la partita cambiò registro.

Per USA, Turchia e monarchie del Golfo, la guerra civile siriana era l’opportunità di rimuovere Bashar al-Assad, l’ultimo alleato russo nel Mediterraneo.

Fiumi di denaro e armi fluirono verso i ribelli, molti dei quali di matrice terrorista jihadista.

Per Mosca, non si trattava solo di salvare un dittatore, ma di proteggere la base navale di Tartus, l’unico accesso al Mediterraneo, e di preservare un punto d’appoggio cruciale in Medio Oriente.

Nel settembre 2015, Putin fece la sua mossa.

L’intervento militare russo in Siria non fu un avventurismo, ma una calcolatissima dimostrazione di forza. Fu la prova generale. In Siria, la Russia testò le sue nuove capacità militari, i suoi droni, la sua dottrina.

Ma, soprattutto, testò la volontà dell’Occidente e scoprì che era vacillante, diviso, incapace di reagire con determinazione. In Siria, Putin imparò che poteva sfidare l’establishment occidentale sul campo, in una guerra per procura, e vincere.

Quella vittoria gli diede la certezza operativa e psicologica per il passo successivo.

L’ARCHITETTURA DELLA PAROLA: LA GUERRA DELLE NARRAZIONI

Questa escalation non è stata solo di carri armati e missili, bensì, in primis, una guerra di narrazioni, costruita con un abile uso della Comunicazione da ambo le parti.

L’Occidente ha perfezionato una tecnica retorica sottilmente disonesta: la de-responsabilizzazione.

Si utilizzano costantemente soggetti collettivi e impersonali: “La NATO ha deciso”, “L’UE sta valutando sanzioni”, “La Comunità Internazionale condanna”.

Questo linguaggio dissolve l’agenzia e la responsabilità dei singoli leader – un Draghi, un Biden, un Macron – in un’entità astratta e impersonale, facendo credere alle masse che la decisione sia, allora, giusta e sacrosanta.

Si instilla nelle persone poco avvezze a informarsi e ad analizzare contesti complessi la percezione che le decisioni siano il prodotto di un processo inevitabile e condiviso, quasi un destino ineluttabile.

All’opposto, la narrazione occidentale applica al nemico il principio opposto: la personalizzazione estrema.

Ogni azione della Russia è attribuita a “Putin”.

“Putin bombarda”, “Putin minaccia”, “la guerra di Putin”.

Questa strategia comunicativa di costruzione del nemico serve a uno scopo preciso: creare la figura del cattivo solitario, un dittatore paranoico e isolato, agente in un vuoto politico.

Così, si cancella con un colpo di spugna il vasto consenso di cui gode nel suo establishment militare e di sicurezza, un consenso che non nasce dal nulla, ma è stato meticolosamente costruito in vent’anni di percezione di umiliazioni e accerchiamento.

Non si combatte contro una nazione con le sue ragioni – per quanto distorte possano sembrare o essere-, ma contro un uomo solo. Anzi, si ha la percezione che i russi siano ostaggi di Putin.

E sconfiggere un uomo è una tattica di comunicazione semplice che evita di affrontare le radici profonde di un conflitto geopolitico.

La stessa strategia usata in maniera inversa con il tagliagole che oggi governa in Siria. Assassino e terrorista, ricercato numero uno dell’America, con una taglia milionaria, trasformato in saggio diplomatico in giacca e cravatta dalla sera alla mattina.

Così, all’ONU vediamo leader occidentali stringere la mano a un tagliagole pluriomicida, ma dopo essere usciti da un vertice per imporre nuove sanzioni alla Russia, in un cortocircuito che, se non fosse drammatico, risulterebbe persino tragicomico.

IL DESTINO SI COMPIE A KIEV

Oggi, le bombe su Kiev e le trincee nel Donbass non sono l’inizio di una guerra, ma il culmine di un’escalation ventennale.

Sono l’epilogo di una tragedia i cui atti sono stati scritti a Belgrado, a Bucarest, a Baghdad e nel deserto siriano. Atti di un copione nato a Washington tempo addietro.

Ogni allargamento della NATO, celebrato come un trionfo della democrazia, ogni intervento unilaterale giustificato come un imperativo morale, ogni “cambio di regime” è stato un mattone aggiunto al muro di sfiducia che ha reso la diplomazia Occidente-Mosca prima difficile, poi inutile, ed infine impossibile.

L’Occidente ha ballato per vent’anni sulla tolda di una nave che sembrava inaffondabile, celebrando una catena di vittorie geopolitiche che, invece, erano crepe nelle fondamenta della stabilità mondiale.

Ha elevato il proprio modello a verità universale, senza mai calcolare seriamente il costo a lungo termine di una pace perduta.

La tragedia ucraina è quell’eco lontana e assordante, è il prezzo da pagare per un trionfalismo miope che ha ignorato le paure, le insicurezze e l’orgoglio ferito di una potenza nucleare umiliata.

Fino a quando quella paura, coltivata in due decenni di sconfitte percepite, non si è trasformata in una furia cieca e distruttiva, scaricata su un Paese e un popolo che ne stanno pagando il prezzo più alto.

Quando finirà la guerra in Ucraina?

Quando avremo l’umiltà di riconoscere la nostra parte nella sua genesi. Al contrario, continuare a credere di essere i buoni ci spingerà verso un punto di non ritorno.

IL GENIO DEL MAGO DONALD E L’EUROPA APPLAUDE, MENTRE LUI PRESENTA IL CONTO

Mentre a Bruxelles, tra un vertice e un comunicato stampa sulla curvatura delle banane, si continua a recitare la commedia della “sovranità strategica” e della “pace giusta”, dal Tycoon, più fenomeno da baraccone di sempre, arriva il colpo di scena che tutti i nostri prodi leader aspettavano.

E loro, i Macron, gli Scholz, le Von der Leyen, abboccano come tonni, insieme ai soliti noti che ci hanno raccontato di pale, muli, microchip e altre sciocchezze, la cui credibilità è pari a quella di Arsenio Lupin.

La notizia è di quelle che fanno tremare i palazzi: Donald Trump, il barbaro che voleva smantellare la NATO e far la pace con Putin in 24 ore, ha cambiato idea.

Di nuovo, verrebbe da dire. Perciò, anche a volergli credere, c’è da aspettare qualche giorno prima della sistematica smentita.

Infatti, con la coerenza di un “mentitore seriale”, il presidente degli USA ha dichiarato che “l’Ucraina sarà in grado di riprendersi il suo Paese nella sua forma originale e, chissà, forse anche di più”.

E giù applausi, sospiri di sollievo, giubilo totale nei corridoi del potere europeo.

Neanche Crozza sarebbe riuscito a inventare una panzana migliore. Solo che il suo pubblico avrebbe riso a crepapelle, perché più sveglio dei nostri leader.

Per loro, finalmente il “Padrone d’oltreoceano” si è allineato. Finalmente parla la nostra lingua. Poveri illusi. E poveri noi.

Non capiscono, o fingono di non capire, – ma opto per la prima – che questo è solo l’ultimo atto di un wrestling politico dove la “caciara trumpiana” serve a un unico scopo: gli affari. Trump è un cinico imprenditore a cui interessano solo contratti e soldi. Nient’altro.

E per afferrare il senso dello spettacolo, bisogna tenere a mente alcune verità scomode che la nostra stampa di regime si guarda bene dal raccontare, tra una panzana sulle pale e un’altra sui muli, o su fantomatici attacchi di droni o all’aereo di von der Leyen.

Ricordate il tappeto rosso al presidente russo in Alaska, il 15 agosto. Beh, non è cambiato niente e non cambierà nulla.

Russia e USA sono due potenze globali e nucleari che si rispettano, che discutono costantemente dei massimi sistemi all’interno del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, e che non permetteranno mai una guerra diretta fra loro, perché si annienterebbe il mondo e quindi loro stessi.

Lo show che vedete ha diverse spiegazioni.

Primo aspetto, sulla figura di Trump: ha un carattere instabile, è abituato alla caciara da stadio, ma è soprattutto un cinico commerciante. La sua nuova posa da falco serve a portare avanti gli interessi economici americani, legati all’industria delle armi.

Secondo aspetto, sulle lobby guerrafondaie: il “deep state” americano lavora per allineare chiunque arrivi al potere, in modo che porti avanti la loro linea affarista che guadagna dal disordine globale e dalla vendita di armi.

Terzo aspetto, sulla comunicazione in malafede: tentano di far credere che la Russia sia isolata, quando invece è l’Occidente a essere sempre più piccolo, soprattutto nel microcosmo insignificante dell’Unione Europea.

E quanto abbiamo visto con India e Cina dimostra quanto l’isolamento della Russia sia una barzelletta ancora più ridicola dell’Ucraina che si riprende i territori conquistati da Mosca.

Ma avete capito il gioco? Vediamo di essere più chiari.

Trump non ha fatto una giravolta, ma ha semplicemente presentato il conto.

Leggete bene il suo post: l’Ucraina, dice il commerciante alla guida degli USA, può riconquistare tutto “con il sostegno dell’Unione Europea”.

Avete letto bene? Lo avete riletto?

“Con il sostegno dell’Unione Europea”.

È la quintessenza del suo pensiero: “Fattacci vostri”.

Tradotto dal trumpese: “Volete la guerra totale? Volete la vittoria di Kiev? Benissimo. Pagatevela. Comprate le nostre armi, svenate le vostre economie, rischiate il vostro deretano. Noi vi diamo la benedizione e vi vendiamo la merce a caro prezzo finché pagate”.

Distingue persino tra USA e NATO, scaricando sulla seconda – cioè su di noi – l’onere militare.

E i nostri geni a Bruxelles esultano come adolescenti alle prime armi.

Zelensky, dopo l’incontro, gongola: “Trump ha capito tutto!”.

Certo che ha capito. Mica è come i nostri, che non ne azzeccano mezza dal 2022!

Ha capito che c’è un intero continente di utili idioti pronto a immolarsi per gli interessi americani, finanziando una guerra per procura fino all’ultimo euro e all’ultimo ucraino, ingrassando le aziende americane produttrici di armi.

Mentre l’Europa si prepara a pagare il biglietto per la propria rovina, convinta di aver incassato una vittoria diplomatica, la realtà è che è appena stata umiliata. Ancora una volta.

I nostri leader escono con le ossa rotte, ma con il sorrido sulle labbra di quelli che nelle commedie sono gli idioti.

Vista l’incompetenza assoluta dei nostri leader e la voglia di soldi di Trump, dobbiamo solo augurare lunga vita a Vladimir Putin, perché è in gran parte grazie ai suoi nervi saldi che l’Europa si regge ancora in piedi, non avendo ancora ceduto a nessuna delle provocazioni, dal missile polacco del 2022 al Nord Stream attribuiti alla Russia; dal drone sulla casa polacca all’attacco all’aereo di von der Leyen.

Tutte fake spacciate dalla propaganda per giustificare il riarmo e la guerra, ma che avrebbero potuto spingere Mosca a inviare qualcuno dei suoi imprendibili missili ipersonici su Parigi, Roma, Londra e Berlino se solo ci fosse stato un impulsivo senza logica come Trump al posto di Putin.

Il resto è solo propaganda per allocchi della stessa sostanza dei muli, delle pale, dei droni e dei microchip.

Tutto va come avevamo previsto qualche giorno fa nell’articolo “La Guerra In Ucraina. Il più grande business per Europa e America”.

E a giudicare dalle reazioni, in Europa, soprattutto in Italia, di allocchi ce ne sono in abbondanza.

GIORNALISMO E FAKE NEWS. L’ARSENALE DELLA MENZOGNA CHE ARMA L’EUROPA

Tutta la propaganda russofoba in un solo articolo, per ricordarci perché la credibilità di buona parte dei giornalisti italiani è precipitata sotto un punto di non ritorno.

Tre anni di bombe, di morti, di propaganda.

Tre anni in cui i cittadini italiani, incollati alla tv o agli schermi dei computer, hanno cercato di capire tra articoli e telegiornali.

I giornalisti, quelli che avrebbero dovuto informare, ci hanno detto tutto e poi il suo contrario.

Ci hanno raccontato di una Russia allo sbando, di un esercito di straccioni allo sbaraglio, di una nazione economicamente in ginocchio.

Poi, senza un attimo di esitazione, ci hanno presentato la stessa Russia come una superpotenza inarrestabile, pronta a marciare su Varsavia, Berlino, Parigi, per arrivare a Lisbona in nome di non si sa quale strategia e quale motivo.

Questa non è la cronaca di una guerra, ma la cronaca di come il giornalismo italiano ha abdicato al suo ruolo di cane da guardia del potere per diventare il suo megafono più zelante. È la storia di una credibilità perduta, barattata per un posto al sole nel salotto buono della narrazione atlantista.

È la dimostrazione, potente, quanto terribile, di come la prima vittima di ogni guerra non sia la verità, ma la nostra intelligenza.

IL CROLLO MAI AVVENUTO: CRONACA DI UNA SCONFITTA ANNUNCIATA

Ricordate? All’inizio doveva essere una passeggiata.

La Russia, che avrebbe conquistato Kiev in due settimane senza armi, mezzi, uomini e satelliti NATO, con l’intervento dell’Alleanza Atlantica era, invece, spacciata.

La Russia era al tappeto. I suoi missili, ci assicuravano dai talk show, stavano per finire.

I suoi soldati combattevano con le pale. Ma non recenti, bensì costruite alla fine dell’800.

La sua tecnologia era un bluff, tenuta insieme da chip smontati dalle lavatrici. – E tu pensa gli americani, che da decenni gettano miliardi in ricerca e sviluppo per la Difesa, quando basterebbe usare chip per elettrodomestici anche per le armi.

La Russia era in frantumi, prossima alla sconfitta perché guidata da un leader perennemente malato, forse morto, sostituito da un sosia.

Le tipologie di cancro di cui i nostri abilissimi giornalisti ci hanno raccontato sono almeno quattro. Qualcuno, nel 2022, arrivò a dire che Putin aveva al massimo tre anni di vita. Beh, fate un po’ voi i vostri calcoli.

Ogni giorno, una nuova certezza. O, visto il tempo e i fatti, ogni giorno una nuova sciocchezza.

Ogni settimana, una nuova, imminente vittoria ucraina. Ricordate la famosa, quanto imponente, controffensiva ucraina del 2023? Sono poi arrivati a Mosca?

Ovviamente no. Era l’ennesima sciocchezza che si è dissolta contro l’esercito russo. Perché, evidentemente, le pale dell’800 sono un’arma invincibile.

I nostri portentosi esperti dei giornali mainstream ci hanno nutrito con l’epica del Fantasma di Kiev e dei martiri dell’Isola dei Serpenti, eroi la cui esistenza si è poi dissolta come nebbia al sole, ammessi come propaganda dagli stessi che li avevano creati.

Ci hanno fatto sentire superiori, parte di un mondo giusto e tecnologicamente avanzato contro un’orda primitiva che saccheggiava water e lavatrici. Noi che abbiamo bombardato il Kosovo senza uno straccio di mandato ONU e invaso l’Iraq sulla base di una balla colossale inventata dalla CIA, qual era l’esistenza di armi chimiche.

I nostri giornalisti hanno costruito un castello di carte con ognuna delle fake news che hanno spacciato per verità e hanno preteso che noi lo chiamassimo realtà.

L’ARSENALE DELLA MENZOGNA: LA LISTA COMPLETA DELLA DISINFORMAZIONE

Quello che segue è il casellario giudiziale di un giornalismo che ha smesso di verificare per iniziare a credere. Anzi, per diventare discepoli della propaganda.

È la prova schiacciante di una campagna di disinformazione veicolata non da oscuri bot russi, ma dalle prime pagine dei nostri quotidiani e dai nostri telegiornali. Leggete, ricordate e giudicate voi.

CAPACITÀ MILITARI E EQUIPAGGIAMENTO

  1. “La Russia sta finendo i missili”. Una narrazione ciclica, apparsa ogni tre mesi dall’inizio del conflitto e sistematicamente smentita da nuovi, devastanti attacchi su larga scala.
  2. Chip delle lavatrici nei missili. L’iperbole umiliante per dipingere l’industria bellica russa come disperata e arretrata, una fake news tecnica smontata da qualsiasi analista militare serio.
  3. Uso di carri armati T-62 come segno di collasso. La decontestualizzazione di una scelta tattica (usare vecchi mezzi per ruoli di seconda linea) trasformata nella prova definitiva di un’imminente sconfitta.
  4. Soldati russi che combattono con le pale. La manipolazione di immagini di soldati con vanghe da trincea per suggerire, in modo grottesco, una mancanza totale di armamenti.
  5. Inefficacia totale dei missili ipersonici Kinzhal. Il passaggio da “inarrestabili” a “sistematicamente abbattuti” nel giro di una notte, seguendo il flusso della propaganda e non quello delle evidenze balistiche. Solo dopo mesi, alti funzionari del Pentagono hanno ammesso che la NATO, compresi gli Stati Uniti, non dispongono di difese contro i missili ipersonici russi.
  6. I soldati russi al fronte non avevano divise di ricambio. Non arrivavano nemmeno i calzini invernali.
  7. I collegamenti tra il fronte e le retrovie non avvenivano più con mezzi corazzati, poiché erano stati distrutti tutti dall’esercito ucraino, perciò i soldati russi si spostavano a dorso di muli. Una sciocchezza di proporzioni bibliche.

CONDOTTA, MORALE E COMPORTAMENTO DEI SOLDATI

  1. Il Fantasma di Kiev (Ghost of Kyiv). Il mito dell’asso dei cieli, ammesso dalle stesse forze armate ucraine come una leggenda creata ad arte per sollevare il morale.
  2. I 13 martiri dell’Isola dei Serpenti. Eroi che si sarebbero sacrificati insultando il nemico. Peccato si sia scoperto che erano stati catturati vivi e poi rilasciati.
  3. Stupri di massa come politica di guerra sistematica. Una narrazione terribile, poi risultata falsa, per cui il parlamento ucraino è stato spinto a rimuovere la propria commissaria per i diritti umani per aver diffuso quelle “informazioni non verificate”. Chiamarle fake news contro la Russia sembrava strano.
  4. Morale a terra e diserzioni di massa. Notizie costanti su un esercito in ammutinamento che, tuttavia, continua a combattere e ad avanzare da tre anni. Saranno sempre le pale. Vuoi vedere che sono magiche, perciò le usano?

LEADERSHIP, POLITICA INTERNA E STABILITÀ

  1. Putin gravemente malato o morto. Voci continue e mai provate su quattro tipologie di cancro, Parkinson o decessi, mirate a suggerire un’instabilità interna che non si è mai materializzata.
  2. Collasso imminente dell’economia russa. Una profezia che si auto-smentisce dal 2022. Le sanzioni, descritte come “dirompenti”, non hanno fermato né l’economia di guerra né la stabilità sociale del Paese. In compenso, hanno ridimensionato il potere d’acquisto degli europei e mandato le loro bollette alle stelle. E no, anche la balla “pace o condizionatore” si è rivelata, appunto, una balla.

INCIDENTI SPECIFICI E FALSE FLAG

  1. Sabotaggio del gasdotto Nord Stream (Settembre 2022). Attribuito immediatamente, e senza logica, alla Russia stessa. Una narrazione surreale, di Mosca che distruggeva un’infrastruttura importante per Mosca, poi smontata da inchieste internazionali che hanno dimostrato che l’attentato è stato pianificato e realizzato dall’Ucraina. Un attentato che ha devastato l’economia europea, vendutoci come un atto di autolesionismo di Mosca. Un attentato che è il più grave attentato all’Europa dalla fine della Seconda Guerra Mondiale e per cui c’erano tutti i presupposti per invocare l’art. 5.
  2. Missile in Polonia (Novembre 2022). Ore di panico mediatico per un presunto attacco russo a un paese NATO. Ore di editoriali infuocati sulla necessità di una risposta attuando l’art. 5. Si è poi scoperto che il missile era ucraino. Il silenzio che ne è seguito è stato più assordante delle balle veicolate per giorni.
  3. Presunto attentato all’aereo di Ursula von der Leyen. Una fake news pura, circolata e poi scomparsa senza scuse né rettifiche. Noi di Tamago lo abbiamo immediatamente denunciato come atto di propaganda occidentale. Noi e pochi altri. Mentre i soliti illustri giornalisti del mainstream uralavano alla necessità di organizzarci contro Mosca.
  4. Presunto omicidio del leader Parubiy. Attribuito ai russi, si è poi scoperto essere opera di un altro ucraino. Anche in questo caso, è calato il silenzio, nella speranza che gli italiani non si informino.

IL VOLTAFACCIA: DA PAESE ALLO SBANDO A MINACCIA INARRESTABILE

Avrete notato come si sia improvvisamente passati dall’esercito di straccioni, quello con le pale e i chip delle lavatrici, a un’inarrestabile macchina da guerra. Il leader morente è diventato uno stratega diabolico pronto a conquistare l’Europa intera.

Ma come? Putin non dovrebbe morire prima che finisca il 2025, stando ai calcoli di chi ci ha raccontato di tutte le sue patologie mortali?

Ma perché tante fake news?

La risposta è nei nostri parlamenti e nelle decisioni di Bruxelles.

Mentre ci raccontavano la favola della Russia debole, le élite europee avevano bisogno di una giustificazione per la più grande corsa al riarmo dalla fine della Guerra Fredda.

E quando la favola non è bastata più, perché il tempo passava, ma Mosca non crollava, ne hanno scritta un’altra. Quella del nemico alle porte.

La giustificazione perfetta per un riarmo senza precedenti. La scusa ideale per sacrificare le politiche sociali, la sanità, l’istruzione, le pensioni sull’altare delle spese militari, per fare quanto desiderano le lobby delle armi, proprio come l’Europa ha fatto con le lobby del farmaco.

Ricordate i contratti con i messaggini di von der Leyen per i vaccini?

I giornalisti italiani ci hanno detto che dovevamo scegliere tra la pace e i condizionatori.

Ora ci dicono che dobbiamo scegliere tra i cannoni e gli ospedali. Perché porre domande ai politici che veicolano tali messaggi assurdi non rientra più nel loro mestiere. Perché non informano, ma propagandano.

Ma la domanda, quella che nessun giornalista sembra voler fare, rimane: perché mai una nazione, che secondo le stesse fonti è impantanata in Ucraina da tre anni, avrebbe dovuto pianificare la conquista dell’Europa? Con quali soldi? Con quali armi superiori a quelle impiegate finora?

Per quale logica strategica, per quale vantaggio, la Russia avrebbe dovuto attaccare la NATO, un’alleanza militare molto più numerosa e potente?

Nessuna. Non esiste un solo motivo logico.

Ma la logica non serve, quando c’è la paura. E i nostri media sono diventati maestri nell’alimentarla.

Perché l’unica cosa che vogliono non è informare, ma instillare la paura.

Perché la paura è quell’elemento che aiuta a imporre norme e politiche di riarmo e di controllo sociale che altrimenti sarebbe impossibile far digerire.

IL PREZZO DELLA CREDIBILITÀ: IL GIORNALISMO AL BIVIO

Il danno è fatto ed è profondo.

Non riguarda solo la percezione di una guerra lontana. Riguarda noi.

Riguarda la fiducia, quel patto invisibile tra chi informa e chi viene informato, che oggi è in frantumi. Chi crederà più a un telegiornale? A un editoriale? A un “esperto” militare che per tre anni ha predetto tutto e il suo contrario senza azzeccarne mezza?

I giornalisti hanno trasformato l’informazione in tifo da stadio, il dibattito in un processo per disfattismo, dove a trionfare non sono state le analisi, ma le etichette, come al bar.

Hanno fallito nel loro compito più sacro di porre domande, dubitare, indagare il potere. E hanno preferito servirlo.

Ci hanno trattato non da cittadini, ma da bambini a cui raccontare una favola della buonanotte, una favola con un cattivo ben definito e un finale già scritto. E, proprio come ai bambini, quando qualcuno dissentiva e criticava, hanno risposto sorridendo e affibbiando etichette.

Ma la realtà e il tempo sono testardi e hanno presentato il conto. Un conto fatto di miliardi spesi in armi invece che nel sociale, di una pace sempre più lontana e di una credibilità giornalistica che, forse, non tornerà più.

Il primo dovere di un cittadino è dubitare. Il primo dovere di un giornalista è informare. E oggi, grazie a loro, che hanno preferito propagandare sciocchezze anziché informare, siamo diventati tutti dubbiosi e critici.

E questa è l’unica buona notizia.

SINDACATO. DIAMO I NUMERI 

Ma prima parliamo solo di sindacato. Perché quando si parla di sindacato si citano solo CGIL, CISL e UIL, cioè la triplice. L’irriverenza e il paradosso è proprio questo.

Chi è dentro a una specie di diritto acquisito prolifica mentre gli altri devono affrontare percorsi difficoltosi o affidarsi a manifestazioni che propendono verso l’anarchia se non proprio la rivolta sociale per potersi far vedere. 

La Triplice è dentro ad un mercato acquisito perché fa parte dell’ingranaggio dello Stato ed è quindi intoccabile senza dover rendere conto a nessuno. 

Chi appartiene a quella logica corporativa continua il proprio percorso dove magari viene ignorata quella che doveva essere un assioma del sindacato: l’autonomia rispetto alla politica. Sembra quasi assistere ad un potere parallelo.

MA VENIAMO AI NUMERI

I ” tre porcellini ” come amava chiamare le tre sigle sindacali in privato l’allora Vice Presidente del Consiglio Massimo D’Alema, propongono un fatturato complessivo di un miliardo di euro all’anno. 

Il calcolo è di Giuliano Cazzola già sindacalista CGIL ed ex presidente dei sindaci dell’INPS.

Sì perché questa è un’altra anomalia. cioè promuovere gli ex segretari Generali delle sigle confederali a presidenti di “qualcosa” appartenente allo Stato. Tipo INPS, ad esempio. 

Cito solo esempi datati ed uno recentissimo. La CISL ha inserito il suo Franco Marini alla Presidenza del Senato, la CGIL ha fatto nominare Fausto Bertinotti a Presidente della Camera. 

In uno dei governi Prodi, il Ministero del Lavoro veniva affidato a Cesare Damiano proveniente dalla CGIL mentre i due Sottosegretari erano Rosa Rinaldi, anch’essa della CGIL, e Antonio Montagnino che aveva passato una vita nella CISL.

Quello recentissimo? Sbarra passato nel giugno di quest’anno da Segretario Confederale CISL a sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega per il Sud.

Sempre per rimanere nel passato e per decenza odierna, nutrita era anche la rappresentanza parlamentare: la CGIL   aveva sei deputati: Tito di Salvo, Teresa Bellanova, Pietro Marcenaro, Andrea Ranieri, Gianni Pagliarini e Maurizio Zipponi.

Ma Sergio Cofferati ex numero uno della CGIL è diventato poi sindaco di Bologna e Gaetano Sateriale quello di Ferrara, mentre Ottaviano del Turco è stato eletto governatore dell’Abruzzo. 

Ma perché non dare una sistemata agli ex sindacalisti inserendoli nel mondo delle imprese di Stato? 

Così Mauro Moretti, ex CGIL, è diventato Presidente delle Ferrovie dello Stato, Fulvio Vento, anche lui ex CGIL, è stato nominato presidente dell’ATAC nel Lazio, Natale Forlani, ex CISL, si ritrova amministratore delegato di Italia Lavoro, Raffaele Morese, anche lui ex CISL, è stato nominato al vertice di Confservizi cioè la Confederazione tra le aziende che gestiscono i servizi pubblici locali. 

Per decenza non verifico i più recenti tranne il citato Sbarra.

Altro esempio sono i patronati. Presenti in Italia e all’estero e qualcuno sospetta che quelli all’estero abbiano anche una funzione specifica nell’indirizzare il voto degli italiani all’estero.

I BILANCI. QUANDO CI SONO

Partiamo dalla CGIL forse il bersaglio più facile. Ma non preoccupatevi toccherà anche agli altri. Sempre che si riesca ad avere qualche dato attendibile anche su di loro. 

Mi incuriosisce soprattutto il sindacato di base (USB) che ha proclamato lo sciopero generale del 22 di settembre dichiaratamente Propal, a favore della flottiglia Sumud e con il dichiarato intento di bloccare tutto il paese a cui sono seguiti i prevedibili disordini con 60 poliziotti che hanno dovuto ricorrere alle cure mediche e 50 arrestati. 

Per una analoga manifestazione in Francia con l’intento di “bloccare tutto” gli arrestati sono stati 500 molti meno i poliziotti feriti. 

Ma andiamo con ordine. Toccherà anche a CISL, UIL, UGL. Sempre che la cronaca ci consegni qualche dato pubblico o pubblicabile.

I contributi ai sindacati arrivano dalle trattenute sulla busta paga e sulle pensioni degli iscritti, dai contributi pubblici indiretti, dal pagamento di servizi erogati direttamente. Ad esempio attraverso i CAF e dalle attività economiche proprie. E questo vale per tutti i sindacati.

Dunque: gli iscritti nel 2024 per la CGIL erano 5,2 milioni di cui 2,7 milioni di lavoratori e 2,5 milioni di pensionati.

Secondo i calcoli effettuati da CGL (gli espulsi dalla CGIL e da altri organi indipendenti) gli incassi dagli iscritti sono circa 21,6 milioni annui.

Il suo centro congressi non va benissimo: nel 2024 ha aumentato il fatturato ma ha raddoppiato le perdite.

Va un po’ meglio l’”Antartide”, la società immobiliare controllata dalla CGIL, che nel 2023 aveva incorporato l’altra sua società immobiliare la Simi S.r.l.

Ma continuiamo a parlare di immobili. Fino a pochi anni fa i sindacati non potevano possedere direttamente gli immobili ma li intestavano la società controllate. 

Oggi la CGIL dichiara di avere in tutta Italia circa 3000 sedi tutte di proprietà delle strutture territoriali o di categoria e il valore non è conosciuto. 

Precisa la CISL dichiara 5000 unità fra Confederazione, Federazioni Nazionali e diramazioni territoriali quasi tutto di proprietà.

La UIL ha concentrato tutto il suo valore immobiliare in una società che si chiama “Uil Labor” che a bilancio 2006 valgono più di 35 milioni. Il valore di mercato attuale andrebbe moltiplicato per tre.

È stata la legge 902 del 1977 ad attribuire ai sindacati gratuitamente il patrimonio dei disciolti sindacati fascisti. Una bella eredità finanziaria della quale nessuno si è offeso.

In breve i tre sindacati maggiori valgono circa 1,2 miliardi di euro.  Ma il giro d’affari all’anno è un’altra cosa.

Sul fronte della tassazione, la legge paragona i sindacati alle Onlus, cioè società senza scopo di lucro. Ma sembra proprio un eufemismo con questi numeri. Quindi niente tasse sugli immobili destinati all’attività sindacale.

Ogni valutazione viene lasciata al lettore. Ma non è finita qui. Aspettatevi un’altra puntata.

LO SPETTRO E IL MANGANELLO. ANATOMIA DI UNA DOPPIA NARRAZIONE

Dagli aeroporti scandinavi chiusi per un’ombra russa alle piazze italiane descritte come covi di violenza. Due eventi apparentemente distinti, un’unica strategia di controllo dell’opinione pubblica.

La notte scorsa, lo spazio aereo di due capitali europee è stato paralizzato dalla paura di droni non identificati, immediatamente associati alla Russia. Vuoi mettere?

Nelle stesse ore, le cronache italiane riducevano uno sciopero nazionale con più di mezzo milione di partecipanti a pochi, isolati tafferugli.

Questi episodi non sono coincidenze, ma i sintomi più evidenti di una sofisticata macchina propagandistica che opera su due fronti paralleli: la costante costruzione di una minaccia esterna, con il “nemico russo”, per giustificare l’emergenza permanente e le politiche di guerra, e la sistematica delegittimazione del dissenso interno, trasformando in “facinorosi pro-palestinesi” tutti gli scioperanti, per neutralizzare ogni critica alle alleanze geopolitiche occidentali.

IL NEMICO ALLE PORTE – LA FABBRICA DELLA PAURA

L’oscurità sopra l’aeroporto di Oslo non è solo quella della notte. È un’oscurità elettronica, improvvisa, carica di un’ansia postmoderna.

Gli schermi dei gate si spengono, un annuncio secco e controllato invita alla calma senza riuscirci. Un oggetto volante non identificato, un drone, grande, anonimo, silenzioso come un fantasma, viola lo spazio aereo più controllato di una capitale scandinava.

A Copenaghen, la stessa scena. Il panico non esplode in urla, ma si condensa in un brusio carico di sospetto.

E il sospetto, in quel vuoto informativo, non è di vedere trasformato in realtà lo scenario di Independence Day, ma ha già un nome, sussurrato dai notiziari prim’ancora che dalle autorità: Russia.

Non serve una prova. Non servono indagini. Serve un colpevole.

Anzi, serve indicare la Russia come colpevole. E lo spettro di Putin, evocato a comando, bussa ancora una volta alle porte dell’Occidente grazie all’oliata macchina della propaganda.

L’ANATOMIA DEL SOSPETTO

Il meccanismo è perfetto nella sua cinica semplicità.

Il vuoto informativo è il terreno più fertile per la semina propagandistica. Di fronte al drone anonimo, la domanda legittima “Di chi è?” viene immediatamente soppiantata dall’affermazione comoda “È russo”.

Le ipotesi alternative – un test di sicurezza andato storto, un attore non statale, una semplice quanto improbabile bravata – vengono relegate in un angolo remoto del dibattito perché smonterebbero la propaganda ancor prima di vederla raccogliere i frutti del proprio lavoro tra chi non è molto avvezzo a ragionare e preferisce farsi ottriare qualunque sciocchezza, dal Nord Stream danneggiato dai russi, al drone russo che ha colpito la casa in Polonia.

Perché leggere la realtà che, come sempre, conferma che si tratta di fake news, è evidentemente difficile per certuni.

Perciò, le alternative non sono narrativamente utili. Il nemico pre-costituito, invece, lo è.

Serve a riattivare un pattern consolidato: i “droni fantasma” in Polonia, le misteriose interferenze GPS sul Baltico.

Eventi slegati, decontestualizzati, vengono presentati come le mosse di una campagna coordinata e minacciosa. Una sequenza che crea senso laddove il senso manca.

Perché la tensione deve rimanere alta e l’emergenza deve essere perpetua.

Altrimenti anche le persone comuni cominciano a porsi domande sul perché dei miliardi gettati in armi e sugli effetti delle sanzioni che avrebbero dovuto piegare Mosca entro Natale 2022 a detta di Draghi, von der Leyen e di tutti gli altri grandi leader europei che non ne azzeccano mezza da anni.

Ma il dato più rivelatore è il divario tra le dichiarazioni ufficiali. Le forze di polizia, doverosamente, ammettono: “Non sappiamo chi sia”. La cautela è la loro professione.

Poi, accade il salto logico, il vero atto di fede propagandistico. Politici e commentatori, con una sicurezza che sfida l’assenza di prove, puntano il dito, come in quel video virale in cui un opinionista afferma, senza esitazione: “È stato Putin, un messaggio per testare le nostre difese”.

Ma a che gli servirebbe testare le nostre difese, quando già sa che non esistono difese ai missili ipersonici?

E poi, l’economia russa non era al tappeto, tanto da dover smontare microchip dagli elettrodomestici? Il suo esercito non era equipaggiato solo di pale dell’800 e di dita usate come baionette, tant’è che è impantanato in Ucraina da tre anni e mezzo?

Questo scarto tra l’incertezza investigativa e la certezza mediatica è la prova della politicizzazione dell’incidente e del fatto che lo spettro debba materializzarsi. A qualsiasi costo.

IL DISSENSO IN GABBIA – LA CRIMINALIZZAZIONE DELLA PROTESTA

Mentre gli schermi nordici lampeggiavano di allarmi antiaerei, l’Italia viveva un’altra forma di paralisi, quella della rappresentazione del popolo. Oltre mezzo milione di persone scese in piazza per uno sciopero generale.

Lavoratori, studenti, pensionati, insegnanti. Altri milioni non sono scesi in piazza, ma hanno disertato i posti di lavoro. Una piazza ampia, trasversale, che ha espresso un malessere reale, tangibile, forte.

Eppure, apriamo i giornali o guardiamo i telegiornali e la matematica diventa improvvisamente selettiva. Un numeratore, una manciata di tafferugli, spesso innescati da provocatori o da frange minoritarie, è diventato improvvisamente più grande del denominatore, quei 500.000 cittadini.

Servizi televisivi hanno dedicato cinque minuti agli scontri e trenta secondi, in coda, alle ragioni della protesta. Una sproporzione che non è un errore, ma una strategia.

Qui entra in gioco l’antica tecnica della parte per il tutto.

L’immagine di un cassonetto in fiamme o di un lancio di bottiglie diventa il simbolo di un intero movimento.

È un cortocircuito semiotico potentissimo, perché svuota la protesta del suo contenuto politico, cioè la critica, la politica economica, la richiesta di un cessate il fuoco e la fine dei crimini a Gaza, per ridurre tutto a un mero problema di ordine pubblico.

La violenza di pochi, reale o strumentale, viene utilizzata per delegittimare la pacifica espressione di tutti.

A questo si accompagna l’arma più affilata dell’etichettatura.

Analizziamo il linguaggio. “Sedicenti pacifisti”, “facinorosi pro-Pal”, “antifa”.

Sono non-parole. Sono sigle che servono a chiudere il pensiero, non ad aprirlo. Attivano pregiudizi, creano categorie nemiche interne.

Chi è etichettato come “facinoroso” non ha più diritto di parola. La sua critica non viene confutata, viene semplicemente disprezzata in quanto espressa da un “violento”.

È la stessa strategia delle etichette “complottista”, “novax”, “putiniano”. Mancano argomentazioni e non si vuole affrontare il problema, per distogliere l’opinione pubblica, perciò si utilizzano le etichette.

La reazione politica è la ciliegina su questa torta avvelenata. Prendiamo il tweet della Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni.

Condanna la violenza, giustamente.

Ma ignora completamente, cancella con un colpo di spugna, le istanze di quella piazza oceanica. Un cortocircuito orwelliano evidente, poiché condanna le violenze di piazza, ma non fa nulla contro le violenze di Gaza che provocano decine di migliaia di vittime, tra cui moltissimi bambini, vero e proprio genocidio per cui l’Italia dovrebbe intervenire a norma di Diritto internazionale.

L’obiettivo è duplice: rassicurare la propria base dipingendo il dissenso come barbarie e, soprattutto, dipingere ogni opposizione come illegittima per non affrontare la realtà dei fatti.

Se protesti, sei con i violenti. Se critichi, minacci l’unità nazionale. Il manganello narrativo colpisce forte, e zittisce senza bisogno di alzare la voce. Peggio che in 1984 di Orwell.

IL FILO INVISIBILE – UNIRE I PUNTI DELLA PROPAGANDA

Queste non sono due storie separate, ma due facce della stessa medaglia. La creazione di un nemico esterno, la Russia, serve a compattare il fronte interno, a giustificare una linea atlantista senza se e senza ma, a normalizzare lo stato di eccezione e i tagli alla spesa sociale per acquistare armi.

In questo quadro, il dissenso che mette in discussione gli alleati strategici di questa compagine, come le critiche alle azioni di Israele, pilastro geopolitico occidentale, diventa un atto di sabotaggio per le mire occidentali.

È il discorso dell’emergenza. Un nemico alle porte richiede unità, sacrificio, silenzio. Chi rompe questa unità, chi scende in piazza contro “causa comune” e per criticare un alleato, non è più un cittadino che esercita un diritto, ma diventa un “utile idiota” del nemico, un agente del caos. Un putiniano o un uomo di Hamas.

Lo spettro russo giustifica il manganello narrativo sulle piazze italiane. La paura del primo, zittisce la coscienza che si esprime nella seconda.

CHI CI GUADAGNA?

La risposta è chiara.

A livello internazionale, questa narrazione cementa l’alleanza atlantica, giustifica l’aumento delle spese militari ben oltre il 2% del PIL e legittima l’invio di armamenti come un imperativo categorico, non come una scelta politica discutibile.

A livello nazionale, il governo di turno consolida il proprio potere, presentandosi come l’unico argine contro il caos interno e la minaccia esterna. L’opposizione viene messa in trappola: o condanna la violenza, allineandosi alla narrativa governativa e sconfessando la piazza, o la difende, rischiando di essere etichettata come fiancheggiatrice dei violenti.

È un gioco a perdere per il dissenso. Una strategia che abbiamo visto già durante la pandemia.

E, proprio come allora, è facile ipotizzare che gran parte degli atti di violenza siano stati organizzati e messi in scena da servizi deviati. Ricordiamo ancora tutti l’infiltrato tra la folla che aizzava la folla a rovesciare una camionetta della Polizia.

Tutto già visto. Tutto già studiato. Tutto già ampiamente smascherato.

IL COSTO DEL SILENZIO E IL DOVERE DEL DUBBIO

Le conseguenze di questa doppia narrazione sono profonde e corrosive.

Una narrazione che produce un’opinione pubblica impaurita, polarizzata, incapace di discernere le proporzioni reali, e atrofizza il muscolo del dubbio e del pensiero critico.

Una narrazione che svuota la democrazia del suo elemento fondamentale: il dibattito informato e libero su scelte che determinano il nostro futuro.

Ma, quando un drone non identificato diventa automaticamente russo e un manifestante pacifico diventa automaticamente un violento, cosa resta della nostra capacità di comprendere la complessità del mondo?

I veri fronti di guerra oggi non sono solo a Kiev o a Gaza, ma sono nelle nostre menti, nella battaglia quotidiana per il controllo della realtà.

Resistere non significa negare le minacce o giustificare la violenza, bensì significa rifiutarsi di accettare narrazioni precotte, prive di logica, senza fondamento e sistematicamente smentite dal tempo e dai fatti.

Significa pretendere prove prima delle condanne. Significa ascoltare il coro prima di fissarsi sul singolo stonato.

È un dovere civico. Forse, l’ultimo baluardo di una coscienza libera e democratica.

IL SINDACATO: SIGLE, PARTECIPAZIONI, PROPRIETÀ, BILANCI, AZIONI…

Ieri, 22 settembre 2025 si è celebrato lo sciopero generale proclamato dai sindacati di base di seguito a quello di due giorni prima, di quattro ore proclamato, dalla sola CGIL. Le motivazioni sono identiche: tutte Propal. 

Se non fosse per la tragicità delle motivazioni, si potrebbe dire che abbiamo proclamato sindacalmente un weekend lungo.

Motivazioni: sostenere i palestinesi di Gaza che da due anni sono sotto i bombardamenti di Israele, sensibilizzare sulla drammaticità della situazione dei palestinesi di quelle popolazioni, senza acqua, cibo, medicine, con gli ospedali bombardati e i camion con le derrate alimentari bloccati.

Azioni dichiarate: bloccare il Paese (Italia)

Effetti sperati: mobilitazione globale contro il genocidio,  il governo, le aziende che utilizzano beni e servizi israeliani, riconoscimento della Palestina come stato indipendente. Nello stesso giorno, all’ONU si è discusso proprio di questo.

Partecipazione allo sciopero indetto dalla sola CGIL: modesto con qualche corteo in poche città come a Catania dove ha parlato il segretario generale Landini. 

Partecipazione alla manifestazione organizzata dai sindacati di base: massiccia in tutta Italia.

Intervenendo solo su quest’ultimo aspetto, sembra evidente lo scavalcamento del sindacato tradizionale, rappresentato in questa occasione dalla CGIL, l’unica ad aver indetto lo sciopero di sabato scorso. 

Sono molteplici gli scontri che si sono verificati tra manifestanti e forze dell’ordine, in diverse parti d’Italia.

Purtroppo è nella “normalità” delle situazioni del genere. Protestare senza violenza sembra essere un mantra inesistente.

Quasi nessuna bendiera dei sindacati confederali. Solo quelle palestinesi. Meglio non mischiarsi!

CRISI DI IDENTITÀ, DI RAPPRESENTANZA, DI IDEE O CRISI DELLA FUNZIONE DEL SINDACATO

Era il giugno di quest’anno, quando si celebravano 5 referendum. Uno stava particolarmente a cuore a Landini, segretario generale della CGIL. Quorum non raggiunto quindi inutile qualsiasi lamentela. Solo prendere atto.

Landini dimissionario?

Nemmeno per sogno. Anzi pronto per nuove battaglie e verso nuove avventure. “Rovesciare l’Italia come un calzino”, come aveva dichiarato pubblicamente? 

A favore dei lavoratori, visto che i sindacato dovrebbe avere come obbligo statutario la difesa dei lavoratori?

Almeno dei lavoratori iscritti al suo sindacato. Ma se i pensionati iscritti alla CGIL sono più o meno uguali a quelli che lavorano, anche questa funzione sembra sfilacciata.

Ma anche in questo caso utilizzando i numeri impietosi della mancata partecipazione al referendum si è voluto giocare raccontando una vittoria numerica in una situazione che non ha sortito alcun effetto pratico.

È da tempo che siamo abituati ad una lettura dei numeri dei risultati elettorali o referendari molto fantasiosa, stiracchiati, come di consueto, da una parte o dall’altra a seconda della convenienza politica/partitica.

E allora via con uno sciopero di quattro ore a fine turno, il venerdì prima del weekend.

Ci saremmo tutti aspettati, in contemporanea,  una richiesta di avanzamento economico, di miglioramento delle condizioni di lavoro, di un posto in più nei distaccamenti sindacali, nella partecipazione delle grandi aziende di stato.

Cioè una chiara  rivendicazione sindacale.

Niente di tutto questo. Ma un’improvvisa presa di coscienza su temi legati al genocidio che si sta perpetrando a Gaza. 

Ben venga una nuova e stimolante sensibilità per non farsi superare anche in questi contesti. Farsi vedere non fa mai male se poi si va a votare. O a farsi scegliere fra i sindacati riconosciuti come interlocutori del governo sui temi dell’occupazione e del lavoro. 

Scopriremo che vi saranno partecipazioni con tanto di vessilli sindacali anche nelle manifestazioni di AVS incitando al Green e alla riconversione verde in ambito industriale per aumentare la propria forza contrattuale?

Ben venga e deve essere ben accettata una riconversione culturale dei sindacato. Finalmente! Ma non si dimentichi né metta in secondo piano le battaglie vere. 

Quelle a difesa del posto del lavoro, delle migliori condizioni salariali, del contrasto e abolizione del caporalato, delle mafie, dei ricatti sessuali….

E non faccia finta di non sapere vivendo nella piena realtà delle situazioni occupazionali e imprenditoriali. La libertà e la verità non si vendono né si baratt

ALLA TRIPLICE NON SERVE SFILARSI  DALLO SCIOPERO GENERALE.

La brutta figura c’è già stata. Ma vale forse la pena di capire un po’ di più, di avere dei numeri, dei resoconti indipendenti. E di provare a ragionare su dei dati. 

Guardate, non è scontato perché l’opacità dei bilanci dei sindacati, la moltiplicazione delle sigle controllate, dei patronati e le proprietà che fanno riferimento ai sindacati non consente un quadro esaustivo. Per dirla elegantemente. Volete un esempio? 

FUTURA SRL: LA CASA EDITRICE DI LANDINI. PERDITE PER 4,7 MILIONI DICHIARATE NEL BILANCIO 2024

Quattro riviste, qualche libro e le svendite nelle Festa dell’Unità per recuperare un po’ di liquidità. 

Per la verità dopo i controlli voluti da Landini, evidentemente sorpreso dai conti, qualcuno ha messo più di 2 milioni. Ma la galassia delle partecipazioni e degli amici è talmente ampia che…

Chi non ricorda, all’inizio del 2025, lo scandalo INCA CGIL?

Solo questione di trasparenza? 

LE NOSTRE ARMI E LA COMPLICITÀ DELL’ITALIA

PERCHÉ I MEDIA NON VOGLIONO USARE LA PAROLA “GENOCIDIO”?

Non è una questione di opinione politica, ma di Diritto. Di legge internazionale violata, sistematicamente e consapevolmente.

Mentre i media mainstream dibattono sull’opportunità o meno di utilizzare un termine come “genocidio”, nel tentativo di distogliere l’opinione pubblica dai fatti, un silenzioso trasferimento di morte continua a fluire dai porti e dalle fabbriche italiani verso Israele, con armi e mezzi che provocano stragi e uccidono migliaia di persone.

Ora, potete definire i fatti genocidio, danni collaterali, crimini di guerra o uccisioni, ma la gente muore, compresi tanti, troppi bambini. E anche questo non è un’opinione, ma un fatto.

Munizioni, esplosivi, tecnologie dual-use. Materiali che, volenti o nolenti, hanno contribuito a commettere crimini atroci nella Striscia di Gaza o, comunque, non possiamo avere certezza che i materiali acquistati dall’Italia non siano utilizzati in quelle operazioni di guerra.

Inoltre, va ricordato che nei confronti della Russia esiste un embargo, oltre a diciannove pacchetti di sanzioni economiche, per atti di guerra di molto inferiori sia per atrocità sia sotto il profilo prettamente numerico.

L’intervento del Professor Triestino Mariniello, docente di Diritto penale internazionale alla John Moores University di Liverpool, pronunciato al Senato l’8 luglio 2025, non lascia spazio ad ambiguità e si aggiunge alle tesi di tantissimi giuristi.

Quello del Prof. Mariniello è stato un atto di accusa giuridicamente ineccepibile.

Il nostro Paese, i suoi governanti e gli industriali coinvolti nella filiera bellica sono seduti su una polveriera giuridica e potrebbero essere accusati di complicità non più soltanto da milioni di cittadini italiani.

VIOLAZIONE DELL’OBBLIGO DI PREVENZIONE: LO STATO ITALIANO SAPEVA

Il genocidio non si previene solo condannandolo a parole o con un post di Giorgia Meloni, ma si previene agendo.

L’articolo I della Convenzione del 1948 è chiaro e non ammette deroghe.

La Corte internazionale di giustizia, nel caso Bosnia vs. Serbia, lo ha ribadito: l’obbligo di prevenzione scatta nel momento in cui uno Stato “apprende o avrebbe dovuto apprendere dell’esistenza di un rischio serio di genocidio”.

La data spartiacque per l’Italia è il 26 gennaio 2024.

Quel giorno, la Corte Internazionale di Giustizia ha emesso la prima ordinanza cautelare contro Israele, riconoscendo il “rischio reale e imminente” di atti genocidari a Gaza.

Da quel momento, ogni esportazione italiana di materiale bellico è diventata giuridicamente insostenibile, perciò andava bloccata per legge.

L’Italia, invece, contravvenendo alle norme giudiziarie del Diritto internazionale, ha continuato. Ha inviato componenti per armamenti, nitrato di ammonio, che è un precursore di esplosivi, cordoni detonanti.

Il governo si è trincerato dietro la sterile esistenza di “Licenze rilasciate prima del 7 ottobre”. Una scusa “assolutamente irrilevante” per il diritto internazionale e non utilizzabile in qualunque aula di giustizia.

L’obbligo stabilito dalla legge è cogente e immediato: le esportazioni verso Israele vanno bloccate. Subito. Senza se e senza ma. Imporre un embargo, sospendere gli accordi, revisionare le licenze non è una scelta, ma un imperativo di legge.

Non farlo significa violare palesemente il proprio dovere di governare e di rispettare le norme internazionali.

Quelle stesse norme che l’Italia dice di voler proteggere contro Putin, al quale si imputa il non rispetto del medesimo Diritto internazionale.

IL PARERE STORICO DEL 19 LUGLIO 2024 E IL DOVERE DI NON ASSISTENZA

Alla gravità della violazione dell’obbligo di prevenzione, si somma un’altra colpa.

Il 19 luglio 2024, la Corte Internazionale di Giustizia ha emesso un parere consultivo storico, constatando come l’occupazione israeliana dei territori palestinesi sia palesemente illegale.

Di conseguenza, tutti i paesi hanno l’obbligo di non riconoscerla e, soprattutto, di non contribuire al suo mantenimento. Ciò significa sospendere qualsiasi forma di cooperazione militare, tecnologica, politica o scientifica.

Il parere è chiaro, vincolante e rivoluzionario.

Ma l’Italia, con le sue continue forniture e la sua collaborazione logistico-industriale, anche attraverso colossi come Leonardo Spa, non solo ha ignorato questo monito, ma ha continuato ad alimentare direttamente la macchina dell’occupazione. Perché ogni contratto, anche quelli in essere, è una pugnalata alla legalità internazionale.

Equivale a vendere armi e altri materiali a Mosca, con l’unica differenza che i crimini commessi in Ucraina sono molti meno e di minore entità.

COMPLICITÀ IN GENOCIDIO: QUANDO L’ASSISTENZA DIVENTA CORRESPONSABILITÀ

Qui si entra nel campo della responsabilità diretta, una macchia imbarazzante per l’Italia.

Il diritto internazionale consuetudinario (Art. 16 del Progetto sugli Articoli sulla responsabilità degli Stati) prevede che uno Stato sia complice se fornisce aiuto a un altro Stato nella commissione di un atto illecito, essendone a conoscenza.

Perciò parlare di complicità dell’Italia è perfettamente logico e stabilito dal Diritto internazionale consuetudinario, su cui si fonda il diritto stesso.

Per il genocidio, la Cig ha precisato che serve un aiuto materiale che faciliti il crimine e la consapevolezza dell’intento genocidario dello Stato autore.

Ma attenzione: non serve condividere l’intento di sterminio. Quindi difendersi dicendo “ma noi non approviamo lo sterminio vendendo armi” è una strategia che non regge.

Basta anche solo sapere che quell’intento di sterminio esiste e che le proprie azioni lo stanno facilitando o potrebbero facilitarlo.

Le ordinanze della Corte Internazionale di Giustizia del gennaio 2024 sono la prova formale che l’Italia non poteva più “non sapere”.

Il trasferimento di armi dopo quella data è un atto materiale di complicità. Una complicità che dura da più di venti mesi. Quasi due anni.

Il precedente è drammaticamente attuale: il caso Nicaragua contro Germania alla Cig, dove Berlino è chiamata a rispondere proprio per aver fornito armi a Israele nonostante le misure cautelari.

L’Italia cammina sullo stesso identico filo del rasoio e rischia una condanna per crimini di guerra e contro i diritti umani.

RESPONSABILITÀ PENALE INDIVIDUALE: QUANDO I MANAGER RISCHIANO IL CARCERE

Ma la responsabilità non si ferma allo Stato e al solo governo del Paese.

Può – e deve – scendere fino al singolo individuo. Decisori politici, funzionari dei ministeri che autorizzano le licenze, amministratori delegati e dirigenti delle aziende fornitrici di armi e dispositivi che possono facilitare atti militari.

Il fondamento è l’articolo 25(3)(c) dello Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale, il quale stabilisce che, per essere condannati per complicità in crimini internazionali (genocidio, crimini di guerra) serve:

Actus reus: un contributo significativo, come potrebbe esserlo aver fornito esplosivi usati per demolire ospedali.

Mens rea: la consapevolezza che il proprio contributo facilita il crimine; in tal senso, le ordinanze della Cig e i mandati d’arresto della CPI per Netanyahu e Gallant rendono questa consapevolezza INCONTESTABILE.

Il precedente è Frans van Anraat, l’imprenditore olandese condannato a 17 anni per aver fornito gas al regime di Saddam Hussein, sapendo che sarebbero stati usati contro i curdi. La Corte olandese stabilì che il suo era un “contributo deliberato”.

Proprio ciò che fanno gli imprenditori e le aziende italiani coinvolti negli affari su armamenti e prodotti militari venduti a Israele.

Ora, i dirigenti che autorizzano la vendita di nitrato di ammonio a Israele, sapendo che viene usato per demolizioni di massa che organizzazioni umanitarie considerano crimini di guerra – se proprio non si vogliono definire atti genocidari, – su quali basi si sentono al sicuro?

Se agiscono per profitto, ma sono pienamente consapevoli delle conseguenze, secondo un’ampia e autorevole corrente giurisprudenziale, ciò potrebbe bastare per la responsabilità penale.

UNA MACCHIA SULLA COSCIENZA E SULLA STORIA D’ITALIA

Nell’evento al Senato organizzato da Altraeconomia, il professor Mariniello ha delineato una condotta italiana non solo moralmente riprovevole, ma giuridicamente criminale sotto molteplici profili.

Una posizione di quadruplice responsabilità: violazione dell’obbligo di prevenzione del genocidio; violazione del dovere di non-assistenza all’occupazione illegale; complicità internazionale dello Stato in atti di genocidio; potenziale responsabilità penale individuale per i decision-maker.

Il tempo delle scuse è finito e quello delle giustificazioni politiche è scaduto.

Siamo nel campo del Diritto e le prove sono schiaccianti.

Le aule dei tribunali internazionali, sia quelli che giudicano gli Stati che quelli che giudicano gli individui, stanno già aprendo fascicoli i cui nomi potrebbero essere sbattuti sulle prime pagine dei quotidiani per decenni.

E no, la domanda non è se il governo italiano verrà chiamato a rispondere delle sue azioni, ma quando. E, soprattutto, chi pagherà il prezzo più alto per aver scelto il business sulla vita: i politici o i manager?