L’IRAN SE NE FOTTE DELLA VOCE GROSSA DI TRUMP. CRONACA DI UN FALLIMENTO ANNUNCIATO

di Pasquale Di Matteo

Il barile batte in ritirata. Da 112 dollari a meno di 100 in una manciata di giorni.

Il mercato ha tirato un sospiro di sollievo per una tregua – o presunta tale – tra Washington e Teheran, ma bisognerà vedere cosa accadrà nelle riaperture di oggi, dopo il weekend e dopo il prevedibile fallimento dei negoziati.

Il presidente americano ha inviato il suo vice a trattare, ma l’Iran ha rispedito al mittente le pretese da film hollywoodiani degli USA, perché Teheran non ha nessuna fretta e, finché Hormuz resta chiuso, a morire di sete sono quei paesi che non accettano di pagare tariffe per passare e non condannano chi viola il Diritto internazionale: nella fattispecie, USA e Israele.

Infatti, in queste ultime settimane, chi ha pagato e chi ha condannato apertamente i crimini americani e israeliani, ha visto le proprie navi passare da Hormuz.

Navi spagnole, giapponesi, cinesi e di altre nazionalità sono passate tranquillamente, polverizzando anche le balle galattiche sul presunto sminamento e le altre sciocchezze scritte e dette da Trump, sempre più in balia della sua follia.

Intanto, la realtà parla di bollette alle stelle e di magazzini sempre più vuoti, perché la verità è che l’Europa, nella sua cecità strategica, si è infilata in un vicolo cieco.

Da una parte dichiara guerra al gas russo, promettendo di azzerarne le importazioni entro il 2027, ma dall’altra, nel primo trimestre dell’anno, ha aumentato gli acquisti di GNL da Mosca del 17 per cento.

DICIASSETTE PER CENTO!

Quasi tre miliardi di euro spesi in un battibaleno per il gas proveniente dalla Siberia.

Un paradosso? No, necessità per non morire. O meglio, dipendenza.

Perché quando mancano le alternative e la politica estera è una barzelletta recitata male, si finisce per pagare il nemico affinché non ti lasci al gelo.

IL VOLTAFACCIA DI BRUXELLES E LA FANTASIA DELLE TASSE

Dombrovskis, il commissario europeo per l’economia, si è presentato davanti ai microfoni con l’aria di chi ha appena scoperto l’acqua calda: “L’economia è a rischio stagflazione”.

Ma dai! Lo scriviamo da settimane!

“L’impatto sulla crescita,” ha avvertito, “sarà dello 0,4%, o forse dello 0,6% se la crisi dovesse allungarsi.”

Numeri che, letti da un funzionario di Bruxelles, sembrano astrazioni matematiche, ma tradotti in euro, significano che metà della crescita potenziale europea del 2025 è finita bruciata in un conflitto che gli stessi leader europei hanno contribuito ad alimentare perché si sono rifiutati di sanzionare Israele e USA.

La soluzione proposta da Italia, Germania, Portogallo, Austria e Spagna è quella di tassare gli “extraprofitti” delle società energetiche, ma si tratta di una mossa da manuale del perfetto populista: colpire chi fa soldi in un momento di crisi.

Ma è una misura populista superficiale, perché, in economia, definire cosa sia un “extraprofitto” è l’esercizio preferito di chi non ha la minima idea di come funzionino i mercati.

Tuttavia, la politica ha fretta di dare un pasto ai propri elettori. E se il piatto è avvelenato, pazienza.

IL NODO DI HORMUZ: OLTRE LA PROPAGANDA

Non ci sono solo i conti pubblici in rosso, ma c’è soprattutto la logistica.

Il Financial Times ha dimostrato che gli aeroporti europei sono a secco di carburante e hanno solo tre settimane di autonomia, come dicono le associazioni di categoria. Tre.

Vuoi andare in vacanza il primo maggio? Portati una tanica di benzina in valigia o il necessario per un eventuale ritorno a piedi. Non si sa mai.

Le navi sono ferme nel collo di bottiglia di Hormuz.

E non per la speculazione finanziaria, come continuano a ribadire quelli i cui neuroni faticano anche a ricordare il proprio nome, ma è una questione di fisica dei flussi.

Il 20% del petrolio e del gas mondiale passa di lì. E se è vero che buona parte è diretto in Asia, l’Europa ne ha un gran bisogno, soprattutto per gli aerei, ma non solo.

Ciò che resta del petrolio acquistabile nel mondo aumenta di prezzo e bisogna offrire più del suo reale prezzo per non farselo soffiare da altri.

Inoltre, come abbiamo spiegato nell’articolo di ieri, se le fabbriche di semiconduttori asiatiche si fermano, buona parte delle aziende occidentali abbassano le serrane per mancanza di componenti.

Se il petrolio manca, mancano anche le plastiche, persino quelle per le flebo, cosa che chi continua a ripetere il famoso “solo il 20%” non sa o non è in grado di capire.

E va ricordato che da Hormuz non passa solo petrolio.

Intanto, le petroliere restano ancorate al largo, in attesa di un segnale, non tanto dagli iraniani, ma dalle società assicurative, che non vogliono diminuire il premio per il rischio schizzato alle stelle e diventato insostenibile per gli armatori.

Donald Trump, nel frattempo, ha ordinato alla sua marina di intercettare le navi che dovessero passare da Hormuz sotto pagamento, solo che si tratta di un’altra violazione del Diritto internazionale, tra l’altro senza avere alcun mandato per attuare un blocco.

Per di più, sarebbe esilarante – si fa per dire – vedere la risposta della marina cinese se quella americana dovesse fermare un’imbarcazione di Pechino.

E poi, non dovevano cancellare l’Iran in una sola notte?!

Sta di fatto che Washington è sempre più isolata nel mondo, con il Canada che si sgancia, parte dell’Europa che le volta le spalle e la Cina pronta a raccoglierne i cocci.

E il pazzo disperato alla Casa Bianca continua a chiamare anche Netanyahu. “Oh, fermati”, gli dice.

Peccato che l’interlocutore lo tenga al guinzaglio, probabilmente per i file Epstein, e che egli stesso rischi la galera in patria e nel resto del mondo, motivo per cui solo la guerra perpetua può evitargli le manette.

La tregua che tanto viene sbandierata non è che una pagliacciata o poco più. Il cessate il fuoco, ammesso che esista, è solo l’ennesima marcia indietro del bullo Trump, che minaccia e minaccia, ma continua solo a prendere calci.

Perché, come sosteneva sua madre, “è un idiota. Spero non si metta mai in politica perché farebbe disastri”.

Almeno una persona saggia in famiglia c’è stata. Avrà preso dal padre?

La finta tregua non elimina le cicatrici strutturali che la guerra ha inferto all’Occidente. Gli impianti petroliferi sono danneggiati, i circuiti del GNL sono saltati. Riparare tutto richiederà anni, non settimane.

L’ERRORE DI CALCOLO E LA DEINDUSTRIALIZZAZIONE

Pechino, in questo scenario, guarda e ride a crepapelle.

Mentre gli Stati Uniti si consumano in dispendiose manovre militari, con i missili Tomahawk che costano dai 4 ai 6 milioni di dollari l’uno, spesso intercettati male da una contraerea russa o iraniana, la Cina incassa.

Negli ultimi anni, Pechino ha acquistato molto più gas e petrolio di quanto servisse, perciò può fare a meno di Hormuz per mesi, nonostante diverse navi cinesi siano passate tranquillamente, insieme a quelle spagnole, giapponesi e di altri, come ricordato poc’anzi.

Mentre Trump cambia idea ogni ora, la Cina ha una visione con cui ha pianificato il 2060. L’India il 2070.

Noi, in Europa, stritolati prima dai capricci di Biden e ora da quelli di Trump, non sappiamo nemmeno se avremo abbastanza metano per riscaldare gli uffici a novembre.

Va detto che il processo di deindustrializzazione europea non è sfortuna né colpa di Trump, ma una scelta dei nostri leader fantozziani.

Siamo diventati una colonia di servizi, di zerbini, di senza palle, una colonia priva di base manifatturiera solida, aggrappata a contratti energetici che abbiamo stracciato in faccia a Mosca senza avere in mano un’alternativa credibile.

Il risultato? L’inflazione, una tassa occulta che erode il potere d’acquisto.

La classe media americana, e quella europea, in misura maggiore, subiscono il colpo. Prezzi del diesel su del 30%, inflazione allo 0,9% in un solo mese.

LE BUGIE DI GIORGETTI E IL MIRAGGIO DELL’ENI

Giancarlo Giorgetti, ministro dell’economia, ha ammesso in un raro momento di sincerità: “Credo nei miracoli, in passato spesso previsioni superate”.

È l’ammissione del fallimento.

Sperare nel miracolo di un giacimento Eni al largo dell’Egitto, sperare che la diplomazia faccia il suo corso, sperare che la Russia, nostro principale fornitore storico, ci faccia lo sconto. Ma attraverso intermediari, perché Putin è sporco e cattivo.

Eppure, i conti non tornano. Il debito pubblico italiano, al 137% del PIL, non perdona e non ci lascia nessuna speranza.

La realtà è che ci siamo fatti trovare impreparati. Abbiamo smantellato il nucleare, abbiamo messo in dubbio i combustibili fossili senza avere un’infrastruttura di rinnovabili in grado di reggere il peso di un sistema moderno.

E ora, in attesa che arrivi lo shock provocato da Hormuz, ci meravigliamo.

ALLORA, CHI HA MENTITO?

La narrazione di una guerra a bassa intensità, gestibile, è stata spazzata via dalla realtà dei fatti. Gli americani hanno armato un conflitto che pensavano di poter controllare, salvo poi scoprire che Teheran – o chi per essa – detiene il controllo del mercato energetico.

Gli alleati europei hanno accettato i dettami di Washington senza calcolare che, a pagare il conto alla fine della cena, sarebbero stati i cittadini del Vecchio Continente.

Così, resta la sensazione che la politica sia rimasta prigioniera delle proprie parole. Le dichiarazioni di solidarietà, le condanne feroci, i proclami di indipendenza energetica, oggi, suonano come inutili esercizi di stile davanti a un’inflazione che divora i risparmi.

Il gas russo continua ad arrivare, più di prima, ma paghiamo l’intermediazione e il rischio, perché dobbiamo sanzionare Mosca che viola il Diritto internazionale.

Perché l’Europa è come quel genitore che caccia di casa il figlio per aver fatto a pugni, ma si limita a un timido rimprovero verso il fratello maggiore che ha fatto a pezzi l’intera famiglia del piano di sotto.

Il mondo occidentale di oggi è il sistema perfetto per impoverire chiunque abbia la sfortuna di stare in mezzo a questo scontro di potenze.

Il disastro è compiuto e sta per arrivare, ma non sarà la guerra a colpirci, ma l’incapacità dei nostri leader di prevederla e la loro mancanza di coraggio di affrontare quelli che dovevano essere i nostri alleati, invece sono diventati i carnefici del mondo.

E ora, non resta che aspettare le limitazioni dei voli, i lockdown energetici, l’auto in garage a targhe alterne, prima che torni l’inverno a farci visita. E allora vedremo i veri effetti del disastro Israeloamericano.

Ma questa volta, senza neanche la certezza di avere una stufa accesa.

Chi ne pagherà le conseguenze?

Probabilmente, né Trump né Netanyahu. E nemmeno gli scappati di casa di Bruxelles che hanno firmato gli ordini di sanzioni alla Russia, salvo nascondere i manuali di Diritto di fronte ai crimini di Israele e Stati Uniti.

Le pagheremo tutti noi, persone comuni. Le pagheranno le aziende.

Perché chi sbaglia quasi mai paga, quando si tratta dei potenti.

Pubblicato da Dott. Pasquale Di Matteo

Comunicazionista, Coach | Storia, Arte e Geopolitica per la Leadership | Metodo Kinsaisei | Rappresentante Reijinsha Japan La fabbrica, il tumore, Chagall, la galleria di Parma. Per 24 anni ho ripetuto gli stessi gesti in fabbrica. Non avevo il diploma, non avevo notorietà a 500 metri da casa, avevo una voglia matta di capire il mondo, ma non sapevo cosa farmene. Poi un tumore mi ha fermato. In malattia ho aperto un blog e ho scritto di Chagall. Una galleria di Parma lesse quell'articolo. Quando sono guarito, non sono rientrato in fabbrica. Da quel momento in poi: diploma, laurea in Comunicazione, master in Politiche Internazionali con la Scuola Sole 24 Ore. Quasi 50 anni. Un ruolo che nessuno in Italia ricopre: sono il rappresentante italiano di Reijinsha, una società culturale giapponese che opera in Asia ed Europa. Nel 2024 ho portato 44 artisti giapponesi al Palazzo della Provincia di Bari e sono stato invitato a tenere una conferenza a Osaka. Hanno scritto di me in Romania, Scozia, Brasile, Giappone, Ungheria, Francia, Spagna. La mia rinascita, con tutte le sue rotture, è diventata un metodo. Lo chiamo Kinsaisei: la rinascita dorata. Non nascondere le proprie crepe, ma trasformarle in oro. Usarle come vantaggio competitivo. Un Kintsugi, ma potenziato grazie alla conoscenza della Storia, della Geopolitica e della PNR. Oggi lavoro con CEO, imprenditori e artisti che sentono che la loro prossima vita professionale è già cominciata, ma non sanno ancora come nominarla, comunicarla, venderla. Proprio com’ero bloccato io, prima del tumore. Il primo colloquio è gratuito. Scrivimi. www.pasqualedimatteo.com | info@pasqualedimatteo.com

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