IL MONDO SCEGLIE ALTRE STRADE E CONDANNA L’EUROPA A ESSERE UNA MALINCONICA PERIFERIA

Due immagini prendono a schiaffi l’Europa.

Nella prima, la stretta di mano alla Casa Bianca tra Donald Trump, l’incarnazione del pragmatismo brutale americano, e Viktor Orban, il ribelle d’Europa.

L’oggetto del contendere sono petrolio e gas russi.

Orban li definisce una “realtà fisica”. Trump annuisce. Perché nella geopolitica, la realpolitik ha sempre la precedenza sulle dichiarazioni di principio.

Nella seconda immagine, rileviamo il fischio di un treno. Ma non un treno qualunque, bensì il primo convoglio merci che da Mosca, attraversando deserti e steppe dell’Asia Centrale, arriva in Iran.

Non trasporta solo decine e decine di container, ma il futuro. È il primo vagito di un’infrastruttura colossale, il Corridoio Internazionale di Trasporto Nord-Sud (INSTC), un serpente d’acciaio lungo 7.000 chilometri destinato a collegare San Pietroburgo a Mumbai, bypassando l’Europa, i suoi porti, i suoi canali, le sue regole. Le sue sanzioni.

La sua economia. Di fatto un corridoio che isola l’Europa da buona parte di Asia.

Questi non sono due eventi separati, ma rintocchi di una stessa campana a morto. Quella che suona per l’Europa.

LA GRANDE ILLUSIONE: QUANDO LA MORALE DIVENTA UNA GABBIA DORATA

La progressiva trasformazione della politica europea in un esercizio di autocompiacimento narrativo sta producendo disastri e danni di proporzioni atomiche.

Bruxelles non governa più la realtà e produce comunicati stampa su come la realtà dovrebbe essere. I suoi leader vivono su un mondo parallelo, che non esiste. Sono rimasti nella dimensione di Joe Biden e dei suoi amici immaginari.

L’Europa ha costruito se stessa su democrazia, diritti, sostenibilità, ma si è chiusa dentro una bolla, convinta che il resto del mondo sarebbe venuto in pellegrinaggio.

Una bolla in cui quegli stessi diritti democratici non sono più garantiti. Non se poni domande scomode e non ti allinei ai pensieri dominanti, come accaduto a Ranucci, a Baldan e a Nunziati.

Una bolla in cui vige la censura dolce, per cui, se poni domande scomode e pubblichi inchieste che non piacciono a chi comanda, ti licenziano, ti bruciano l’auto, ti chiudono tutti i conti.

Ma il mondo non è venuto in quella bolla. Ha semplicemente costruito altre strade sul mondo reale.

L’incontro Trump-Orban è la crepa che svela l’ipocrisia del sistema. Mentre la leadership europea si flagella per ogni metro cubo di gas ancora acquistato, condannando l’Ungheria come un eretico, il presidente americano liquida la questione con una scrollata di spalle.

Perché Trump, come ogni imprenditore che non ragioni come Kallas o von der Leyen, sa che il bilancio viene prima del comunicato stampa.

Orban non sta facendo un’affermazione ideologica in stile Commissione europea, ma sta leggendo una riga del suo conto economico nazionale. La dipendenza dal gas russo non è un’opinione, ma un dato di fatto. È una “realtà fisica” incontrovertibile.

L’Europa, invece, ha scelto di abitare in una “realtà normativa” in cui le norme sono stabilite senza logica e senza tenere conto della realtà del mondo e dei fatti.

Un luogo incantato dove le sanzioni dovrebbero funzionare per decreto, dove le supply chain si riorganizzano con la forza della volontà e dove la Russia dovrebbe crollare sotto il peso della nostra indignazione.

È un’illusione confortante che dimostra tutta l’incompetenza della leadership europea.

Perché le fabbriche non funzionano con le illusioni. Le famiglie non pagano le bollette con l’indignazione.

La realtà non si cambia perché Kallas e von der Leyen lo impongono.

L’AUTOSTRADA DELLA SETA D’ACCIAIO CHE UCCIDE LE IMPRESE EUROPEE

E mentre l’Europa discute di etica, la Russia e l’Iran costruiscono ferrovie.

Pensateci.

Il Corridoio Nord-Sud non è solo una rotta commerciale alternativa, ma un bypass cardiaco impiantato nel corpo dell’economia globale per escludere un’arteria malata: l’Europa.

Un corridoio che costa il 30% in meno rispetto a passare per Suez. È più veloce di 20 giorni. E, soprattutto, è a prova di sanzioni. È un ecosistema chiuso, autosufficiente, che collega un fornitore di materie prime (Russia) con un hub manifatturiero e tecnologico (India) attraverso un corridoio strategico (Iran, Asia Centrale).

Cosa significa questo per un’azienda europea?

Significa la morte perché i medici a cui si è rivolta sono ciarlatani.

Significa che un’azienda manifatturiera tedesca, che già lotta con costi energetici folli a causa di politiche miopi, dovrà competere con un’azienda indiana che riceve materie prime e componenti a un costo logisticamente inferiore del 30% e con tempi di consegna dimezzati.

Significa che il porto di Rotterdam o di Amburgo, un tempo fulcro del mondo, diventeranno progressivamente stagni secondari, mentre il traffico merci globale si sposta sulle rotte caspiche e persiane.

Significa che l’imprenditore italiano che produce macchinari d’eccellenza si troverà tagliato fuori da mercati in crescita esponenziale, perché le nuove autostrade del commercio non passano più dal suo giardino.

L’Asia sta costruendo il futuro del mondo. Un futuro in cui l’Europa sarà il nuovo deserto economico.

Questa non è una previsione. È matematica. Ogni container che viaggia su quei binari è un chiodo sulla bara della competitività europea. Noi abbiamo offerto al mondo i nostri valori. Loro hanno offerto un prezzo migliore.

Indovinate cosa sceglie il mercato?

L’ISOLAMENTO NON È UNA POLITICA. È UNA CONSEGUENZA.

L’Europa, nel suo sforzo di isolare la Russia, sta realizzando il proprio perfetto isolamento. Ha trasformato la propria geografia, un tempo un vantaggio strategico che la poneva al centro delle rotte mondiali, in una debolezza. È diventata un’isola normativa in un oceano di pragmatismo.

Il problema non sono le decisioni in sé. Le sanzioni possono essere uno strumento legittimo. Il problema è l’assenza di una visione strategica su ciò che accade dopo. È il non conoscere la situazione reale del mondo e il posto sempre più isolato e di poco conto dell’Europa.

Cosa facciamo quando l’avversario non si limita a subire, ma reagisce costruendo un sistema alternativo che ci rende irrilevanti?

Di certo, la risposta non può essere rendere più difficile i visti sui passaporti russi. Perché, se scegli di imbarcare disperati che chiedono sussidi e neghi l’ingresso a turisti e manager che portano soldi, non sei solo incompetente, ma un pazzo criminale da arrestare per alto tradimento.

La risposta di Bruxelles è stata più burocrazia, più simile a quella del pazzo criminale, più regolamentazione, più dichiarazioni di principio. È come cercare di fermare un treno in corsa applicando il codice della strada.

Quello che stiamo osservando non è solo uno spostamento di assi geopolitici, ma sta avvenendo qualcosa di più profondo, di più umano. È la storia di un continente che, ubriaco della propria superiorità morale e culturale, ha dimenticato le regole fondamentali della sopravvivenza economica e strategica.

Ha dimenticato che il potere non deriva da ciò che dici, ma da ciò che controlli: rotte, risorse, tecnologia.

E mentre noi controlliamo sempre meno, altri costruiscono e fanno in modo che controlliamo ancora meno.

E il fischio di quel treno, in lontananza, non è solo il suono del commercio, ma la sinfonia del futuro.

Un futuro in cui, per le nostre aziende e per i nostri figli, l’Europa sarà solo una irrilevante periferia.

Fonti:

Ecco la lista delle fonti con i relativi link per la notizia sul primo treno merci russo diretto in Iran e il corridoio di trasporto Nord-Sud:

  1. Agenzia Nova – Iran: arrivato ad Aprin primo treno merci dalla Russia
    https://agenzianova.com/iran-arrivato-ad-aprin-primo-treno-merci-dalla-russia/
  2. Green Report – La rotta alternativa al Canale di Suez che passa da Iran e Asia centrale
    https://greenreport.it/la-rotta-alternativa-al-canale-di-suez-che-passa-da-iran-e-asia-centrale/
  3. ICE Italia – La Russia avvia la costruzione del corridoio di trasporto chiave dell’Iran
    https://ice.it/it/news/russia-avvia-la-costruzione-del-corridoio-di-trasporto-chiave-delliran
Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

LA GUERRA DEI DUE VOLTI, IL COLLASSO UCRAINO E IL FANTASMA CHE RIARMA L’EUROPA

Mentre il fronte di Kiev si sbriciola sotto la pressione russa e la popolazione gela al buio, l’Occidente viene nutrito con la narrazione di una minaccia imminente per giustificare un riarmo da migliaia di miliardi.

Le due verità, però, non possono coesistere. Si tratta di una dissonanza cognitiva orchestrata, la più grande operazione di ingegneria del consenso dai tempi della Guerra Fredda.

C’è una verità che si misura in metri di fango conquistati e un’altra che si misura in miliardi di euro stanziati, due realtà parallele, due narrazioni inconciliabili che definiscono oggi il più grande conflitto sul suolo europeo dal 1945.

Da un lato, il gelo e il caos di un’Ucraina al collasso. Dall’altro, il rimbombo mediatico di una Russia pronta a invadere la NATO, ma senza che ci diano un motivo che non sia quello proposto da un eroe da grappino al bar.

“Domani.”

Una parola sola, lapidaria, pronunciata da un generale tedesco. La Russia potrebbe lanciare un attacco su scala ridotta contro un paese NATO. Domani. E un attacco su larga scala entro il 2029.

Questa affermazione, se non fosse tragica, rasenterebbe il ridicolo. Una comicità fantozziana.

È un capolavoro di comunicazione strategica, mirato a scuotere le coscienze e, soprattutto, ad aprire i portafogli. Ma cozza violentemente, brutalmente, contro la realtà che emerge dal campo di battaglia ucraino e dall’effetto “dirompente” delle nostre sanzioni.

Per comprendere questa dicotomia, dobbiamo sporcarci gli stivali e andare lì, dove la guerra è fatta di carne e acciaio, non di conferenze stampa e propaganda.

LA VERITÀ DAL FANGO: IL FRONTE UCRAINO AL COLLASSO

Le notizie che filtrano, persino da fonti ucraine come il blog DeepState, descrivono uno scenario apocalittico. I russi avanzano. Hanno preso Pavlivka. Stringono d’assedio Pokrovsk, un nodo strategico la cui caduta rappresenterebbe per Mosca il più grande successo militare da mesi, forse anni e indicherebbe la sconfitta definitiva per l’Ucraina.

La situazione per le truppe di Kiev è disastrosa.

E non lo scrivo io. Lo urlano i fatti.

Si parla di rinforzi inviati allo sbaraglio, di unità diverse, esercito, guardia nazionale, polizia militare, gettate nella mischia senza un briciolo di coordinamento. Tanto per fare numero perché non si sa più chi mandare.

Un caos totale. Un sacrificio umano consumato sull’altare della propaganda, con il solo, disperato obiettivo di dimostrare agli sponsor occidentali che si sta combattendo ancora. Che c’è ancora speranza. Che la resistenza continua.

Ma quale resistenza?

Mentre i soldati muoiono in trincee sguarnite, il resto del Paese è al buio. Letteralmente. I bombardamenti russi hanno devastato la rete energetica in modo sistematico, chirurgico. Intere regioni sono soggette a blackout controllati che durano 10, 12 ore al giorno.

Immaginate cosa significhi?

È la conservazione del cibo che diventa impossibile. È l’acqua che smette di scorrere. Sono gli ospedali che faticano a operare.

È una crisi umanitaria silenziosa, che si consuma nel freddo e nell’oscurità, lontana dalle telecamere che preferiscono immortalare la stretta di mano di un leader in felpa che stringe mani e scatta foto in cerca di soldi e di ulteriori armi.

Eppure, dai palazzi di Kiev, la narrazione ufficiale nega.

Nega l’accerchiamento. Nega il collasso. Nega la disperazione.

Si continua a chiedere armi e aiuti, certo, ma dipingendo un quadro di tenace e quasi eroica resistenza che i rapporti dal campo smentiscono ogni giorno.

IL NEMICO ALLE PORTE: LA FABBRICA DELLA PAURA E IL RIARMO EUROPEO

Ed è proprio qui, nel punto di massima debolezza dell’esercito ucraino e di massima fragilità dello Stato, che si innesta la seconda, paradossale narrazione. Quella per noi. Per l’opinione pubblica europea e americana.

La Russia, quella stessa Russia che impiega mesi per conquistare un villaggio fantasma, quella che secondo le fonti di Kiev perde quasi mille uomini al giorno, cioè 360000 uomini all’anno, quindi oltre 1 milione di uomini dall’inizio della guerra, quella che combatte solo armata di pale e ha i carri armati tenuti insieme da microchip smontati dalle lavatrici ucraine, sarebbe pronta ad attaccare l’alleanza militare più potente della storia.

E lo farebbe domani.

Ma questa è una sciocchezza ci proporzioni galattiche. Non è un’analisi degna di considerazione, ma solo la costruzione del nemico. Un’operazione psicologica su vasta scala per creare un senso di urgenza, di minaccia esistenziale. Una minaccia che, guarda caso, richiede una sola, costosissima risposta: il riarmo.

Gli annunci si susseguono, le scadenze cambiano, a seconda dei giorni, degli umori e delle voci, – 2026, 2027, 2029, 2030 – ma il messaggio di fondo resta identico.

Dobbiamo prepararci. Dobbiamo spendere.

Mark Rutte, che fino all’altro ieri lamentava la soverchiante capacità produttiva russa, oggi cambia spartito e dichiara trionfante che la NATO ha già superato Mosca nella produzione di munizioni.

Applausi a scena aperta.

Le nuove linee di produzione sono state aperte, ci dicono. Decine di nuove fabbriche. Stiamo producendo più che negli ultimi decenni.

Ma la contraddizione logica è palese, anche se viene ignorata. Se l’esercito russo è così inefficiente e logorato in Ucraina, come può rappresentare una minaccia credibile per la NATO? Se è così logorato, perché aprire nuove fabbriche di armi?

E se, al contrario, è così forte da minacciare la NATO, come mai l’Ucraina non ha ancora perso? Oppure, ribaltando il punto di vista: se la NATO è in grado di contenere la forza della Russia, come mai non ha ancora vinto in Ucraina, con i Patriot, i carri armati i satelliti, gli F16?

Insomma, da qualunque punto di vista, la narrazione della propaganda occidentale fa acqua da tutte le parti.

SEGUIRE I SOLDI: DALLO SVILUPPO ALLA DIFESA, LA GRANDE RIALLOCAZIONE

Ce lo ha insegnato Giovanni Falcone che la risposta si trova seguendo il flusso del denaro.

Ed è qui che il quadro diventa cristallino. La “triade europea” – Commissione, Consiglio, Parlamento – si è già accordata per riassegnare fondi precedentemente destinati allo sviluppo dei paesi membri.

Verso dove? Verso progetti di “dual use”, un elegante eufemismo per indicare tecnologie e materiali che servono tanto al civile quanto, e soprattutto, al militare.

Stiamo parlando di centinaia di miliardi di euro. Stiamo parlando di portare la spesa militare al 5% del PIL, una cifra che prosciugherebbe le risorse per sanità, istruzione e welfare e cancellerebbe l’economia sussidiaria per tornare a un’economia mercantilistica. Quella che ha condotto l’Europa alla Prima e alla Seconda Guerre Mondiali.

La guerra in Ucraina, o meglio, la narrazione della guerra in Ucraina, è diventata il più grande pretesto della storia moderna per un massiccio trasferimento di ricchezza pubblica verso il complesso militare-industriale.

L’armata russa “rotta”, che non riesce a vincere in Ucraina, diventa, per magia della propaganda, un’orda inarrestabile pronta a varcare i confini della Polonia. E l’unica salvezza è comprare più carri armati, più caccia, più proiettili.

Ovviamente, in gran parte dagli USA. Vuoi mettere?!

TRA REALTÀ E NARRAZIONE: L’EUROPA SULL’ORLO DEL PRECIPIZIO

Siamo intrappolati in un paradosso letale.

La sofferenza reale del popolo ucraino, la distruzione del Paese, il sacrificio dei suoi giovani e meno giovani mandati al macello in una guerra ormai insostenibile, vengono usati come carburante per alimentare una macchina propagandistica che ha un solo obiettivo: giustificare una spesa militare senza precedenti.

Non si parla più di pace. La diplomazia è una parola dimenticata, roba da complottisti e putiniani, quasi un’eresia.

L’unica soluzione proposta è l’escalation: più armi all’Ucraina per prolungare la sua agonia e più armi a noi per prepararci a una guerra che, a detta degli stessi leader, è inevitabile.

La vera minaccia per gli europei e per gli italiani non è l’orso russo alle porte, azzoppato e sanguinante. La vera minaccia è questa pericolosa dissociazione dalla realtà dei nostri leader, europei e italiani, la loro volontà di ignorare il collasso dell’Ucraina per inseguire i fantasmi di una guerra futura.

E mentre noi discutiamo su quando e come la Russia ci attaccherà, ma mai sul perché dovrebbe farlo, con quale obiettivo, con quali mezzi e quali soldi, c’è un intero popolo che, semplicemente, sta morendo di freddo, di fame e di bombe.

Oggi.

Non domani e non nel 2029 o nel 2030.

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

VOLEVANO RECLUTARE ANCHE LA GUARDIA DEL CORPO DI ANGELINA JOLIE

Angelina Jolie, si è recata a Kherson in qualità di Ambasciatrice di Buona Volontà delle Nazioni Unite, per una missione umanitaria.

Il copione era perfetto, tra sorrisi ai bambini, visita a un ospedale e la narrazione della resilienza ucraina.

Poi, la realtà si è dissolta in maniera brutale, goffa e inesorabile.

Uno dei suoi bodyguard è stato prelevato con la forza a un posto di blocco, trascinato in un centro di reclutamento per spedirlo a morire al fronte.

Si è trattato di un errore?

No, è l’immagine plastica di un apparato militare così disperato, così affamato di uomini, da agire in modo automatico e indiscriminato, quasi cieco.

L’episodio si è risolto solo quando l’attrice di Hollywood è intervenuta di persona. Ma, se lei non fosse stata Angelina Jolie, attrice famosissima e, soprattutto, statunitense, quell’uomo sarebbe stato spedito al fronte poiché di origini ucraine.

Un episodio che è una crepa che si apre nella facciata accuratamente costruita di un’Ucraina efficiente e in pieno controllo, mentre affonda nel caos operativo che si cela dietro il sipario mediatico.

Se questo è il livello di coordinamento durante un evento ad altissima visibilità internazionale, cosa accade realmente per le strade ucraine e nell’ombra delle trincee, dove le telecamere non arrivano e dove non possono intervenire star hollywoodiane?

La risposta è Pokrovsk.

IL BUCO NERO STRATEGICO DI POKROVSK

Mentre i media si dilettavano con la disavventura della guardia del corpo di Angelina Jolie, a centinaia di chilometri a est, la stessa disorganizzazione e la stessa negazione della realtà stavano consumando una tragedia ben più vasta.

La città è sempre più inghiottita. Fonti militari russe e think tank occidentali come l’ISW concordano sulla tattica messa in atto dall’esercito russo: una lenta, quanto inesorabile manovra a tenaglia per strangolare la città tagliando ogni via di rifornimento.

Le forze russe avanzano, stabiliscono posizioni di fuoco, creano depositi logistici e si infiltrano progressivamente, chiudendo il cappio.

E Kiev? Nega.

Il comando ucraino, in una propaganda spettrale, tra le più disastrose del XX secolo, continua a smentire l’accerchiamento.

Lo Stato Maggiore parla di “attacchi respinti”, mentre le sue stesse mappe militari mostrano un corridoio di rifornimento ridotto a un sottile filo di pochi chilometri, costantemente bersagliato dall’artiglieria russa.

Beh, questa non sembra affatto una strategia difensiva, ma piuttosto il sacrificio deliberato di migliaia di soldati sull’altare di una narrazione. Si stanno lasciando a morire tanti soldati, pur di non ordinare loro il ritiro, per dare in pasto ai media occidentali un martirio emozionale su cui puntare per altre armi e altri soldi.

Quei giovani ucraini sono lasciati lì come carne da macello, come un sacrificio, in una posizione militarmente insostenibile, per poter dire di non aver ancora perso.

È un investimento fallimentare dove la valuta non sono i dollari, ma le vite umane di quegli ucraini che, invece, Zelensky e i suoi sostenitori dicono di voler salvare.

Si posticipa una sconfitta tattica al costo di una potenziale catastrofe strategica, perché ammettere la verità, per Zelensky è politicamente inaccettabile.

LA DIPENDENZA DALLA NARRAZIONE E L’INCUBO DELLA VERITÀ

Qui si svela la patologia dell’Ucraina e dei partner europei.

La leadership ucraina – e l’Europa – è prigioniera di una dissonanza cognitiva strategica, costretta a gestire due realtà inconciliabili.

La prima è quella interna, fatta di coscrizione forzata, perdite spaventose e un morale che inevitabilmente vacilla, con le famiglie ucraine sempre più contrarie al governo.

La seconda è la realtà di facciata, costruita per un’immagine patinata di eroismo e successo, un prodotto di marketing essenziale per mantenere aperto il flusso vitale di miliardi di dollari e armi dalla NATO.

La guerra, nella sua dimensione politico-economica, è diventata un’impresa il cui bilancio dipende dalla percezione degli investitori, ovvero i governi e le opinioni pubbliche occidentali.

Ammettere il crollo imminente di un nodo strategico come Pokrovsk equivarrebbe a un crollo del “valore azionario” del conflitto, rischiando di far dubitare i finanziatori sulla bontà del loro investimento.

Quale investitore vincola soldi su un asset destinato a fallire?

E così, per non perdere i finanziamenti di domani, si sacrificano gli uomini di oggi. Si nega la realtà sul campo per sostenere la finzione necessaria a Washington e, soprattutto, a Bruxelles.

DALLA NEGAZIONE SUL CAMPO ALL’ESCALATION GLOBALE

La narrazione, per sopravvivere, ha bisogno di un evento che cambi le regole del gioco. Ecco che il discorso si sposta, quasi per magia, sul piano nucleare. Si diffonde la notizia che gli Stati Uniti potrebbero riprendere i test atomici, un tabù infranto per la prima volta in decenni.

D’altronde, gli USA hanno bisogno di mostrare i muscoli dopo i test russi andati a buon fine sui missili ipersonici e a propulsione nucleare.

E la reazione di Mosca non è una minaccia proattiva, come viene maliziosamente dipinta da certa stampa occidentale, ma una risposta quasi ovvia, un calcolo da manuale della deterrenza: se voi alzate la posta con le armi nucleari, noi dobbiamo dimostrare di poter vedere la vostra puntata.

Di fatto, la Russia avverte che, se il trattato viene violato, si sentirà libera di fare altrettanto per non restare tecnologicamente indietro.

Anche perché non è Mosca ad aver iniziato l’escalation, ma la sua reazione, con i test degli ultimi mesi, è lo specchio del fallimento della strategia occidentale in Ucraina, fatta di riarmi e voci di guerra.

La prospettiva di riprendere anche i test nucleari è il sintomo più grave della malattia: quando la vittoria sul campo diventa un miraggio, si inizia a evocare l’apocalisse per alterare l’equilibrio strategico.

Il legame è sottile, ma potente.

Si inizia negando un accerchiamento locale per non incrinare la narrazione, si finisce per contemplare la rottura di equilibri globali per non ammettere il fallimento di quella stessa narrazione.

L’incidente della guardia del corpo di Angelina Jolie e le vite gettate via a Pokrovsk sono facce della stessa, tragica medaglia. Raccontano una guerra dove la propaganda ha divorato la strategia.

Il pericolo più grande non è un esercito nemico alle porte, ma una leadership che, per compiacere i propri sponsor che fabbricano armi, sceglie di credere alle proprie menzogne.

E quando si scommette contro la realtà, il banco vince sempre.

Il prezzo da pagare in questo Casinò della propaganda, purtroppo, non lo pagano i giocatori al tavolo verde della geopolitica, non lo pagano i politici in giacca e cravatta, ma i giovani ucraini senza nome mandati a morire nel fango come vittime sacrificali.

NUNZIATI, BALDAN, RANUCCI. L’EUROPA INDOSSA “IL BAVAGLIO” DI KIM JONG-UN

Dal caso Nunziati a Baldan, fino all’auto di Ranucci, il potere silenzia il dissenso in Europa, come nella Russia di Putin o in Corea del Nord.

Porre domande è il motore del mestiere di giornalista. E quelli davvero bravi, quelli delle grandi inchieste, pongono domande scomode. Scomodissime. Che imbarazzano.

Chi pone domande preconfezionate e concordate fa il portavoce del potere. Il megafono della propaganda.

I giornalisti veri sono salvaguardati nelle democrazie, altrimenti, lo scandalo Watergate non sarebbe mai scoppiato, nel 1974.

Il giornalismo libero è il motore del progresso, il bisturi della verità, il fondamento di ogni civiltà democratica.

Ma se il sistema decide che alcune domande hanno un costo troppo alto e arrivano rappresaglie contro chi le pone, non siamo Roma e Bruxelles, ma Mosca e Pyongyang. Anzi peggio, perché accusiamo Mosca e Pyongyang di essere dittature e ci vantiamo di essere democrazie.

Ma la nostra democrazia mostra la sua crepa più profonda, una frattura in cui intravediamo l’ombra di un autoritarismo che credevamo di aver relegato sui libri di Storia e di scorgere solo lontano da noi, invece pende sulle nostre teste.

Purtroppo, non si tratta di un’idea allarmistica, ma della realtà dei fatti di questi ultimissimi giorni del 2025.

IL PECCATO ORIGINALE: UNA DOMANDA

Il 13 ottobre, a Bruxelles, il giornalista Gabriele Nunziati ha posto una domanda logica. La più ovvia e scontata che qualunque giornalista degno di tal nome avrebbe posto in quel contesto.

Non una di quelle programmate o edulcorate, da pennivendolo della propaganda, ma una che scoperchiava l’ipocrisia europea.

«Pensa che anche Israele debba pagare la ricostruzione di Gaza, come la Russia quella dell’Ucraina?»

Per questa domanda è stato licenziato.

Ma se il caso Nunziati è un avvertimento, la vicenda di Frédéric Baldan è l’esecuzione.

Frédéric Baldan, autore del libro inchiesta “Ursula Gates: La von der Leyen e il potere delle lobby a Bruxelles”, è un ex lobbista che, dopo aver denunciato la Presidente della Commissione Europea per abuso d’ufficio e corruzione riguardo le trattative opache con Pfizer, si è visto chiudere tutti i conti dalla sua banca. Personali e aziendali. Persino il conto del figlio, di cinque anni.

La sua colpa è quella di aver scritto un libro per svelare le macchinazioni di von der Leyen, macchinazioni per cui la Magistratura dà ragione a Baldan e continua a chiedere documentazioni alla Presidente della Commissione europea, che ancora non ha prodotto.

Negli stessi giorni, l’attentato intimidatorio a Ranucci, un altro giornalista che fa il suo mestiere, che non si è trasformato in un megafono del potere.

Tre fatti che dimostrano come l’Europa non sia diversa dalla Corea del Nord o dalla Russia.

L’EUROPA È DIVENTATA CIÒ CHE DICEVA DI COMBATTERE

Il meccanismo è di una perfezione spietata.

Per anni abbiamo puntato il dito contro Cina, Russia e Corea del Nord, denunciando la loro repressione del dissenso, ma, oggi, scopriamo, con orrore, che lo stesso software autoritario gira sui server europei, solo con un’interfaccia grafica più amichevole.

Non servono più i manganelli. Basta una comunicazione bancaria. Non serve più il carcere. Basta una lettera di licenziamento. È una violenza pulita, amministrativa, che genera l’arma più potente di tutte: l’autocensura. Perché il vero obiettivo non è punire Nunziati, Ranucci o Baldan, ma educare i mille che verranno dopo di loro.

È insegnare a un’intera generazione di professionisti, giornalisti, attivisti e cittadini che ci sono recinti invisibili che non vanno superati, dogmi che non vanno messi in discussione.

Il risultato è l’informazione addomesticata che ci ha raccontato sciocchezze su pale e microchip; conferenze stampa che sono messe in scena, con domande preconfezionate e una cittadinanza a cui viene negato il diritto fondamentale di comprendere la complessità del mondo.

La storia di questi uomini non è un campanello d’allarme, perché siamo già oltre. È un incendio che divampa in ciò che resta della democrazia europea.

Difendere il loro diritto a chiedere, a denunciare, non è una questione di solidarietà, ma di sopravvivenza per chiunque creda che il potere debba rispondere delle proprie azioni.

Perché domani, in un mondo senza contante e con un giornalismo preoccupato dalle rappresaglie del potere, l’auto incendiata, la lettera di licenziamento e i conti chiusi potrebbero essere i nostri.

Per questa ragione ho scritto “La Fabbrica della Paura”, un libro in cui sviscero i meccanismi della propaganda, gli sponsor definiti esperti e la negazione del contraddittorio per non infastidire lobby e sponsor.

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

IN EUROPA, SE FAI IL GIORNALISTA E PONI DOMANDE SCOMODE, TI LICENZIANO

Purtroppo, non si tratta di un’idea allarmistica, ma della realtà dei fatti.

Il 13 ottobre, a Bruxelles, in quell’Europa che si dice faro di democrazia, il giornalista Gabriele Nunziati ha posto una di queste domande. E per questo ha perso il lavoro.

Licenziato per aver chiesto alla portavoce della Commissione Europea, Paula Pinho, una cosa di una linearità disarmante: «Se la Russia dovrà pagare per la ricostruzione dell’Ucraina, anche Israele dovrà farlo per Gaza?»

Una domanda che non contiene un’opinione, né un pregiudizio. Contiene un parallelo. Un test di coerenza per l’architettura etica e politica dell’Unione Europea. Un test di intelligenza per chiunque abbia superato almeno un esame di Diritto internazionale all’università.

La risposta della portavoce è stata un capolavoro di elusione: «La sua è una domanda molto interessante sulla quale però non vorrei commentare in questo momento.»

Un non-detto che, col senno di poi, era già una sentenza.

Pochi giorni dopo, a seguito di telefonate definite dallo stesso Nunziati come “abbastanza tese”, il suo rapporto di collaborazione con l’Agenzia Nova è stato interrotto. Senza un motivo ufficiale nella lettera di licenziamento.

Il motivo, tuttavia, è chiaro a tutti: quella domanda non doveva essere posta in nome di una censura su certi argomenti che non è scritta da nessuna parte ma vive e aleggia in questi comportamenti, che giudicare fascisti è ancora poca cosa.

QUANDO LA “RAGION DI STATO” DIVENTA LA RAGION D’EDITORE

La giustificazione postuma dell’Agenzia Nova è un documento che andrebbe studiato nei manuali di sociologia della comunicazione come un esempio plastico di autocensura preventiva e di sottomissione del giornalismo a logiche che con l’informazione non hanno nulla a che vedere.

Secondo la versione tragicomica dell’agenzia, la domanda di Nunziati denotava “ignoranza dei principi fondamentali del diritto internazionale” ed era “tecnicamente sbagliata”.

Roba da scompisciarsi dal ridere.

La Russia, argomentano, è un aggressore non provocato; Israele ha subito un’aggressione. Una giustificazione che ci si aspetta dall’eroe del bar sport, non certo da chi dovrebbe conoscere la realtà dei fatti. Un sofisma fragile, che crolla sotto il peso della logica e della realtà fattuale.

La domanda di Nunziati non verteva sulla legittimità dell’inizio di un conflitto, ma sulle responsabilità per la distruzione di infrastrutture civili.

Quello di Agenzia Nova è un tentativo goffo di spostare il dibattito, di confondere le acque per non ammettere il vero peccato di Nunziati: aver messo in imbarazzo la linea editoriale dell’agenzia, esponendone forse le pressioni o le convenienze politiche.

Un po’ come se il Washington Post, per paura di Nixon, avesse licenziato i giornalisti del caso Watergate.

Di fatto, si ammette che non si possono porre certe domande. Oggi, fare il giornalista in Europa, e farlo in maniera seria, non si può.

La parte più rivelatrice del comunicato, tuttavia, è un’altra.

L’agenzia si duole che il video della domanda sia stato ripreso da canali Telegram russi e media vicini all’Islam politico, causando “imbarazzo in termini di indipendenza informativa e oggettività”.

E tali affermazioni sono un paradosso ancora più inquietante.

Un giornalista non viene più giudicato per la pertinenza della sua domanda, ma per chi la strumentalizza.

L’agente della “colpa” diventa la reazione di terzi, non l’atto giornalistico in sé.

Ma questa è la capitolazione del giornalismo alla propaganda. Significa ammettere che la propria linea editoriale è dettata dalla paura di come i “nemici” potrebbero interpretare una semplice domanda.

E si ribadisce la censura, quindi.

DUE PESI, DUE MISURE: IL TABÙ GEOPOLITICO CHE SOFFOCA LA VERITÀ

Il caso Nunziati è la cartina di tornasole di una schizofrenia morale che attraversa l’Occidente, a livello politico e a livello mediatico, dove tanti giornalisti hanno ucciso l’informazione, scegliendo di diventare megafoni del potere. O, almeno, di non disturbarlo.

Le giustificazioni di Agenzia Nova sono le stesse che si sentono in Cina e in Russia e contro cui per anni abbiamo puntato il dito, gridando, giustamente, alla dittatura.

Ma è l’Europa oggi, gente.

Per la Russia, giustamente, si chiede conto di ogni mattone distrutto in Ucraina.

La condanna è unanime, le sanzioni severe, la richiesta di riparazioni un imperativo morale. Ma quando il teatro delle operazioni si sposta a Gaza, il metro di giudizio cambia radicalmente. La critica a Israele diventa un tabù, la richiesta di responsabilità un’eresia.

E se poni domande vere, supportate dalla logica, dal Diritto internazionale e dai fatti, ecco che diventi un problema e ti censurano, ti chiudono un canale, ti licenziano.

Il licenziamento di Nunziati non è un episodio, non l’atto di un singolo editore, ma il sintomo di un clima di censura che è gravissimo.

È il segnale inviato a un’intera categoria professionale. È un avvertimento in stile mafioso, per cui ci sono santuari intoccabili, narrazioni che non possono essere messe in discussione. Altrimenti, si resta senza lavoro.

Si può raccontare la guerra, ma solo da una trincea ideologica e solo se al potere sta bene.

Il giornalista non è più un testimone critico, non è più nemmeno il cane da guardia del potere, ma un soldato, consapevole o meno, di una guerra di narrazioni. Un soldato che, se si macchia di insubordinazione, deve pagarne le conseguenze.

Chiunque osi tracciare parallelismi scomodi, chiunque applichi un principio di universalità etica, viene bollato come ingenuo, ignorante o, peggio, come fiancheggiatore del nemico.

LA NUOVA CENSURA NON USA IL BAVAGLIO, MA LA LETTERA DI LICENZIAMENTO

Dimenticate l’immagine romantica del censore del regime che annerisce gli articoli con un pennarello.

La nuova censura europea è più elegante, più sottile, e forse per questo più pericolosamente fascista.

È una censura economica. Agisce sulla precarietà dei rapporti di lavoro, sulla vulnerabilità di collaboratori e freelance che possono essere allontanati con una semplice comunicazione, senza clamore e senza la necessità di scomodare leggi liberticide.

Oppure, come accaduto ad altri, si chiudono i conti, con un clic.

Questa forma di repressione soft genera un’arma potentissima: l’autocensura.

Per ogni Gabriele Nunziati che perde il lavoro, ce ne sono cento che, la prossima volta, ci penseranno due volte prima di formulare una domanda “interessante”. Fino a quando nessuno avrà più il coraggio di porre domande e la dittatura… ops, il potere andrà avanti indisturbato, come se fosse tutto normale.

È un meccanismo di addomesticamento di massa che svuota il mestiere del giornalista del primo dovere di questo mestiere: il coraggio di chiedere.

Una situazione che indebolisce il giornalismo libero e indipendente, come hanno denunciato diversi esponenti politici, che hanno chiesto ad Agenzia Nova di fare chiarezza sulle reali motivazioni del licenziamento.

Un episodio che dimostra come sia sempre più difficile trovare fonti di informazione che non siano viziate da interessi politici superiori, non a caso, sono proprio i blog come Tamago quelli che non hanno avuto bisogno di raccontare sciocchezze di pale e microchip, ma vi hanno sempre raccontato i fatti reali.

Un’involuzione che denuncio nel mio ultimo libro, La fabbrica della paura.

UNA DERIVA AUTORITARIA NEL CUORE DELL’EUROPA

Quando fare una domanda diventa un atto sovversivo, la democrazia è malata. Molto malata.

L’episodio di Nunziati lo dimostra.

Le classifiche sulla libertà di stampa vedono l’Italia e altri Paesi europei in una posizione preoccupante, con crescenti pressioni da parte di attori politici ed economici che minano l’autonomia dei media.

Questa “deriva fascista”, nel suo significato più profondo di soppressione del dissenso e di imposizione di una verità di Stato, si nutre del silenzio.

Si alimenta della paura dei giornalisti di perdere il lavoro e della conseguente omertà che trasforma le conferenze stampa in rituali coreografati, dove le domande sono addomesticate e le risposte sono scritte in anticipo.

La storia di Gabriele Nunziati è un monito per tutti.

È la storia di un uomo che ha fatto semplicemente il suo mestiere, con coraggio e lucidità. Uno dei pochi ancora capaci di porre domande intelligenti, serie e nel momento opportuno.

La sua epurazione è una ferita inferta al diritto di ogni cittadino europeo di essere informato, di conoscere la verità al di là delle narrazioni ufficiali.

Difendere il diritto di un giornalista di porre qualsiasi domanda, per quanto scomoda, significa difendere l’ultimo argine che ci separa da un futuro in cui il potere non dovrà più rispondere a nessuno.

E quel futuro, per chiunque creda nella libertà, è semplicemente inaccettabile.

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

TRUMP, LO SO CHE MI STAI GUARDANDO. ALZA IL VOLUME

Martedì 4 novembre 2025, mentre il governo degli Stati Uniti entrava nel suo 36° giorno di asfissia autoindotta, New York mandava un chiaro segnale sia ai repubblicani sia ai democratici.

Washington, invece, era un fantasma. Silenziosa.

La sua paralisi, il più lungo shutdown nella storia della nazione, non era solo un’interruzione dei servizi, ma un’abdicazione. Un’ammissione di impotenza urlata attraverso i corridoi deserti del potere, una crisi che ha lasciato i controllori di volo a scrutare i radar con gli occhi cerchiati dalla stanchezza e senza stipendio, mentre l’economia nazionale trema.

Eppure, l’America è viva e c’è un uomo che, contro mille pronostici iniziali, ieri ha vinto.

Un uomo di New York.

Lì, in una sala da ballo gremita di Brooklyn, un uomo di 34 anni, Zohran Mamdani, socialista democratico e primo sindaco musulmano eletto della città, ha preso il microfono e ha riempito il vuoto federale con la sua voce. Una voce che non chiede permesso.

ANATOMIA DI UN TERREMOTO POLITICO

Non si può comprendere l’uragano Mamdani senza prima aver misurato la depressione sociale che lo ha generato. Le elezioni di medio termine non sono state una sconfitta per il Partito Repubblicano, ma addirittura un ripudio.

La Virginia è caduta. Il New Jersey ha rafforzato le sue difese democratiche. Gli elettori, interrogati all’uscita dai seggi, non parlavano di ideologia astratta, ma di conti da pagare, di incertezza.

Del disgusto nel vedere una nazione che si dichiara ancora Superpotenza incapace di tenere aperti i suoi parchi nazionali o di pagare i suoi dipendenti.

Una nazione al collasso finanziario che indossa belle maschere per darsi un tono e raccontare un’America che esiste ancora soltanto nella propaganda di Hollywood.

Lo stesso presidente Trump, in un raro momento di trasparenza tattica, lo ha ammesso: lo shutdown e la mancanza del suo nome alle urne sono stati la causa della disfatta repubblicana.

Ma questa non è la storia completa. Sarebbe un racconto parziale e riduttivo.

Il vero motivo della vittoria del nuovo sindaco di New York è stato la frattura esposta tra l’establishment, di ogni colore politico, e la vita reale dei cittadini.

È una frattura che Andrew Cuomo, ex governatore democratico caduto in disgrazia, non ha compreso.

Si è candidato come indipendente, convinto che il suo nome e la sua vecchia rete di potere potessero bastare. Si è persino alleato, in un patto tanto surreale quanto disperato, con il suo vecchio nemico, Donald Trump, nel tentativo di fermare Mamdani.

Hanno unito le loro forze non per un’idea, ma contro. E hanno fallito miseramente.

Perché Zohran Mamdani non ha semplicemente vinto un’elezione, ma ha offerto una risposta a quella frattura.

“ALZA IL VOLUME”: IL MANDATO OLTRE LA VITTORIA

Il discorso di Mamdani, nella notte della vittoria, non sarà certo ricordato per la sua eleganza retorica, ma per la sua brutale onestà.

Ha liquidato Cuomo con freddezza, come una seccatura, dichiarando di non voler più pronunciare il suo nome. Come a voler dire che la sua politica sarà lontana anni luce da ciò che rappresentano Cuomo e i suoi alleati.

Poi ha definito la sua vittoria un mandato per una politica al servizio dei “molti, non dei pochi”.

Frasi che sembrerebbero i soliti slogan retorici in bocca a un politico tradizionale, ma che nel contesto di un governo federale assente e di un’alleanza di potere grottesca, hanno il peso di un manifesto rivoluzionario.

Mamdani ha guardando dritto in camera, si è rivolto a Donald Trump. “So che stai guardando”, ha detto, con un mezzo sorriso tagliente. “Ho quattro parole per te: alza il volume”.

Non è stata soltanto una provocazione, ma una dichiarazione di esistenza. Un’affermazione che le sue idee, autobus gratuiti per la città, negozi di alimentari pubblici per combattere la povertà, blocco degli affitti, non sono più sussurri ai margini del dibattito, ma sono diventate la politica della più grande città d’America.

Della Capitale finanziaria del Paese.

Parole e politiche che hanno un suono da acufene per il silenzio di Washington.

NEW YORK COME LABORATORIO, L’AMERICA COME INTERROGATIVO

Cosa significa, dunque, questa vittoria?

Gli analisti si affretteranno a etichettarla. Parlano già di un’ondata progressista, della radicalizzazione del Partito Democratico, di un’anomalia newyorkese.

Si sbagliano.

Perché questa non è una storia di destra contro sinistra, ormai da accantonare nel cassetto dei ricordi.

È la storia di chi agisce contro chi è paralizzato. È la storia di una generazione che ha smesso di chiedere il permesso di cambiare le cose.

Mamdani ha vinto perché, mentre il sistema politico nazionale dimostra la sua totale incapacità di risolvere i problemi fondamentali, lui ne propone di nuovi, audaci e tangibili. Propone una politica diversa a chi non cerca nomi altisonanti sulle schede elettorali, ma qualcuno che parli il linguaggio della povera gente e che proponga fatti per risolvere i loro problemi.

La vittoria di Zohran Mamdani non è la fine della storia, ma l’inizio di una faglia nella politica statunitense.

Una faglia che si allunga da una Washington D.C. ammutolita a una New York City in festa.

New York è ora il laboratorio del futuro politico americano. E il resto della nazione, ancora seduta nel silenzio innaturale di uno stato in panne, senza soldi per gli americani, alla faccia della politica trumpiana dell’”America prima di ogni altra cosa”, è costretta a guardare e ad ascoltare.

Perché il volume, ora, è stato alzato. Non solo per Trump.

E non potrà più essere abbassato.

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

L’ITALIA CADE A PEZZI MENTRE L’EUROPA GIOCA ALLA GUERRA

Un boato sordo. Poi la polvere.

Sembrava una bomba, ma non è stato un attacco nemico, ma un pezzo d’Italia che crolla su se stessa, seppellendo chi ci lavorava dentro. Come accade ogni tanto con i ponti, con le scuole fatiscenti, con gli smottamenti per un po’ di pioggia in più, per intenderci.

Stavolta, è toccato alla Torre dei Conti, un cantiere nel centro della Capitale, diventato il mausoleo di un operaio e il simbolo plastico, e tragicamente perfetto, di una nazione che si sgretola dall’interno.

Mentre accade questa tragedia, a Bruxelles e nelle altre capitali europee, i discorsi sono altisonanti, le priorità chiarissime: miliardi di euro da destinare allo sviluppo di armi sempre più sofisticate, e un impegno incrollabile per un fronte lontano migliaia di chilometri.

C’è una schizofrenia, una disconnessione patologica tra la realtà che i cittadini vivono ogni giorno e la narrazione che le élite politiche perpetuano.

È il grande inganno del nostro tempo: distrarre l’opinione pubblica con il feticcio di una guerra per procura da vincere a ogni costo, mentre si lascia marcire il fronte interno, quello del lavoro, della sicurezza, della dignità.

E a chi si lamenta, si pone dinanzi il martirio degli ucraini. Già, quegli stessi ucraini che mandiamo al martirio rinunciando a qualsiasi intervento diplomatico.

IL FRONTE INTERNO: MORIRE DI PACE

Parliamo di lavoro. O meglio, del suo fantasma.

In Italia, il lavoro è diventato povero, precario, mortale. Non è un’iperbole, è statistica.

L’incidente di Roma non è un caso isolato, ma la logica conseguenza di un sistema che, per massimizzare il profitto, taglia sistematicamente sulla sicurezza, sulla manutenzione, sulla formazione.

Io stesso, quando lavoravo in fabbrica, ho visto chi doveva vigilare sulla sicurezza chiudere un occhio sulle porte aperte dei centri di lavoro e delle macchine a taglio laser, bloccate con delle forchette nei micron. Perché accade in migliaia di aziende?

Semplice: perché il sistema consente che una società privata si occupi di sicurezza. Perciò può diventare fornitrice per un’impresa cliente. E ciò comporta il fatto che, se troppo fiscale e precisa, l’azienda cliente si rivolge ad altri più permissivi.

Perché lavorare rispettando le regole aumenta il costo singolo di un pezzo, perciò si preferisce tagliare sulla sicurezza di chi lavora.

Oggi, a distanza di tanti anni, la situazione è molto peggiorata.

Si tagliano i costi perché i margini sono risicati, perché l’economia è stagnante, perché il potere d’acquisto si erode. E così, si taglia la vita. Si muore di pace, nei cantieri, nelle fabbriche.

È un paradosso che diventa beffa quando la portavoce del Ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, sfrutta cinicamente la nostra tragedia per dileggiarci.

“Finché il governo italiano continuerà a spendere inutilmente i soldi dei suoi contribuenti,” ha dichiarato, “l’Italia crollerà tutta, dall’economia alle torri”.

L’umiliazione non sta nel fatto che lo dica lei, ma nel fondo di verità che le sue parole, per quanto inopportune e strumentali, contengono.

Siamo diventati così fragili che persino i nostri avversari geopolitici possono usare le nostre crepe interne come arma di propaganda. Persino avversari che il nostro Mario Draghi dava per spacciati nel 2022, quando parlò degli effetti “dirompenti” delle nostre sanzioni.

Questo degrado non è solo economico, ma istituzionale. Mentre si discute di inviare armi per “difendere la democrazia” in Ucraina, in Italia si approva una riforma della giustizia che, con la separazione delle carriere, rischia di porre il pubblico ministero sotto il controllo del potere esecutivo.

Si indebolisce uno dei pilastri fondamentali dell’equilibrio democratico per interessi di parte, mentre lo Stato si dimostra incapace di garantire la sicurezza più elementare ai suoi cittadini.

IL FRONTE ESTERNO: L’AGONIA DI UNA VITTORIA IMMAGINARIA

E mentre il fronte interno cede, cosa succede su quello esterno, quello che ossessiona i nostri media e i nostri governi?

La narrazione ufficiale parla di resistenza eroica e di una vittoria possibile. La realtà, per chi ha l’onestà intellettuale di analizzare i dati, racconta un’altra storia.

La caduta di Pokrovsk, roccaforte logistica e ultimo baluardo ucraino nel Donetsk, è imminente. La sua perdita, secondo l’autorevole Institute for the Study of War (ISW), -non certo al soldo di Putin,- non sarebbe un normale arretramento, uno dei tanti di questi ultimi mesi, ma il potenziale collasso dell’intero fronte orientale.

I russi avanzano, lentamente, ma inesorabilmente, intensificando la pressione proprio lì, declassando le operazioni altrove.

L’idea stessa di “vittoria” è diventata un concetto favolistico, che si rimpicciolisce con il passare dei mesi.

Dalla fantasiosa riconquista della Crimea, paventata fino alla fine dell’anno scorso, si è passati alla speranza di tornare ai confini pre-2022 dell’ultima estate, per arrivare all’obiettivo odierno, molto più modesto e disperato: difendere la linea del fronte abbastanza a lungo da costringere Putin a “congelare” il conflitto.

Non è proprio una strategia di vittoria, ma una strategia di logoramento, in cui a logorarsi non è solo la Russia, ma soprattutto l’Ucraina, e con essa le economie europee che la spingono ancora a combattere.

Il presidente Zelenskyy, sempre più in difficoltà, cerca capri espiatori interni.

Le purghe di generali, le accuse ai sindaci di Kiev e Odessa, l’incriminazione dell’ex capo della compagnia energetica nazionale per un contratto di sette anni fa, sono tutti segnali di una leadership che, di fronte al fallimento sul campo, ha un disperato bisogno di scaricare le responsabilità.

È la politica che prevale sulla strategia militare, e, storicamente, è sempre un presagio di sconfitta.

In questo quadro desolante, la Commissione Europea plaude ai “progressi” dell’Ucraina verso l’adesione all’UE, ignorando una corruzione dilagante e un sistema democratico sempre più autoritario. Una farsa per mascherare un fallimento su tutta la linea.

IL PREZZO DELLA FINZIONE E L’INVIDIA DEI PICCOLI UOMINI

C’è chi, di fronte a questa analisi, reagisce con fastidio. Sono quelli che credevano alle scemenze della propaganda occidentale fatta di microchip rubati alle lavastoviglie ucraine, di muli usati al posto dei mezzi corazzati distrutti, di sanzioni dirompenti, di soldati russi armati solo di pale.

Spesso commentano, nascosti dietro account creati ieri, e, comunque, non argomentano, denigrano.

Attaccano chi scrive, non le idee.

E, quando si attacca chi scrive e non le idee, significa che un’analisi basata sui fatti smaschera la propaganda e dà fastidio.

Ma c’è una seconda ragione, più umana e più triste: l’invidia.

La mediocrità non tollera chi esce dal coro.

Chi non ha idee proprie, né il coraggio di esporle, può solo tentare di demolire quelle altrui. Passa il suo tempo a distruggere, perché è l’unico modo per sentirsi, per un istante, meno piccolo.

Ed è su queste persone che fa perno la propaganda, quel sistema di giornalisti che hanno scelto di non informare più, per diventare megafoni del potere. Per soldi, per interessi, per disegni diversi, per meccanismi di sponsorizzazione.

Ho provato a sintetizzare le ragioni di questa deriva del giornalismo italiano in questo libro: “La Fabbrica delle Paura”. Un libro in cui tratto della gestione pandemica e della guerra in Ucraina, smontando la fabbrica della paura e le propagande di casa nostra e svelando i meccanismi degli ospiti fissi in televisione.

Il libro è un’esclusiva Amazon e puoi trovarlo qui a un prezzo irrisorio:

La società è guidata da una classe politica che ha scelto di abitare un mondo di favole. La favola di una guerra giusta che si può vincere, la favola di un’economia che regge, la favola di un’Italia al centro del mondo.

Il prezzo di questa finzione lo pagano persone reali. Lo paga l’operaio di Roma e la sua famiglia. Lo paga il soldato ucraino mandato al fronte a morire per una causa già persa. Lo paghiamo noi, cittadini europei, i cui soldi vengono bruciati per alimentare un conflitto che ci impoverisce e ci rende più insicuri.

Fino a quando potremo permetterci di far sgretolare casa nostra per inseguire una vittoria immaginaria altrove?

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

SINNER, PERCHÉ IL CAMPIONE METTE IN CRISI L’ITALIANO MEDIO

Non è una questione da bar sport, ma da coscienza collettiva.

Perché una fetta così rumorosa d’Italia sembra non amare, quasi detestare, Jannik Sinner?

L’ultimo pretesto è stato un forfait alla Coppa Davis. Una scelta professionale, logica, quasi banale nella sua strategica necessità. Scelta fatta più volte da tutti i più grandi campioni del Tennis.

Eppure, ha scatenato l’ennesimo processo sommario.

Non sul suo tennis, no. Quello è inattaccabile, una sintesi quasi algoritmica di potenza e intelligenza tattica che ammutolisce anche i detrattori più accaniti.

Il problema è un altro. È più profondo.

È Jannik Sinner stesso. È l’uomo Sinner. L’italiano che per tanti italiani è irraggiungibile perché è specchio della loro nullità. E quell’uomo, per la nostra grammatica culturale, è un eretico.

Quello che vive all’estero e non paga le tasse in Italia, accusato da chi chiede di ricevere i soldi degli straordinari in nero o che lotta con gli altri carrelli per arrivare primo alla cassa appena aperta, scavalcando chi gli stava davanti. O da quello che rallenta in prossimità dei tutor e poi schiaccia il piede destro come non ci fosse un domani, non appena è libero da polizia e telecamere.

L’ARCHETIPO INFRANTO: IL DIO SENZA FERITE

Siamo un popolo che ha bisogno del dramma. La nostra epica nazionale è fatta di sangue, sudore e lacrime.

Amiamo Roberto Baggio per il rigore sbagliato a Pasadena, non solo per il Divin Codino. Abbiamo idolatrato Marco Pantani per le sue fughe disperate in salita, ma anche per la sua tragica, umanissima caduta.

Persino Valentino Rossi, un vincente seriale, ha costruito il suo mito su sorpassi impossibili, rivalità viscerali e una teatralità da commedia dell’arte.

I nostri eroi sono lo specchio di noi stessi: geniali e fallibili, capaci di toccare il cielo per poi sprofondare nella polvere, sempre pronti a rialzarsi con una smorfia di dolore e tanto orgoglio.

Ci offrono la catarsi. Ci dicono: “Vedete? Si può sbagliare, si può soffrire, ma si torna più forti di prima”.

Noi ci sguazziamo in queste sciocchezze. Vi ricorda qualcosa la pandemia? “Torneremo ad abbracciarci più forte di prima?”

Beh, viste le discriminazioni di qualche mese dopo quella frase a effetto, direi che le cose non sono andate proprio benissimo.

Tuttavia, i campioni come Baggio e Rossi ci perdonano le nostre stesse imperfezioni.

Jannik Sinner non offre questa consolazione.

Lui non urla. Non polemizza. Non cerca alibi nel vento o nella sfortuna.

Perde un punto e si risistema le corde della racchetta con la freddezza di un ingegnere che ricalibra un sensore. Vince un torneo Masters 1000 e la sua esultanza è un pugno al cielo, un sorriso tirato che sembra quasi chiedere scusa per il disturbo, mentre tanti italiani si sbatterebbero a terra in scene tragicomiche, urlando come Silvester Stallone in Rocky.

Sinner vince, e basta. Ha successo, ma non lo sbandiera con cappotti di visone, cuffie da astronauta o altre corbellerie dei divi del calcio.

E questa sua normalità, in Italia, è un affronto.

La sua perfezione non è iconica, ma accusatoria. La sua disciplina non è un esempio, è un rimprovero silenzioso a chi vive di chiacchiere, a chi si giustifica “è colpa dell’insegnante che pretende troppo”, a chi “domani inizio, forse lunedì”.

Sinner non riflette il popolo, al contrario incarna un’élite dello spirito, un’aristocrazia dell’autocontrollo che ci mette a disagio perché quando perde si chiede dove può migliorare e quale lavoro debba fare. Non incolpa l’arbitro, non crede alla sfortuna, ma ha voglia di lavorare e sudare ancora di più.

Per l’italiano medio, lavorare e sudare di più è un affronto. L’italiano medio vive una vita fatta di sfortune, di datori di lavoro cattivissimi, di insegnanti che sono folli scampati a un manicomio.

Incece, Sinner vive una vita per cui gli errori sono suoi e non imputabili a nessun altro.

IL PECCATO ORIGINALE: LA LIBERTÀ COME ATTO DI INSUBORDINAZIONE

C’è un filo rosso che lega la reazione a Sinner che salta la Coppa Davis alla nostra storia politica ed economica. È il sospetto atavico verso l’individuo.

I nostri pilastri sono stati la res publica romana, il Comune medievale, la Chiesa Cattolica e, infine, uno Stato fortemente centralizzato. Strutture che, in modi diversi, hanno sempre predicato la subordinazione del singolo al collettivo.

Il “bene comune” – o ciò che veniva definito tale – ha sempre prevalso sull’ambizione personale.

Perciò chi ha successo è sempre invidiato, in Italia.

Per secoli, ci è stato insegnato che la vera virtù è nell’obbedienza, nel sacrificio per il gruppo, sia esso la famiglia, la parrocchia, il partito o la Nazione.

La libertà individuale, quella vera, radicale, è sempre stata vista come un lusso pericoloso. Un atto di egoismo. Un affronto.

Ecco perché la scelta di Sinner, un ragazzo-azienda che gestisce il proprio corpo-capitale con una logica da CEO, viene percepita come un atto di tradimento. Un “no” alla maglia azzurra diventa un “no” all’Italia intera.

La sua libertà di scegliere il meglio per la sua carriera a lungo termine rompe lo schema ancestrale per cui il “dovere” verso la tribù viene prima della volontà.

La cosa ridicola è che chi lo critica borbotta se il datore di lavoro gli chiede di lavorare il sabato, è il pensionato che lo critica dal divano, il giovane che lo insulta su Instagram anziché studiare.

Perché, in fondo, non stanno processando un tennista, ma stanno punendo colui che osa anteporre il proprio percorso, la propria visione, alla richiesta del gruppo. Un tizio che si permette di allenarsi per preparare al meglio nuove sfide.

Uno che il sabato mattina fa il suo dovere e anche domenica, se serve. Uno che non perde tempo su Instagram, perché lo attendono ore di duro lavoro per essere il migliore di tutti.

Sinner non ha fatto nulla di male, oggettivamente. Ma ha commesso il peccato culturale più grave: ha agito come un individuo sovrano di se stesso in un Paese in cui i più sono sempre preoccupati di che cosa pensino gli altri di loro.

L’ECONOMIA DELLA PERFORMANCE E L’INVIDIA DEL SILENZIO

Sinner non è solo un atleta. È una startup ad altissima crescita, con un piano industriale impeccabile e un team di manager che ottimizzano ogni variabile: dalla nutrizione alla programmazione, dalla comunicazione al recupero fisico.

Un’entità che non lascia nulla al caso. Perciò funziona.

In un’economia come quella italiana, spesso basata sull’improvvisazione e su parenti e amici messi ai vertici, al posto di persone competenti per davvero, in aziende che contano sull’arte di arrangiarsi, un modello come quello di Sinner è alieno. E spaventa.

In più, Sinner è ricco. Giovane. Riservato.

Questo trittico è letale nel nostro panorama sociale.

La ricchezza, se non ostentata in modo quasi caricaturale (rendendola quasi folkloristica, alla Fedez, per intenderci), o giustificata da una narrativa di sofferenza e di riscatto, genera una forma corrosiva di malessere che non è semplice gelosia, ma invidia perniciosamente letale per chi la prova.

Perciò questi italiani malati vivono nella perenne speranza che Sinner perda, che si faccia male, che Alcaraz o altri lo scavalchino in classifica.

Perché Sinner non dà appigli. Non fa gossip, non ostenta auto di lusso, non partecipa al circo mediatico e il suo successo è silenzioso, metodico, quasi inevitabile, ma frutto di tantissimo duro lavoro. Tutte cose che per l’italiano medio sono inconcepibili e alimentano il malumore dei frustrati.

È la quiete del primo della classe, quello che va d’accordo con l’insegnante che per tanti è odioso, quello che rende insopportabile il chiasso di chi non ha studiato.

È un dannato coraggioso, un uomo che sa scegliere per sé senza l’assillo di voler soddisfare i nonni, i genitori, il vicino di casa, la “gente”, perché non vive nella perenne paura di “cosa penserà la gente”.

Il suo essere “noioso” è la sua arma più potente, perché lo rende inattaccabile sul piano umano e costringe a confrontarsi con l’unica cosa che conta: la sua schiacciante superiorità nel suo campo.

IMPARARE LA LIBERTÀ O RIMANERE PRIGIONIERI DELLA PASSIONE?

Allora, gli italiani odiano Sinner?

No. L’italiano medio non odia Sinner. Odia se stesso.

Teme ciò che Sinner rappresenta: la possibilità che esista un modello di successo diverso da quello che conosciamo. Un modello non basato sulla passione teatrale, ma sulla dedizione, sul duro lavoro.

Non sul genio e sregolatezza, ma sul talento coltivato con disciplina ossessiva. Non sull’appartenenza al gruppo, ma sulla forza dell’individuo.

Sulle sconfitte per colpa propria e non del professore, dell’arbitro o della sfortuna.

Sinner è una lezione di liberalismo classico in un Paese che si riempie la bocca di libertà, ma nel profondo è costituito da gente abituata a farsi ottriare ogni aspetto della vita, più a proprio agio con le dinamiche passionali della comunità che con le responsabilità dell’autodeterminazione.

Perché l’autodeterminazione prevede responsabilità. E l’italiano medio non le vuole, perché è sempre colpa di altri. Sempre colpa dello Stato.

Possiamo continuare a chiedere a Sinner di essere come noi: imperfetto, emotivo, drammatico, sfortunato.

Di urlare un po’ di più, di soffrire in pubblico, di anteporre il cuore alla ragione. Di non allenarsi come un marziano, per passare un po’ di tempo sul divano, in modo da insultare qualcuno sui social.

Oppure possiamo fare lo sforzo più difficile: osservarlo, in silenzio, e accettare che la libertà non è uno slogan da sventolare, ma una pratica difficile che consiste nel rispettare le scelte altrui, soprattutto quando non le capiamo o non ci rassicurano.

Soprattutto quando ci mostrano che si può essere decisamente migliori di noi.

Finché non impareremo questa lezione, ogni Jannik Sinner che oserà tracciare la propria rotta sarà sempre visto come un disertore.

E noi resteremo una splendida, appassionata nazione di tifosi sfigati, incapace di diventare una matura società di individui liberi.

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

L’OFFERTA DI TREGUA SUL FRONTE UCRAINO PER DOCUMENTARE ANNI DI FAKE NEWS DEL GIORNALISMO OCCIDENTALE

Viviamo in un’era di dissonanza cognitiva. Una patologia terminale.

Un’era in cui la narrazione ufficiale, martellata senza sosta dai megafoni mediatici di un establishment in preda al panico, si scontra violentemente contro il muro granitico dei fatti e della realtà.

La chiamano informazione, ma è un’operazione di ingegneria del consenso su scala globale, forse l’ultima grande industria rimasta a un Occidente che ha delocalizzato tutto, persino la propria capacità di analisi strategica.

Ci mostrano immagini di leader sorridenti, di eserciti invincibili, di un ordine basato su regole che noi stessi abbiamo scritto e che ora calpestiamo con disinvoltura.

Ma la realtà, quella vera, si manifesta nel fango delle trincee di Pokrovsk, in ciò che resta di Gaza e nei corridoi del potere di Bruxelles, dove la paura ha ormai soppiantato la strategia.

IL TEATRO DI POKROVSK: LA VITA UMANA COME CAPITALE SIMBOLICO

La guerra in Ucraina doveva essere il capolavoro della deterrenza occidentale e della forza della NATO, invece è diventata il suo epitaffio. Le forze russe stanno chiudendo una tenaglia d’acciaio sulla città strategica di Pokrovsk, un accerchiamento che non ammette altra opzione se non la fuga.

Eppure, l’ordine di ritirata tarda ad arrivare sebbene un ritiro ordinato per preservare le forze sarebbe l’unica scelta logica, tuttavia prevale la scelta di sacrificare quei soldati.

Questi uomini ucraini vengono mossi su una scacchiera dove la loro sopravvivenza è secondaria rispetto all’immagine proiettata.

Per Kiev, la narrazione della resistenza a oltranza è propaganda, è un simbolo. È la merce più preziosa da esibire ai partner occidentali.

Al contrario, un esercito che si ritira strategicamente sarebbe un esercito che appare al collasso. E un esercito in collasso non riceve i miliardi di dollari di cui ha disperatamente bisogno.

Ogni giorno in più che la bandiera ucraina sventola su Pokrovsk, anche se su un cumulo di macerie difeso da un manipolo di eroi condannati, è un giorno guadagnato sul fronte degli aiuti.

La mossa di Putin di offrire una tregua “per i giornalisti” è di una freddezza quasi teatrale, ma serve a smontare la propaganda ucraina su cui tanti media occidentali hanno costruito anni di fake news, spacciandole per notizie.

Quello di Putin non è un gesto umanitario, ma un invito al mondo a documentare i fatti e la realtà, la disfatta che sta per compiersi, smascherando la finzione della propaganda.

È la comunicazione del potere applicata con precisione chirurgica. E mentre Zelenskyy elogia la “distruzione dell’occupante”, i suoi uomini muoiono intrappolati in una sacca, sacrificati sull’altare della percezione.

L’ARSENALE DELLA REALTÀ CONTRO L’ARSENALE DELLA PROPAGANDA

Mentre i nostri guru dell’informazione sono impegnati a tenere in vita la narrazione della Russia allo sbando e dell’Ucraina pronta a vincere, Mosca risponde sul piano della realtà, offrendo ai nostri guru dell’informazione di documentare cosa accade davvero sul campo di battaglia.

Altro che pale, microchip, muli e altre sciocchezze!

La Russia testa con successo armi che rendono obsolete le nostre concezioni di guerra: il missile a propulsione nucleare Burevestnik, il drone sottomarino Poseidon.

Non sono solo armi avanzate che polverizzano la propaganda della Mosca allo sbando, ma sono messaggi in codice che il nostro establishment, accecato dalla propria stessa propaganda, si rifiuta di decodificare.

Eppure, il messaggio è semplice: “La vostra propaganda si scontra contro la nostra superiorità tecnologica. Potete raccontare ciò che volete, ma la fisica dei missili ipersonici non si piega alle fake news”.

L’Occidente, intanto, vede i suoi arsenali svuotarsi. I dati del Kiel Institute mostrano un crollo verticale delle forniture militari. E, in questo vuoto strategico, matura il panico finanziario.

LA PIRATERIA DI STATO E L’AUTOGOL ECONOMICO

Un impero in declino compie sempre due errori fatali: sopravvaluta la propria forza e sottovaluta l’intelligenza degli altri.

L’idea, accarezzata a Bruxelles, di confiscare i 140 miliardi di euro di asset sovrani russi non è una mossa strategica, ma un atto di pirateria di Stato che è l’ammissione del fallimento totale del regime sanzionatorio. È la distruzione volontaria della fiducia su cui si fonda l’intero sistema finanziario occidentale: la certezza del diritto.

Perché l’India, il Brasile, l’Arabia Saudita dovrebbero ancora fidarsi di un sistema che può sequestrare le loro riserve sovrane per capriccio politico?

È un autogol economico di proporzioni storiche, mascherato da imperativo morale che costerà ai nostri figli decenni di emigrazioni all’estero per trovare un lavoro decente, fuori dall’Europa.

L’OCCIDENTE CHE CONOSCEVAMO È MORTO O ERA UNA FINZIONE

Se l’Ucraina è il sintomo della nostra debolezza esterna, Israele è lo specchio della nostra fragilità interna. Ci viene venduta come un’oasi di democrazia, ma la realtà è quella di una società profondamente lacerata.

Le proteste degli ultra-ortodossi contro la leva militare non sono folklore, ma la spia di un contratto sociale in frantumi.

Uno Stato che chiede il sacrificio supremo solo a una parte dei suoi cittadini, mentre un’altra cresce demograficamente vivendo di sussidi, è uno stato che sta divorando se stesso.

È una teocrazia etnica in guerra perpetua, non di certo una democrazia liberale.

Anche qui, la nostra incapacità di mediare è palese. Siamo diventati semplici fornitori di armi per una delle parti, perdendo ogni credibilità e alimentando un ciclo di violenza che, come in Ucraina, non abbiamo né la volontà né la capacità di fermare.

OLTRE IL VELO: L’ORA DELLA VERITÀ

L’accerchiamento di Pokrovsk, il panico a Bruxelles, le piazze di Gerusalemme, sono tutti punti che si uniscono per disegnare il ritratto di un Occidente che ha perso il contatto con la realtà.

Un impero in crisi cognitiva che si nutre di illusioni e si rifiuta di accettare l’avvento di un mondo multipolare.

Siamo sonnambuli verso la catastrofe, cullati da una ninna nanna di bugie ripetuta dai nostri pennivendoli della propaganda, che ci raccontano ancora della nostra superiorità morale.

Ma la storia non fa sconti e la realtà presenta sempre il conto. E il nostro conto da pagare sarà salatissimo.

Quando arriverà il punto in cui il prezzo degli ucraini sarà finalmente superiore a quello della propaganda?

Per l’uomo nella trincea di Pokrovsk, che attende un ordine di ritirata che potrebbe non arrivare mai, questa domanda è la differenza tra la vita e la morte.

Ma, una volta caduta anche Pokrovsk, città importantissima per l’Ucraina, il suicidio dell’Occidente si fermerà prima della caduta di Kiev o l’unica speranza degli ucraini è che Mosca si accontenti di liberare solo tutte le regioni russofone, per spartirsi con gli USA ciò che resta del Paese?

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

OTTOBRE, MORTE DELLA PROPAGANDA SULLA GUERRA IN UCRAINA

Un dato. Freddo, spietato, inappellabile.

Ottobre è stato il mese con il più alto numero di attacchi missilistici russi sull’Ucraina mai registrato.

Un’escalation del 46% rispetto a settembre. Non è un’opinione, ma matematica balistica.

È la cruda contabilità della distruzione che piove dal cielo, notte dopo notte, mentre il mondo occidentale si culla in narrazioni sempre più fragili e lontane anni luce dal salvare vite ucraine.

Questa tempesta di fuoco non è un atto casuale, ma è un messaggio strategico che lacera il tessuto della propaganda, esponendo una verità scomoda che le cancellerie e i comandi militari europei faticano a contenere.

La verità è che sul campo, lontano dalle mappe colorate, dai briefing rassicuranti e dalle sciocchezze dei giornalisti del mainstream, la situazione sta precipitando.

E in nessun luogo questa dissonanza cognitiva è più assordante che a Pokrovsk.

POKROVSK: L’EPICENTRO DELLA FRATTURA NARRATIVA

Per settimane, è stato un sussurro. Oggi è il simbolo di una narrazione che si sgretola. La gestione comunicativa della battaglia per questa città è un caso di studio da manuale su come la propaganda, sotto pressione, perda coerenza fino a diventare parodia di se stessa.

Prima, la negazione. Nessuna incursione russa.

Poi, l’ammissione edulcorata: un manipolo di 200 soldati nemici, quasi un disturbo trascurabile.

Ma la realtà sul terreno, fatta di fango, sangue e avanzate inesorabili, non si lascia imbrigliare a lungo. E così, in una danza macabra di cifre, i 200 diventano improvvisamente 11.000. Poi, con un balzo che sfida ogni logica logistica, 170.000.

Cosa ci dicono questi numeri schizofrenici?

Ci parlano di panico. Ci parlano di un comando che non controlla più la narrazione perché sta perdendo il controllo del territorio.

Per un soldato ucraino intrappolato in quella morsa, queste cifre non sono astrazioni geopolitiche, ma il suono crescente dell’artiglieria nemica, sono la consapevolezza che i rinforzi promessi potrebbero non arrivare mai, sono il presagio di un accerchiamento che i comunicati ufficiali si ostinano a negare.

Sono la sconfitta inevitabile che se ne frega della propaganda.

È la menzogna che muore nella realtà della trincea

LA PIOGGIA NON CADE SOLO DA UNA PARTE DEL FRONTE. PER LA PROPAGANDA, INVECE…

E quando la realtà diventa troppo ingombrante per essere negata, si ricorre al surreale.

L’Institute for the Study of the War, istituto d’analisi americano e lontano da qualsivoglia vicinanza a Putin, ci dice che la pioggia e la nebbia impediscono ai droni ucraini di operare efficacemente.

Fermiamoci. Respiriamo. E analizziamo.

L’istituto ammette la sconfitta degli ucraini, ma il motivo della disfatta sembra un insulto all’intelligenza. Un tentativo maldestro di attribuire al meteo le responsabilità di un fallimento tattico.

Le leggi della fisica non hanno tessera di partito e la nebbia che acceca un drone ucraino è la stessa che dovrebbe accecare un drone russo. La pioggia che impantana un veicolo ucraino è la stessa che frena un blindato russo. E, se il meteo ferma le armi NATO usate dall’Ucraina, c’è una sola spiegazione: le armi russe sono superiori.

Questa giustificazione è il preludio narrativo alla sconfitta.

È la preparazione del terreno mediatico per poter dire, un domani: “Abbiamo perso, ma è stata colpa del tempo”. Il famoso inverno russo.

È una tecnica antica quanto la guerra stessa, un’eco lontano di altre disfatte, da Kursk ad oggi, dove si è sempre cercato un capro espiatorio esterno per mascherare errori strategici o inferiorità sul campo. Inferiorità anche di quei famosi soldati dal fluente inglese madrelingua.

È il segnale più chiaro che la situazione a Pokrovsk non è solo critica, ma, con ogni probabilità, disperata.

I NUMERI NON MENTONO: L’ECONOMIA DI UNA GUERRA DI LOGORAMENTO

Torniamo al dato iniziale. Quel +46% di missili.

Mosca, conscia del logoramento delle difese aeree ucraine e del tentennamento degli aiuti occidentali, sta alzando il costo della resistenza a un livello insostenibile.

Ogni missile che colpisce una centrale elettrica, un deposito di grano o un nodo ferroviario non è solo una vittoria militare momentanea, ma un attacco diretto al PIL ucraino, un colpo al cuore della sua capacità di sostenere uno sforzo bellico a lungo termine.

È una strategia di dissanguamento economico prima che il “Generale Inverno” congeli il fronte.

L’Ucraina risponde come può. Con coraggio e intelligenza tattica, colpendo le raffinerie e i depositi di carburante russi.

Ma è una mossa asimmetrica, disperata, ma lucida, volta a intaccare la macchina economica che alimenta l’invasione.

Tuttavia, questa guerra, ormai, si combatte su due fronti: quello fisico, del territorio, e quello economico, della sostenibilità. Il record di missili di ottobre ci dice che la Russia sta spingendo sull’acceleratore in entrambi.

E l’Ucraina, come sosteniamo dal 2022, non ha alcuna possibilità di uscirne bene, se non attraverso una trattativa. Fosse anche una resa.

Perché, anche nel caso in cui la NATO desse armi più pesanti e in grado di colpire la Russia, a qual punto Mosca sarebbe autorizzata a bombardare con armi atomiche Kiev e dintorni.

L’Ucraina e gli ucraini hanno solo una via d’uscita: la pace. Giusta, ingiusta, chiamatela come vi pare, ma non esiste altra via che possa garantire la fine delle morti e la sopravvivenza del Paese.

OLTRE LA NEBBIA DELLA DISINFORMAZIONE

La verità, in guerra, non è mai pura. È un mosaico frammentato, dove ogni tessera è sporca di fango, polvere da sparo e interessi di parte. Il nostro compito, come osservatori, non è tifare. È capire.

E oggi, capire significa riconoscere l’enorme, crescente voragine tra la realtà brutale del fronte, fatta di accerchiamenti, piogge di missili e perdite umane spaventose, e le narrazioni consolatorie che ci vengono servite da chi ci ha narrato scemenze su pale e microchip.

I numeri hanno una loro ostinata onestà. E i numeri di ottobre ci raccontano una storia di escalation e pressione massima, una storia che le favole sulla nebbia a senso unico non possono più nascondere.

La prima vittima della guerra è la verità.

Ma c’è una seconda vittima: l’intelligenza di chi non riesce a riconoscere la verità e crede ancora a chi narra di controffensive, di microchip smontati dagli elettrodomestici, di Mosca al tappeto grazie alle sanzioni, di coreani in soccorso a un esercito senza più giovani da mandare al fronte, di muli usati al posto dell’artiglieria pesante distrutta dall’esercito ucraino, e alle altre, troppe, sciocchezze che una certa propaganda ha spacciato per giornalismo.

Perché, mentre i nostri illustri giornalisti ci raccontano tali sciocchezze, gli ucraini continuano a morire. E non lasciano balle su cui ridere, ma sedie vuote intorno al tavolo.

Dott. Pasquale Di Matteo

Giornalista freelance, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

Un record di missili russi in ottobre smaschera la propaganda sulla guerra in Ucraina. Mentre la narrazione ufficiale su Pokrovsk si sgretola, un'analisi tagliente svela la cruda realtà del fronte, ignorata dai bollettini ufficiali e dalle giustificazioni surreali.