Quattro dollari al gallone.
È il prezzo della benzina alla pompa negli Stati Uniti. Ed è l’unico numero che conta davvero oggi alla Casa Bianca. Tutto il resto – le dichiarazioni ufficiali, i comunicati della NATO, le conferenze stampa a reti unificate – è scenografia a uso e consumo dei telespettatori europei.
Dietro le quinte, la realtà procede documentata da cifre, rotte marittime e decreti bloccati nei cassetti di Bruxelles.
Donald Trump ha inviato a Teheran un ultimatum in quindici punti. Quindici richieste inaccettabili che pretendevano, di fatto, la resa incondizionata della Repubblica Islamica.
Gli ayatollah hanno riso, prima di cestinare il documento. La rappresaglia americana c’è stata, ma ha accuratamente evitato di sfiorare ciò che conta davvero: l’Isola di Kharg, il cuore dell’esportazione petrolifera iraniana. L’aviazione a stelle e strisce ha colpito la rete elettrica interna, lasciando intatti i terminali del greggio.
Il motivo è elementare. Distruggere Kharg significa far schizzare il prezzo del barile alle stelle. Significa far superare la soglia psicologica dei quattro dollari al gallone negli USA.
Trump è talmente disperato sul fronte interno da aver ordinato una mossa passata sotto silenzio in Europa: la rimozione delle sanzioni sul petrolio russo e su quello iraniano.
Il sovranista che minacciava fuoco e fiamme in diretta tv, ora prega Mosca e Teheran di immettere greggio sul mercato per salvare i suoi sondaggi e il linciaggio in America.
L’AMICO CHE TI TOGLIE IL PANE
Il blocco dello Stretto di Hormuz è più devastante di una bomba atomica. Oggi, un terzo dei fertilizzanti mondiali passa da quell’imbuto d’acqua. Senza quei composti chimici, i raccolti crollano. Non l’anno prossimo.
Adesso.
Due miliardi di persone stanno entrando nella stagione della semina senza avere scorte sufficienti.
Le Nazioni Unite calcolano in 45 milioni gli individui a rischio di insicurezza alimentare grave a stretto giro, ma per capire il disastro non serve guardare al Corno d’Africa.
In Sicilia, i pescatori tengono le barche attraccate perché il gasolio costa troppo per uscire in mare. I produttori di ortofrutta non riescono a coprire le serre perché la plastica, derivata dal petrolio, ha prezzi fuori mercato, e i fertilizzanti sono introvabili.
Cuba è al buio. L’Egitto stacca l’elettricità alle nove di sera per risparmiare. I paesi asiatici tagliano i consumi e circolano a targhe alterne.
L’America, nel frattempo, continua a produrre più petrolio di quanto ne consumi, al riparo dalla tempesta che ha innescato.
IL FRONTE DELLE ILLUSIONI E I DRONI “RUSSI”
Spostando lo sguardo a Est, il copione si ripete con accenti grotteschi. L’Europa ha svuotato i propri arsenali e bruciato miliardi di euro per sostenere l’Ucraina, bypassando le proprie regole democratiche e i vincoli di bilancio.
Sul campo, la Russia avanza, lentamente, al netto dell’inverno e delle distrazioni mediali, ma avanza, riprendendosi i territori nel Donetsk.
A Kiev, Volodymyr Zelensky chiede un “cessate il fuoco per Pasqua”. Un cortocircuito tattico: chi perde terreno offre una tregua a chi lo sta conquistando, presentandola come una concessione.
La risposta del Cremlino, per bocca del consigliere presidenziale Ushakov, è che se ne parla solo a truppe ucraine ritirate dal Donbass.
Nel frattempo, i cieli del Baltico si riempiono di rottami. Estonia, Lettonia, Lituania e Finlandia denunciano la caduta di droni sui propri territori.
Le agenzie battono la notizia a reti unificate: l’aggressione russa alla NATO è iniziata. Scattano i vertici d’urgenza, ma poi, inesorabili, arrivano i rilievi tecnici.
I droni non sono russi, ma ucraini.
Kiev perde il controllo dei propri apparecchi, che finiscono fuori rotta schiantandosi sui paesi membri dell’Alleanza Atlantica. Le stesse nazioni, come la Finlandia, dove ne sono caduti tre in pochi giorni, si affannano a insabbiare la provenienza, perché non funzionale alla narrazione russofoba e pro guerra totale.
Il disastro militare di Kiev viene scaricato sui conti pubblici europei, mentre l’amministrazione Trump, con il Congresso spaccato e senza più soldi per finanziare il disastro in Iran, minaccia di tagliare definitivamente le forniture militari all’Ucraina, costringendo di fatto l’Europa a subentrare come cassiere unico del conflitto.
Gli americani non regalano più armi: ce le vendono. Noi le paghiamo, a debito, e le spediamo a Kiev.
LA BUROCRAZIA DEL SUICIDIO
L’Europa muore di regole mentre il mondo brucia. Di fronte all’impennata dei costi energetici, il governo italiano prova a correre ai ripari. Tenta di prorogare il taglio di 25 centesimi sulle accise della benzina, una misura inutile: il prezzo alla pompa ha già metabolizzato e superato lo sconto.
Per incidere servirebbe un taglio di almeno 50 centesimi o un euro. Ma lo Stato ha raschiato il fondo del barile. Non ci sono i soldi, ma non si vuole ammetterlo per non dover parlare del fallimento ucraino, del doppiopesismo tra Russia, da un lato, e Israele e USA dall’altro, in merito alle violazioni del Diritto internazionale.
C’è poi il Decreto Bollette. Cinque miliardi di euro stanziati per salvare le industrie energivore italiane dalla chiusura. Un’urgenza vitale, ma il decreto è bloccato.
I funzionari dell’Unione Europea lo stanno esaminando perché potrebbe configurarsi come “aiuto di Stato”.
Per armare un Paese extra-europeo, Bruxelles sospende il Patto di Stabilità e autorizza spese miliardarie in ventiquattr’ore, ma per salvare una fonderia a Brescia o una cartiera a Lucca dai costi del gas, richiede mesi di istruttorie. Perché, se non vendi armi, chi se ne fotte.
È l’Europa, baby. Le uniche deroghe finanziarie concesse dall’Unione Europea riguardano l’industria bellica. È l’economia di guerra permanente, pagata con la deindustrializzazione civile.
L’agenzia Standard & Poor’s ha appena dimezzato le stime di crescita per l’Italia, portandole da uno 0,8 a un misero 0,4 percento. Il rapporto deficit/PIL veleggia oltre il 3 percento, mentre il Fondo Monetario Internazionale certifica che l’Italia sarà la nazione europea più devastata dal contraccolpo di questa crisi energetica incrociata.
Insomma, ritirate contanti, fate scorte di scatolame e… preparatevi al peggio.
GLI APPLAUSI AL CARNEFICE
Anche perché a Roma si festeggia, nonostante il disastro imminente.
La presidenza del Consiglio italiano continua a tessere le lodi dell’amministrazione americana, anche dopo l’aggressione all’Iran contraria al Diritto internazionale e il disastro causato all’intero Occidente.
Giorgia Meloni si appunta sul petto i presunti successi diplomatici di Trump, congratulandosi per accordi di pace a Gaza che esistono solo nei comunicati stampa, mentre le bombe continuano a cadere e gli innocenti continuano a morire.
Si applaude al leader statunitense mentre costui, per calcolo elettorale, innesca la paralisi del Golfo Persico, taglia i rifornimenti di materie prime alla nostra agricoltura e ci obbliga a comprare le sue armi per girarle a un esercito ucraino in ritirata.
L’Europa è una faglia che si allarga. Da una parte ci sono 35 paesi che si riuniscono a Londra per decidere come scortare le navi mercantili nello Stretto di Hormuz, replicando il modello fallimentare del Mar Rosso.
Dall’altra ci sono gli americani che dicono apertamente all’Europa che la guerra in Ucraina è un problema nostro, la gestione dell’Iran anche, perciò loro ci forniranno i missili, ma solo se paghiamo in anticipo.
A Washington, un consulente della Casa Bianca controlla il tabellone dei prezzi della benzina in Ohio.
A Bruxelles, un commissario redige la bozza per sanzionare l’Italia sugli aiuti di Stato nelle bollette delle imprese, intanto, a Siracusa, un agricoltore guarda il campo che non può fertilizzare.
Nessuno di loro sta decidendo il futuro. Lo stanno solo subendo.
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