In Europa si aggira un fantasma che non è lo spettro del terrorismo. Non è nemmeno il comunismo, ma la carcassa esangue del sogno di Ventotene.
Quella visione di un continente unito nel nome della pace, del diritto e della prosperità allargata.
Un’utopia sorta sulle ceneri di due guerre mondiali e portata avanti da uomini come Altiero Spinelli, che avevano visto e vissuto l’abisso, perciò avevano giurato di non tornarci mai più.
Oggi, quel giuramento è infranto dai loro figli e nipoti, che l’abisso non l’hanno vissuto, ma si fanno ingolosire dagli stessi meccanismi di soldi e potere che portarono alle grandi guerre.
L’UE, o ciò che ne resta, ha smarrito la propria bussola morale e si è trasformata nell’esatto contrario della sua promessa fondativa. È diventata un’entità che parla di pace armando una guerra per procura; che predica la democrazia mentre si affida a comitati opachi e a tecnocrazie di non eletti; che si erge a baluardo della libertà mentre soffoca il dissenso e impone una narrazione unica.
Viene il sospetto che l’Europa della democrazia e della pace fosse un bluff fin dall’inizio, che non fosse altro che un magnifico simulacro. Un’abile costruzione propagandistica, un velo di ideologia steso sopra un progetto occulto, economico e geopolitico, funzionale agli equilibri di potere decisi altrove, oltre l’Atlantico, all’indomani del 1945.
Un’illusione data in pasto a generazioni di cittadini per renderli docili consumatori di un mercato comune, il più grande mercato al mondo per gli USA, e, ora, docili contribuenti di uno sforzo bellico. Perché quel mercato si era aperto troppo ad altre economie, Cina e Russia in testa.
L’UCRAINA, DOVE LA VIRTÙ DIVENTA DERIVA
La guerra in Ucraina è stata lo spartiacque, il Rubicone oltre il quale ogni finzione è crollata.
L’aggressione della Federazione Russa è, e rimane, un atto brutale, un’inaccettabile violazione del Diritto internazionale. Punto.
Ma non si possono affrontare le crisi senza domandarsi da cosa siano state generate.
Non si può ammonire la Russia se per anni la NATO ha disatteso ogni promessa di allargamento a Est. Non si può pretendere che Mosca ristetti il diritto, quando la NATO ha invaso l’Iraq sulla base di una fake news della CIA e bombardato il Kosovo senza alcun mandato ONU.
Non si può dare a Putin del dittatore sanguinario, quando altri dittatori sanguinari possono commettere genocidi e si licenziano giornalisti che fanno domande scomode. Non a Mosca, ma a Roma, come accaduto a Gabriele Nunziati.
Inoltre, è proprio la gravità dell’atto di aggressione russo a richiedere una risposta intelligente e strategica, non di fervore ideologico.
La politica, quella con la “P” maiuscola, ha il dovere di guardare oltre l’orizzonte dell’indignazione da bar, per scorgere le conseguenze a lungo termine delle proprie scelte.
Ma ha scelto la via più facile, la più sterile, la meno intelligente Ha scelto l’illusione di una vittoria totale che sarebbe impossibile da ipotizzare persino dalla propaganda di Hollywood.
Sin dal primo giorno del 2022, l’asimmetria delle forze in campo era un dato fattuale, non un’opinione.
Chiunque, dotato di una conoscenza basilare di storia militare, economia e geopolitica, poteva comprendere che l’ipotesi di una sconfitta strategica di una superpotenza nucleare come la Russia sul proprio confine, per mano di una nazione non nucleare e materialmente dipendente, era pura idiozia.
L’ho scritto, l’ho detto, l’ho analizzato in ogni sede. Fui tacciato di disfattismo, di essere un “putiniano”, l’insulto standardizzato per chiunque osi profanare l’altare della propaganda.
Tuttavia, mentre cantori del potere parlavano di “contrattacco imminente”, “sanzioni dirompenti” e “crollo del regime di Putin”, i fatti e il tempo mi davano ragione. A me e a quei pochi tacciati di vicinanza con Mosca, ma la cui unica vicinanza era ai libri di storia e non ai dispacci delle notizie ottriate dall’alto.
Ricordate “Lo sbarco in Lombardia”, errore ripetuto dai Tg di diverse emittenti televisive italiane?
Basta quello a dimostrare come le notizie abbiano chi scrive copioni ripetuti a pappagallo, copioni che dimostrano la deriva dell’informazione, che serve a mascherare la deriva politica dell’Unione.
L’ARCHITETTURA DEL POTERE: OLIGARCHI, IMPERI E MERCANTI
E chi guida questa deriva?
Non di certo i popoli europei, che in ogni tornata elettorale di questi ultimi anni hanno premiato le forze contrarie a riarmi e guerre.
Loro pagano solo il conto, in bollette, inflazione e servizi sociali tagliati per finanziare gli arsenali.
A guidare la deriva è una casta di funzionari non eletti, intrecciata con lobby industriali e finanziarie, tutta gente che vede nella guerra un’opportunità, non una tragedia. Un’oligarchia che risponde a logiche di potere e profitto, non al mandato popolare.
In questa desolante coreografia, si fa strada la Gran Bretagna. Una nazione che ha divorziato dall’Unione con un atto di auto-proclamata sovranità, per poi rientrare dalla finestra come il più zelante suggeritore di una politica estera aggressiva.
Non è un paradosso, ma la coerente prosecuzione della sua dottrina storica: impedire l’emergere di una potenza egemone sul continente europeo e mantenere la Russia in uno stato di perenne debolezza.
L’obiettivo, mai mutato dai tempi del “Grande Gioco” in Asia centrale, è quello di frammentare il gigante eurasiatico, per poter accedere, con il consueto spirito predatorio del colonialismo mercantilista, alle sue sterminate risorse naturali.
L’Ucraina è solo una pedina sacrificabile. L’Europa è la scacchiera.
IL PREZZO DELLA FOLLIA: UN CONTINENTE IN GINOCCHIO
Il bilancio di questa colossale miopia strategica è sotto gli occhi di tutti. È un bollettino di guerra che non troverete nei telegiornali.
Abbiamo un’Ucraina martoriata, trasformata in un fronte permanente, con perdite umane che segneranno la sua demografia per un secolo. Una Russia logorata ma non sconfitta, anzi, rinsaldata nel suo nazionalismo e pienamente riconvertita a un’economia di guerra.
Arsenali occidentali svuotati. Miliardi di euro, che avrebbero potuto finanziare la transizione ecologica, la sanità, l’istruzione, bruciati sull’altare di un conflitto senza vittoria.
E soprattutto, abbiamo un’Europa più debole, più divisa, più dipendente militarmente dagli Stati Uniti e più vulnerabile economicamente.
Abbiamo sacrificato la nostra autonomia strategica in cambio di una pacca sulla spalla da Washington. Un pessimo affare, da qualunque prospettiva lo si guardi.
Gli oligarchi al potere dell’Europa, dopo aver rifiutato ogni via negoziale, oggi tornano a sussurrare di accordi che ricalcano le bozze discusse a Istanbul nei primi mesi del conflitto.
Quegli accordi che vennero stracciati e rifiutati, a cominciare da Boris Johnson, ma che avrebbero salvato decine di migliaia di giovani ucraini.
Se così fosse, il giudizio della Storia sarà impietoso. Avremo perso centinaia di migliaia di vite per tornare al punto di partenza.
LA LEZIONE IGNORATA DELLA STORIA
Purtroppo, molti politici, tanti giornalisti e analisti sembrano aver dimenticato la lezione che la sterminata pianura russa ha impartito a ogni impero che abbia osato sfidarla. Dalla Confederazione polacco-lituana a Napoleone, dall’Impero svedese a Hitler, tutti si sono schiantati contro la profondità, la strategia e la capacità di sacrificio di quel popolo.
Pensare di riuscire oggi, con sanzioni e missili a lungo raggio, dove hanno fallito la Grande Armée e la Wehrmacht, è delirio di onnipotenza. E di incompetenza.
Il paradosso è che i più ferventi sostenitori di questa escalation, gli stessi che fino a ieri sventolavano arcobaleni e parlavano di “Europa dei popoli”, sono gli ultimi a non volere la pace, proprio ora che, sottotraccia, Washington e Mosca cercano di ricucire un dialogo per evitare l’apocalisse.
Sono più falsi di una moneta da tre euro.
RIPENSARE LA PACE
Questa Unione Europea deve fallire.
Non per un desiderio di distruzione, ma per una necessità di sopravvivenza degli europei. E non solo degli europei.
La sua struttura oligarchica, la sua deriva autoritaria mascherata da burocrazia, la sua vocazione guerrafondaia, la rendono un pericolo per i cittadini che afferma di proteggere.
Il futuro non può essere un superstato centralizzato che ci trascina in guerre non nostre. Il futuro deve tornare nelle mani di Stati veramente sovrani, capaci di collaborare su basi paritetiche, di cooperare per obiettivi concreti: il benessere economico, la sicurezza energetica, la stabilità sociale. LA PACE!
La geopolitica NON DEVE ESSERE un’arena di gladiatori, di droni e missili. Può e DEVE diventare un processo evolutivo di coscienza collettiva.
La pace non è un intervallo tra due guerre, MA UNA FORMA SUPERIORE DI INTELLIGENZA.
È la capacità di comprendere che il nostro destino è interconnesso e che la distruzione di un altro, alla fine, non è che un suicidio più elaborato.
Finché non supereremo il paradigma della forza come arbitro ultimo delle relazioni internazionali, non faremo che ripetere gli stessi errori, ma con armi sempre più definitive.
La vera vittoria non è sconfiggere un nemico, ma rendere il nemico superfluo attraverso l’intelligenza.
E anche cominciare a rispettare per primi il Diritto internazionale, essere equi e giusti con tutti, e comprendere le ragioni dell’altro, non guasterebbe.
Questa è l’unica lezione che conta. Ed è la lezione che l’Europa di oggi ha scelto, deliberatamente, di dimenticare. O di ignorare.






















