GRAZIE ALLA CRISI, QUALCUNO FA SOLDI A PALATE E NOI FINANZIAMO LE GUERRE

di Pasquale Di Matteo

Tra i mediatori inviati da Washington nella capitale pakistana, non troverete diplomatici di carriera con i capelli grigi e la copia dei trattati di Westfalia in tasca. Ammesso che sappiano cosa fu la Guerra dei Trent’anni.

A rappresentare gli USA, ci sono: Jared Kushner, il genero di Donald Trump; Witkoff, un palazzinaro prestato alla politica internazionale, e il vicepresidente Vance.

D’altronde, non sono lì per discutere di diritti umani o di equilibri regionali, ma per chiudere una sorta di contratto. Perché è così che ragiona Donald Trump.

Il problema è che dall’altra parte del tavolo non siedono amministratori di condominio, ma figure come Mohammad Bagher Galibaf, presidente del parlamento iraniano ed ex alto comando dei Pasdaran, affiancato dal ministro Araghchi.

Lucio Caracciolo, di Limes, lo ha scandito con chiarezza: “la delegazione americana brilla per incompetenza diplomatica.”

Probabilmente, è la più incompetente della storia, aggiungiamo noi.

È un tavolo tra venditori di immobili e ideologi della sopravvivenza. Ma dietro il sipario di Islamabad, il potere a Teheran non brilla per coesione.

La fazione più dura delle Guardie della Rivoluzione considera il governo quasi troppo morbido.

C’è un successore di Larijani che viene descritto come “fuori controllo” persino dai suoi stessi reparti, e, quando il nemico è diviso e il mediatore pensa solo al business, il rischio non è la pace, ma il malinteso che peggiora le cose.

IL RITORNO ALL’ETÀ DELLA PIETRA

Mentre si chiacchiera in Pakistan, il Ministro della Difesa israeliano non usa metafore: l’obiettivo è riportare l’Iran all’Età della Pietra. Qualcuno sano di mente, dovrebbe ricordare che, tuttavia, all’”Età della Pietra”, l’Iran era già un impero quando gran parte del resto del mondo aveva smesso da poco di disegnare sui muri delle caverne.

Netanyahu sa che la superiorità aerea di Israele è totale contro attori deboli come Libano o Siria, dove l’occupazione territoriale si sta espandendo senza troppi ostacoli mediatici, ma contro Teheran la musica cambia.

La pioggia di droni e missili che ha bucato l’Iron Dome come un groviera ha dimostrato che Israele può condurre questa guerra solo con gli Stati Uniti al fianco.

Bombe, mezzi, intelligence e, soprattutto, miliardi; senza il supporto logistico di Washington, la “superiorità” israeliana durerebbe il tempo di una ricarica di uno smartphone.

HORMUZ: IL CAPPIO AL COLLO DELL’EUROPA

Il vero nodo del cappio però non è a Teheran, ma nelle acque dello Stretto di Hormuz. L’Iran ha bloccato il traffico e il mondo ha iniziato a soffocare.

L’Agenzia Internazionale per l’Energia (AIE) ha già annunciato che il mercato del gas naturale liquefatto (GNL) resterà “critico” e “ristretto” fino ad almeno tutto il 2027.

E non importa se domani mattina Kushner e Galibaf dovessero scambiarsi un bacio della pace. I danni alle infrastrutture in Qatar e le ostruzioni nello stretto richiedono anni di lavori.

Per noi italiani, si traduce in una sola cosa: bollette insostenibili e benzina alle stelle per almeno un altro biennio.

Di conseguenza, la tregua di cui si parla è un farmaco scaduto. Eppure, mentre la gente comune si chiede come arriverà a fine mese, c’è chi ha capito che la geopolitica è il casinò più redditizio del pianeta. Persino più redditizio dei vaccini.

SCOMMETTERE SUL SANGUE

Prendete il caso di Gannon Ken Van Dyke, un soldato americano, un signor nessuno che, secondo quanto rivelato dai documenti visionati, è riuscito a portarsi a casa 400.000 dollari scommettendo sulla cattura di Nicolas Maduro su Polymarket, una piattaforma di mercati predittivi basata su blockchain.

Van Dyke ha piazzato le sue puntate nei giorni immediatamente precedenti all’operazione, sfruttando informazioni classificate a cui aveva accesso.

È insider trading geopolitico.

Ma Van Dyke è solo la “mela marcia” data in pasto alla stampa per pulire l’immagine del sistema; quanti, all’interno delle amministrazioni che contano, tra Washington e Tel Aviv, stanno muovendo miliardi sfruttando l’anticipo sulle dichiarazioni di Trump, sugli annunci di attacco o sulle finte tregue, sulle minacce e sulle retromarce o sui finti ultimatum?

Ogni volta che il prezzo del petrolio oscilla del 3% per una minaccia su Hormuz, qualcuno diventa miliardario in pochi secondi. La guerra è diventata un derivato finanziario.

LA FARSA DEL DEFICIT ITALIANO

In tale contesto, la politica interna italiana sembra una commedia fantozziana recitata in un teatro che crolla.

Il nostro rapporto deficit/PIL è fermo al 3,1%, un numero che dovrebbe preoccupare chiunque abbia un minimo di senso dello Stato. Ma la risposta del governo è un disco rotto: “è colpa del Superbonus. È colpa dei governi precedenti. È colpa delle cavallette”.

“Come è umano lei…!”

Dopo quattro anni di gestione, continuare a puntare il dito contro le agevolazioni edilizie per giustificare l’incapacità di trovare risorse serie per affrontare la crisi energetica è, citando l’analisi di Fulvio Scaglione, semplicemente imbarazzante.

Il Superbonus è stato ammortizzato, ha generato introiti fiscali e ha spinto il PIL in alto quando serviva.

Che poi sia stato gestito male e abbia creato anche criticità, non ci piove, ma usarlo oggi come scudo umano per nascondere i tagli alla sanità e l’impennata dei costi energetici dovuto alle scelte scellerate europee di tagli al gas russo e di miliardi per inviare armi in Ucraina è una menzogna contabile.

Ma la massa di italiani medi, si sa, è un animale che preferisce le spiegazioni facili alle verità scomode.

Ma c’è un’altra questione che riassume lo stallo del governo: la proposta di inviare una missione internazionale, con il contributo italiano, per “sminare” lo Stretto di Hormuz.

Andremo lì a fare le pulizie, a togliere le mine iraniane per permettere alle petroliere di passare, mentre i decisori politici continuano a soffiare sul fuoco del conflitto.

Manderemo i nostri soldati a rischiare la vita per rimediare ai danni di una guerra che i nostri stessi alleati alimentano per fini speculativi o elettorali, mentre a noi tocca pagare i conti.

Vogliamo davvero credere che a Islamabad si stia costruendo la pace o dobbiamo ammettere che stiamo assistendo alla gestione controllata di un disastro permanente, utile a mantenere alti i prezzi dell’energia e a permettere a pochi eletti di scommettere sul collasso della prossima nazione sovrana?

Tutto mentre continuiamo scodinzolare di fronte ai crimini di Netanyahu, al quale non ci permettiamo neppure di sospendere davvero accordi commerciali, con la scusa che ne soffrirebbe la popolazione di Israele, che con il governo non c’entra nulla.

Perciò, l’Italia e l’Europa hanno certificato che vi è un odio nei confronti della popolazione russa, altrimenti non si spiega l’ennesimo pacchetto di sanzioni a Putin. Per giunta un dittatore, mentre Netanyahu sarebbe presidente di una nazione democratica.

I 440 chilogrammi di uranio sono ancora lì, sepolti sotto la roccia. Secondo alcuni, ormai inaccessibili.

Il gas resterà carissimo fino al 2028, – o fino a quando non spunterà un leader che non sia Fantozzi in Europa, – e il soldato Van Dyke ha incassato i suoi 400.000 dollari.

Siamo sicuri che l’Età della Pietra sia quella che attende l’Iran e non noi?

Perché, magari Teheran tornerà davvero alla Preistoria, ma sembra proprio che noi siamo già da un pezzo nell’era degli idioti. Idiozia che i nostri leader indossano pure come un vanto.

BERLINO SI RIARMA, ROMA AFFONDA E KIEV INCASSA. IL CONTO LO PAGANO GLI ITALIANI

di Pasquale Di Matteo

Il 22 aprile 2026, la Germania ha ufficialmente smesso di chiedere scusa per il suo passato.

Boris Pistorius, ministro della Difesa tedesco, ha presentato a Berlino la prima strategia militare nazionale della storia repubblicana, un piano decennale per trasformare la Bundeswehr nell’esercito convenzionale più potente d’Europa.

460.000 effettivi tra soldati attivi e riservisti entro il 2039.

E per la Germania, non ci sono dubbi, il nemico ha un nome e un cognome: la Russia, definita “la maggiore minaccia immediata”.

Berlino rompe il tabù del riarmo, intanto, a Roma, Giancarlo Giorgetti presenta i numeri del Documento di Economia e Finanza con la faccia di chi deve annunciare un funerale a un banchetto di nozze.

L’EUROPA NELLA GABBIA E IL REALISMO DI GIORGETTI

Mentre la Germania pianifica la proiezione di potenza, l’Italia di Giorgia Meloni fa i conti con la realtà della matematica elementare, che non ammette propaganda.

Il Pil italiano è inchiodato a un anemico +0,6%, una stima che lo stesso Ministero dell’Economia ha dovuto rivedere al ribasso rispetto al precedente +0,7%, e che pure appare ottimistica se confrontata con lo +0,5% previsto da Bankitalia.

Il rapporto deficit/Pil per il 2025 è previsto al 3,1%, perciò siamo fuori dai parametri europei, pronti per una procedura d’infrazione che ridurrà i margini di manovra del governo a zero.

Giorgetti è stato chiaro: la “gabbia” delle regole europee ci blocca mani e piedi. L’Europa interviene sempre quando i feriti sono già a terra e l’aspirina non basta più. Ci viene chiesto di finanziare la postura marziale di Bruxelles e il riarmo accelerato mentre la nostra economia rischia la recessione tecnica. Buttiamo via soldi in armi e non ci sono per i servizi ai cittadini.

Il bello è che, se la crisi nello Stretto di Hormuz non si sblocca entro dicembre, il costo dell’energia trascinerà l’inflazione oltre i livelli di guardia, rendendo il DEF carta straccia prima ancora di essere discusso in Parlamento.

Da una parte c’è il marketing politico di Palazzo Chigi che vende ottimismo; dall’altra c’è il realismo brutale di Giorgetti e Crosetto, gli unici che sembrano guardare i dati senza filtri ideologici.

E i dati dicono che l’Italia è un paziente che paga le medicine per gli altri mentre la sua assicurazione sanitaria è scaduta da un pezzo, ma non ci sono soldi per rinnovarla.

IL GIALLO DEL DRUZHBA E IL RICATTO DI KIEV

Nelle stesse ore in cui Pistorius parlava di minaccia russa, dai confini orientali arrivava la conferma di una gestione della guerra che somiglia sempre più a un gioco d’azzardo sulla pelle dei contribuenti europei.

Il caso dell’oleodotto Druzhba è emblematico. Per settimane, il governo di Kiev aveva dichiarato l’infrastruttura “irrimediabilmente danneggiata” dai bombardamenti russi, avvertendo Ungheria e Slovacchia che i rifornimenti di petrolio sarebbero rimasti bloccati per mesi. Viktor Orbán aveva protestato, Kiev aveva scrollato le spalle.

Poi, l’imprevisto. Appena terminate le elezioni ungheresi, l’oleodotto è stato riparato in meno di ventiquattro ore.

I documenti tecnici e le segnalazioni delle agenzie internazionali rivelano una realtà sgradevole: il danno era minimo, ma Kiev lo ha utilizzato come arma di ricatto politico per mettere in ginocchio l’approvvigionamento energetico di Budapest.

Non era un problema tecnico, ma una scelta politica. L’Ucraina, che sopravvive solo grazie ai miliardi che l’Unione Europea preleva dalle tasche dei cittadini italiani, tedeschi e francesi, usa le proprie infrastrutture per punire i membri dell’UE che non si allineano pedissequamente ai suoi ordini.

Nel frattempo, mentre migliaia di ucraini vengono mandati a morire al fronte, la cronaca registra l’acquisto di una villa sul Lago di Como da 8,4 milioni di euro da parte di Kateryna Filatova, figlia del sindaco di Dnipro.

I dati anagrafici corrispondono, la residenza anche, ed è l’immagine di qeusta guerra: un investimento a fondo perduto per l’Europa, un’opportunità di rendita per burocrati e non.

Ora, il sindaco ucraino potrà essere ricco di suo, non è questo il punto. Il punto è che a chi comanda davvero in Ucraina, importa un gran poco del popolo mandato a morire, finché noi paghiamo come i fessi del quartiere.

LA PROPAGANDA DELLA SCONFITTA E LA TRAPPOLA NUCLEARE

La narrazione occidentale sul fronte militare non è meno surreale.

Il capo di Stato Maggiore russo, Gerasimov, dichiara di aver conquistato 1.700 chilometri quadrati e 80 centri abitati dall’inizio dell’anno.

L’Institute for the Study of War (ISW), il think tank americano che detta la linea ai media europei, risponde che “Non è vero, i russi hanno preso solo 380 chilometri quadrati e 13 centri abitati”.

Ponendo per vere le parole dell’istituto americano, resta il fatto che stiamo perdendo inesorabilmente la guerra e bisogna fermarsi un istante e rileggere: la vittoria comunicativa dell’Occidente oggi consiste nel dire che stiamo perdendo meno territorio di quanto il nemico dichiari di aver preso.

Non si parla più di riconquista, non si parla di vittoria, ma di una ritirata più lenta del previsto.

È questo il successo che giustifica l’invio continuo di armi?

La politica del “niente negoziati” ha prodotto un’Ucraina distrutta, dipendente al 100% dai fondi UE per pagare stipendi e pensioni.

Senza i soldi di Bruxelles, Kiev non sta in piedi, eppure, il ministro degli Esteri ucraino insiste: adesione piena all’UE, subito, senza sconti.

Vogliono l’accesso illimitato ai fondi strutturali per compensare il disimpegno americano.

L’Europa è entrata in una fase di co-belligeranza di fatto. Produrre armi in Italia destinate a colpire il territorio russo non è più “supporto”, ma significa partecipazione al conflitto, secondo il Diritto internazionale.

La Russia ha aggiornato la sua dottrina nucleare: l’uso dell’atomica non è più un’ipotesi accademica da film di serie B, ma una possibilità strategica prevista dai manuali del Cremlino in caso di attacco diretto al proprio territorio con armi fornite dalla NATO.

In pratica, il governo italiano ci ha già esposti a possibili attacchi, anche atomici.

IL FANTASMA DEL RIARMO TEDESCO E LA “FLOTTA DEI VOLENTEROSI”

La decisione di Berlino di riarmarsi assume un sapore sinistro. Un cancelliere tedesco che annuncia la costruzione del più grande esercito d’Europa risveglia memorie collettive che in Russia non sono mai svanite.

È benzina sul fuoco che avvalora la paranoia securitaria di Mosca.

La Germania, spinta dalla necessità di affrancarsi dalla protezione americana, sta diventando il perno di una difesa europea che però non ha una politica estera comune, ma solo una lista di nemici.

A corollario di questa strategia della tensione, ci sono le missioni nel Golfo Persico.

La chiamano la “Flotta dei Volenterosi”, quelle navi mandate nel cortile di casa dell’Iran per proteggere rotte commerciali che la nostra stessa diplomazia non è più in grado di garantire.

Purtroppo, in Europa sembrano esserci solo leader incapaci di gestire un oratorio, incompetenti e pericolosi, le cui scelte politiche e gli effetti ottenuti denotano una stupidità che non si era mai vista negli ultimi ottant’anni.

Macron e i vertici di Berlino giocano alla guerra per ottenere una foto opportunità con Zelensky, mentre le loro aziende sono in affanno per le sanzioni che, invece di abbattere l’economia russa, hanno svuotato i magazzini energetici europei.

La realtà è che l’Unione Europea ha smesso di essere un progetto di pace per diventare un’agenzia di finanziamento bellico ai danni degli europei.

Le sanzioni hanno disarticolato le economie di Roma e Berlino, non quella di Mosca, che ha semplicemente cambiato clienti, dirottando gas e petrolio verso l’India e la Cina. E, con il disastro commesso da Israele e America a Hormuz, mosca guadagna trilioni di dollari in più ogni settimana.

Noi, invece, siamo rimasti con il Pil allo 0,6% e l’obbligo di comprare armi americane o tedesche.

L’INCOGNITA FINALE PER GLI ITALIANI

Il cittadino italiano che oggi paga le tasse si trova di fronte a un bilancio fallimentare.

I suoi soldi finanziano un conflitto che la stessa intelligence occidentale definisce “di logoramento”, senza sbocchi. Finanziano un’Ucraina che usa il ricatto energetico contro i propri alleati, e il riarmo di una Germania che torna a essere il gendarme del continente.

E chi ha studiato la Storia sa cosa significa.

Giorgetti dice la verità sui numeri, Meloni vende speranza e propaganda, ma nessuno dei due risponde alla domanda che interessa di più gli italiani: se l’obiettivo è la guerra diretta con la Russia, perché non lo si dice chiaramente al popolo? Se produrre componenti militari per Kiev ci rende obiettivi legittimi per i missili russi, qual è il piano di difesa civile?

Ce n’è uno anche contro i missili ipersonici caricati con testate nucleari?

Non ci sono risposte, se non i numeri che condannano gli italiani.

Un oleodotto riparte magicamente dopo un voto favorevole a chi spinge per la guerra e un ministro dell’Economia che ammette di non avere più chiavi per aprire la gabbia.

Quanto tempo pensano che il contribuente italiano possa ancora reggere il peso di questa “postura marziale” prima che la matematica, quella vera, presenti il conto definitivo al suo portafogli?

PERCHÉ TRUMP HA FALLITO TUTTO

di Pasquale Di Matteo

Donald Trump ha annunciato una proroga a tempo indeterminato del cessate il fuoco con l’Iran, un differimento burocratico per mascherare il fatto che non sa più cos’altro fare. Col dubbio che non l’abbia mai saputo, in realtà.

Nello stesso momento, il generale Maurizio Boni, analista di lungo corso, dichiara senza giri di parole: “Dal punto di vista militare, la strategia americana è un obiettivo irrealizzabile”.

Il quadro si complica ulteriormente con l’analisi di Dario Fabbri, che spiega come il “cessate il fuoco” non sia stato concesso per magnanimità, ma per necessità. Gli Stati Uniti hanno capito di aver perso, almeno per ora, la partita militare.

La Casa Bianca, costretta all’angolo, ha trasformato questa ritirata in una narrazione di trionfo elettorale, una “rampa d’uscita” per evitare il collasso.

LA REALTÀ DIETRO IL SONDAGGIO E LA TATTICA DEL RINVIO

Mentre la diplomazia si incaglia tra le sabbie del Pakistan, dove i colloqui si trascinano senza una direzione chiara, i numeri di Reuters/Ipsos arrivano sul tavolo di Washington come un freddo contrappunto.

Il sostegno a Trump, dicono i fatti di campo, è più alto di quanto le statistiche ufficiali osino ammettere.

Eric J. Lyman nota come gli americani abbiano imparato a mentire ai sondaggisti e come l’America sia un problema per il mondo ben oltre la follia di Trump.

Eppure, questo non trasforma la strategia iraniana in un successo.

La proroga dell’ultimatum di Trump è un’operazione mediatica. Il Presidente ha minacciato bombardamenti e distruzione totale, ma poi ha dovuto fare marcia indietro perché non aveva le risorse per un’azione militare di successo in un territorio vasto e difeso come l’Iran.

“Le guerre non si vincono in base a quanti carri armati distruggi”, osserva Fabbri, smontando la logica che vede il conflitto come un videogioco. Si vincono entrando negli obiettivi geopolitici. E su questo terreno, l’Iran sta giocando una partita di logoramento che sta costando caro, anche agli USA.

IL PARADOSSO DELLE RISORSE ESAURITE

L’errore di calcolo è stato credere che l’Iran fosse sull’orlo di un crac economico tale da indurlo a una resa incondizionata. Le navi continuano a transitare per lo stretto di Hormuz, pagando dazi a chi ne detiene il controllo effettivo, cioè all’Iran, mentre le compagnie aeree americane come United Airlines rivedono i bilanci a causa dei costi del carburante che l’instabilità ha fatto lievitare.

Fabbri aggiunge che i mercati non si fidano più dei proclami: nonostante le minacce di Trump, il prezzo del greggio non ha subito la scossa attesa, segno che il mondo ha già compreso l’impossibilità di una guerra totale.

Gli attori regionali come la Turchia e l’Arabia Saudita osservano con cautela, cercando di non farsi trascinare nel vortice, mentre i Pasdaran consolidano il loro potere interno, forti della tenuta militare dimostrata.

I SEGNALI DI UNA CRISI NERVOSA

L’amministrazione Trump appare logorata.

La partenza del Segretario del Lavoro Lori Chavez-DeRemer è solo l’ultimo capitolo di una gestione fatta di strappi. L’amministrazione Trump non è una macchina governativa che marcia verso un obiettivo, ma una guidata da una serie di azioni prive di senso, dettate dagli umori del presidente.

La politica interna, con la sua crisi nervosa, influenza direttamente la politica estera. La narrazione della “guerra semplice” contro l’Iran, quel mito di poter rovesciare il regime con un colpo di mano, magari con l’aiuto di una popolazione che, secondo i piani originali, avrebbe dovuto insorgere, si è infranta contro la realtà.

Come sottolinea Fabbri, i cittadini iraniani si distinguono tra i persiani, l’etnia dominante, e le altre minoranze.

Credere che tutti siano pronti a insorgere contro il regime è una semplificazione dettata da una visione occidentale che confonde i desideri con la realtà geopolitica. L’Iran è un impero, non una startup.

CHI VINCERÀ QUESTA PARTITA DI LOGORAMENTO?

Trump sta cercando la risoluzione, o ha solo bisogno di un successo formale da sventolare a novembre per evitare il disastro elettorale?

Il negoziato in Pakistan serve a cristallizzare una situazione che nessuno sa come sbloccare. Gli iraniani aspettano che il tempo giochi a loro favore, logorando la pazienza dell’elettorato americano e degli europei; gli americani scommettono sulla fame per piegare un regime che ha già dimostrato di poter vivere di poco.

Nonostante la retorica bellicista, nessuna delle parti è in grado di sostenere il peso di un conflitto aperto.

Trump, intrappolato tra le promesse di “distruzione totale” e la necessità di una stabilità che non sa garantire, continua a rilanciare, ma il gioco è stato scoperto.

Trump non ha più carte in mano e l’Iran ha tutto il tempo per aspettare che un uomo definito idiota persino dalla sua stessa madre accetti l’evidenza della sconfitta.

IL BLUFF DI WASHINGTON E IL RITORNO DELLA FIONDA DI DAVIDE

di Pasquale Di Matteo

L’appuntamento era fissato per lunedì a Islamabad, ma al terminal degli arrivi internazionali non si è presentato nessuno.

Mentre Donald Trump vendeva all’elettorato americano l’ennesimo “successo diplomatico senza precedenti”, la sedia riservata alla delegazione di Teheran restava vuota, gelida, a ricordare che in Medio Oriente la realtà ha l’abitudine di smentire i post su Truth Social nel giro di poche ore.

L’agenzia ufficiale iraniana IRNA lo ha messo nero su bianco come uno schiaffo: “Nessun colloquio finché continuerà l’assedio ai nostri porti”.

Il fallimento dell’incontro in Pakistan è il sintomo di un corto circuito.

Da una parte, c’è la narrazione della Casa Bianca, che descrive un’Iran in ginocchio e un accordo “migliore di quello di Obama” a portata di mano; dall’altra ci sono i fatti, che raccontano di un blocco navale che fa acqua da tutte le parti e di una potenza, quella statunitense, che comincia a grattare il fondo dei propri magazzini di munizioni.

IL FANTASMA DI J.D. VANCE E IL CAOS DI WASHINGTON

La cronaca delle ultime 72 ore è grottesca.

Trump annuncia che il suo vice, J.D. Vance, è in missione segreta a Islamabad per chiudere la partita, ma una manciata di ore più tardi, il New York Times rivela che la partenza, inizialmente prevista per lunedì, è misteriosamente slittata a data da destinarsi.

Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Baghaei, ha rincarato la dose, definendo le condizioni americane “inaccettabili”.

In questo teatrino delle ombre, l’unica cosa certa è l’assenza di una linea coerente.

Si diceva che Trump fosse il maestro dell’imprevedibilità, la celebre “teoria del matto” già cara a Richard Nixon, ma c’è una linea sottile che separa l’imprevedibilità strategica dal disordine amministrativo. E, forse, mentale.

Mentre Trump cerca di accreditarsi come il grande costruttore di pace, la sua ala militare e i Pasdaran a Teheran lavorano in direzione ostinata e contraria. I verbali interni rivelano una spaccatura profonda nell’establishment iraniano:

i diplomatici cercano lo spiraglio per allentare le sanzioni, ma i militari hanno capito che l’arma vera non è l’arricchimento dell’uranio, ma la geografia.

IL BLOCCO NAVALE: QUANDO I DATI UMILIANO LA RETORICA

Se ascoltate i briefing del Pentagono, lo Stretto di Hormuz è sigillato, ma se leggete i report di Lloyd’s List Intelligence, la realtà è opposta.

Negli ultimi sette giorni, almeno 26 navi della cosiddetta “flotta fantasma” iraniana hanno eluso sistematicamente il blocco statunitense. Undici petroliere cariche fino all’orlo sono passate sotto il naso della Quinta Flotta senza che un solo colpo venisse sparato.

Washington dichiara il controllo totale, ma i mercati vedono il greggio iraniano continuare a fluire verso i porti cinesi.

Il sequestro della nave cargo iraniana, sbandierato dai media vicini a Trump come l’inizio della fine per Teheran, appare oggi per quello che è: un episodio isolato, un’azione di propaganda necessaria a coprire l’inefficacia di un dispositivo navale che non può permettersi di ingaggiare ogni singolo bersaglio senza scatenare un incendio mondiale.

E qui arriviamo al punto dolente: le munizioni, perché, secondo un’inchiesta del quotidiano tedesco Der Spiegel, gli Stati Uniti starebbero esaurendo le scorte di missili terra-aria e missili da crociera.

Prova ne è che alcune ommesse di missili in consegna al Giappone, sarebbero state rinviate perché i missili scarseggiano, tanto che i giapponesi hanno rissposto chiedendo il rispetto dei tempi previsti.

Tra il sostegno massiccio all’Ucraina e la necessità di presidiare il Pacifico in chiave anti-Cinese, la “superpotenza” dei film di Hollywood si scopre vulnerabile. e molto meno potente, qui, nel mondo reale.

Non si può mantenere un assedio permanente se le fabbriche non riescono a stare dietro al consumo di missili intercettori. L’Iran lo sa. Per questo aspetta.

HORMUZ COME FIONDA DI DAVIDE: L’ITALIA NEL MIRINO

Paolo Magri, dell’ISPI, ha usato una metafora che toglie il sonno ai ministri dell’economia europei: Hormuz è la fionda di Davide contro il Golia americano.

Lo stretto è largo appena 33 chilometri nel suo punto più critico. Non serve un’arma nucleare per mettere in ginocchio l’Occidente; bastano pochi droni da poche migliaia di dollari per bloccare il 20% del commercio mondiale di idrocarburi.

E chi paga il conto più salato? Non certo gli Stati Uniti, che sono diventati esportatori netti di energia. Né la Russia, che sta facendo soldi a palate.

Il conto arriva a Roma e a Berlino. I numeri sono un pugno nello stomaco per la nostra sicurezza nazionale: il 12% del gas totale utilizzato in Italia passa per quel collo di bottiglia. Il 6% del nostro petrolio dipende dal beneplacito di chi controlla quelle acque.

Peggio ancora, il 20% del carburante per aerei che alimenta i nostri aeroporti arriva dal Golfo.

Venerdì scorso, a Parigi, Giorgia Meloni ha incontrato Emmanuel Macron e Keir Starmer. Hanno parlato di “missione dei volenterosi”, hanno ipotizzato l’invio dei cacciamine italiani della classe Lerici e Gaeta, eccellenze mondiali nella bonifica dei fondali.

Ma la condizione posta da Palazzo Chigi è chiara: “Interverremo solo dopo un reale cessate il fuoco”. Tradotto dal linguaggio diplomatico: non abbiamo nessuna intenzione di finire in mezzo a una guerra tra Trump e gli ayatollah per difendere gli interessi di Washington mentre noi paghiamo il gas a peso d’oro.

LA STRATEGIA DEL CAOS O IL CAOS DELLA STRATEGIA?

Vittorio Emanuele Parsi analizza il comportamento di Trump come un’applicazione della “Madman Theory”, quella per cui fai credere al tuo nemico di essere abbastanza pazzo da premere il bottone rosso, e lui arretrerà.

Il problema sorge quando il nemico sospetta che la tua “pazzia” sia solo una distrazione.

Le accuse che piovono su Trump in queste settimane non riguardano solo la geopolitica; c’è l’ombra del dossier Epstein, ci sono le elezioni di midterm a novembre, c’è il prezzo della benzina alle pompe americane che sta erodendo il suo consenso interno.

Il Brent è tornato sopra i 95 dollari al barile, in aumento del 5,8% in una sola mattinata.

Ogni dollaro in più alla pompa è un voto in meno per i repubblicani.

L’Iran, con una pazienza millenaria, gioca sulla vulnerabilità politica del Presidente. Teheran sa che Trump ha bisogno di un accordo, anche di facciata, per poter dire agli americani: “Ho portato la pace e abbassato i prezzi”.

Gli iraniani, al contrario, non hanno fretta. Hanno scoperto che possono tenere in ostaggio l’economia globale restando fermi sulla riva dello stretto.

L’OMBRA LUNGA DI NETANYAHU E IL SILENZIO DI PECHINO

C’è un terzo attore che osserva con soddisfazione il naufragio dei negoziati: Benjamin Netanyahu.

Trump ha cercato di difendersi su Truth, dichiarando che la politica verso l’Iran è una sua scelta autonoma e non è dettata da Israele, ma si tratta di una precisazione che, per chiunque conosca le dinamiche di potere a Washington, suona come una conferma del contrario.

Se un leader sente il bisogno di urlare la propria autonomia, è perché quest’ultima è già stata compromessa.

Mentre l’Occidente si avvita in discussioni su droni e cacciamine, la Cina osserva in silenzio.

Pechino ha fatto passare attraverso lo stretto acquisti per 110 miliardi di dollari, in media, negli ultimi due anni.

Perciò, se Hormuz si chiude davvero, la Cina è la prima a soffrire, ma è anche l’unica che può alzare il telefono e parlare con Teheran senza passare per intermediari pachistani.

Inoltre, si è messa al riparo quanto a petrolio, acquistandolo da Mosca.

Il rischio reale è che, mentre gli USA cercano di bonificare lo stretto con la retorica, i veri guardiani del traffico marittimo diventino altri.

IL BRENT NON MENTE MAI

L’immagine finale di questa crisi non è quella dei caccia F-18 che decollano dalle portaerei, ma quella di un monitor finanziario a Piazza Affari, che indica petrolio a +6%, gas a +4%, borsa in calo dell’1,25%.

Questi numeri non hanno bisogno di interpretazioni, non seguono la “teoria del matto” e non si curano dei post sui social media.

Siamo di fronte a una gestione caotica che ha scambiato la propaganda per strategia. Washington ha minacciato di distruggere ogni ponte e ogni centrale elettrica in Iran, ma non riesce a impedire a una nave cisterna di passare in un braccio di mare largo quanto la distanza tra Reggio Calabria e Messina.

Allora, chi sta davvero assediando chi?

Gli Stati Uniti gridano alla vittoria da un tavolo negoziale deserto, mentre l’Iran, senza nemmeno presentarsi, ha già ottenuto quello che voleva: il rialzo dei prezzi, la divisione degli alleati europei e la dimostrazione che il controllo dei mari, oggi, non si esercita più solo con la stazza delle navi, ma con la capacità di rendere insostenibile il costo della navigazione altrui.

Il documento dell’intelligence di Lloyd’s è ancora lì, sul tavolo di qualche analista che non ha il coraggio di smentire il proprio Presidente. Dice che le navi iraniane passano. Dice che il blocco è un fantasma.

Dice che, alla fine, il vero “matto” potrebbe non essere quello che siede nello Studio Ovale.

L’immagine che resta è quella di una petroliera che attraversa l’alba nel Golfo dell’Oman. Sul ponte non sventola la bandiera a stelle e strisce, e all’orizzonte non ci sono navi della Marina statunitense a fermarla.

C’è solo il silenzio di un mare che ha smesso di rispondere ai comandi di Washington.

IL FALLIMENTO DI TRUMP E L’ASCESA DEL MEDIATORE DI PECHINO. QUANDO LA GEOPOLITICA SI FA CON GLI INGANNI

di Pasquale Di Matteo

Il 20 aprile 2026, la portaerei USS Ford ha ripreso la navigazione verso il Mar Rosso, dopo un tour del mondo che l’ha vista sostare in Norvegia, partecipare a operazioni in Venezuela e bombardare l’Iran dalle acque di Israele, prima di bloccarsi “per guasti tecnici” in Croazia.

Undici mesi di mare, una dimostrazione di forza che, conti alla mano, ha prodotto l’effetto opposto a quello sperato dalla Casa Bianca, perché l’Iran è più armato di prima, il suo regime è più forte di prima, lo Stretto di Hormuz è un cimitero di mercantili immobili, l’economia occidentale è in crisi nera e la Cina, silente ma attiva, è diventata il nuovo perno del sistema.

Donald Trump, nel suo ufficio ovale, deve aver immaginato una partita diversa quando ha ordinato il blocco navale e le sanzioni feroci.

Voleva usare il petrolio come cappio, stringerlo fino a vedere Teheran chiedere pietà.

Invece, la mossa ha innescato una reazione a catena che ha umiliato il Pentagono e ridisegnato le gerarchie del Golfo.

Il ministro degli esteri iraniano ha fatto sapere a chi di dovere che non ci sarà alcun secondo round di trattative e nessuna delegazione partirà per Islamabad finché i cacciatorpediniere americani non alzeranno il blocco.

Nel frattempo, i droni a disposizione degli ayatollah, secondo quanto riportato dalle analisi più accreditate del New York Times, sono aumentati del 40%, mentre i lanciamissili sono cresciuti del 60% rispetto all’inizio del conflitto.

Come non bastasse, il blocco navale americano è stato aggirato, ignorato, e infine smentito dai fatti.

LE PORTE CHIUSE DELLO STRETTO DI HORMUZ

Chi vuole capire cosa accade nel Golfo non deve guardare le dichiarazioni dei portavoce e delle propagande, ma la mappa del traffico marittimo.

La Marina iraniana ha diramato l’ordine: nessun passaggio. Le navi cisterna che trasportano greggio verso l’Occidente si sono fermate, bloccate in un limbo di incertezza. Il risultato è una crisi energetica che l’Europa sta già iniziando a pagare, – e che sarà drammatica da giugno – mentre le autorità americane continuano a ripetere che il blocco è inefficace.

La minaccia di chiudere lo stretto non è un bluff, ma una leva che Teheran aziona ogni volta che Washington preme troppo sul pedale. Il punto è che il blocco, tecnicamente, funziona. Le navi che tentano il passaggio virano e tornano indietro, esauste.

Soltanto una manciata di imbarcazioni, probabilmente quelle che pagano il “pedaggio” sottobanco o godono di protezioni particolari, riescono a scivolare via. Non si tratta di una questione militare, ma di costi e di assicurazioni. Nessun armatore manda una petroliera in un corridoio dove il rischio di essere abbordati o bombardati è superiore al valore del carico.

LA BEFFA DI MOSCA E L’OMBRA DI PECHINO

La vera sconfitta americana non è nel Golfo, ma nel gioco delle compensazioni.

Il 20 aprile, Lavrov ha garantito a Pechino che la Russia è pronta a coprire ogni singola goccia di petrolio che la Cina non riesce a ottenere dal Golfo a causa del blocco, così, un colpo solo, la Russia si è assicurata il mercato asiatico e la Cina si è liberata dalla pressione che Washington pensava di esercitare attraverso le forniture energetiche.

La Cina ha risposto con una mossa da manuale: un piano di pace.

Non è un progetto concreto, non contiene meccanismi di verifica, non prevede zone cuscinetto, non offre garanzie di sicurezza; è solo un documento di intenti, eppure, il segnale politico è un pugno nello stomaco alla Casa Bianca, perché Pechino ha presentato il suo progetto ad Abu Dhabi, parlando con gli emiri, lasciando fuori gli americani.

Questo atto, che sembra puramente simbolico, dice che il mondo è cambiato.

Mentre Trump urla su Truth, rivendicando successi inesistenti e credendo di essere il nuovo Messia, la Cina siede al tavolo delle trattative, si propone come garante dell’ordine e, cosa più importante, non ha bisogno di inviare una sola portaerei per essere ascoltata, mentre gli americani sono costretti a spendere circa due miliardi di dollari al giorno per restare in gara.

LA FINE DEL MITO DELLA SICUREZZA

Ma perché Trump ha causato un disastro di proporzioni bibliche?

Il trattato internazionale per il controllo sul nucleare militare iraniano, siglato dall’amministrazione Obama, funzionava. Era un meccanismo di monitoraggio capillare, costante, capace di individuare anche una minima deviazione nel programma di arricchimento dell’uranio.

Trump ha stracciato quel patto, convinto che la forza bruta fosse un sostituto migliore della diplomazia.

Oggi, l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica continua a ribadire: non c’è prova alcuna che l’Iran stia costruendo una bomba, eppure, il regime ha utilizzato la minaccia nucleare come schermo per far avanzare le infrastrutture militari convenzionali.

Israele, con il Primo Ministro Netanyahu, ha cavalcato questa narrativa. La guerra in Libano non è stata una parentesi isolata, ma il primo atto di una strategia per allargare i confini, invadere, colpire, occupare.

Ma la storia, in Medio Oriente, non finisce mai con l’occupazione militare. Il Libano è lì, a testimoniare che entrare è facile, ma uscire è un’utopia, specialmente quando chi è dall’altra parte ha deciso di morire piuttosto che negoziare.

L’ALLEANZA DEI CRIMINALI

Le azioni di Trump e Netanyahu sono una miscela esplosiva di irresponsabilità politica e, per salvarsi la faccia, sono disposti a bruciare il mondo.

La politica interna americana, con Trump che cerca disperatamente una vittoria da sbandierare prima della scadenza elettorale, si scontra con una realtà che non risponde ai suoi ordini manco di striscio.

Il sistema di lancio missilistico iraniano è pronto.

Il 60% del loro arsenale è in una posizione che consentirebbe di colpire duramente qualsiasi assetto militare nella regione.

E non c’è traccia di dissenso interno che possa frenare le decisioni del comando supremo di Teheran.

Mentre i canali televisivi occidentali trasmettono le immagini delle portaerei che solcano i mari, nel bunker di Teheran si conta il tempo, come i bambini occidentali aspettano i regali a dicembre.

CHI HA VINTO DAVVERO?

Il 22 aprile, la data del prossimo, fantomatico, ultimatum americano, si avvicina.

C’è chi giura che la guerra si fermerà. Altri dicono che l’escalation è l’unico modo che resta per giustificare le spese militari folli degli ultimi mesi.

Se Hormuz non torna libero, l’economia globale entrerà in recessione, ma la Cina – che era la vera destinataria di questa crisi – non soffrirebbe, in virtù degli accordi energetici con Mosca. Proprio la Russia, trarrebbe ancora ulteriore vantaggio.

L’amministrazione americana si è infilata in un vicolo cieco. Ha provato a scommettere sul collasso dell’Iran, ma ha dimenticato che Teheran ha radici millenarie e una capacità di resistenza che non si misura in dollari o in numero di aerei da combattimento. E nemmeno con le portaerei, che ormai sono bersagli lenti e privi di difese contro le nuove armi, più leggere, veloci, imprendibili e a basso costo.

Ogni volta che la Casa Bianca prova a fare il muso duro, l’Iran risponde con un nuovo test, una nuova manovra, un nuovo blocco.

Trump ha parlato di “pace in Medio Oriente” come se fosse un prodotto che può ordinare su Amazon.

Invece, ha consegnato il Medi Oriente nelle mani di chi sa aspettare, di chi sa contare le debolezze altrui e di chi, come la Cina, non ha bisogno di sparare un solo colpo per comandare.

Netanyahu, dal canto suo, continua a forzare la mano, convinto che la guerra sia l’unico modo per tenere in piedi una coalizione politica in bilico, e per non finire nel tritacarne della giustizia, in patria e alla Corte Penale Internazionale.

Alla fine di tutto, resta un’immagine che non appare nei notiziari: una petroliera in attesa a poche miglia dal blocco di Hormuz, con i motori accesi, ferma in un mare che non appartiene più a nessuno, e certamente non a chi crede di poter dettare legge da Washington.

Il blocco non si è sciolto, le navi non passano e l’accordo è un miraggio che si allontana a ogni colpo di cannone.

Chi è il vero sconfitto di questa partita, se non chi ha innescato una guerra senza mai avere la minima idea di come chiuderla?

IL GIOCO DEI SEGNALI TRA TEHERAN E WASHINGTONE IL RITORNO DEL PETROLIO FANTASMA

di Pasquale Di Matteo

Il 18 aprile 2026, una nave portacontainer incrocia lo Stretto di Hormuz. Un proiettile di ignota provenienza ne squarcia la fiancata, danneggiando i carichi stivati. Poche ore dopo, due motovedette iraniane aprono il fuoco su una petroliera.

Non è un’esercitazione, ma un segnale.

L’Iran ha deciso di riprendersi il controllo del corridoio energetico più critico del pianeta dosando la forza, misurata al millimetro.

Parafrasando le parole di Mohammad Bagher Ghalibaf, presidente del parlamento iraniano, il vantaggio sul campo è a favore dell’Iran e Ghalibaf non parla a caso, ma per definire il perimetro del nuovo ordine che Teheran intende imporre e, se Donald Trump, dalla Casa Bianca, tuona promettendo la distruzione di ogni singola centrale elettrica e di ogni ponte in Iran, la realtà che emerge dai registri marittimi racconta una storia diametralmente opposta.

LA NARRAZIONE CHE VEICOLA UNA REALTÀ PARALLELA

La narrazione ufficiale americana si sgretola appena si incrociano i dati.

Da Washington arrivano minacce incendiarie; da Islamabad, dove è attesa una delegazione statunitense per tentare di riaprire un canale negoziale con Teheran, arrivano strette di mano e sorrisi forzati.

Le “zone rosse” che la polizia pakistana sta tracciando in queste ore segnano il fallimento di una strategia di contenimento che ha visto gli Stati Uniti perdere terreno giorno dopo giorno.

C’è un divario incolmabile tra le parole di Trump sul suo social, Truth, e ciò che accade in mare aperto. Il leader statunitense cita una nave britannica e una cisterna francese come bersagli dell’aggressione iraniana, ma le rotte dei cargo segnalate dai radar di Marine Traffic indicano chiaramente che a essere colpite sono state, in gran parte, navi indiane.

Nuova Delhi ha convocato l’ambasciatore iraniano, esprimendo una preoccupazione che somiglia terribilmente a una richiesta di protezione. L’India, che ha basato la sua sicurezza energetica sulla stabilità del Golfo, si trova oggi a dover negoziare la propria sopravvivenza economica con chi, di fatto, ha messo le mani sul rubinetto.

IL COSTO DELLA STAGFLAZIONE E IL SILENZIO DI BRUXELLES

Ormai, la geopolitica del terrore tiene banco e l’economia mondiale inizia a subire il conto.

Se lo Stretto di Hormuz rimanesse chiuso oltre la fine dell’estate, le ricadute non sarebbero più un’ipotesi, ma una certezza. La stagflazione, quel mostro che unisce stagnazione economica e inflazione galoppante, non sarebbe più una teoria da manuale, ma il pane quotidiano di un’Europa che si è incautamente disarmata energeticamente e che si sta indebitando per inseguire ideologie incoerenti e un riarmo che puzza di guerra imminente contro la Russia.

I numeri del Fondo Monetario Internazionale, che ha già rivisto al ribasso le stime di crescita globale, sono il presagio di una crisi che, per l’Italia, assume i contorni della tragedia.

Roma importa il 13% del suo greggio dal Medio Oriente, principalmente da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, un approvvigionamento che, nell’attuale clima, diventa un terno al lotto.

Il petrolio fisico, quello che serve per far girare le raffinerie e mantenere operativa l’industria, ha raggiunto prezzi che il mercato dei futures, quello di carta, continua a ignorare deliberatamente.

La discrepanza tra il valore dei contratti a termine sul Brent e quello della materia prima che viene realmente consegnata è arrivata a superare i 40 dollari al barile.

È il prezzo della paura, il costo che paghiamo per una dipendenza energetica che abbiamo continuato a chiamare “transizione” mentre i fornitori venivano sostituiti da altri, senza mai diversificare davvero le fonti.

IL MISTERO DELLE RAFFINERIE E IL VANTAGGIO RUSSO

La partita, però, si gioca anche su un tavolo diverso. Se i dati mostrano una riduzione dell’offerta petrolifera globale a marzo, attestata a 7,5 milioni di barili al giorno, c’è un attore che sorride nell’ombra: la Federazione Russa.

Mosca continua a incassare milioni ogni singolo giorno e, mentre l’Europa si interroga sul futuro dei propri stoccaggi in vista del prossimo inverno, la Russia ha visto aumentare le proprie entrate dall’export petrolifero del 94% rispetto ai periodi precedenti.

D’altronde, al di là delle inutili sanzioni della più inutile, incompetente e dannosa commissione europea della storia, il mercato non è buono né cattivo, ma solo spietato.

Chi aveva garantito che le sanzioni avrebbero messo in ginocchio il Cremlino, oggi si ritrova a gestire una crisi di approvvigionamento che ha reso il petrolio russo – o quel che ne resta sul mercato, visto che tante altre nazioni sono diventate clienti di Mosca al posto nostro – prezioso come l’oro.

C’è chi parla di manipolazione del mercato, chi evoca la speculazione finanziaria per giustificare la differenza di prezzo tra petrolio di carta e petrolio fisico, ma la verità è che il sistema è andato in corto circuito.

Gli analisti, terrorizzati dall’idea di dover ammettere l’impotenza delle istituzioni internazionali di fronte agli imperi che contano e ai pasticci di chi li governa, preferiscono nascondersi dietro formule fumose, eludendo la domanda principale: perché il mercato dei futures, che dovrebbe essere il barometro della realtà, si comporta come se tutto procedesse secondo copione?

L’INTERROGATIVO IRRISOLTO

Torniamo all’inizio.

Ghalibaf sostiene che l’Iran non abbia mai cercato di imporre pressioni sul mercato, ma che sta solo esercitando un diritto di sovranità su uno specchio d’acqua che, per l’appunto, è sotto il suo controllo.

“Dobbiamo costruire fiducia”, dice l’uomo che, poche ore prima, ha minacciato di “trasformare in Venezuela” chiunque provi a sottrarre risorse all’Iran. È la stessa logica usata da Teheran negli anni passati: tenere le carte coperte, alimentare il caos, aspettare che l’avversario batta in ritirata.

Gli Stati Uniti si preparano a un nuovo round di negoziati, ma la sensazione è che il tavolo sia stato già ribaltato. La chiusura dello Stretto, seppur intermittente, non serve a Teheran per bloccare il commercio mondiale – sarebbe un suicidio economico – ma per dimostrare che può farlo.

In mare, c’è una fila di petroliere che aspetta il via libera di chi ha deciso di mettere una pistola sul tavolo.

A pagare il conto di questo disastro non sono i russi, che macinano profitti, né gli iraniani, che si sentono forti come mai prima d’ora.

Lo stiamo pagando noi, nel momento in cui, al distributore, guardiamo il prezzo del carburante salire e ci chiediamo se quella cisterna, che doveva arrivare a giugno, riuscirà mai a passare per Hormuz.

O se, alla fine, ci troveremo a dover scegliere tra il buio e il freddo di un inverno senza gas o il chiedere scusa a Putin per l’idiozia e la mancanza di visione dei nostri leader.

L’IRAN TIENE GLI USA PER LE PALLE, SOLO CHE TRUMP NON HA L’INTELLIGENZA PER CAPIRE CHE HA PERSO

di Pasquale Di Matteo

Il 17 aprile 2026, il ministro degli Esteri iraniano Seyed Abbas Araghchi affermava: “In linea con il cessate il fuoco in Libano, il passaggio per tutte le navi commerciali attraverso lo Stretto di Hormuz è dichiarato completamente aperto”.

Tuttavia, ventiquattr’ore dopo, le navi mercantili che hanno tentato il transito nello stretto sono state bloccate dal fuoco delle Guardie rivoluzionarie, in risposta alla spavalderia dell’inquilino della Casa Bianca, che ha inviato a Teheran un pacchetto di richieste irricevibili dall’Iran.

E l’Iran, che ha vincolato la riapertura dello stretto alla tregua in Libano e a un accordo di massima con gli USA prima di ulteriori colloqui, ha visto giudicato gli USA inadempienti all’accordo.

Donald Trump, nel suo stile, ha incassato e rilanciato: “L’Iran ha appena annunciato che lo Stretto d’Iran è completamente aperto e pronto per il transito. Grazie!”, ha scritto, ignorando beatamente la realtà dei fatti.

Poi, un’aggiunta tardiva, quasi un tentativo disperato di non perdere la faccia davanti all’elettorato: “Ma il blocco navale rimarrà pienamente in vigore nei confronti dell’Iran, solo fino a quando le nostre contrattazioni con l’Iran non saranno completamente concluse”.

Un annuncio che, tradotto dal trumpese, significa che il blocco navale è un’arma spuntata e l’Iran ha capito perfettamente il bluff.

La strategia della “massima pressione” trumpiana, quella che doveva piegare il regime di Teheran senza sparare un colpo, si è trasformata in un fallimento su tutta la linea che ha portato al disastro economico in Occidente.

Trump sta inseguendo le condizioni poste dall’Iran, senza farlo vedere agli occidentali e cercando di ottenere – con le bombe e le sanzioni – ciò che Obama aveva già ottenuto con la diplomazia un decennio fa.

È il trionfo dell’idiozia tattica: Trump ha riaperto una ferita che si stava rimarginando e ora, per curarla, sta usando le stesse nefandezze che l’hanno provocata.

Il punto non è solo lo Stretto di Hormuz, ma l’intero Medio Oriente.

Nel sud del Libano, la tregua tra Israele e Hezbollah è una farsa totale.

Il sergente maggiore Florian Montorio, del 17° reggimento del genio paracadutista di Montauban, è caduto durante un’operazione di sminamento.

Emmanuel Macron ha indicato chiaramente Hezbollah con una fermezza che, tuttavia, non si è mai vista dopo gli attacchi deliberati delle ultime settimane ai soldati occidentali in zona compiuti da altri.

Giustamente, il partito sciita ha espresso “sorpresa” per le accuse, ricordando il silenzio imbarazzato della comunità internazionale quando le forze dell’UNIFIL vengono colpite da chiunque altro, Israele compreso.

La Francia, alleato storico dell’impero a stelle e strisce, si ritrova a contare i propri morti in un territorio dove gli Stati Uniti pretendevano di comandare in solitaria.

Hezbollah, che nega ogni coinvolgimento, non è più un attore marginale che deve giustificarsi, ma una potenza regionale che detta i tempi del cessate il fuoco. Intanto, l’esercito americano, secondo indiscrezioni del Wall Street Journal, si prepara ad abbordare navi legate all’Iran, in quella che è la ricetta perfetta per un disastro: inviare navi da guerra in un mare già saturo di mine ed esplosivi, in nome di un accordo che, nei fatti, non esiste.

Ecco perché i vertici dell’esercito americano erano contrari alla linea idiota dell’attuale amministrazione. Ed ecco perché il presidente più disastroso della storia li ha rimossi tutti.

Trump minaccia la “polvere nucleare” dei suoi bombardieri B2, ma poi, nella stessa ora, si compiace del fatto che il presidente cinese Xi Jinping sia “molto contento” dell’apertura di Hormuz, che però non è avvenuta realmente.

Xi osserva, aspetta, e si prepara a raccogliere i cocci di un Occidente rotto da un presidente americano non all’altezza, che ha confuso la geopolitica con un reality show.

Per giustificare il fallimento della sua politica estera, Trump ha bisogno di un nemico da colpire e di un alleato da gratificare.

Ma in Iran, il nemico non è più quello che può essere spaventato dalle sanzioni, perché Teheran ha dimostrato di essere pronta a chiudere i rubinetti energetici del mondo intero, mettendo in ginocchio le economie dell’Asia, dell’Europa e dell’America.

Nel frattempo, l’alleato “ribelle” di turno, la Spagna, additata da Trump come un disastro finanziario – rappresenta la fine di una certa visione paternalistica della NATO.

Trump ha puntato tutto sulla carta del “bastone” e ha convinto i suoi alleati che la carota fosse un segno di debolezza. Proprio nel perfetto stile da eroe del Bar Sport.

Come era ovvio a chiunque avesse almeno due neuroni in più di un eroe da bar, l’Iran non ha ceduto e non cede di un millimetro, i mercati del petrolio oscillano come una barca nella tempesta, e la missione UNIFIL in Libano è diventata un contingente di pace che non trova la pace nemmeno per sé.

E mentre la propaganda del fallimento americano veicola “ottimi colloqui” e “scambi di vedute”, la natura della trattativa dimostra la vittoria iraniana.

Khamenei ha offerto di interrompere l’arricchimento dell’uranio per cinque anni e Trump ha risposto chiedendo venti.

È il tipico errore di chi pensa che la diplomazia sia un’estensione della vendita immobiliare, ma nel Medio Oriente, se chiedi venti e te ne offrono cinque, non stai negoziando, ma solo garantendo che il nemico cercherà un modo per ottenere il cento per cento da solo.

Stai perdendo e ti stanno pure umiliando, ma è probabile che tu non abbia neppure gli strumenti cognitivi per rendertene conto.

E mentre Trump viene umiliato, mentre il petrolio scende perché la speculazione ha paura di una recessione globale, gli attori mediorientali stanno ridisegnando la mappa della regione.

L’Iran, che non è stato piegato dai bombardamenti che hanno dissanguato i magazzini di armi americani, ha capito che il costo disastroso di questa guerra è pagato dai cittadini europei attraverso l’inflazione e il razionamento dell’energia.

Teheran ha trasformato la sua vulnerabilità economica in una clava geopolitica.

Trump continua a twittare, dimostrando al mondo che è l’unica cosa in cui è davvero esperto, convinto che la realtà sia quella che appare sul suo social network personale, mentre la Cina si propone come il vero mediatore di un ordine mondiale che non ha più bisogno di Washington per scrivere le clausole dei contratti.

E, visto il disastro compiuto dall’Amministrazione Trump, di certo il mondo non ha bisogno di questa Washington.

Ma la sconfitta peggiore per l’America è che l’idiozia di Trump ha spodestato gli USA dal potere globale. Prima del 28 febbraio 2026, l’America spaventava il mondo. Oggi, che ha perso contro l’Iran, o che certamente è lontanissimo dal poter dire di aver vinto, chi ha ancora in mano la bussola in un mondo che non rispetta più gli ordini degli Stati Uniti?

L’immagine è quella di un’amministrazione che ha perso la capacità di distinguere tra un bluff e una mano vincente.

Le navi sono ancora bloccate nello stretto perché è l’Iran che comanda la partita e che può dettare le regole, senza se e senza ma.

Il soldato francese è sepolto in Libano e i capi di stato, da Washington a Pechino, continuano a fare calcoli su quanti anni manchino alla prossima escalation, come se il tempo fosse una risorsa infinita che può essere gestita a colpi di comunicati stampa.

Qual è il punto di caduta?

Se l’accordo salta, se le infrastrutture energetiche in Iran vengono davvero distrutte e l’Iran farà altrettanto con quelle dei paesi limitrofi, chi pagherà il conto?

Non sarà Trump, che è già destinato a essere ridicolizzati a novembre, e non saranno gli ayatollah nei loro bunker, che già oggi sono molto più potenti di due mesi fa.

Il conto arriverà a Parigi, a Roma, a Berlino.

Lo pagheremo noi europei, tornando indietro di sessant’anni.

La guerra asimmetrica non si vince con gli F-35 o con i tweet notturni, ma con le competenze geopolitiche, con la capacità di capire che, quando si tocca il sistema energetico mondiale, non ci sono vincitori. Anche se dovessi vincere una guerra.

Ci sono solo sconfitti che hanno pagato a caro prezzo l’arroganza e l’idiozia di chi pensava di poter scrivere la storia senza aver studiato le mappe.

L’Iran ha “riconsegnato” la palla in campo americano, dopo averla tenuta stretta per giorni.

Trump la rispedisce al mittente, ma intanto, l’Iran comanda e le navi sono ferme.

È questa l’immagine della nostra geopolitica contemporanea: un convoglio di navi nel buio, dove qualcuno passa per grazia ricevuta e altri vengono affondati perché qualcuno ha deciso che Teheran andava bombardata.

Allora, resta l’ultima questione.

L’Iran è davvero così fermo, o sta testando la tenuta del blocco americano?

Perché se l’Iran ha davvero intenzione di proseguire con l’arricchimento dell’uranio a dispetto di tutto, la scelta di Trump diventerà obbligata: o il ritiro totale, o l’escalation finale, con la bomba atomica.

E, in quel caso, non inizierebbe solo la Terza Guerra mondiale, ma anche l’Ultima.

Siamo pronti a vedere l’umanità annientarsi o è più facile far finta che, in fondo, tutto stia andando per il meglio, come dice l’eroe del Bar Sport finito alla Casa Bianca, mentre la polvere del deserto si deposita sulle carcasse delle navi colpite?

La risposta non arriverà da un tweet di qualche idiota, né da una conferenza stampa a Beirut. Arriverà quando, al prossimo aumento della bolletta, ci chiederemo perché nessuno, in questi anni, ha avuto il coraggio di capire che l’America non era nostra alleata, ma il nostro tiranno, e che le sue “carte” sono solo pezzi di carta straccia che bruciano, mentre il mondo intero sta a guardare.

IL PREZZO DELLA TREGUA E IL BLUFF DI TRUMP. CHI COMANDA DAVVERO A HORMUZ?

di Pasquale Di Matteo

Ora il regime iraniano è tornato credibile. Parola di Trump.

Perché il bollettino di guerra è diventato un esercizio di stile, una partita a scacchi giocata su Twitter che ignora, deliberatamente, il peso reale delle navi che solcano i mari.

Teheran annuncia la riapertura dello Stretto di Hormuz dopo che, finalmente, si è raggiunto un cessate il fuoco tra Israele e Libano. E lo annuncia per tutta la durata del cessate il fuoco, un accordo di dieci giorni siglato sotto la regia di Donald Trump.

Quando ieri, in Italia, era già sera inoltrata, Abbas Araghchi, ministro degli Esteri iraniano, ha detto: “Lo stretto è aperto a tutte le navi commerciali fino alla fine del cessate il fuoco”.

Trump, dal suo profilo Truth, ha esultato con l’entusiasmo di un venditore che ha appena piazzato il colpo della vita: “Grazie, l’Iran ha accettato di non chiudere mai più lo Stretto di Hormuz. Non verrà più utilizzato come arma contro il mondo”.

Peccato che non sia affatto ciò che ha dichiarato l’Iran, ma per la propaganda americana e fare campagna elettorale, le balle funzionano.

Inoltre, c’è un dettaglio che i comunicati ufficiali dell’amministrazione Usa tentano di archiviare in fretta: il blocco navale. Trump ha aggiunto un inciso, quasi fosse una nota a piè di pagina: “Il blocco navale da e per i porti iraniani resta in vigore fino all’accordo con Teheran”.

E qui la narrazione si spacca: da un lato il Presidente annuncia la vittoria definitiva, dall’altro Teheran risponde con una smentita secca, che puzza di ultimatum: “Se il blocco marittimo dovesse continuare, sarà considerato una violazione del cessate il fuoco e il transito attraverso lo Stretto di Hormuz verrà interrotto di nuovo”.

Dunque, la pace che Trump annuncia su Truth è una pace che l’Iran subordina alla rimozione di quel blocco che, a sua volta, la Casa Bianca dichiara irremovibile, e al rispetto del cessate il fuoco in Libano.

Chi comanda, dunque, nello stretto di Hormuz e chi ci prende per i fondelli?

IL GIOCO DELLE PARTI E L’URANIO FANTASMA

La diplomazia si sposta a Islamabad, la nuova terra promessa per i negoziati, scelta personalmente da un Trump che non nasconde il suo disprezzo per i paesi che, a suo dire, “non hanno aiutato”.

Gli inviati del Tycoon, Steve Witkoff e Jared Kushner, sono pronti. L’obiettivo, dichiarato da Trump ad Axios, è raggiungere un accordo definitivo “entro un paio di giorni”.

Tra le promesse di questo accordo spicca la consegna dell’uranio arricchito iraniano agli Stati Uniti.

“Recupereremo l’uranio, lo porteremo in Usa”, giura il Presidente con il più alto tasso di ripensamenti, dalla sera alla mattina, del mondo.

Peccato che, a Teheran, il portavoce del ministero degli Esteri, Esmaeil Baqaei, abbia già liquidato l’ipotesi come “inaccettabile”.

Siamo di fronte a una narrazione parallela.

Trump parla a quel che resta del suo elettorato, sperando di salvare il salvabile in vista delle elezioni di medio termine, costruendo l’immagine di un uomo che ha risolto dieci guerre mondiali, tra cui questa, definita, appunto, come “la decima”.

Con buona pace delle centinaia di innocenti ammazzati dal fuoco americano e israeliano a Teheran e del Diritto internazionale fatto a pezzi.

Ma nel mondo reale, quello dei tavoli delle trattative, le posizioni sono bloccate.

La premier italiana, Giorgia Meloni, finisce nuovamente nel mirino di Trump: “L’Italia non c’è stata per noi, noi non ci saremo per lei”, ringhia il leader americano, tirando in ballo un vecchio articolo del “Guardian” sul diniego di Roma all’uso delle basi in Sicilia per il trasporto di armi.

Non c’è riconoscenza nei giochi di potere, solo un cinico calcolo di convenienze.

Ma tranquilli, purtroppo, ahinoi, anche queste dichiarazioni di Trump sono balle che presto saranno smentite, perché l’Italia ha la sfortuna di essere troppo importante per ciò che resta dell’impero americano.

PARIGI E IL VERTICE DELLE OMBRE

Mentre Trump twitta la solita propaganda, a Parigi si è consumato un vertice che rivela le crepe profonde nell’alleanza occidentale.

Macron e Starmer hanno convocato la coalizione dei volenterosi – quella che non ha risolto neppure il raffreddore a Kiev – per discutere di Hormuz.

Il premier britannico ha confermato che saranno Londra e Parigi a guidare la missione internazionale di monitoraggio.

La Meloni, dal canto suo, ha offerto la disponibilità di unità navali, ma con la consueta clausola cautelativa: “Sulla base di un’autorizzazione parlamentare e in linea con le regole costituzionali”.

Tradotto: io continuerò a essere zerbino di USA e UE, ci mancherebbe. Ma la nostra Costituzione mi frena un pochetto.

Il vertice si è trasformato in una masterclass di equilibrio.

La Francia si oppone apertamente all’idea che la struttura di comando della missione sia sotto l’egida statunitense. Parigi vuole mantenere l’indipendenza tattica, temendo che la leadership americana possa trascinare l’Europa in una guerra che non appartiene, per natura e interesse, al Vecchio Continente.

Anche se le politiche russofobe degli ultimi anni direbbero altro.

Eppure, Berlino, attraverso il cancelliere Friedrich Merz, spinge per una maggiore integrazione: “La Germania potrebbe fornire capacità di sminamento e intelligence marittima”. Le divergenze sono tecniche, ma pesano quanto una dichiarazione di guerra.

Anche se non si capisce per sminare cosa, visto che Hormuz è sempre stato aperto alle navi cinesi e a tutte quelle che pagavano pedaggi all’Iran e, come si evince, da ieri sera è aperto a tutte.

IL RITORNO DELLE TURBOLENZE

Il cessate il fuoco, scattato ufficialmente alle 23 del 16 aprile, è nato sotto una cattiva stella.

Il Papa, da Yaoundé, in Camerun, non ha citato Trump per nome, ma il riferimento è inequivocabile: la pace non si ottiene con le minacce, serve una “mente lucida” e una “coscienza integra”.

Una stoccata che a Washington non è passata inosservata. Leone XIV sa bene che la tregua di dieci giorni non significa nulla se non c’è la volontà di scendere a patti sul blocco dei porti.

Dunque, tutto resta in piedi finché reggerà il cessate il fuoco tra Israele e Libano.

E perché Hamas non è presente al tavolo delle trattative, visto che è il braccio armato che, finora, ha dettato i tempi del conflitto, contro l’invasione israeliana?

Gli israeliani sostengono che questa tregua costringerà il gruppo a separarsi da Hamas, ma il legame è troppo solido. Le clausole dell’accordo, che prevedono la protezione dei confini e il monitoraggio delle rotte, rischiano di evaporare non appena il primo drone iraniano tornerà a solcare i cieli di Hormuz o il primo miliare israeliano ammazzerà l’ennesimo innocente.

Mentre il mondo applaude, la verità è che non ci troviamo davanti alla fine di una crisi, ma davanti a una messa in pausa di un sistema che scricchiola.

La “decima guerra” che Trump si vanta di aver risolto è ancora qui, pronta a riaccendersi non appena la prima petroliera, priva della scorta di una coalizione che ancora non ha una struttura di comando, verrà intercettata dai pasdaran.

Comunque andrà, ciò che resta della coalizione occidentale è un malato terminale.

E, non appena il cessate il fuoco fallisse e, inevitabilmente, si dovrà decidere se intervenire davvero o limitarsi, come sempre, a un comunicato stampa di condanna, sarà palese anche a un cieco.

Intanto, i veri vincitori di questo disastro compiuto in Medio Oriente da Washington e Tel Aviv, festeggiano a Pechino e già tracciano gli orizzonti del nuovo impero sul tetto del mondo.

QUANDO IL DENARO DIVENTA UNA PROMESSA (CHE NON MANTIENE)

di Pasquale Di Matteo

Nel 1656, a Stoccolma, una moneta di rame pesava diciannove chili.

E con quel peso, serviva per comprare trenta chili di burro.

Se la moneta cadeva in mare, affondava e spariva, come la fiducia dei risparmiatori di oggi, tre secoli e mezzo dopo, quando un gruppo di uomini in giacca scura ha deciso di stampare 14.000 miliardi di dollari dal nulla.

Johan Palmstruch convinse il Re di Svezia di avere l’idea del secolo: sostituì il rame pesante con la carta, inventando il primo certificato di deposito europeo.

“Questo pezzo di carta vale cento monete di rame, custodite nel nostro caveau”, garantiva.

Una promessa.

Ma Palmstruch stampò più certificati di quanto rame avesse davvero nei depositi, così, quando i depositanti bussarono alla porta chiedendo il loro metallo, non ne trovarono abbastanza. La carta valeva zero.

E la storia si ripete oggi, cambia solo la valuta e la velocità delle stampanti che hanno a disposizione le nostre banche centrali.

LA GRANDE ILLUSIONE DEL CREDITO

Oggi, il meccanismo è lo stesso, solo più sofisticato. La Federal Reserve, la BCE, la Banca del Giappone: un blocco monolitico di istituzioni che si definiscono serie, custodi della stabilità dei prezzi e dell’occupazione.

Ma i dati ci dicono che il quantitative easing post-2008 non ha curato l’economia, l’ha drogata, ha allargato il fossato tra chi possiede azioni, immobili, obbligazioni, e chi sopravvive con uno stipendio che ogni anno compra meno di quello precedente.

Così, mentre le banche centrali inondano i mercati di liquidità, il fronte del Medio Oriente ci sbatte in faccia la realtà di una politica internazionale che non si gioca più sui tavoli delle riforme, ma sui campi di battaglia.

Come si faceva fino a un secolo fa, solo con armi tecnologiche e leve finanziarie globali al posto dei cannoni e della cavalleria.

Quando Donald Trump urla ai quattro venti che “la guerra è finita”, mente; non perché sia ignaro, ma perché la sua narrazione deve alimentare l’elettorato e non raccontare la verità.

Le fonti ufficiali libanesi, consultate nelle ultime ore, confermano che i contatti diplomatici sbandierati da Washington sono un miraggio, un po’ come quelli millantati tre settimane fa con Teheran e cominciati solo dopo che il regime iraniano ha minacciato di radere al suolo basi americane, pozzi petroliferi e sistemi di desalinizzazione in tutto il Medio Oriente, in risposta a “un’intera civiltà morirà stanotte”.

La guerra è brutta, ma è funzionale: serve a tenere in piedi un sistema che, senza il flusso costante di forniture militari e tensioni geopolitiche, crollerebbe su se stesso come il castello di carta di Johan Palmstruch.

IL CROLLO DI WALL STREET E IL FALLIMENTO DELLA LOGICA

Ottobre 1929.

Gli uomini che gestivano il denaro del mondo, Benjamin Strong, Montagu Norman, Hjalmar Schacht, Émile Moreau, erano prigionieri del dogma del Gold Standard.

L’oro era la loro religione, il rapporto fisso la loro bibbia.

Quando il mercato crollò, strinsero la cinghia, alzarono i tassi, riducendo la liquidità, e lasciarono fallire le banche, cioè fecero l’unica cosa che non dovevano fare.

Non per cattiveria, ma per un’ottusa fedeltà al dogma.

La Danaat Bank, la terza banca tedesca, saltò nel 1931. Hans Luther, capo della Reichsbank, fuggì da Berlino a Londra, poi a Parigi, chiedendo prestiti.

I francesi glieli concessero, ma a patto di smantellare l’economia tedesca. E fu da quel vuoto economico, da quella disoccupazione che bruciò i risparmi di una vita, che il Nazismo attinse la sua forza elettorale.

Non a caso, dal 1928 al 1933, il partito di Hitler passò da 12 a 107 seggi.

Chi oggi guarda ai grafici della disoccupazione in Grecia, Spagna o Italia con indifferenza, dimentica che l’inflazione e la miseria non sono numeri su pezzi di carta o sugli schermi, ma sono il catalizzatore di un risentimento che non ha mai smesso di covare sotto la cenere.

IL PARADOSSO DELLE BANCHE CENTRALI

Maggio 2007.

Ben Bernanke, l’allora presidente della Fed, davanti a una platea di economisti, dichiarava che le ricadute dei mutui subprime sul resto dell’economia sarebbero state trascurabili.

Quattro mesi dopo, invece, il sistema è esploso.

Gli uomini alla guida delle banche centrali non hanno visto la crisi o, peggio, l’hanno ignorata per non ammettere che il sistema era al collasso.

La risposta è stata un’iniezione massiccia di liquidità, una soluzione che ha salvato il sistema dal collasso immediato, ma che ha posto le basi per la bomba a orologeria che maneggiamo oggi.

Guido Mantega, ministro delle finanze brasiliano, fu uno dei pochi a chiamare le cose con il loro nome: “Questa è una guerra valutaria”.

Quando la Fed stampa, il dollaro si indebolisce, le valute emergenti si rafforzano, le loro esportazioni diventano care, le industrie locali falliscono.

Non è un effetto collaterale, ma il risultato strutturale di un sistema dove chi ha la macchina per stampare la valuta di riserva mondiale decide il le condizioni del resto del pianeta.

LA CINA E IL MITO DELL’INVULNERABILITÀ

La Cina ha osservato tutto questo in silenzio. E ha agito, poiché ha compreso che non poteva dipendere dal dollaro per sempre, così, ha iniziato ad abbandonare quote del debito americano e ad accumulare oro, spingendo anche per l’internazionalizzazione dello Yuan.

Quando il Financial Times riporta che la crescita cinese ha superato le previsioni occidentali nonostante le tensioni geopolitiche, non è un caso fortunato, ma il frutto di una diversificazione delle fonti energetiche e di una politica industriale che, piaccia o meno, ha costruito una base solida.

Gli analisti occidentali, prigionieri della propria narrazione, continuavano a gridare al “crollo imminente”, invece, la realtà è che il colosso asiatico si è mosso mentre l’Occidente era impegnato a discutere dei massimi sistemi e a ignorare i segnali di un sistema che scricchiola sotto il peso di un debito insostenibile.

DOVE SIAMO DAVVERO?

Oggi il sistema economico mondiale è un aereo che vola con il pilota automatico, ma senza la possibilità di bypassarlo e tornare al manuale.

Il “calabrone” dell’euro, come lo chiamava Mario Draghi, non dovrebbe volare. Una moneta unica senza unione fiscale, senza trasferimenti di ricchezza, senza mobilità del lavoro, è un’anomalia statistica destinata al fallimento. Eppure, vola. Ma vola consumando il carburante della fiducia.

Quando la Fed o la BCE decidono i tassi, non lo fanno senza conseguenze, ma decidendo chi deve pagare il conto della prossima crisi.

Il punto è che il conto è già arrivato, ma continuiamo a nasconderlo sotto la tovaglia. Gli investitori guardano ai rendimenti dei BTP come a un numero neutro, senza capire che quel numero è il termometro di una febbre che brucia la pensione di chi lavora.

Non c’è trucco e non c’è inganno: c’è solo un debito che cresce più veloce della ricchezza prodotta.

E allora, chi è davvero al comando?

Se molti economisti ai vertici, già dal 2011, ammettevano candidamente che il quantitative easing non aveva prodotto gli effetti sperati, significa che il sistema è in balia delle correnti. Gli stati sovrani si indebitano, le banche centrali comprano il debito per tenere i tassi bassi, il mercato si convince che il rischio sia sparito. Solo che il rischio non sparisce mai, cambia solo forma.

Ormai, sembra chiaro come le banche centrali non abbiano un piano B. Non possono vendere i titoli accumulati senza far crollare il mercato, non possono alzare i tassi senza mandare in bancarotta gli Stati. Sono incastrate nel loro stesso meccanismo.

La lezione di Palmstruch, quella della Germania di Weimar, quella del 1929 e del 2008, è sempre la stessa: la fiducia è il bene più raro. Proprio per questo, una volta finita, non esiste macchina che possa stamparla.

Allora, siamo davvero sicuri che la prossima volta, quando la musica si fermerà e le sedie non basteranno per tutti, qualcuno correrà a salvarci?

O faremo come i risparmiatori di Stoccolma di qualche secolo fa, tutti in fila davanti a un caveau vuoto?

IL PREZZO DELLA GUERRA E LE MENZOGNE SUL FUTURO CHE CI ATTENDE

di Pasquale Di Matteo

12 marzo, l’Iran ha bloccato lo Stretto di Hormuz; da quel momento, il 20% dell’offerta mondiale di petrolio è sparita dai terminali di carico. Un colpo duro, per l’economia globale, eppure, a guardare i mercati americani nelle settimane successive, si direbbe che la terra stia tremando sotto i piedi di qualcun altro.

Lo S&P 500 e il Nasdaq rimbalzano come se non ci fosse un domani, i guru del trading, quelli che sanno sempre cosa accadrà martedì prossimo alle tre del pomeriggio, inondano i social con il mantra di rito: “Il peggio è passato”.

Tuttavia, la realtà, che, come al solito, ha il pessimo vizio di non coincidere con le narrazioni di comodo, dice altro.

La benzina è schizzata al 35% in più rispetto a trenta giorni fa, i fertilizzanti hanno segnato un +56%, Il cherosene per gli aerei è raddoppiato e l’inflazione americana, quella che doveva essere “morta e sepolta” nelle proiezioni della Fed, è rimbalzata dal 2,4% al 3,3% in un solo mese.

È il salto più violento dall’ottobre 2021.

Qualcuno spieghi questa discrepanza, perché, mentre il cittadino medio paga il pieno il 35% in più e si prepara al rincaro dei generi alimentari, il mercato festeggia?

È l’evidenza del fatto che stiamo vivendo in una bolla dove la finanza ha deciso di ignorare la stagflazione, cercando di scappare in avanti, scommettendo sui rialzi.

IL GIOCO DEI RISARCIMENTI E IL SILENZIO DEI GOVERNI

Mentre a Washington si discute di come mascherare l’inutilità delle sanzioni, l’Iran, che ha subito i danni maggiori, non resta a guardare, infatti, Teheran ha avanzato una richiesta ufficiale: 270 miliardi di dollari di risarcimento.

Un conto salato, presentato a chi ha bombardato, a chi ha bloccato, a chi ha imposto embarghi senza mai fare i conti con la realtà delle forze in campo.

E qui il quadro si fa grottesco, perché… chi dovrebbe pagare?

Ovviamente, i governi che hanno alimentato il conflitto, Stati Uniti e Israele, ma è una domanda sospesa nell’aria rarefatta di quella diplomazia che era protagonista fino a qualche tempo fa, mentre le cancellerie europee, Italia compresa, balbettano.

La posizione ufficiale è il consueto “stiamo monitorando la situazione”, ma, sotto il tavolo, si fa la conta dei danni.

La Russia, nel frattempo, incassa. Il Cremlino ha quasi raddoppiato le entrate energetiche nel solo mese di marzo. Ovviamente, anche gli USA incassano di più dalla vendita di materie energetiche, ma i soldi spesi in Iran sono un salasso.

Le sanzioni americane all’Iran sono state tolte in parte, mai rimosse del tutto, per non far schizzare ulteriormente il prezzo del greggio in Occidente, mentre l’Europa, che ha deciso di colpirsi da sola, resta a guardare, pagando il conto energetico più salato del pianeta a causa della cecità e della pochezza dei propri leader, che ha detto di no a petrolio e gas della Russia, che costava fino a quattro volte meno e non era bloccato da nessuno.

LA FINTA PACE E L’IPOCRISIA DELLE CANCELLERIE

14 aprile. Parigi.

Macron e Starmer si collegano in videoconferenza con gli altri leader dei “paesi non belligeranti”.

L’ordine del giorno, almeno quello dichiarato, è la transizione energetica, un esercizio di retorica pura, degno delle migliori accademie, perché si discute di pannelli solari e pale eoliche per risparmiare e inquinare meno, quando lo stretto di Hormuz drena le risorse del mondo e Stati Uniti e Israele hanno causato disastri ambientali, bombardando raffinerie e pozzi petroliferi con migliaia di bombe.

Disastri ambientali mentre a noi chiedono di non circolare con l’auto vecchia di dieci anni, di essere green.

Il Papa chiede pace e il governo Meloni, che si professa solido baluardo di valori, reagisce con un’ipocrisia che tocca vertici nuovi, in nome dello schiaffo rimediato al referendum e degli ultimi sondaggi.

Si parla di pace, ma si tacciono le 42 vittime tra i manifestanti inermi in Iran, abbattuti nel silenzio complice di chi, per convenienza energetica, ha preferito girare la testa dall’altra parte.

Il paradosso non è un concetto astratto, ma il fatto nudo e crudo di ministri che siedono allo stesso tavolo con chi ha ordinato di sparare sulla folla, il tutto per la gloria di una transizione ecologica che, nei fatti, è solo un’altra forma di sottomissione energetica.

IL SOGNO DELLA CINA: IMPERO, NON REGNO

Mentre l’Occidente si perde in questo chiacchiericcio, Pechino non sta ferma.

Gli analisti di Limes ricordano che la Cina non cerca spazio, ma controllo di parte del pianeta.

Il concetto di Zhongguo, l’Impero del Centro, è il filo rosso che lega ogni mossa di Xi Jinping.

Non si tratta di un’ambizione territoriale qualunque, ma dell’idea di un mondo che orbita attorno a Pechino.

La Belt and Road Initiative non è un piano di investimenti, ma un’ipoteca sul futuro, così come le infrastrutture cinesi in Africa e in Asia non sono aiuti, bensì basi, porti, controllo delle vie del mare e della terra, costruito con la precisione di un orologiaio.

E la Cina ha imparato dagli errori altrui. Si è inserita nel vuoto lasciato dall’incapacità americana di gestire le crisi; mentre Washington si impantana in Medio Oriente, Pechino si muove nel silenzio, investendo in tecnologia, in intelligenza artificiale, in robotica.

Xi sa che il tempo gioca a favore di chi non spreca risorse in guerre inutili.

Eppure anche la Cina ha il suo tallone d’Achille, in quanto non ha più giovani, non ha più forza lavoro, e la sua economia interna scricchiola sotto il peso di una demografia che si è rovesciata rispetto agli anni Novanta del secolo scorso.

Tuttavia, oggi si inserisce come superpotenza economica, militare e anche diplomatica nel vuoto lasciato dagli Stati Uniti.

Il presidente Xi Jinping ha annunciato al mondo che la Cina vuole scendere in campo con “un ruolo costruttivo” per la stabilità in Medio Oriente.

Lo ha detto a margine della visita a Pechino del principe ereditario di Abu Dhabi, lo sceicco Khaled bin Mohamed bin Zayed Al Nahyan, a cui Xi ha presentato un piano in quattro punti per la pace e la stabilità: rispetto della coesistenza pacifica, coordinamento tra sviluppo e sicurezza, rispetto della sovranità nazionale e del Diritto internazionale.

Sugli ultimi due punti, è difficile che gli USA, che hanno sistematicamente violato la sovranità nazionale e violentato ogni norma del Diritto internazionale, possano scendere a compromessi.

La Cina è anche co-autrice del piano in cinque punti che ha portato alla fragile tregua di due settimane e agli incontri tra le delegazioni iraniane e americane.

IL FALLIMENTO DEL MODELLO E IL PESO DEL DEBITO

Torniamo ai numeri, quelli che non hanno opinioni.

Il prezzo del greggio, il costo delle utilità, il debito che non si ripaga da solo…

L’inflazione americana corre al 3,3% e chi ha investito in obbligazioni a lungo termine sta perdendo ricchezza ogni giorno, mentre i media parlano di una crescita che non esiste.

Le banche centrali hanno le mani legate, perché il mercato non risponde più alle loro direttive, perciò, la stagflazione sembra destinata a diventare la nuova realtà.

CHI PAGHERÀ IL CONTO FINALE?

Il punto è proprio questo: la guerra, quella in Iran, quella in Ucraina, quella in ogni angolo dove si gioca il potere, non è mai finita. È stata solo spostata, per ora, dalle bombe ai blocchi.

Il problema è che il costo è stato scaricato sul consumatore.

Le compagnie petrolifere registrano utili record, le banche si tengono strette i depositi, e i governi, che si dicono pronti alla “transizione”, continuano ad aumentare le tasse per coprire i buchi di bilancio.

Qualcuno ha detto che “il peggio è passato”.

Forse, per chi detiene il controllo dei dati, forse per chi ha già spostato il capitale in asset che godono dell’inflazione.

Ma per chi lavora, per chi ha un mutuo, per chi deve fare il pieno per andare in fabbrica, la realtà è che la crisi è solo all’inizio e i suoi veri effetti si vedranno solo da maggio/giugno.

Siamo in una trappola, perché, se la guerra continua, l’energia resta cara, i prezzi salgono e la crescita resta un miraggio. Tuttavia, anche se la guerra finisse domani, i costi di riparazione e la distruzione delle infrastrutture peseranno come pietre per anni.

E chi ha mentito? Chi ci ha raccontato che tutto era sotto controllo? Che sarebbe durata due settimane, massimo quattro, perché l’Iran era distrutto dopo 48 ore di bombardamenti?

Nessuno ne parla, intanto, la marea continua a salire ed è proprio il caso di dire che siamo quasi con l’acqua alla gola, anche se tanti se ne renderanno conto solo quando saranno costretti a non usare l’auto la domenica e, forse, anche qualche altro giorno alla settimana.

Con l’incognita di come sarà il mondo quando il blocco di Hormuz finirà: saremo ancora in piedi? E, soprattutto, mentre la marea sta sommergendo il mondo intero, chi è che si scoprirà più ricco di ieri?