LA REALTÀ È ASSAI DIVERSA DAI COMUNICATI DEL PENTAGONO E PARLA DI GUAI SERI PER USA E ISRAELE

di Pasquale Di Matteo

Il 5 aprile, domenica di Pasqua, Donald Trump pubblica un post. È trionfale.

Dice che gli Stati Uniti hanno recuperato un drone abbattuto. Lo descrive come un’operazione chirurgica, un successo tecnico di cui vantarsi tra un uovo di cioccolato e una messa, in perfetto stile da rito mistico.

Pochi giorni prima, il Pentagono si era vantato del controllo totale dei cieli iraniani, di un dominio assoluto, indiscutibile. Eppure, incrociando i dati, risulta tutt’altro.

Due caccia americani sono finiti al suolo. I piloti sono stati recuperati, dicono, ma il segreto militare ha già iniziato il suo lavoro di insabbiamento.

La narrazione di Washington procede come se nulla fosse accaduto: successi, audacia, superiorità, eppure, la realtà sul campo, quella che non finisce nei tweet, è fatta di rottami fumanti nel territorio iraniano.

LA MENZOGNA SI CONSUMA IN FRETTA

Mentre Trump si vanta della tecnologia, Planet Labs, azienda che fornisce immagini satellitari, oscura improvvisamente le aree del conflitto.

Washington ha bussato alla loro porta, chiedendo di spegnere gli obiettivi, perché Trump e i suoi non vogliono che il mondo veda cosa resta dei velivoli abbattuti.

La trasparenza, a quanto pare, è un lusso che il Dipartimento della Difesa non può permettersi quando la propaganda rischia di scontrarsi con la verità.

Il colonnello in pensione Douglas Macgregor, una voce che raramente si allinea ai comunicati ufficiali, espone il punto.

La verità sulla chiusura dello Stretto di Hormuz non riguarda l’Iran, ma le compagnie assicurative di Londra.

Quando è diventato evidente che quello spazio era diventato una zona di guerra, sottoposta a rischi di missili, nessuno ha voluto più sottoscrivere i costi per la navigazione.

Il commercio si è fermato perché il rischio, in termini di dollari, era diventato insostenibile, portando a un calo del 95% del traffico che è il termometro di un fallimento che Washington cerca disperatamente di nascondere sotto il tappeto di un “successo operativo” che esiste solo nei tweet di Trump.

LE INFRASTRUTTURE SONO IL VERO FRONTE DI UNA GUERRA SILENZIOSA

L’Iran non sta solo combattendo con i missili, ma sta mettendo sotto scacco le fondamenta della sopravvivenza in Medio Oriente. Gli impianti di desalinizzazione, quei giganti di metallo che trasformano l’acqua di mare in vita per milioni di persone, sono i nuovi bersagli.

Se le infrastrutture che dissetano Riyad o Dubai venissero rase al suolo da un attacco, l’evacuazione delle capitali non sarebbe più un’ipotesi remota, ma un obbligo per evitare centinaia di milioni di morti.

La vulnerabilità di Israele è totale.

È un paese minuscolo, che punta tutto su una superiorità tecnica che però non può proteggere le sue infrastrutture vitali dall’esaurimento delle scorte.

La storia di Israele, dei suoi dodici giorni di guerra, si ripete in una forma distorta.

La speranza di un cambio di regime rapido a Teheran è svanita di fronte alla realtà.

Hanno cercato di soffocare il paese, di isolarlo, di colpirne i nodi nevralgici, ma il risultato è stata un’escalation in cui il regime iraniano resiste mentre le risorse economiche e militari israeliane si assottigliano sotto il peso di un conflitto che la propria popolazione non vuole più combattere.

LA CENSURA È LA PRIMA ARMA DI CHI HA PERSO LA PARTITA

All’interno di Israele, la censura è una coltre di piombo; non si parla degli attacchi iraniani alle infrastrutture energetiche né del malumore diffuso tra i cittadini, stanchi di una guerra che non garantisce più sicurezza.

Il governo israeliano ha blindato ogni informazione, cercando di proteggere un’immagine di invulnerabilità che, nei fatti, non esiste più ed è più falsa dei soldi del Monopoli.

IL PARADOSSO DELLE ALLEANZE: CHI PAGA IL CONTO DELLA GUERRA

I media in Italia, in Europa, si interrogano sulla tenuta del rapporto tra Washington e i suoi alleati, ma bisognerebbe interrogarsi sul perché l’Europa segua una politica che non serve gli interessi degli europei.

L’autonomia è una parola che circola nei corridoi di Bruxelles, ma le azioni dicono il contrario. Gli aiuti militari, l’invio di risorse, le sanzioni… tutto serve a prolungare conflitti, come in Ucraina e in Iran, che stanno logorando le economie europee mentre gli Stati Uniti si limitano a gestire il peso della propria geopolitica.

L’Europa è spettatrice, o peggio, complice.

Si parla di difesa europea, di cooperazione industriale, ma la realtà è che senza una politica estera indipendente, ogni tentativo di costruire infrastrutture proprie, di rendersi autosufficienti nella fornitura di materie prime, dal litio al cobalto, dai semiconduttori all’energia, resta un esercizio di stile.

Il fatto che il 95% delle terre rare venga lavorato altrove, in gran parte sotto l’influenza cinese, dimostra che la dipendenza non è una fatalità, ma una scelta politica che è stata reiterata per decenni.

IL PREZZO DEL PETROLIO E IL SILENZIO DI CHI GOVERNA

Il prezzo del barile torna a correre e le borse europee tremano.

Gli investitori, in preda al panico, si rifugiano nell’oro. Il messaggio è chiaro: il mercato non crede più alle rassicurazioni dei governi. E, quando i capitali scappano verso i metalli preziosi, non lo fanno per speculazione, ma per paura.

La paura che il sistema finanziario globale, costruito sul dollaro e sul debito, sia arrivato alla sua fine.

L’Iran ha capito che per colpire il cuore del sistema non servono centinaia di migliaia di soldati, ma bastano pochi droni, una posizione strategica e la capacità di interrompere il flusso di risorse che nutre le economie avversarie.

La Cina e la Russia, intanto, osservano.

Non hanno bisogno di intervenire direttamente, perché piene di petrolio, di gas e di terre rare. La Cina, il cui petrolio arriva prevalentemente dal Golfo, negli ultimi anni ne ha acquistato in quantità di gran lunga superiore al fabbisogno, proprio in previsioni di scenari come quello che stiamo vivendo, perciò, può permettersi mesi di stasi di Hormuz senza alcun problema.

Mosca e Pechino, pertanto, si limitano ad aspettare che l’architettura finanziaria dell’Occidente collassi sotto il peso delle sue stesse contraddizioni, prima di raccogliere lo scettro di padroni del mondo dai cocci rotti dell’impero americano.

LA DOMANDA CHE NESSUNO VUOLE PORRE

Perché, dopo anni di fallimenti, l’Occidente continua a insistere sulla strada della sanzione e dell’attacco?

Se il regime iraniano è così instabile, perché ogni attacco ne ha solo rafforzato la presa sulla popolazione?

Se la strategia della “massima pressione” è stata un successo, perché il prezzo dell’energia è tornato a livelli critici e l’isolamento diplomatico colpisce più chi sanziona che chi viene sanzionato?

Non c’è una risposta razionale. O meglio, la risposta sta nel fatto che la guerra è diventata un’industria, un meccanismo di profitto che si autoalimenta.

Gli investimenti nella Difesa, le commesse miliardarie, il continuo bisogno di nuove armi, tutto questo muove capitali enormi, ma non produce sicurezza.

Produce profitti. E mentre i profitti crescono, la sicurezza di tutti scivola via.

Il quadro che emerge non è quello di un mondo che corre verso un nuovo ordine, ma quello di un sistema che sta perdendo i freni e in cui regna sempre di più il caos.

Le alleanze storiche, dalla NATO in giù, non sono più scudi, ma sempre di più catene e palle al piede.

E quando la corda si spezzerà, come avverte il colonnello Macgregor, a cadere saranno le nazioni che si sono dimenticate come gestire la propria sovranità, lasciando che fossero altri, come i burocrati a Bruxelles o potenze straniere a Pechino, a decidere il loro destino. O, nel caso dell’Italia, la sicurezza informatica svenduta a Tel Aviv nel 2023.

Il tempo della retorica di Hollywood si sta sgretolando e la realtà sta tornando a dettare legge.

E la legge, oggi, è scritta con il sangue di chi non conta nulla in questa scacchiera.

Secondo voi, la classe dirigente occidentale si renderà conto che il costo di questa guerra non è più misurabile in dollari, ma nella stabilità delle nostre nazioni? O forse la verità è che, per loro, il crollo è solo un’altra opportunità di investimento?

Pubblicato da Dott. Pasquale Di Matteo

Comunicazionista, Coach | Storia, Arte e Geopolitica per la Leadership | Metodo Kinsaisei | Rappresentante Reijinsha Japan La fabbrica, il tumore, Chagall, la galleria di Parma. Per 24 anni ho ripetuto gli stessi gesti in fabbrica. Non avevo il diploma, non avevo notorietà a 500 metri da casa, avevo una voglia matta di capire il mondo, ma non sapevo cosa farmene. Poi un tumore mi ha fermato. In malattia ho aperto un blog e ho scritto di Chagall. Una galleria di Parma lesse quell'articolo. Quando sono guarito, non sono rientrato in fabbrica. Da quel momento in poi: diploma, laurea in Comunicazione, master in Politiche Internazionali con la Scuola Sole 24 Ore. Quasi 50 anni. Un ruolo che nessuno in Italia ricopre: sono il rappresentante italiano di Reijinsha, una società culturale giapponese che opera in Asia ed Europa. Nel 2024 ho portato 44 artisti giapponesi al Palazzo della Provincia di Bari e sono stato invitato a tenere una conferenza a Osaka. Hanno scritto di me in Romania, Scozia, Brasile, Giappone, Ungheria, Francia, Spagna. La mia rinascita, con tutte le sue rotture, è diventata un metodo. Lo chiamo Kinsaisei: la rinascita dorata. Non nascondere le proprie crepe, ma trasformarle in oro. Usarle come vantaggio competitivo. Un Kintsugi, ma potenziato grazie alla conoscenza della Storia, della Geopolitica e della PNR. Oggi lavoro con CEO, imprenditori e artisti che sentono che la loro prossima vita professionale è già cominciata, ma non sanno ancora come nominarla, comunicarla, venderla. Proprio com’ero bloccato io, prima del tumore. Il primo colloquio è gratuito. Scrivimi. www.pasqualedimatteo.com | info@pasqualedimatteo.com

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