E siamo a sei. Tante sarebbero le maison italiane coinvolte nello scandalo.
Armani, Prada, Alviero Martini, Tod’s, Dior e Valentino sarebbero stati indagati dal pubblico ministero Storari per pratiche contrarie alle norme in vigore. Per tutti il PM aveva chiesto l’amministrazione giudiziaria.
Le accuse sono circostanziate ma qualcuno si affretta a dire che sono conclusioni affrettate. Scusate il gioco di parole.
Al di là delle ovvie dichiarazioni di non colpevolezza da parte dei brand con chiamate in causa di controlli eseguiti con continuità sulla filiera produttiva, sembra che non tutto effettivamente sia in regola.
Insomma i brand non sarebbero in regola dal punto di vista etico ma soprattutto rispetto alla legge.
Va subito detto che Armani, Dior, Alviero Martini dopo essersi adeguati ai dettami della legge sono usciti da queste misure.
Resta comunque un brutto segnale.
QUALCUNO INVOCA LA VIA MAESTRA DELLA RISCRITTURA DELLE REGOLE A PROTEZIONE DELL’INTERO COMPARTO
Vediamo se il nostro ministro del made in Italy Urso interverrà prima del previsto incontro autunnale con i vertici del settore proponendo correttivi a difesa della produzione, dei lavoratori, del buon nome dell’Industria manifatturiera italiana. Non facciamo finta che non sia successo niente.
Intanto vediamo come risponderà il mercato già stressato da crisi strutturali e di identità.
Per il momento accontentiamoci di assistere da lontano ai balletti anche se non siamo alla Scala.
Parliamo ancora di cambi nella sfera dei direttori creativi, degli abbandoni, dei saluti ma poco di cambiamenti che facciano intravedere il barlume di un nuovo conio.
Come già detto più anni ‘90, o anche più indietro, che nuove invenzioni stilistiche presentati dall’alta moda che ha sfilato ultimamente a Milano e Parigi. Per la verità sembrava essere ritornati indietro in qualche modo alla united colors of Benetton.
Chi se ne ricorda?
Tinte uniche e mix di melange. Ovvio non è stato tutto così ma non sembra ci siano balzi reattivi tali da far sobbalzare il mercato. Non è un pattume, forse un ristagno o forse stanchezza in attesa di nuovi mercati o di nuovi clienti più inclini a rappresentare le stagioni del mercato che cambiano velocemente.
O SARANNO LE VICENDE BELLICHE A DETTARE MODA E MERCATI?
Pace in Medio Oriente appena conquistata. Fine dei bombardamenti su Gaza, ritorno a casa degli ostaggi israeliani, liberazione dei prigionieri palestinesi con più ergastoli da scontare. Una Ucraina ancora sotto gli incessanti attacchi da parte della Russia.
Un mondo in pieno movimento che, potrebbe sembrare strano, si ripercuote anche in maniera eccessiva, se vogliamo rispetto a tutto quello che sta succedendo nell’altra parte del mondo che non che gode di una pace squisitamente sterile.
Se la pace è sterile non produce danni. Almeno apparenti.
Perché non pensiamo che una cosa escluda l’altra. Il mondo è iperconnesso anche nei comportamenti degli uomini e quindi del mercato.
Perché gli uomini spendono e chi produce deve vendere. Non è un giochino. Ma restiamo alla finestra non si sa mai. Il mondo ci potrebbe stupire ancora una volta. Il can-can, inteso come ballo, non finirà mai.
La guerra può aspettare. O almeno, se possiamo evitarla, tanto di guadagnato. Per tutti.
IL VERTICE TRUMP-PUTIN TRASFORMA L’UNGHERIA IN UN PALCOSCENICO CHE POTREBBE RIDISEGNARE I CONFINI DEL POTERE E DEL DIRITTO INTERNAZIONALE
C’è un fantasma che si aggira per l’Europa.
Lo so, fa un po’ cliché da melodramma, ma noi siamo spettatori di una commedia in più atti che sta ridisegnando i rapporti mondiali.
E lo spettro che si aggira per l’Europa non è ideologico, ma potrebbe essere a breve il profilo luccicante di un aereo di stato russo che cerca un varco nei cieli ostili del continente.
La sua destinazione è l’Ungheria. A bordo, Vladimir Putin. Un uomo che la Corte Penale Internazionale vuole in una cella all’Aia per crimini di guerra.
Ma ad attenderlo non ci sono manette, bensì un tappeto rosso e la stretta di mano di Donald Trump, leader di quello che noi occidentali definiamo mondo libero.
E per chi già avverte la bile salire in gola, invito a ricordare che anche Netanyahu è volato più volte a destra e a manca senza che nessuno abbia applicato il mandato d’arresto internazionale che pende sulla sua testa per crimini di guerra e contro l’umanità.
Va ricordato anche che l’Italia ha permesso il rilascio di Elmasry, contrariamente a quanto stabilito dalla CPI. Perciò, si troverà un modo anche per Putin.
Ok, tornando all’incontro Putin-Trump, non fatevi ingannare.
Non sarà un vertice di pace, ma un test di rottura. Un esperimento condotto in territorio della NATO e di un’Unione Europea sempre più fragili, orchestrato da un uomo che ha trasformato la sua nazione in un laboratorio di sovranismo: Viktor Orbán.
L’incontro che si consumerà sulle rive del Danubio non è un dialogo diplomatico, dunque, ma una performance, un atto di comunicazione politica brutale che mira a scardinare l’ordine mondiale post-Guerra Fredda. Una sorta di secondo atto dopo il primo andato in scena in Alaska.
Sul palco ci saranno tre uomini, ma ognuno rappresenta un archetipo della nostra era incerta e caotica.
Trump, l’imprenditore cinico che crede che la lealtà alle alleanze sia un costo negoziabile. Putin, il reietto che cerca disperatamente una via d’uscita per legittimare la sua guerra e piegare i suoi nemici. Infine Orbán, il regista, il ponte astuto tra due mondi che usa questa crisi per consacrare la sua visione di un’Europa alternativa a quella belligerante di von der Leyen, Merz e Macron.
LA “SOVRANITÀ” UNGHERESE
«Faremo in modo che entri in Ungheria… e poi che torni a casa». Le parole del Ministro degli Esteri ungherese Peter Szijjarto sono un dichiarazione di indipendenza non solo dalle politiche belligeranti di Bruxelles, ma dall’intero sistema di valori e obblighi legali su cui si fonda l’Occidente.
Tuttavia, se lo fa l’America con Netanyahu, non si capisce perché l’Ungheria non dovrebbe farlo con Trump e Putin.
Per capire la portata di questo gesto, bisogna guardare oltre la retorica. Bisogna guardare agli atti.
L’atto più eloquente è la decisione di Budapest di avviare il processo di recesso dalla Corte Penale Internazionale. Non certo una coincidenza, bensì la preparazione del terreno. Un porto franco non solo per Putin, ma per chiunque, come Netanyahu, si trovi nel mirino di quella giustizia internazionale che Orbán percepisce come un’arma delle élite globaliste contro le nazioni sovrane.
E visto il doppiopesismo dell’Occidente nel trattare Putine e Netanyahu, come dargli torto?
Un allineamento alla stessa America, definita la più grande democrazia del mondo, che, ricordiamolo, non riconosce la Corte Penale Internazionale, come, tra gli altri, Israele, Cina, Russia.
Quando Orbán definisce l’Ungheria “l’isola della PACE”, compie un’operazione sociologica magistrale, costruendo una narrazione potente per il suo popolo e per i suoi alleati ideologici: noi, i pacificatori pragmatici, insieme a russi e americani, contro un’Europa “pro-guerra” intrappolata in una crociata morale contro la Russia.
In questa narrazione, offrire un palcoscenico a un ricercato internazionale non è un tradimento, ma l’emulazione di quanto fatto da Trump con Netanyahu. È un atto di coraggio. E anche un atto di elevata visione politica in un’Europa di nani politici.
IL FANTASMA DELL’AIA E LA SCACCHIERA DEI CIELI
Ma come arriva un fantasma a destinazione?
Putin non è colpito da un divieto di viaggio personale dell’UE, ma il suo aereo, come ogni velivolo russo, non può sorvolare lo spazio aereo dell’Unione.
Ogni chilometro del suo percorso, pertanto, sarà una negoziazione, un test di lealtà, una potenziale umiliazione.
La via ostile è una linea retta che attraversa la Polonia e la Slovacchia. Sarebbe la rotta più breve, ma anche la più rischiosa. Costringerebbe il Cremlino a chiedere un’autorizzazione formale a Varsavia, una nazione che vede ogni drone nel cielo come una minaccia russa e vorrebbe un attacco “profondo” della NATO alla Russia.
Sarebbe una resa simbolica, un’ammissione di dipendenza dalla Polonia che Putin non concederà mai.
La via tortuosa è un percorso più lungo, più a sud. Un arco che evita i nemici più accaniti, passando forse dal Mar Nero, sopra una Turchia funambola e neutrale, per poi cercare un varco nei Balcani.
Questa rotta, molto probabile, è la dimostrazione vivente che Putin ha ancora amici, o almeno partner pragmatici, anche in Occidente, disposti a chiudere un occhio.
E ogni autorizzazione di sorvolo concessa sarà una crepa nel muro della solidarietà occidentale.
OLTRE LA PACE, IL POTERE
Non illudiamoci che l’obiettivo sia la pace per l’Ucraina. L’obiettivo è il potere. Per tutti e tre.
Per Vladimir Putin, questo vertice è ossigeno. È la possibilità di rompere l’isolamento asfissiante. Sedersi al tavolo con Trump, dopo le sparate del mainstream sul presidente americano deluso da Putin, è un ritorno sulla scena mondiale da trionfatore, proprio come in Alaska, una foto che vale più di mille sanzioni.
L’obiettivo non è un accordo giusto, ma un accordo che congeli le sue conquiste, che crei una “Corea” in terra ucraina e che gli permetta di dichiarare una vittoria strategica in patria. Una pace come la resa di Hamas per cui quasi tutti festeggiano perché si smette di uccidere.
E se smettere di uccidere non è giusto…
Per Donald Trump, la logica è ancora più spietata.
Il ritorno sull’investimento politico di questo vertice sarebbe enorme. Potrebbe presentarsi agli elettori americani come l’unico leader capace di “risolvere” le guerre che i burocrati di Washington hanno solo saputo finanziare. Dopo Gaza, anche Kiev.
La fine del conflitto, a qualsiasi costo per l’Ucraina, diventerebbe il suo più grande trofeo elettorale, la prova definitiva della sua abilità e della sua superiorità sia sui democratici sia sui leader europei.
L’Ucraina, in questo calcolo, non è una nazione da salvare, ma un asset da negoziare.
LA VOCE DI KIEV, IL SILENZIO DI BRUXELLES
Mentre a Budapest si preparano i tavoli dei negoziati, c’è un’altra scena che si svolge a migliaia di chilometri di distanza.
Il Presidente Volodymyr Zelenskyy non è in un palazzo dorato, ma impegnato in un pellegrinaggio per la sopravvivenza a Washington, a mendicare missili Tomahawk per impedire che il suo Paese venga cancellato dalla mappa.
Eppure, c’era chi ci raccontava di controffensive risolutive, dei missili Patriot che avrebbero cambiato il corso della guerra, dei caccia F16 che avrebbero messo in scacco la Russia – a proposito, qualcuno ne ha notizia?
Persino le nostre sanzioni “dirompenti” avrebbero annientato Mosca in pochi mesi, nel 2022.
Ora, invece, l’Ucraina è messa molto peggio di tre anni fa e chiede ancora armi risolutive, in questo caso missili potenti, sì, ma che darebbero a Mosca il pretesto per usare armi ben più pesanti in risposta.
Ma la realtà di Zelensky non è fatta di calcoli geopolitici, ma di trincee fangose, di sirene antiaeree, di vite spezzate. Una realtà che ha disegnando dopo che Boris Johnson lo ha convinto a rigettare gli accordi in Turchia del 2022.
Zelensky è appeso a un filo e attaccato alla poltrona perché sa che, finita la guerra, sarà finita anche la sua carriera politica. E, forse, non solo quella.
Si parla di pace sull’Ucraina, ma senza l’Ucraina. È un’eco spettrale di Yalta e di Monaco, ma è la dimostrazione che la guerra è combattuta in Ucraina, ma tra USA e Russia, come abbiamo sempre ricordato fin dal 2022.
E l’Europa?
L’Unione Europea accoglie la notizia con “cauta positività”.
È un balbettio diplomatico. È il suono dell’impotenza. Incapace di imporre una linea a un membro ribelle come l’Ungheria, per non aizzare i popoli europei che in ogni recente elezioni hanno votato contro la guerra, l’Europa è costretta ad assistere a un vertice che demolisce la sua stessa politica di isolamento di Mosca.
Un vertice che dimostra quanto l’Europa sia un’accozzaglia di paesi retti da nani di geopolitica in cui riesce perfino a spiccare – e a fare molto meglio di loro – uno come Orbán.
La cautela di questa Europa non è saggezza, come qualcuno potrebbe pensare, ma è la dimostrazione lampante della paralisi di chi si rende conto che le fondamenta della propria casa stanno cedendo, ma non ha alcuna competenza per poter fare qualcosa.
L’ECO DI BUDAPEST COME YALTA O MONACO?
Indipendentemente da ciò che verrà firmato, o non firmato a Budapest, qualcosa si è già rotto. L’azzardo di Orbán ha dimostrato che un singolo leader, agendo con spregiudicata determinazione, con coraggio e con una visione non comune nell’Europa odierna, può sfidare e incrinare l’intero edificio dell’ordine bellicista europeo.
Stiamo guardando in diretta la balcanizzazione dell’Occidente, con leader sovrani che tracciano le proprie rotte, ignorando il diritto internazionale e le alleanze storiche. Lo abbiamo visto in America con Netanyahu e lo vedremo anche in Europa con Putin.
Forse, anche i più sognatori si renderanno conto che al mondo comandano i più forti, come è sempre stato, e che le paci giuste non sono mai esistite, ma esistono sempre e solo negoziazioni tra presidenti alla guida degli eserciti più potenti. E basta studiare la storia per comprenderlo.
Mentre il mondo trattiene il fiato, sperando in un segnale di pace, – fatta eccezione per i leader europei più belligeranti e per chi ha interessi nelle fabbriche di armi – ciò che potrebbe emergere dalle nebbie del Danubio non è la pace, ma il profilo di un nuovo equilibrio di potere.
E la pace, se mai arriverà, sarà la resa non solo di territori, ma di principi. Quelli su cui, per settant’anni, abbiamo provato a costruire un mondo migliore.
Ma sono gli stessi principi morti con la pace di Gaza per cui tanti applaudono e festeggiano. Perché negli ultimi settant’anni abbiamo vissuto l’idea di una realtà parallela che è solo un sogno.
Tuttavia salvare vite, con o senza paci giuste impossibili, è la priorità, senza se e senza ma.
Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.
Secondo un’inchiesta del The Guardian, nel settembre 2023, mentre l’Ucraina combatteva per la sua sopravvivenza, un viaggio su un treno notturno diretto a Kiev ha reso critico il sostegno occidentale all’Ucraina.
O meglio: lo ha reso possibile e più lungo di quanto poteva essere.
I documenti trapelati ultimamente, noti come “The Boris Files”, non rivelano un tradimento, ma qualcosa che potrebbe essere più subdolo e insidioso, come la commistione tra servizio pubblico e il profitto privato.
Situazione che l’Italia ha conosciuto per un lungo periodo della sua storia, come dimostrato da Mani Pulite.
L’ex Primo Ministro britannico, Boris Johnson, paladino della causa ucraina, non era solo su quel treno. Al suo fianco, infatti, c’era Christopher Harborne, un finanziere e suo principale benefattore personale.
L’analisi dei documenti e la consultazione di fonti che trovate in calce dimostrano come il capitale politico di Johnson sia stato messo a servizio degli interessi di un donatore con dirette partecipazioni finanziarie nell’industria della difesa attiva nel conflitto tra Mosca e Kiev.
È l’evidenza di un modello operativo in cui la diplomazia di guerra si trasforma in veicolo per l’accesso e l’influenza privata, sollevando interrogativi fondamentali sull’integrità del supporto politico a Kiev e sulla natura del potere quando non sei più presidente e non rappresenti più nessun popolo.
LA TRANSAZIONE: UN MILIONE DI STERLINE PER COSA?
Il fulcro della relazione è una transazione da 1 milione di sterline che, nel novembre 2022, poco dopo aver lasciato Downing Street, Johnson ha registrato come donazione da parte di Harborne.
Il dettaglio che balza all’occhio, tuttavia, è il destinatario: non il Partito Conservatore, ma “The Office of Boris Johnson Ltd”, la sua società privata.
Come emerge dal registro degli interessi parlamentari, il pagamento è stato classificato in modo da aggirare le più stringenti normative sulle donazioni politiche dirette.
Gli avvocati di Harborne sostengono che il denaro servisse a sostenere l’impegno “nella politica tradizionale” di Johnson. Tuttavia, finanziando la sua struttura privata, la donazione ha di fatto sovvenzionato l’intera gamma di attività di Johnson, comprese quelle lucrative.
Questa somma, la più grande mai ricevuta da un singolo parlamentare britannico, non è stata beneficenza disinteressata, ma un investimento in un brand, il “Brand Boris”, il cui asset più prezioso in quel momento era il suo accesso illimitato e la sua credibilità presso i vertici del governo ucraino.
ACCESSO SENZA PRECEDENTI: IL “CONSULENTE” SUL CAMPO
Il ritorno sull’investimento si è materializzato a Kiev. Harborne non era un semplice accompagnatore. I documenti del forum Yalta European Strategy (YES) lo qualificano ufficialmente come “consulente dell’ufficio di Boris Johnson”.
Sotto questa veste, Harborne ha ottenuto un accesso altrimenti impensabile per un investitore privato.
L’itinerario trapelato specifica la sua partecipazione a incontri di altissimo livello, inclusa la sessione di apertura del forum YES, accanto a Johnson, prima di un incontro privato tra l’ex premier e il Presidente Volodymyr Zelenskyy.
Inoltre, il programma del viaggio includeva un “incontro a porte chiuse presso il centro di ricerca e sviluppo di tecnologia militare”. La presenza di Harborne in questo contesto è un palese conflitto di interessi.
Le fotografie lo ritraggono a Leopoli durante un incontro ufficiale tra Johnson e il sindaco Andriy Sadovyy, non come un membro dello staff in secondo piano, ma come una figura centrale al tavolo.
Di fatto, Johnson ha utilizzato il suo status di statista per accreditare il suo finanziatore privato all’interno del più sensibile apparato politico-militare di una nazione in guerra.
GLI INTERESSI SUL CAMPO DI BATTAGLIA
Perché Harborne era lì?
La risposta si trova nel suo portafoglio di investimenti. Harborne è il maggior azionista singolo (con circa il 13%) di QinetiQ, un appaltatore strategico della difesa britannica. Il legame tra QinetiQ e l’Ucraina non è speculativo, ma documentato e operativo.
Come confermato da comunicati ufficiali del Ministero della Difesa del Regno Unito, QinetiQ fornisce equipaggiamento cruciale alle forze armate ucraine, inclusi droni-bersaglio “Banshee” e robot per la disattivazione di ordigni.
Nel 2023, il Ministero della Difesa del governo britannico ha annunciato un programma in cui QinetiQ avrebbe fornito competenze e stampanti 3D per la produzione e riparazione di materiale bellico direttamente in Ucraina.
Harborne, quindi, non era un semplice osservatore né soltanto un accompagnatore di Johnson, ma un investitore con fortissimi interessi nel mercato della difesa ucraino, che ha potuto osservare da quella posizione privilegiata garantitagli dal suo legame con Boris Johnson.
LA CONVERSIONE DEL CAPITALE POLITICO: LA LETTERA DI REFERENZE
La prova finale di questa anomala simbiosi si trova in un documento datato 23 ottobre 2023. Si tratta di una lettera firmata da Johnson in cui scrive: “Scrivo a sostegno di Christopher Harborne… Mi ha accompagnato in un recente viaggio in Ucraina”.
Non si tratta di una semplice lettera di cortesia, ma di un atto formale in cui Johnson converte il suo capitale politico e la sua credibilità guadagnata sul campo ucraino in una garanzia spendibile per il suo benefattore.
Gli avvocati di Harborne l’hanno definita una “referenza morale”.
Nel linguaggio della politica e degli affari, è un’assicurazione, un sigillo di approvazione che apre porte e dissolve dubbi. Il suo scopo e i suoi destinatari rimangono non specificati, ma la sua funzione è inequivocabile.
UNA ZONA GRIGIA ETICA CHE CORRODE LA FIDUCIA
La reazione furibonda di Boris Johnson, che ha accusato i giornalisti di servire il Cremlino, è un tentativo calcolato di deviare l’attenzione dal nocciolo della questione.
La solita strategia, ormai nota, di dare del putiniano a chiunque ponga domande scomode e ragioni.
Il sostegno di Johnson all’Ucraina non è in discussione. Ciò che è in discussione è l’integrità di quel sostegno. Sono i motivi che lo hanno spinto a tanta magnanimità nei confronti di Kiev.
Quando un ex leader mondiale porta il suo più grande donatore, un investitore nel settore della difesa, in piena zona di guerra per incontri strategici, i confini tra alleanza e affare si sgretolano ed è opportuno indagare a fondo.
Perché si crea una pericolosa zona grigia in cui è impossibile distinguere dove finisce l’impegno per una nazione sovrana e dove inizi l’opportunità per un guadagno personale.
Questo episodio accende i riflettori su una situazione emergente in cui la politica estera e l’influenza di certi personaggi vengono privatizzate.
Un episodio che mina la fiducia non solo nel singolo politico, ma nel sistema che permette a tali conflitti di interesse di prosperare all’ombra della più grave crisi militare in Europa dalla Seconda Guerra Mondiale.
La causa ucraina merita un sostegno trasparente e inequivocabile, non uno contaminato dal sospetto che, per alcuni, la guerra sia anche un’opportunità di business. O esclusivamente business.
Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.
Da un lato, l’Europa annuncia un piano di riarmo mastodontico: 6.800 miliardi di euro. Provate a immaginare questa cifra in lire per rendervi conto della portata enorme di una simile politica.
Una cifra che la mente umana fatica a concepire. Dall’altro lato, i monitor di Wall Street lampeggiano di un rosso violento: le banche regionali americane crollano, bruciando miliardi in una singola seduta.
Due crisi. Due teatri. Apparentemente distanti.
Ma se vi dicessi che sono la stessa sinfonia? Che sono due movimenti, uno marziale e l’altro finanziario, dello stesso, inquietante spartito?
Sgombriamo il campo dalle narrazioni ufficiali.
Non stiamo assistendo a crisi spontanee, ma a una forma avanzata e perversamente geniale di governance attraverso l’emergenza, in cui il panico non è un effetto collaterale, ma lo strumento primario di governo. In entrambi i casi, una crisi indotta o permessa sta giustificando soluzioni pre-confezionate che orchestrano il più grande trasferimento di ricchezza pubblica verso élite private che la nostra generazione abbia mai visto.
II. “PRESERVING PEACE”: LA RETORICA DELLA GUERRA PER IL PROFITTO DELLA PACE
Iniziamo dall’Europa. Il nome del piano è un capolavoro di ingegneria linguistica orwelliana: “Preserving Peace”, Preservare la Pace.
Si preserva la pace spendendo quasi settemila miliardi in muri di droni, scudi spaziali e militarizzazione. È un ossimoro così sfacciato da rasentare la genialità. La sua funzione è chiara: anestetizzare il dibattito, neutralizzare il dissenso.
Il suo valore e la sua efficacia? Pari al famoso motto di Mario Draghi “volete la pace o i condizionatori?”
Ecco, appunto, a seguire queste strategie, non abbiamo né l’una né gli altri.
La giustificazione per questo piano folle, ci dicono, è la “minaccia russa”. Una minaccia persistente, sostiene Ursula von der Leyen, la stessa che s’è inventata l’attacco russo al suo aereo mai avvenuto. (Come dimostrato dal nostro articolo che trovate in fondo a questo).
Eppure, la stessa premier estone Kaja Kallas, una delle più accanite sostenitrici della linea dura, ammette candidamente che la Russia, oggi, non ha le capacità per lanciare un attacco all’Unione Europea. La minaccia, dunque, non è attuale; è una proiezione nel futuro, un’ipotesi strategica usata per legittimare un’azione economica immediata e colossale.
Un piano che devasterà i sistemi di welfare che fonda tutto su ipotesi, su supposizioni che non hanno alcun dato dimostrabile che non sia chiacchiera da bar.
E qui, dobbiamo seguire il denaro. Chi sono i beneficiari di questo fiume di denaro pubblico?
Non la pace, ma il complesso militare-industriale europeo e americano.
Questo non è un piano di difesa, ma il più grande programma di sussidi pubblici a un settore privato della storia recente. Si stanno dirottando le risorse che avrebbero dovuto finanziare welfare, sanità, istruzione e transizione ecologica direttamente nelle casse di appaltatori della difesa, cementando per il prossimo decennio il “vincolo atlantico” e la nostra dipendenza strategica da Washington, chiunque sieda alla Casa Bianca.
LA FARSA DELLA LIQUIDITÀ: COME INNESCARE UN INCENDIO PER CHIAMARE I POMPIERI
Ora spostiamoci in America. Le banche regionali crollano. La narrativa ufficiale ci parla di prestiti inesigibili, di fallimenti aziendali isolati come First Brands e Tricolor. Una spiegazione rassicurante e superficiale.
La realtà, come spesso accade, è più brutale e sistemica. Il problema non è un prestito andato a male, bensì il sistema stesso che sta finendo il carburante. È una crisi di liquidità.
Il grafico del Federal Reverse Repo. Questo strumento è la cisterna dove le banche e le istituzioni finanziarie parcheggiano la liquidità in eccesso, guadagnando un interesse sicuro dalla FED. Per anni, quella cisterna era stracolma, con oltre 2.000 miliardi di dollari. Oggi, come potete vedere, è quasi vuota. La liquidità in eccesso è finita. Prosciugata.
Grafico andamento 2020 – 2025
Come è stato possibile?
Da una parte, la Federal Reserve attua il suo Quantitative Tightening (QT), drenando metodicamente liquidità dal sistema.
Dall’altra, il Tesoro americano, per finanziare il suo deficit mostruoso, sta emettendo una valanga di titoli di Stato a breve termine, che offrono rendimenti allettanti. Le istituzioni, invece di parcheggiare i soldi alla FED, li usano per comprare questi nuovi titoli.
Il risultato è un prosciugamento forzato e accelerato. Le banche si trovano senza liquidità. E senza liquidità, un sistema basato sulla fiducia è un castello di carte. Questa è la vera causa dello “stress finanziario”.
Non è un incidente, ma una malattia cronica del sistema.
È la “trappola di Trump”: creare le condizioni per una crisi così acuta da costringere Jerome Powell a un’inversione a U. A smettere di combattere l’inflazione e a riaprire i rubinetti del “denaro facile”, un Quantitative Easing come unica droga che tenga in vita questo sistema finanziario a cui manca solo l’ora del decesso.
IL FILO ROSSO CHE LEGA ARMI E FINANZA
Vedete ora il filo rosso che lega Europa e Stati Uniti d’America? Lo schema è identico. È il modello “Problema-Reazione-Soluzione” applicato su scala globale.
In Europa il problema creato è la minaccia russa futura, visto che i cittadini non sono cascati nelle tante scemenze raccontate dal mainstream in questi anni, di pale, muli, droni e sconfinamenti.
Allora, il problema diventa come la nebbia di Totò, c’è, ma non si vede. La Russia attaccherà, ma non adesso, in futuro. Una narrazione che suscita come reazione la paura collettiva. Ed ecco che si offre la soluzione: 6.800 miliardi di euro al complesso militare-industriale.
In America, si crea una crisi di liquidità pilotata. Si suscita il panico per il crollo delle banche e si offre come soluzione un nuovo, massiccio Quantitative Easing che salverà il sistema finanziario.
In entrambi gli scenari, la soluzione non risolve la causa profonda, ma arricchisce un’élite. In entrambi i casi, le decisioni che dovrebbero essere al centro del dibattito democratico vengono prese in uno stato di emergenza, bypassando la volontà popolare.
Ci viene detto che dobbiamo scegliere tra le armi e la pace, “tra i condizionatori e la pace”, quando la vera scelta è tra il benessere dei cittadini e i profitti di pochi. Ci viene detto che dobbiamo salvare le banche
L’USCITA DAL LABIRINTO?
Il sistema che ci governa è uno zombie.
Per sopravvivere, ha bisogno di creare costantemente nemici esterni e crisi interne. È un ciclo insostenibile che può portare solo a due esiti: il collasso o un controllo sociale e finanziario sempre più totalizzante.
C’è una via d’uscita?
Sì, ma non è semplice.
La difesa dei cittadini richiede ciò che temono di più: un cittadino consapevole e che si informi da più fonti, non soltanto da quel giornalismo che, ormai da anni, non informa più, ma propaganda. L’unica arma di difesa che abbiamo è l’alfabetizzazione mediatica e finanziaria.
Dobbiamo imparare a decodificare il linguaggio del potere, a leggere tra le righe di un comunicato stampa, a interpretare un grafico finanziario. Dobbiamo chiedere trasparenza e responsabilità.
Il caos che vediamo non è affatto soltanto caos, ma una sinfonia suonata con precisione da musicisti che leggono uno spartito.
Comprendere quello spartito è il primo, fondamentale passo per smettere di ballare la loro musica e rivendicare il nostro ruolo di cittadini, non di semplici spettatori di una crisi che ci viene venduta come inevitabile per imporcela.
Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.
Mentre l’Europa chiede a Mosca di pagare per la terra bruciata di Kiev, su Gaza si glissa, un po’ come quando una donna conferma la sua età in un borbottio sommesso.
Eppure, c’è un odore che accomuna i campi di grano del Donbass e le macerie lasciate a Gaza. L’odore acre della terra violata. Della polvere di vite sbriciolate. Decine di migliaia di innocenti ammazzati, tra cui molti bambini.
È il lezzo chimico di un futuro avvelenato.
Ma la giustizia, oggi, è diventata un menù à la carte. E l’Europa sceglie la portata a seconda della convenienza. E il prezzo è dato da amicizie e opportunismo.
UCRAINA: LA FERITA APERTA D’EUROPA
La terra sanguina. Non è una metafora. In Ucraina, il conflitto ha scatenato un assalto sistematico all’ecosistema.
Parliamo di danni ambientali stimati tra i 65 e i 108 miliardi di euro. Un numero astratto, che si traduce in problemi concreti. Le miniere di carbone del Donbass, bombardate e abbandonate, stanno rilasciando metalli pesanti nelle falde acquifere.
Si tratta di un ecocidio silenzioso, una guerra combattuta non soltanto con i missili, ma anche con i veleni che filtrano lenti e inesorabili, condannando le generazioni future a bere e coltivare da una terra malata.
Abbiamo perso quasi 2000 chilometri quadrati di foreste, un’area grande quanto mezza Valle d’Aosta. Non sono solo alberi. Sono i polmoni di una nazione, regolatori climatici, filtri naturali che ora non esistono più. È una cicatrice indelebile sul volto del continente.
E poi c’è il conto della ricostruzione, un conto salato, da 524 miliardi di dollari secondo la Banca Mondiale.
81solo per ridare un tetto a chi l’ha perso. Settantacinque per ricostruire le arterie di una nazione: strade, ponti, ospedali. Le regioni orientali e meridionali, come Kharkiv, Donetsk, Lugansk, Zaporizhzhia, Kherson, sono epicentri di una distruzione che da sola vale 248 miliardi di dollari.
Di fronte a questa devastazione, la narrazione occidentale è monolitica, chiara, giusta nella sua premessa: la Russia, l’aggressore, deve pagare. I beni russi congelati sono il pegno, il primo acconto per un debito di guerra che è materiale e morale.
La linea è tracciata. C’è un colpevole. C’è una vittima. C’è un percorso per la giustizia.
Le repliche russe in merito all’accerchiamento della NATO vengono rispedite al mittente, perché il Diritto internazionale vieta l’uso della forza.
Applausi. Sipario.
Ma il mondo è più grande del palcoscenico europeo.
GAZA: ANATOMIA DI UN ANNIENTAMENTO
Spostiamo lo sguardo di qualche migliaio di chilometri a sud. Verso una striscia di terra lunga 41 chilometri. Un tempo, un luogo brulicante di vita, sebbene fosse una prigione a cielo aperto. Oggi, è diventat una tomba a cielo aperto.
A Gaza i numeri perdono di significato, diventano pornografia del dolore.
69.000 morti. Stime di organizzazioni internazionali, di medici e volontari umanitari di diverse parti del mondo ipotizzano numeri anche superiori al doppio.
Non meno di 160.000 feriti. 300.000 case distrutte, ovvero l’universo privato, i ricordi, il futuro di quasi due milioni di persone disintegrati.
La Banca Mondiale stima un costo di ricostruzione tra i 53 e gli 80 miliardi di dollari, ma come si può prezzare l’annientamento di una società a livello morale? Come si può quantificare il danno di questo genocidio?
37 milioni di tonnellate di macerie. È più del doppio del peso di tutte le piramidi di Giza. Rimuoverle richiederà decenni e produrrà 90.000 tonnellate di CO2, l’equivalente delle emissioni annue di una piccola città.
Chi pagherà per questo ulteriore danno all’ambiente?
Ma questo è solo l’inizio. Sotto quelle macerie si nascondono amianto, metalli pesanti, residui di ordigni. Un cocktail tossico che il vento solleva e la gente respira.
Le infrastrutture idriche e fognarie sono collassate, riversando liquami non trattati direttamente nel Mediterraneo. Non è un problema di Gaza. È un problema nostro, di tutto il bacino.
La guerra a Gaza ha avvelenato il nostro mare. L’80% del patrimonio arboreo di Gaza è stato cancellato. Alberi da frutto, ulivi secolari. Sradicati. Bruciati. Un deserto che avanza.
Questo non è un ecocidio. È la distruzione deliberata delle condizioni minime per la vita.
IL DOPPIO STANDARD DELLA BILANCIA MORALE
Eppure qui, la narrazione giustizialista europea si fa silenziosa. Esitante.
Per l’Ucraina, la richiesta di risarcimento è un imperativo morale, un pilastro del Diritto internazionale. Giusto.
E per Gaza?
Chi paga per Gaza?
La domanda resta sospesa in un vuoto assordante, riempito da distinguo geopolitici e bizantinismi diplomatici. Tanti, troppi, in Occidente applaudono oggi alla resa di Hamas, venduta come una “pace giusta”.
Certo, la fine del massacro è una vittoria per Trump e per l’umanità. Salva vite. Ferma il genocidio in atto. È un bene assoluto.
Qualunque pace è sempre meglio di qualsiasi guerra. E solo un cretino o chi ha interessi nelle fabbriche di armi può sostenere il contrario.
Tuttavia, Benjamin Netanyahu, l’architetto di questa devastazione, l’esecutore e mandante di quanto capitato a Gaza è un uomo ricercato dalla Corte Penale Internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità.
Non è un’opinione. È un atto formale dell’organo di giustizia globale che l’Occidente stesso ha contribuito a creare e che sostiene, a giorni alterni.
Per parlare di Putin, è il più alto tribunale al mondo. Per parlare di Netanyahu è una banda di depravati a cui affibbiare sanzioni.
Per l’invasore dell’Ucraina, sanzioni, armi agli aggrediti e mandati di cattura. Per il distruttore di Gaza, strette di mano, accordi di resa… di pace e guerra a chiunque dissenta e tifi per gli aggrediti.
Questa asimmetria non è solo un’incoerenza politica. È il crollo dell’architrave morale su cui dovrebbe reggersi l’ordine internazionale. È un messaggio devastante inviato al mondo: la giustizia non è cieca. Ci vede benissimo e ha un occhio di riguardo per gli amici.
RICOSTRUIRE SULLE MACERIE DELL’IPOCRISIA
Sia in Ucraina che a Gaza, la ricostruzione sarà un affare colossale, un orizzonte decennale che attirerà capitali pubblici e privati. Ma cosa ricostruiremo?
Palazzi, scuole, ospedali? Certo.
Ma se lo faremo senza ricostruire un senso di giustizia universale e morale, edificheremo solo castelli di sabbia su fondamenta di ipocrisia. Strade, palazzi città pronti a essere distrutti prossimamente.
La ricostruzione di Gaza, in particolare, rischia di diventare un paradosso crudele, un progetto “sostenibile” per un popolo a cui è stata negata la sostenibilità della vita stessa, finanziato da quegli stessi attori internazionali che sono rimasti a guardare mentre il territorio veniva raso al suolo.
E ancora stanno a guardare mentre Israele non rispetta gli stessi accordi di pace per cui tutti festeggiano come a Capodanno.
Ma se vogliamo essere giusti, non possiamo separare i mattoni dal Diritto. Non possiamo parlare di miliardi di euro ignorando i principi che dovrebbero governare le relazioni tra i popoli.
OLTRE I NUMERI, L’UMANITÀ
Lasciate perdere per un istante i miliardi, le tonnellate, i chilometri quadrati. Pensate a un bambino di Kharkiv che non può più giocare nel bosco dietro casa perché è pieno di mine. Pensate a un bambino di Gaza che beve acqua contaminata e respira polvere di amianto.
Ammesso che a casa abbia ancora genitori che lo aspettano e non siano tra le migliaia di vittime dell’esercito israeliano.
Le loro sofferenze non hanno nazionalità. Il loro futuro rubato non ha colore politico.
Il costo reale di queste guerre non è nei bilanci della Banca Mondiale, ma nell’erosione del nostro senso di umanità. È nella credibilità perduta di un sistema che predica regole e pratica eccezioni.
Il silenzio ha un prezzo.
E lo stiamo già pagando tutti. E il conto è sempre più salato.
Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.
Nella guerra di Israele contro Hamas, Iran, Siria, Libano, Yemen, hanno vinto tutti. In breve e non in maniera pedissequa.
Partiamo dal 7 ottobre 2023, quando i miliziani di Hamas sfondano le barriere protettive con Israele, uccidono 1200 israeliani e rapiscono 210 persone che poi diventano ostaggi. Stupri, decapitazioni, uccisioni indiscriminate, ma mirate colpiscono civili e militari israeliani.
Inevitabile, la rappresaglia israeliana, con conseguente invasione dei territori di Gaza, con bombardamenti indiscriminati che colpiscono inevitabilmente anche la popolazione civile generando una carneficina con oltre 60.000 morti.
Questo evento dà origine ad una escalation militare che coinvolge le milizie di Hezbollah con attacchi che partono dal Sud del Libano, colpendo anche la missione Unifil, dove sono dislocati i soldati italiani, con lanci di droni ed azioni belliche partite anche dal territorio dello Yemen e dell’Iran a difesa della causa palestinese.
Come si diceva, Israele ha bombardato la striscia di Gaza, lasciando sul terreno decine di migliaia di morti, secondo le stime del Ministero della Salute di Hamas.
La dirigenza dello stesso movimento ha comunque subito gravi perdite, ha preferito far morire i propri concittadini piuttosto che rimettersi ad un cessate il fuoco e riconsegnare gli ostaggi ancora in vita e i corpi dei deceduti per far cessare le armi e porre fine alla guerra con Israele.
Fino ai giorni nostri, per la verità fino ad oggi, 13 ottobre, con il rilascio degli ultimi ostaggi israeliani ancora in vita, e con il rilascio dei prigionieri di Hamas come contropartita, compresi 250 ergastolani, e soprattutto in attesa della seconda fase dell’esecuzione dei negoziati.
Quindi tutti i vincitori e nessun perdente. Siamo proprio sicuri che sia andata così?
Fra i vincitori vi è certamente il presidente degli Stati Uniti, Trump, che ha voluto fermamente questo risultato (ma i cui esiti finali sono tutt’altro che scontati e sicuri), convincendo Netanyahu e la Knesset, Il Parlamento monocamerale israeliano, che fosse la soluzione più conveniente per riportare a casa gli ultimi ostaggi ancora in vita.
Per quelli defunti ci vorranno ancora 14 giorni di ricerche in giro per la Striscia di Gaza per riconsegnarli alla pietà dei parenti.
Anche Netanyahu possiamo dire che sia fra i vincitori nonostante fosse compresso fra i ministri ultraortodossi del suo governo. Fra 1000 difficoltà, le sfuriate di Trump, che rischiava una ulteriore brutta figura dopo aver pensato che si potesse raggiungere un accordo di pace fra Hamas e Israele come fra Ucraina e Russia nel giro di qualche giorno, dopo il suo insediamento nello studio ovale, ora Netanyahu ne esce vincitore.
Era facile da prevedere che a Trump non sarebbero bastati un paio di giorni per risolvere le due vicende ormai incancrenite e molto pericolose soprattutto dal punto di vista politico.
Hanno vinto i paesi moderati arabi che hanno insistito per una accettazione del piano di pace in 20 punti proposto da Trump.
In primis Il Qatar, che ha ospitato molte tornate negative dei negoziati di pace, seguito dall’Egitto, che pure si è adoperato convintamente per fornire la propria mediazione e dove, va ricordato, passano i rifornimenti di viveri in superficie per la striscia di Gaza (e forse di armi che transitano attraverso i tunnel scavati da Hamas al confine con L’Egitto), e da un redivivo politico come Erdogan, il Presidente della Turchia.
Ma saranno presenti anche altri paesi come la Giordania, il Bahrein, l’Indonesia, l’Arabia Saudita, Gli Emirati Arabi UNITI, i primi ministri di mezza Europa, i plenipotenziari dell’UE, il primo ministro canadese, quello Armeno, quello Pakistano…
Hanno vinto i paesi europei che più sono stati vicini alla dimensione trumpiana rivendicando un ruolo anche per il dopo.
Al di là delle fughe in avanti inutili e spesso dannose, così come è stato per Macron, Starmer, Merz, Sanchez, forse, e qui oso, la vincitrice potrebbe risultare proprio Giorgia Meloni, paradossalmente, e in barba a Landini, il capo popolo italiano dell’ultima ora, con invenzioni di scioperi generali a favore di Hamas e non contro Israele, alla Sumud Flottilla…
Intendiamoci nessun “Osanna” per Meloni, ma c’è poco da scegliere in alternativa.
Meloni ha sempre mantenuto una visione coerente su questo tema ed è stata accusata da più parti di essere lo scendiletto di Trump. Ma Trump è il vincitore indiscusso, fino a questa tornata.
Quindi teniamoci la Meloni. Sembra che non ci sia niente di meglio. Ma se qualcuno preferisce Landini, Schlein o Conte, facciano pure. Intendiamoci, è una mia idea. Ma i fatti sono questi.
Nessuna giustificazione per i violenti che sono scesi in piazza, sbagliando, confondendo il target da colpire.
Viva gli oceanici cortei pacifici, magari senza bandiere di Hamas, che isolano gli infiltrati violenti.
Nessun perdente?
Pia illusione personale?
Penso proprio di sì. Purtroppo!
E allora chi sono i perdenti? Non vi viene in mente nessuno? A me sembra che siano più di 60.000 incolpevoli perdenti.
Giornalista pubblicista, esperto di Comunicazione e di arte concettuale. Laureato in Scienze Politiche, ha gestito Comunicazione e rapporti istituzionali di grandi gruppi industriali e istituzioni.
Il voto era fissato per il 14 ottobre, data cerchiata in rosso sui calendari di attivisti, ingegneri informatici e statisti.
Ma il voto al regolamento ribattezzato “Chat Control” è stato rinviato a dicembre, perché l’Europa, questa grande e fragile confederazione di storie e ideali, non è riuscita a guardarsi allo specchio e a decidere se vuole tornare a essere un faro della democrazia e dei popoli o proseguire sul controllo sociale in stile dittatura.
Non stiamo parlando di una direttiva secondaria, infatti. Stiamo parlando di una proposta che, con la nobile e inattaccabile scusa di proteggere i bambini, si prepara a installare un occhio onniveggente nelle nostre vite: le nostre conversazioni private e non solo.
IL CAVALLO DI TROIA NELLA NOSTRA TASCA
La chiamano “Child Sexual Abuse Regulation”, un nome rassicurante. Chi oserebbe opporsi?
Ma spogliata della sua veste retorica, la proposta della commissaria Ylva Johansson è un’architettura di sfiducia.
Un mandato, imposto per legge, che obbligherebbe ogni fornitore di servizi di messaggistica – da WhatsApp a Signal, da Telegram a Messenger – a distruggere il santuario che protegge la nostra intimità digitale: la crittografia end-to-end.
Il meccanismo è di una semplicità brutale.
Funziona così. Le aziende tecnologiche sarebbero costrette a integrare una “backdoor”, una porta di servizio, nel loro software. Una vulnerabilità deliberata.
Attraverso questa porta, algoritmi di intelligenza artificiale scandaglierebbero ogni singola parola, ogni foto, ogni video che inviamo. Anche quelli scambiati in una chat che credevamo sicura.
È l’equivalente digitale di un postino autorizzato dallo Stato ad aprire ogni busta, leggere ogni lettera, esaminare ogni fotografia di famiglia, prima di consegnarla al destinatario. Per la nostra sicurezza, naturalmente.
Questo non è un bug. È una feature. Uno spyware di Stato legalizzato, installato di default su miliardi di dispositivi.
E una porta di servizio, per sua stessa natura, non obbedisce a un solo padrone. Una volta creata, diventa un bersaglio. Per governi autoritari, per hacker al soldo del miglior offerente, per chiunque abbia le risorse per forzarla. Si apre una fessura per guardare i mostri e si finisce per spalancare un portale a tutti i demoni.
L’ILLUSIONE TECNOCRATICA DELLA SICUREZZA ASSOLUTA
Il vero dramma di Chat Control non è solo la sua natura invasiva, ma la sua profonda, quasi infantile, ingenuità tecnologica.
È il prodotto di una mentalità burocratica che crede di poter risolvere un problema sociale complesso, qual è la piaga degli abusi su minori, con una soluzione tecnologica totale. Una grave, pericolosissima sopravvalutazione delle capacità degli algoritmi.
Gli stessi addetti ai lavori suonano l’allarme. L’FBI, non esattamente un’organizzazione nota per il suo lassismo, ha avvertito il Parlamento Europeo: siamo già sommersi di segnalazioni, non abbiamo le risorse per gestire quelle attuali. Aggiungere un flusso indiscriminato di dati non aumenterebbe le nostre capacità di intervento. Li annegherebbe.
Il Chaos Computer Club, una delle più autorevoli comunità di hacker etici al mondo, ha fatto i conti. Anche con un ipotetico, e ottimistico, tasso di errore dell’1%, un sistema che analizza miliardi di messaggi al giorno produrrebbe decine di miliardi di falsi allarmi. Un rumore di fondo così assordante da rendere impossibile distinguere il segnale.
Non solo inutile, dunque, ma addirittura controproducente.
Si finirebbe per dare la caccia alla nonnina e allo zio che si scambiano foto private, a conversazioni ambigue tra amanti, a ironie fuori contesto tra amici, mentre i veri criminali, da sempre maestri nell’arte di eludere la sorveglianza, troverebbero nuovi e più oscuri canali per comunicare.
Stiamo costruendo la più grande rete a strascico del mondo per pescare un pesciolino, finendo per distruggere l’intero ecosistema marino.
IL MERCATO DELLA PAURA E LA SOVRANITÀ DIGITALE SVENDUTA
E qui, la lente si sposta dall’analisi sociologica a quella geopolitica ed economica. Chi costruirà questa colossale infrastruttura di sorveglianza?
L’Europa non possiede, oggi, la capacità tecnologica per farlo su questa scala. La risposta è ovvia: l’appalto finirebbe nelle mani dei giganti della Silicon Valley o di aziende collegate.
In un colpo solo, l’Unione Europea violerebbe i diritti fondamentali dei suoi cittadini e svenderebbe la propria sovranità digitale ad aziende private.
Affiderebbe le chiavi delle comunicazioni più intime di 450 milioni di persone a entità extra-comunitarie private, con tutte le implicazioni che ciò comporta in termini di spionaggio industriale e controllo geopolitico.
La verità è che Chat Control è l’apice di un modello di governance basato sul “mercato della paura”.
Si prende una paura legittima e sentita – la protezione dei più vulnerabili – e la si usa come leva per giustificare misure altrimenti inaccettabili. È un baratto avvelenato: cedete un pezzo della vostra libertà, e noi vi daremo un’illusione di sicurezza. Un’illusione costosissima, inefficace e che erode le fondamenta della società liberale.
L’ECOSISTEMA DELLA FIDUCIA: UNA VOLTA INFRANTO, IRREPARABILE
Forse è questo il punto. Il rinvio del voto e la spaccatura tra gli Stati membri, con la Germania contraria e un blocco ispano-francese a favore, non sono solo un intoppo procedurale, ma il sintomo di una frattura profonda.
La battaglia su Chat Control è una battaglia per l’anima del progetto europeo dei popoli e delle democrazie. Da un lato libertà e democrazia, dall’altro controllo totale, pernicioso e viscerale in stile cinese.
Una società dove ogni conversazione è potenzialmente sospetta è una società chiusa in una dittatura. È una società che inibisce il dissenso, che scoraggia la confidenza, che congela l’intimità.
Che ne sarà del giornalista che comunica con la sua fonte? Del paziente che si confida con il suo psicoterapeuta? Dell’avvocato che discute una strategia con il suo assistito? Che ne sarà di due amanti, di un genitore e un figlio, di due amici che si raccontano le loro paure più profonde?
Vivere sotto una presunzione di colpevolezza digitale cambia il nostro modo di essere umani. E cambia le regole del gioco, perché diventeremo tutti colpevoli e sorvegliati H24.
Il regolamento che gli stati membri dovrebbero recepire e convertire in legge non è stato approvato il 14 ottobre, ma non è stato nemmeno archiviato. Anzi, una nuova votazione è stata rimandata a dicembre.
La tregua è fragile. A dicembre, i leader europei saranno di nuovo chiamati a quella scelta. Sarà una scelta tra la scorciatoia autoritaria e il difficile, impervio sentiero della democrazia.
Tra la costruzione di un apparato di controllo digitale e la difesa di quello spazio di libertà, privato e inviolabile, senza il quale non può esistere né un cittadino, né una persona.
Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.
Un successo sentito per la presentazione del nuovo libro della scrittrice e pittrice di Castello di Annone (AT), Daniela Bussolino, nella splendida cornice di Casa delle Rondini.
Un pomeriggio dove le parole hanno incontrato l’arte, le emozioni hanno riempito la sala e l’impegno civico ha dimostrato che la cultura può, letteralmente, salvare una vita. Anzi, più d’una. E non soltanto metaforicamente.
CASTELLO DI ANNONE – Ci sono eventi che rimangono confinati tra le mura di una sala e altri che ne escono, lasciando un’impronta indelebile sul tessuto di una comunità.
La presentazione del nuovo libro di Daniela Bussolino, “Una storia d’amore a quattro zampette”, appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Domenica scorsa, 12 ottobre, in un’atmosfera calda e partecipata, il pubblico ha risposto con un entusiasmo che ha trasformato un semplice incontro letterario in un momento di autentica condivisione.
UN EVENTO CHE VA OLTRE LE PAGINE
La sala era gremita. Un silenzio attento, quasi vibrante, ha accompagnato le letture dei passi più toccanti del libro.
Non un semplice pubblico, ma una platea di anime pronte a catturare segreti dal racconto della coniglietta Cristal, protagonista di una storia che parla un linguaggio universale.
Daniela Bussolino, affiancata dai relatori, ha guidato i presenti attraverso un viaggio che parte dalla fragilità della nascita per arrivare alla potenza rigeneratrice dell’amore, toccando temi profondi come il lutto, la rinascita e quel legame spirituale che ci unisce ai nostri compagni animali.
Dunque, anche un dualismo uomo-ambiente che ci riporta a un vivere più rispettoso del pianeta, più civile e più maturo.
La narrazione, raccontata dal punto di vista della coniglietta, si è rivelata una scelta stilistica potente e immersiva.
Il libro parla di fiducia dopo il trauma, di gelosia superata, della saggezza di un cuore che impara a capire che l’amore non si divide, ma si moltiplica.
E poi, il colpo di scena finale, che, tuttavia, non sveliamo certamente in questo articolo, ma invitiamo a leggere il libro, che, in fondo, è un messaggio di speranza che ha visibilmente commosso molti dei presenti alla prima presentazione ufficiale.
QUANDO L’ARTE LASCIA UN SEGNO… ANCHE SUL LIBRO DELLE FIRME
A rendere unico l’evento è stata quell’alchimia rara che si crea quando un autore è anche un artista.
Daniela Bussolino non ha solo firmato copie, ha ispirato creatività grazie al fatto che è anche una pittrice che ha esposto le sue opere in diverse località sul pianeta: Roma, Venezia, Parigi, Barcellona, Dubai, New York…
La prova più bella e inaspettata è arrivata dal libro delle dediche. Tra una firma e l’altra, gli ospiti hanno lasciato dei disegni, schizzi di coniglietti, cuori, piccoli ritratti e caricature.
Un gesto spontaneo e meraviglioso, un omaggio all’anima poliedrica della scrittrice Daniela Bussolino e un modo per entrare in sintonia con lo spirito giocoso e profondo del libro. Quella pagina bianca è diventata una piccola opera d’arte collettiva, specchio di un pomeriggio in cui l’immaginazione ha avuto la meglio.
UN CUORE CHE BATTE PER LA COMUNITÀ: DALL’ARTE AL DEFIBRILLATORE
Ma l’impatto di Daniela Bussolino su Castello di Annone va ben oltre la letteratura. La giornata è stata anche l’occasione per ricordare un altro, importantissimo traguardo, giunto grazie all’impegno dell’autrice per la comunità del suo paese.
Infatti, grazie ai proventi della sua precedente mostra d’arte personale, “La Danza dei Colori”, è stato possibile donare al Comune un defibrillatore (DAE), oggi installato e a disposizione di tutti i cittadini.
È questo il filo rosso che lega le diverse sfaccettature dell’espressione artistica di Daniela Bussolino: la ferma convinzione che la cultura e l’arte non siano fini a sé stesse, ma strumenti potentissimi per generare valore sociale.
Un libro che parla di un cuore che ama, un’artista che dona un dispositivo salvavita che fa ripartire i cuori. Una metafora perfetta del suo operato.
UN SUCCESSO CHE PARLA ALL’ANIMA
L’evento si è concluso con foto di gruppo, sorrisi e la sensazione condivisa di aver partecipato a qualcosa di speciale. Il successo di “Una storia d’amore a quattro zampette” non si misura solo nel numero di copie vendute, ma nell’onda di affetto che ha saputo generare.
Daniela Bussolino ha dimostrato ancora una volta di saper parlare direttamente all’anima del suo pubblico, creando ponti tra il mondo umano e quello animale, tra la narrazione e la vita reale, tra le percezioni e le emozioni generate, tra l’espressione artistica e il bene comune.
Un trionfo meritato, che lascia Castello di Annone più ricco di storie, di emozioni e di speranza.
C’è del metodo nelle supercazzole che ci raccontano. Non c’è dubbio.
D’altronde, sono professionisti. C’è stato un tempo in cui facevano informazione.
O forse, più semplicemente, c’è solo follia e bisognerebbe prescrivere psicofarmaci a volontà.
La cronaca propagandata nelle ultime ore, quella che dovrebbe informarci sui destini del mondo, somiglia sempre più a un remake non autorizzato di un vecchio film a episodi, con Enrico Montesano.
Ricordate? Ne abbiamo già scritto. Il copione della propaganda occidentale è sempre più simile a Io Tigro, Tu Tigri, Egli Tigra, film a episodi in cui un manipolo di bersaglieri italiani, smarriti durante un’esercitazione, entra per sbaglio in Svizzera per comprare sigarette.
Per una serie di esilaranti equivoci e per l’incapacità del personaggio interpretato da Montesano, si generano panico nazionale, coprifuoco, l’annuncio televisivo di “tre milioni di soldati italiani” pronti a conquistare Bellinzona.
Una farsa. Da ridere a crepapelle, se non fosse che oggi, con comici infinitamente meno talentuosi, stiamo mettendo in scena lo stesso copione. Solo che non si ride più.
Perché la Svizzera, oggi, è l’Europa intera. E i bersaglieri, beh, sono russi. Ovviamente.
IL CASUS BELLI PER LA GUERRA ALLA RUSSIA: SETTE UOMINI E UNA STRADA DI CAMPAGNA
Tenetevi forte. È successo un fatto gravissimo.
Una di quelle azioni di guerra che tengono svegli la notte i generali della NATO e fanno vendere copie ai giornali che ancora usano la carta. In Estonia, le autorità locali hanno temporaneamente chiuso un tratto di strada al confine con la Federazione Russa.
Chiuso. Sbarrato.
Ma perché?
Le prodi guardie di frontiera, hanno avvistato sette (7) militari russi. Armati. Al di là del confine, in territorio russo. Cioè a casa loro.
Speriamo che i russi non abbiano avvisato i rispettivi superiori di aver avvistati militari estoni in territorio estone, altrimenti è la fine ed entriamo in guerra.
Sette. Soldati. Russi. Sul. Territorio. Russo.
Roberto Micozzi (Alias Enrico Montesano) la leggerebbe come una provocazione intollerabile. Una minaccia diretta alla sicurezza dell’Alleanza Atlantica.
Sette uomini, probabilmente i sette cavalieri dell’apocalisse in incognito, Rambo super addestrati e implacabili che osano passeggiare armati a casa loro.
E noi, dall’altra parte del filo spinato, abbiamo giustamente reagito chiudendo un chilometro di asfalto. Una mossa strategica di rara arguzia, un segnale inequivocabile a Putin: non ci farete paura. Almeno non su quella specifica striscia di catrame.
Anche se i sette, probabilmente, curano le ferite dandosi fuoco e mettono in scacco migliaia di uomini con del filo di ferro e qualche granata.
È la dottrina della deterrenza di Bellinzona: loro cercano sigarette, noi chiudiamo il tabaccaio. Geniale.
L PRECEDENTE POLACCO: CACCIA AL DRONE DI POLISTIROLO
Questa psicosi, del resto, non nasce dal nulla. È figlia di una narrazione coltivata con cura, innaffiata ogni giorno da dispacci di agenzia e analisi da salotto televisivo.
Ricordiamo, solo poche settimane fa, l’intera NATO in subbuglio per una ventina di droni di polistirolo lanciati sulla Polonia. Oggetti da mille euro, forse meno.
La risposta NATO è stata affidata a caccia militari in decollo immediato, missili da svariati milioni di euro per abbattere giocattoli che, beffardamente, hanno causato più danni autoinflitti dai missili di quei caccia – tetti sfondati, conigliere centrate in pieno – che altro.
Abbiamo dimostrato al mondo di essere disposti a spendere il PIL di una piccola nazione per disintegrare un aeromodello. Non è magnifico? Questo non è solo potere militare, è una dichiarazione di intenti economici. Una performance artistica sul tema dello spreco, finanziata dal contribuente.
E alla faccia delle politiche green. O i caccia vanno a pannelli solari?
DALLA REALTÀ ALLA “FASE ZERO”: LA GUERRA PSICOLOGICA (SU DI NOI)
Ma non temete, c’è una spiegazione accademica a tutto questo. I think tank, quegli oracoli moderni pagati per dare un nome altisonante al panico, l’hanno battezzata “Fase Zero”. Roba da ridere a crepapelle, se fosse un remake del film con Montesano.
Secondo l’Institute for the Study of War (ISW), questi non sono incidenti isolati, ma attacchi ibridi, segreti e palesi – rileggete: segreti, ma palesi – con cui la Russia prepara le “condizioni informative e psicologiche” per una futura, inevitabile, guerra contro la NATO.
Guerra che la Russia dovrebbe portare avanti armata solo di pale, a dorso di muli e con l’economia al collasso, secondo le notizie che ci danno gli stessi narratori di supercazzole.
È una costruzione narrativa sublime.
I sette soldati non erano di pattuglia, ma stavano “plasmando la percezione psicologica” degli estoni. I droni in Polonia non erano semplici incursioni, bensì “operazioni informative cinetiche”.
Grazie a questa neolingua da manuale di controspionaggio, ogni evento, per quanto insignificante, diventa una tessera del mosaico del male.
Il nemico perfetto, invisibile ma onnipresente, segreto ma palese. Così palese che, a volte, sono i nostri stessi missili a colpire il nostro territorio, ma la colpa è sempre e comunque di Mosca. Vuoi mettere?
IL RIARMO EUROPEO: UNA CORSA AGLI ARMAMENTI SENZA BERSAGLIO (O QUASI)
E a chi giova tutto questo teatro dell’assurdo?
La risposta è sempre la stessa: al complesso militare-industriale.
Mentre ci si spaventa per sette bersaglieri in libera uscita, l’Europa si lancia in un riarmo da 800 miliardi, puntando al 5% del PIL per le spese militari.
Ma quale Europa? Quella unita? Macché.
La Germania si azzuffa con la Francia sui carri armati del futuro, l’Italia cerca di piazzare i suoi pezzi e ogni nazione gioca la sua partita per assicurarsi una fetta della torta.
Non si sta costruendo un esercito europeo, si sta alimentando una dozzina di industrie nazionali in competizione tra loro nel nuovo business, dopo che von der Leyen e la sua commissione hanno affossato l’automotive per costruire automobiline a batterie.
Pertanto, la minaccia russa è puro marketing, diventa il più grande spot pubblicitario della storia per la vendita di armi. Un mercato, non una difesa. E noi paghiamo il biglietto.
MENTRE LA LOGICA VA IN LICENZA PREMIO E CI VENDONO COMICITÀ SPACCIANDOLA PER REALTÀ
Il punto, sociologicamente devastante, è che tutto questo funziona. Funziona perché, forse, la nostra capacità collettiva di discernimento è stata erosa. Fritta. Bruciata da anni di scroll infinito su TikTok, Facebook e Instagram, dove la soglia di attenzione di un pesce rosso è un lusso e la complessità è nemica del like.
Se un video di 15 secondi è troppo lungo per arrivare al punto, se perfino le basi della logica sono equazioni che riempiono una lavagna, se le basi della conoscenza storica mancano palesemente, come possiamo pretendere di analizzare uno scenario geopolitico?
Allora, è più facile, più comodo, accettare la favola. Il buono contro il cattivo. I tre milioni di bersaglieri alle porte.
Mentre giustifichiamo la distruzione di Gaza con la presunta scarsa qualità dei materiali edili di Hamas – un’argomentazione che meriterebbe un posto d’onore nel museo della disonestà intellettuale, e, magari, anche in qualche cella, in rispetto del Diritto internazionale – e ci prepariamo a una guerra totale per sette soldati che passeggiano nel bosco di casa loro, il dubbio sorge spontaneo.
Forse, come nel film, anche loro volevano solo delle sigarette. Volevano solo chiedere un’indicazione.
Ma nessuno, a quanto pare, parla più la lingua del buonsenso, ma chi comanda ha in mano calcolatrici e aziende di armi da mandare avanti.
E questa, signori, è l’unica, vera, terrificante minaccia che dovremmo temere.
Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.
La prima vittima della guerra è la verità. È un adagio inflazionato, quasi banale nella sua ripetitività.
Ma la verità non viene semplicemente uccisa, bensì clonata, sfigurata e schierata in battaglia come un esercito di fantasmi. Oggi la nebbia della guerra non è fatta solo di fumo e polvere da sparo, ma di un’incessante foschia informativa, un’architettura della percezione costruita con perizia non soltanto per “manovrare” le nostre opinioni, ma le nostre stesse fondamenta morali. I nostri stessi valori.
Stiamo combattendo una guerra per procura che è soprattutto emotiva, dove il campo di battaglia è la nostra mente.
L’errore fondamentale è credere che questo sia un gioco a due. Beh, non lo è.
IL TEATRO DELLE FAKE NEWS: UN PALCOSCENICO A SENSO UNICO
Analizziamo il copione. È semplice, quasi rassicurante nella sua prevedibilità.
Da un lato del palcoscenico, abbiamo il “Cattivo”: la Russia.
Le sue affermazioni vengono etichettate, inscatolate e vendute come “fake news”. Sempre e comunque.
Un esempio da manuale è la notizia, attribuita a fonti russe, secondo cui il presidente Zelenskyy trasferirebbe 50 milioni di dollari al mese in un conto saudita.
È una storia grossolana, facilmente smontabile, una caricatura della disinformazione che serve a rafforzare la nostra convinzione secondo la quale loro mentono. È un’operazione che ci rassicura. Ci conferma nel nostro ruolo di spettatori illuminati.
Dall’altro lato del palco, c’è l'”Eroe”: l’Ucraina, sostenuta dall’Occidente, cioè noi, i buoni, sempre e comunque.
Le sue narrazioni, per quanto straordinarie, vengono accolte con un’accondiscendenza quasi reverenziale.
Kiev annuncia di aver eliminato 1.240 soldati russi in un solo giorno. Il numero è vertiginoso, quasi inconcepibile in termini umani, ma viene assorbito nel flusso mediatico senza il minimo scetticismo critico.
Non è “fake news”, in questo caso, ma un bollettino di guerra. Dimentichiamo per un istante le famiglie dietro quei numeri, la logistica di una simile ecatombe.
La cifra non serve a informare, ma a costruire l’immagine di un nemico fragile, sull’orlo del collasso, e di un eroe che resiste con una forza sovrumana.
Questo non è giornalismo, ma la costruzione di un mito funzionale allo sforzo bellico. E noi, consumatori di notizie, diventiamo involontariamente custodi e, al tempo stesso carburante, di quel mito.
IL MERCENARIO CUBANO E L’EMBARGO: QUANDO LA NOTIZIA SERVE L’AGENDA
Qui la faccenda si fa più sottile, e infinitamente più interessante. Spunta una notizia, veicolata da una testata tedesca che cita l’intelligence ucraina, di 25.000 soldati cubani in procinto di combattere per la Russia. Non bastavano i nordcoreani.
Una cifra enorme, un potenziale sconquasso sul campo. Ma la vera storia non è nel numero. La vera storia è nella sua funzione.
Quasi simultaneamente, apprendiamo che questa stessa informazione viene utilizzata dal Dipartimento di Stato americano come argomento per opporsi a una risoluzione ONU che chiede la fine dell’embargo contro Cuba.
Ma dai, che coincidenza!
L’argomentazione è chiara: come possiamo allentare la presa su un regime che sostiene attivamente lo sforzo bellico del nostro avversario?
La notizia, assolutamente non verificata, diventa tuttavia strumento e l’informazione si fa leva politica.
Non importa più se i 25.000 cubani siano una stima realistica, un’esagerazione strategica o una completa invenzione. Ciò che conta è la sua utilità geopolitica.
Smascherare questa notizia non significa assolvere la Russia o Cuba, ma esporre il meccanismo per cui un’affermazione, indipendentemente dalla sua veridicità, viene immessa nel sistema informativo per raggiungere un obiettivo politico ed economico preesistente.
È un’operazione di ingegneria narrativa che collega direttamente il campo di battaglia ucraino alle complesse dinamiche delle sanzioni internazionali, un filo invisibile che unisce un soldato a Donetsk con un diplomatico a New York.
IL SUPERMERCATO DI DONETSK E LA MORALE A GEOMETRIA VARIABILE
La guerra della percezione raggiunge il suo apice quando si parla di vittime.
Un missile russo su un condominio a Kiev è, giustamente, un crimine di guerra. Un’atrocità. Un atto barbaro. Ma quando un drone ucraino, come riportato da blogger filo-ucraini e ripreso da fonti occidentali, incendia un supermercato a Donetsk, in territorio occupato, è un atto di guerra. Non è un crimine. Perché Mosca è cattiva e ha aggredito. Kiev si difende.
E al diavolo la storia degli ultimi trent’anni. Perché la narrazione della nostra propaganda dice che la guerra è cominciata nel 2022 e noi siamo i buoni, perciò è così.
Perciò il drone sul supermercato viene presentato come un successo.
In questa narrazione, non ci sono civili. Non c’è la cassiera, il padre di famiglia che fa la spesa, il ragazzo che sistema gli scaffali.
L’edificio, un semplice supermercato, diventa un obiettivo militare de-umanizzato. L’atto stesso, identico nella sua essenza a quello compiuto dalla parte avversa, viene trasmutato da “crimine” a “operazione tattica”.
Nessuna menzione delle potenziali vittime civili, nessuna indignazione. Solo un silenzio assordante.
Questo è il doppio standard nella sua forma più pura e letale. È una licenza morale che concediamo a una parte e neghiamo all’altra, basandoci non sui fatti, ma sulla nostra affiliazione emotiva e politica.
La geografia della compassione viene ridisegnata dai confini del fronte. Le vite da una parte della linea hanno un peso, quelle dall’altra diventano un danno collaterale accettabile, se non addirittura un motivo di vanto per i “successi” militari. Perché gli altri sono aggressori.
OLTRE LA PROPAGANDA: L’EROSIONE DELLA FIDUCIA E IL COSTO DELLA VERITÀ PARZIALE
“Fare la guerra alle fake news russe” è uno slogan seducente, ma pericolosamente incompleto, poiché implica che la verità sia un territorio occupato da un solo nemico. La realtà è che il campo della verità è stato minato da tutte le parti in conflitto.
Ogni notizia, ogni bollettino, ogni smentita non richiesta diventa un’arma.
Il costo finale di questa guerra narrativa non è la vittoria di una propaganda sull’altra, ma l’erosione totale della fiducia. La fiducia nei media, nei governi, nelle istituzioni. Quando ogni informazione deve essere decodificata per capire quale agenda politica stia servendo, il cittadino smette di essere un soggetto informato e diventa un analista perennemente sospettoso, perso in un labirinto di specchi.
La nostra capacità di discernere il vero dal falso si atrofizza. E in questo vuoto, prosperano l’estremismo, il cinismo e l’apatia.
La vera sfida, dunque, non è scegliere quale propaganda consumare, ma riconoscere la propaganda in ogni sua forma, anche e soprattutto quando lusinga le nostre convinzioni. Significa applicare lo stesso rigoroso scetticismo a un comunicato del Cremlino e a un report di un think tank atlantista. Significa chiedere prove, contestualizzare le notizie, interrogarsi sulla loro funzione prima ancora che sul loro contenuto.
Perché nel silenzio della verità, il rumore più assordante è quello delle nostre certezze che si frantumano. E forse, solo da quelle macerie possiamo iniziare a ricostruire un’informazione degna di questo nome e la propaganda dell’aggressore e dell’aggredito che non tiene conto della storia e dei fatti.