“La NATO non c’era quando ne avevamo bisogno, e non ci sarà se ne avremo bisogno in futuro”, parola di Donald Trump. Lo ha postato sul suo social network, il 9 aprile 2026.
Non è un’opinione qualunque, ma una dottrina che smonta settant’anni di architettura di sicurezza occidentale.
Mentre a Washington si discute se la missione UNIFIL italiana in Libano sia ancora sostenibile, a Beirut i bombardamenti israeliani non lasciano spazio a dubbi: la deterrenza è un reperto archeologico. La NATO non serve a niente, almeno se i nemici e i cattivi sono quelli che definiamo alleati e democrazie.
Le immagini che arrivano dal Libano, palazzi sventrati a Beirut, auto coperte di polvere, l’incessante lavoro delle ruspe tra le macerie, sono il bollettino di una guerra che nessuno ha dichiarato, ma che tutti stanno combattendo.
Israele ha colpito il Libano e lo ha fatto con una violenza che non ammette repliche. Eppure, il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif, in un tweet dai toni insolitamente misurati, ma fermi, parla di “violazioni del cessate il fuoco”.
Un accordo che doveva fermare l’emorragia di sangue, mediato, si dice, tra americani e iraniani, ma di cui Tel Aviv non ha tenuto conto, o peggio, l’ha stracciato appena siglato.
Netanyahu ha risposto per le rime. Il suo comunicato su X del 9 aprile è un capolavoro di retorica bellica: l’Iran è più debole che mai, Israele è più forte che mai. Nessuna traccia di tregua. Anzi, la promessa di una ripresa dei combattimenti.
Quello di Netanyahu è il rovesciamento della realtà: il premier israeliano agisce come se i suoi crimini di guerra e contro l’umanità fossero la cronaca di un successo, mentre le basi militari americane in Europa e nella regione diventano bersagli sempre più esposti.
La tregua, se così possiamo chiamarla, non ha fermato il massacro in Libano. Il Paese dei Cedri è, di fatto, escluso dal cessate il fuoco con l’Iran.
Giovedì scorso, le Idf hanno colpito obiettivi civili, costringendo migliaia di persone ad abbandonare le proprie case a sud di Beirut, un attacco che ha indotto Trump a chiedere a Netanyahu di moderare i toni per salvaguardare il successo dei negoziati che dovrebbero aprirsi la prossima settimana al Dipartimento di Stato.
Le condizioni poste da Netanyahu per avviare il dialogo sono da chi è fuori dalla realtà: disarmo di Hezbollah e creazione di “relazioni pacifiche”.
Il presidente libanese Joseph Aoun preme per un cessate il fuoco totale che includa il Libano, ma la realtà dei fatti parla di circa 1.700 morti, con oltre 300 persone ammazzate nel solo mercoledì precedente. In questo quadro, anche i vescovi americani, da Cupich a McElroy, hanno rotto il silenzio, appellandosi affinché l’interesse nazionale statunitense non prevalga sulla dignità umana.
Ma le loro parole si infrangono contro la realtà dell’amministrazione Trump e i crimini di quella Netanyahu.
USA E SANTA SEDE AI FERRI CORTI
Intanto, la frattura tra la Santa Sede e gli Stati Uniti di Donald Trump non è una questione diplomatica, ma esistenziale.
Se il pontificato di Giovanni Paolo II era costruito sull’alleanza di ferro con Washington in chiave antisovietica, con tanto di scambio di informazioni d’intelligence, come candidamente ammesso dall’ex direttore della CIA Robert Gates, oggi il dialogo è ridotto a moniti inascoltati e porte chiuse.
L’ultimo atto di questo distanziamento, iniziato già sotto Francesco, si consuma nel silenzio di fronte alla gestione della crisi in Iran e Libano.
Mentre Donald Trump esulta per una tregua – poi sistematicamente violata da Tel Aviv– celebrandola come l’inizio di una ricostruzione sotto l’egida americana, Leone XIV risponde con la liturgia.
Il Papa accoglie il cessate il fuoco con una “soddisfazione” che pare un esercizio di stile, subito corretto dall’esortazione alla preghiera per un lavoro diplomatico definito, non a caso, “delicato”.
Sabato 11 aprile, la basilica di San Pietro ospiterà una veglia per la pace. Un evento che, nel linguaggio della diplomazia vaticana, è l’equivalente di un grido d’allarme quando i canali ufficiali sono stati già recisi.
IL BLOCCO DI HORMUZ: OLTRE LA RETORICA
Il 10 aprile 2026, lo Stretto di Hormuz è di nuovo chiuso, in seguito al mancato rispetto dell’accordo da parte di Israele.
La marina iraniana ha dettato la linea: chiunque transiti deve chiedere il permesso. Le mappe di MarineTraffic non mentono. I segnali delle navi sono rari, sparsi, quasi timorosi. Il traffico marittimo, l’arteria vitale dell’energia mondiale, ha subito un rallentamento drastico.
Trump ha liquidato i crimini di Israele come “scaramucce separate”, ma chi mastica geopolitica sa che la scaramuccia è la scusa preferita dai poteri forti per coprire l’incapacità di gestire le crisi.
La verità è che il blocco non è un incidente di percorso, è una manovra politica. L’Iran, costretto all’angolo, sta usando l’arma dell’energia per dire agli Stati Uniti: “Se voi destabilizzate la nostra regione, noi destabilizziamo i vostri mercati”. E in questo gioco, le navi che trasportano petrolio diventano pedine di un Risiko che sta sfuggendo di mano.
I governi europei, spettatori di questa mattanza energetica, reagiscono con il solito, fiacco rituale della protesta diplomatica, ma che non si trasforma mai in sanzione o in invio di armi se ci sono in mezzo Israele e USA.
Antonio Tajani convoca l’ambasciatore israeliano, un atto dovuto, una procedura standard. Quasi una scocciatura per non dare l’impressione di essere a favore dei crimini.
Ma cosa si dicono, realmente, dietro le porte chiuse del Ministero degli Esteri? Probabilmente, nulla che non sia già noto: “Non toccate i nostri soldati”.
È un ordine che suona come una preghiera. Perché se un soldato italiano finisce vittima di un errore di calcolo israeliano, o di un’azione deliberata, la diplomazia non basterà più a giustificare la permanenza della missione e qualche italiano s’incazzerà sul serio.
Non tutti. Di zerbini di Israele e degli USA ne abbiamo a milioni.
Ma dietro le mosse militari in Medio Oriente, c’è la materia prima che muove il mondo: petrolio e gas.
L’Iran, in risposta alla criminale offensiva israeliana, ha stretto i rubinetti dello Stretto di Hormuz.
I Pasdaran hanno dichiarato le rotte abituali pericolose per la presenza di mine, imponendo passaggi alternativi vicino alle coste iraniane.
La petroliera AUROURA ne è la prova, dopo una brusca inversione di rotta per evitare il transito.
Il punto, però, è finanziario. I flussi energetici diretti verso l’Asia non viaggiano più solo in dollari.
Pechino e Riad hanno firmato accordi di swap valutario per 50 miliardi di yuan.
È il segno che il sistema del petrodollaro, nato nel 1974 con l’accordo Kissinger-Arabia Saudita, sta collassando.
Non male come risultato della “vittoria di Trump” e dei suoi sostenitori.
Trump lo sa. Sa che la perdita dello status di valuta di riserva globale del dollaro non è un problema contabile, ma una sconfitta militare.
L’ACCORDO CHE NON ESISTE
L’Articolo 2 del documento firmato il 21 giugno 2000 per regolare i rapporti tra UE e Israele recita che le relazioni si basano sul rispetto dei diritti umani e dei principi democratici. È una clausola essenziale. Senza, il trattato decade.
Eppure, le violazioni di Israele sono quotidiane da sempre. Se l’Europa avesse utilizzato lo stesso metro di giudizio con cui ha applicato 20 pacchetti di sanzioni a Mosca, a quest’ora Israele ne avrebbe collezionati molti più di 100.
Le infrastrutture in Libano sono polvere, la popolazione civile viene spostata come bestiame, in perfetto stile hitleriano, le basi internazionali subiscono colpi di avvertimento che sanno di minaccia.
L’Unione Europea osserva, commenta, ma non agisce. Tel Aviv può permettersi di fare ciò che Mosca non può nemmeno minacciare.
Il “rispetto dei diritti umani” è diventato un’appendice burocratica, utile solo per i discorsi ufficiali in Parlamento.
Pedro Sanchez, il premier spagnolo, è l’unico che sembra aver capito la gravità del momento.
“La comunità internazionale deve condannare questa violazione del diritto internazionale”, scrive. Chiede la sospensione dell’Accordo di Associazione.
E ha ragione da vendere. Fosse anche solo per coerenza. E dal punto di vista legale, viste le continue violazioni di Israele, la richiesta di Sanchez è ineccepibile.
Ma in questo teatrino che chiamiamo NATO e Occidente, il diritto è solo un’opinione.
La forza, quella vera, è di chi, come Israele, ha la forza economica di pagare le campagne elettorali di presidenti statunitensi, di organizzare festini con videocamere al seguito per ricattare i potenti del mondo, – vedi Epstein – e un servizio segreto implicato in migliaia di omicidi all’estero, qualcuno ancora molto sospetto, compreso quello di JFK, subito dopo aver minacciato Israele di tagliare gli aiuti americani se Tel Aviv non avesse concesso agli ispettori di visitare i laboratori scientifici che stavano costruendo l’arma atomica.
Teoria che, visti i tanti omicidi compiuti e rivendicati dal Mossad, è più che plausibile.
IL CROLLO DELLA DETERRENZA
Il Pentagono è in silenzio. Le truppe americane si muovono verso il Medio Oriente, ma non si capisce per fare cosa.
Proteggere? Aggredire? Difendere l’indifendibile dopo il disastro messo in piedi in queste quattro settimane?
La leadership militare statunitense è frustrata. Hanno spiegato al Presidente Trump che una guerra seria in Iran richiederebbe risorse che gli Stati Uniti, in questo momento, non possono investire. Ma il Presidente non ascolta e si sente vittima di una cospirazione, attorniato da generali che non hanno la sua visione “grande” delle cose.
Perché l’idiozia porta a credersi sempre molto più grandi e intelligenti di ciò che si è.
È questo il punto di rottura: il rapporto tra il comando politico e quello militare. Se i militari iniziano a dubitare dell’ordine di attaccare, la catena di comando si spezza. E, quando la catena si spezza, la superpotenza diventa una tigre di carta, proprio come temeva Mao.
E POI, L’IMMAGINE DANTESCA
Torniamo all’inizio.
Al 18 ottobre 2023. Quando ho scritto del primo ospedale bombardato a Gaza, sapevo che non sarebbe stato l’ultimo. E lo sapevo anche mentre tanti giornalisti iscritti all’albo cercavano scuse per giustificare i crimini di Israele.
La storia si ripete, ma con una velocità impressionante. Dante Alighieri, nel canto terzo dell’Inferno, non aveva bisogno di geopolitica per capire la natura “della perduta gente.”
“Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate”.
Oggi, chi guarda alle decisioni di Washington, Tel Aviv, Teheran o Bruxelles, ha la netta sensazione di essere entrato in quella città dolente.
Non c’è strategia, non c’è calcolo, non c’è fine. C’è solo una sequenza infinita di atti criminali, giustificati da una morale che cambia a seconda di chi preme il grilletto, dove non esiste alcuna distinzione tra chi viene definito dittatore e chi si vanta di essere democratico.
Ma se oggi l’ordine di sparare arrivasse davvero e se i comandanti sul campo dovessero scegliere tra l’esecuzione e la disobbedienza, in quale girone dell’inferno si ritroverebbero, loro, e con loro l’intero assetto mondiale che abbiamo preteso di chiamare civiltà?
La risposta non è nei post squilibrati di Trump, né nei comunicati del criminale Netanyahu, nemmeno nei post ancora più squilibrati dei loro sostenitori, ma è nel silenzio assordante di chi, in Europa, continua a pensare che basti convocare un ambasciatore per fermare una guerra che non ha più alcun confine tra bene e male.
Il tempo non è galantuomo.
Il tempo, in questo caso, è solo un testimone muto di una fine annunciata, di un disastro annunciato.
Perché quando ai vertici del globo hai solo pazzi, criminali e incompetenti, il disastro è il meglio che possa capitare.

