PERCHÉ GLI STATI UNITI STANNO PERDENDO LA GUERRA CHE CREDEVANO DI AVER VINTO

di Pasquale Di Matteo

“Abbiamo decimato l’Iran. È finita. Andate allo Stretto e prendetevi il petrolio”.

Donald J. Trump parla alla nazione dall’East Room della Casa Bianca.

È l’una del pomeriggio del primo aprile 2026.

Non è un pesce d’aprile, ma la realtà parallela prodotta da un’amministrazione che ha scambiato la geografia per un plastico e la finanza per un videogioco.

Mentre il tycoon annuncia la vittoria imminente, il Brent schizza a 115 dollari al barile e l’intelligence di mezzo mondo osserva i satelliti: l’Iran non è decimato.

È arroccato. Ed è più lucido di chi lo bombarda. Di chi sosteneva di aver vinto già quattro settimane fa e ora ribadisce che colpirà duro come non mai per distruggere ciò che doveva già essere distrutto.

Trentaquattro giorni di conflitto e un bilancio che non torna.

Da una parte la narrativa della “decapitazione” imminente, dall’altra una sequenza di fatti che suonano come uno schiaffo all’ex superpotenza a stelle e strisce.

Gli Stati Uniti e Israele sono finiti in una trappola che nei corridoi del Pentagono evoca fantasmi mai esorcizzati, dal Vietnam all’Afghanistan. Solo che stavolta il conto non si paga solo in bare avvolte nella bandiera, ma nel collasso del sistema economico occidentale.

LA FINZIONE DEI NEGOZIATI

Trump evoca “tavoli negoziali proficui”. Racconta di un Iran in ginocchio che implora il cessate il fuoco. Peccato che il Ministero degli Esteri di Teheran non abbia nemmeno risposto al telefono.

Non ci sono contatti. Non c’è una via d’uscita diplomatica perché le condizioni poste da Washington, la rinuncia totale al programma nucleare e missilistico, sono scritte per essere rifiutate.

L’Iran è una fortezza naturale. Un milione e seicentomila chilometri quadrati protetti dalle catene montuose degli Zagros e dell’Alborz, con vette che superano i tremila metri.

Saddam Hussein, nel 1980, pensò di sfondare in pochi giorni con l’appoggio di tutto l’Occidente. Finì in un massacro durato otto anni.

Oggi Teheran ha novanta milioni di abitanti, non venticinque. Ha tunnel scavati nel granito che l’aviazione israeliana non può scalfire.

E, soprattutto, ha capito che non serve vincere una battaglia campale per sconfiggere gli Stati Uniti. Basta rendere il mondo invivibile per i loro portafogli.

L’ARMA ATOMICA DI TEHERAN SI CHIAMA HORMUZ

La vera bomba atomica dell’Iran è lo Stretto di Hormuz. Attraverso quel corridoio passa un terzo del petrolio mondiale, un quarto del gas naturale e, dato che i pianificatori di Washington sembrano aver ignorato, la metà dello zolfo e i due quinti dell’elio necessari all’industria globale dei microchip.

L’Iran non ha bisogno di schierare la flotta per chiudere lo stretto. Un drone da cinquemila dollari può paralizzare una petroliera che ne vale cento milioni.

Così, i premi assicurativi sono balzati al 10% del valore del carico. Le navi non passano più non perché Teheran abbia alzato un muro, ma perché il mercato si è auto-sospeso.

Nessun armatore sano di mente rischia il fallimento per fare un favore a Trump.

E qui scatta il paradosso che svela la disperazione della Casa Bianca: Trump ha dovuto togliere le sanzioni petrolifere alla Russia di Putin e allo stesso Iran per cercare di calmare i prezzi alla pompa.

Bombardi un Paese la mattina e gli chiedi di vendere petrolio il pomeriggio per non perdere le elezioni a novembre. È la politica estera ridotta a schizofrenica gestione del consenso interno.

IL CONTO ITALIANO: LA TASSA OCCULTA DELLA STAGFLAZIONE

Mentre a Washington giocano a compiere disastri, l’Italia si scopre nuda. Non siamo in guerra, ma siamo i primi a pagare.

Siamo il Paese europeo più dipendente dalle importazioni di gas. All’inizio del 2026, l’Istat e Moody’s scommettevano su una crescita moderata e un’inflazione in calo. Oggi quelle stime sono carta straccia.

La crescita è stata limata allo 0,7%. L’inflazione è risalita sopra il 2,4%.

È il peggior incubo degli economisti: la stagflazione. I prezzi salgono perché l’energia costa il doppio, ma i consumi calano perché le famiglie hanno paura.

La benzina al distributore è solo la punta dell’iceberg. Il gasolio muove la logistica, i camion, i supermercati, l’agricoltura…

Ogni volta che un cittadino italiano fa la spesa, paga una “tassa Trump/Netanyahu” che finisce dritta nelle casse delle compagnie petrolifere americane o, ironia della sorte, dei russi e degli iraniani.

Le imprese italiane hanno due scelte: assorbire i costi riducendo i margini – e quindi tagliando investimenti e assunzioni – o ribaltarli sui prezzi finali, sparendo dai mercati internazionali, perciò, ancora, meno assunzioni e meno investimenti.

In entrambi i casi, il sistema produttivo è destinato a fermarsi. L’alleato americano ci giura protezione, ma nel frattempo ci scarica addosso il costo energetico di una guerra che non possiamo vincere, se non con diverse bombe atomiche e la devastazione dell’Iran, che porterebbe al collasso occidentale.

AVVOLTOI IN DIVISA E IL SOGNO DI KHARG ISLAND

Ma c’è chi guadagna. E non sono solo i russi.

Un’inchiesta del Financial Times ha scoperchiato un verminaio che arriva fino ai massimi livelli del Pentagono. Pochi minuti prima degli annunci più bellicosi di Trump, in borsa si sono registrati movimenti anomali per 1,5 miliardi di dollari sull’indice S&P500 e vendite massicce di futures sul petrolio.

Il nome che ricorre nelle indiscrezioni è quello di Pete Hegseth, Segretario della Difesa. Speculazione pura. Insider trading sulla pelle dei soldati che vengono mandati a morire nelle basi in Kuwait o in Arabia Saudita.

E ora, fallita la campagna aerea, Washington valuta l’opzione “Kharg Island”.

L’invasione del terminal petrolifero iraniano. Un’operazione che il Pentagono definisce “limitata”, ma che per chiunque conosca la storia militare è il preludio al disastro.

Mettere “gli stivali a terra” in un’isola trasformata in una trappola esplosiva, circondata da mine e sorvegliata da sciami di droni, è l’ultima mossa di chi non ha più idee ed è disperato.

Trump ha bisogno di un trofeo da esibire prima delle elezioni di metà mandato. Ha bisogno di dire ai suoi elettori: “Ho preso il petrolio”. Ma Kharg non è un regalo. È l’inizio di un pantano che consumerà trilioni di dollari che dovrebbero servire alla sfida vera: quella tecnologica e navale con la Cina nell’Indo-Pacifico. Cina che, intanto, se la ride e osserva il suo avversario autodistruggersi.

Intanto, la guerra è un disastro economico, quantificato in oltre due miliardi di dollari al giorno, tanto che Trump annuncia in un video diventato virale che non ci sono soldi per gli asili e che dovrebbero occuparsene gli stati locali, non la Casa Bianca, come raccontato da Inside Over: https://it.insideover.com/guerra/alessandro-volpi-la-guerra-di-trump-in-iran-accelera-la-crisi-del-debito-usa-non-e-sostenibile.html

Il video è poi stato reso privato per non urtare troppo gli americani, sempre più distanti dall’attuale amministrazione.

L’OCCASIONE DI PECHINO E IL FUNERALE DEL DOLLARO

Mentre gli americani si dissanguano nel Golfo, Pechino osserva e incassa. La Cina si propone come il partner “prudente”. Non lancia missili, ma firma contratti.

Teheran ha già iniziato a formalizzare il controllo su Hormuz chiedendo pagamenti in Yuan per il transito delle navi. È l’inizio della de-dollarizzazione selettiva e dell’impero americano. Ecco perché Trump è così disperato.

I petrostati del Golfo. Arabia Saudita, Emirati, Bahrain, che per decenni hanno vissuto sotto l’ombrello di sicurezza americano, ora tremano. Vedono le basi statunitensi colpite dai missili iraniani e capiscono che Washington non può più proteggerli.

Se l’ombrello si chiude, a chi chiederanno aiuto? La risposta è già scritta nei viaggi diplomatici di Xi Jinping: verso est.

L’Iran ha trasformato la percezione della sicurezza in un’arma. Ha dimostrato che la supremazia militare americana è una buffonata che sta in piedi solo nelle panzane di Hollywood, vulnerabile a una guerra asimmetrica fatta di droni da pochi spiccioli e mine posate da pescherecci.

IL SILENZIO DI JD VANCE E IL DESTINO DI UN IMPERO

In tutto questo, il vice di Trump, JD Vance, tace.

L’erede designato del movimento MAGA si è defilato. Non concede interviste sulla guerra, non partecipa ai proclami. Sa che questo conflitto è il Vietnam di Trump.

Sa che legare il proprio futuro politico a un’invasione terrestre dell’Iran significa suicidarsi politicamente. Vance aspetta che Trump affondi nel pantano per presentarsi come l’unico repubblicano che non voleva la “guerra inutile”.

Israele, dal canto suo, scopre che l’Iron Dome non è impenetrabile. I danni a Tel Aviv sono reali e notevoli, anche se la censura militare cerca di coprirli.

La scommessa di Netanyahu di trascinare gli USA in una guerra per eliminare il rivale regionale rischia di produrre un Iran martire, radicalizzato e, stavolta sì, spinto inevitabilmente verso l’atomica come unica garanzia di esistenza.

Insomma, si poteva fare peggio? Io non credo.

Quanto siamo disposti a pagare per un’illusione di potenza che non produce più sicurezza, ma solo inflazione e caos?

Tra quanto tempo l’ultima portaerei americana lascerà il Golfo, inseguita da droni che costano meno di un’utilitaria?

Il documento che certifica la fine di un’era non verrà firmato in un ufficio del Pentagono, ma sul molo di una raffineria asiatica, dove il petrolio si pagherà in una moneta che non sarà più il dollaro.

E quel documento avrà la data storica della fine dell’impero americano.

Trump ha promesso di rendere l’America di nuovo grande, ma, al contrario, per ora l’ha resa solo più povera e più sola, intrappolata tra le montagne della Persia e un mare che non le appartiene più, e prossima al più grande disastro militare ed economica della sua storia.

Pubblicato da Dott. Pasquale Di Matteo

Comunicazionista, Coach | Storia, Arte e Geopolitica per la Leadership | Metodo Kinsaisei | Rappresentante Reijinsha Japan La fabbrica, il tumore, Chagall, la galleria di Parma. Per 24 anni ho ripetuto gli stessi gesti in fabbrica. Non avevo il diploma, non avevo notorietà a 500 metri da casa, avevo una voglia matta di capire il mondo, ma non sapevo cosa farmene. Poi un tumore mi ha fermato. In malattia ho aperto un blog e ho scritto di Chagall. Una galleria di Parma lesse quell'articolo. Quando sono guarito, non sono rientrato in fabbrica. Da quel momento in poi: diploma, laurea in Comunicazione, master in Politiche Internazionali con la Scuola Sole 24 Ore. Quasi 50 anni. Un ruolo che nessuno in Italia ricopre: sono il rappresentante italiano di Reijinsha, una società culturale giapponese che opera in Asia ed Europa. Nel 2024 ho portato 44 artisti giapponesi al Palazzo della Provincia di Bari e sono stato invitato a tenere una conferenza a Osaka. Hanno scritto di me in Romania, Scozia, Brasile, Giappone, Ungheria, Francia, Spagna. La mia rinascita, con tutte le sue rotture, è diventata un metodo. Lo chiamo Kinsaisei: la rinascita dorata. Non nascondere le proprie crepe, ma trasformarle in oro. Usarle come vantaggio competitivo. Un Kintsugi, ma potenziato grazie alla conoscenza della Storia, della Geopolitica e della PNR. Oggi lavoro con CEO, imprenditori e artisti che sentono che la loro prossima vita professionale è già cominciata, ma non sanno ancora come nominarla, comunicarla, venderla. Proprio com’ero bloccato io, prima del tumore. Il primo colloquio è gratuito. Scrivimi. www.pasqualedimatteo.com | info@pasqualedimatteo.com

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