L’EUROPA PAGA IL CONTO DEL DISASTRO IN MEDIO ORIENTE DI ISRAELE E USA

di Pasquale Di Matteo

Quattordici miliardi di euro.

È questa la cifra che l’Unione Europea ha dovuto sborsare in appena trenta giorni per coprire il sovrapprezzo delle importazioni energetiche dall’inizio delle ostilità in Medio Oriente.

Non sto parlando di una proiezione statistica, ma del costo di un’emorragia finanziaria che sta svuotando le casse degli Stati membri mentre i depositi di carburante segnano il passo.

A Washington si discute di strategie e a Teheran si ride dei tweet della Casa Bianca, intanto il vecchio continente ha già iniziato a pagare il conto di una guerra che non ha dichiarato e che nessuno sembra intenzionato a fermare.

LA TRAPPOLA DEL NEGOZIATO IMMAGINARIO

“Gli americani sono così nei guai che negoziano con sé stessi”.

La frase arriva da un portavoce militare iraniano ed è più di una provocazione: è la fotografia di un cortocircuito diplomatico.

Da una parte, Donald Trump annuncia ogni due ore che l’Iran è in ginocchio, che i negoziati sono imminenti, che la vittoria è a portata di mano, ma dall’altra, Teheran nega con disprezzo ogni contatto.

Gli analisti più accorti, quelli che non si accontentano dei comunicati stampa, leggono in questa disponibilità di facciata una manovra di logoramento.

Nella logica di Teheran, costringere la superpotenza americana a mendicare un accordo non è diplomazia, ma una vittoria militare ottenuta senza sparare un colpo, se non qualche missile.

Trump aveva promesso una soluzione in due settimane, poi in quattro.

Siamo alla quinta e gli Stati Uniti non sono mai stati così nei guai come ora, nemmeno in Vietnam.

Il “colpo rapido” si è trasformato in una palude. Washington finge di avere il controllo, ma i verbali interni raccontano un’altra storia: i Marines pronti a un’invasione di terra non sarebbero una forza d’occupazione, ma diecimila potenziali ostaggi nelle mani dei Guardiani della Rivoluzione.

Un errore strategico che Alberto Bradanini, ambasciatore a Teheran dal 2008 al 2012, definisce “una nefandezza destinata al disastro”.

Eppure, la retorica del “tutto va bene” continua a pompare inflazione sui mercati.

IL CAPPPIO DI HORMUZ E IL SILENZIO DI SIGONELLA

Il vero fronte della guerra non è una linea di trincea, ma un corridoio d’acqua: lo Stretto di Hormuz, attraverso cui passa tra il 20% e il 30% dell’energia mondiale.

La vulgata politica ci ha rassicurato per anni: “L’Europa importa poco petrolio dal Golfo”. Vero. Ma è una mezza verità che nasconde un baratro. Se il petrolio greggio arriva da altrove, i prodotti raffinati – diesel, benzina, Jet Fuel – dipendono dal Golfo per oltre il 40%.

Oggi lo stretto è bloccato e i risultati sono nei numeri delle borse: gas al +74%, petrolio al +48%, Jet Fuel raddoppiato. Lufthansa ha già iniziato a cancellare voli perché far decollare un Airbus costa più dell’incasso dei biglietti.

Non è un disagio temporaneo, ma il collasso di un modello industriale.

In questo scenario, la base di Sigonella tace, mentre i governi europei si affrettano a smentire ogni chiusura o blocco delle installazioni militari, sperando che il silenzio basti a calmare i mercati.

Ma non basta.

Mentre gli alleati europei affogano nei costi, Washington lancia il suo suggerimento, tanto cinico quanto trasparente: “Avete problemi di petrolio? Compratelo da noi”.

La guerra di aggressione, avviata senza avvisare i partner, sta producendo il suo effetto più lucroso per gli USA: la sostituzione dei fornitori mediorientali con quelli americani, a prezzi di crisi. L’alleato ti trascina nel conflitto e poi ti vende la soluzione a caro prezzo.

“Oppure andate a Hormuz a prendervelo, visto che non avete voluto aiutarci”.

Gli USA hanno chiuso lo stretto di Hormuz con la loro aggressione in violazione del Diritto internazionale e ora si atteggiano come gangster di quartiere.

Ma hanno ragione: un modo per andarcelo a prendere c’è.

Basta fare come Madrid, che ha negato non solo l’uso delle basi americane in territorio spagnolo, ma anche lo spazio aereo. Il risultato è che, in questo momento, l’unica nazione europea le cui navi passano tranquillamente da Hormuz è la Spagna.

Cosa aspettano le altre nazioni? E dove sono le sanzioni contro gli USA per l’aggressione a Teheran come quella della Russia a Kiev?

O ci sono violazioni e aggressioni a seconda di come tira il vento?

LO SCACCO MATTO DI NETANYAHU

Se Washington tentenna, Israele accelera.

Netanyahu, da perfetto dittatore che se ne infischia del Diritto internazionale, delle Convenzioni di Ginevra e di qualunque norma che distingua una democrazia da una dittatura nazista, non conosce i dubbi del Mid-term americano. La sua strategia è: espansione e controllo.

Il Ministro della Difesa Katz ha confermato la creazione di una zona cuscinetto di 30 chilometri all’interno del Libano. Non è una misura temporanea, ma una deportazione di massa che riguarda centinaia di migliaia di civili, un ridisegnamento dei confini che le Nazioni Unite guardano con la solita, inutile preoccupazione; inutile come le oltre 70 risoluzioni contro Israele che Tel Aviv ha ignorato e l’Occidente non ha mai voluto sanzionare.

Se, invece, la capitale di Israele fosse stata Mosca, forse…

Israele bombarda i siti produttivi iraniani e annuncia di aver paralizzato il nemico, ma la realtà è diversa: l’Iran è un territorio vasto quanto l’intera Europa occidentale. Pensare di neutralizzarlo con raid mirati è un’illusione da vendere a uso interno, per placare gli umori di quella parte di popolazione israeliana che non è pazza come i suoi leader.

Nel frattempo, l’Arabia Saudita di Mohamed bin Salman (MBS) resta sulla linea del fuoco. Le infrastrutture petrolifere saudite e gli impianti di desalinizzazione sono bersagli facili per i missili balistici e per i droni Houthi, così, MBS spinge per chiudere la partita, conscio che un’escalation diretta trasformerebbe il suo regno in un deserto senza acqua e senza soldi.

E l’effetto a catena chiuderebbe i rubinetti del denaro anche a Washington, perché i petrodollari indispensabili alle spese folli americane per Silicon Valley e Difesa non ci sarebbero più.

L’ALBA RUSSA NELLO SPAZIO SOVRANO

Mentre Trump e Netanyahu rendono l’Occidente il nuovo terzo mondo, c’è chi ha capito che la dipendenza tecnologica è il guinzaglio del XXI secolo.

L’Europa discute di smart working forzato e domeniche senza auto per risparmiare carburante, un ritorno all’austerity anni ’70 che decreta tutto il fallimento degli attuali leader europei, intanto la Russia si blinda.

In un clima di segretezza quasi totale, Mosca ha lanciato il sistema Rassvet. La stampa lo chiama “lo Starlink russo”, ma Bureau 1440, la compagnia privata dietro il progetto, rifiuta il paragone.

Starlink è un’arma politica: Elon Musk può spegnere il segnale in Iran o in Ucraina a seconda degli interessi del Pentagono o dei propri umori. Rassvet nasce per essere “inattaccabile da qualsiasi sanzione”.

I dati tecnici mostrano un’accelerazione impressionante: architettura 5G NTN, comunicazioni laser inter-satellitari, produzione in serie che supera il vecchio modello del “pezzo unico” costoso e lento.

Entro il 2030, 383 satelliti copriranno l’intero territorio russo e i paesi della CSI (Comunità di Stati Indipendenti), con l’obiettivo di arrivare a 1000.

Non si tratta solo di internet, ma è l’infrastruttura necessaria per treni, aerei e, soprattutto, per il comando militare indipendente.

La Russia, insieme alla Cina e perfino al Canada con il progetto Telesat Lightspeed, sta smontando l’idea di una rete globale unica. Il mondo digitale si sta dividendo in blocchi sovrani, dove ogni potenza controlla il proprio cielo.

E questa divisione l’ha creata l’Europa, con le sue sanzioni secondo capriccio, non secondo il Diritto, come dimostra il doppiopesismo tra Russia da un lato e USA e Israele dall’altro.

L’EREDITÀ DI UN DISASTRO EVIDENTE

La verità che nessun leader europeo ha il coraggio di dire davanti alle telecamere è che la “normalità” non esiste più. Anche se la guerra finisse domani mattina, le infrastrutture danneggiate nello Stretto di Hormuz e la destabilizzazione dei mercati raffinati richiederebbero anni, se non decenni, per essere ripristinate.

Siamo entrati nell’era della stagflazione: crescita zero e prezzi alle stelle. Un vicolo cieco per le banche centrali, perché, se alzi i tassi per fermare l’inflazione, uccidi quel che resta dell’industria, ma se non li alzi, il potere d’acquisto dei cittadini evapora.

Christine Lagarde ha ammesso che gli effetti “vanno oltre ciò che possiamo immaginare”. È l’ammissione del vuoto.

Il paradosso resta lì, sotto gli occhi di tutti: l’Europa continua a dichiararsi fedele a una strategia americana che la sta portando alla deindustrializzazione.

Accettiamo il razionamento energetico mentre Washington ci offre il suo petrolio a prezzi folli; accettiamo l’instabilità nel Mediterraneo mentre Israele persegue i suoi obiettivi territoriali senza consultarci e senza rispettare nessuna norma di quel Diritto internazionale per noi così caro, da aver chiuso ogni via diplomatica e commerciale con Mosca. Roba da “Scemo e più Scemo”.

Mentre le fabbriche a Kemerovo iniziano a produrre bioprotesi valvolari e quelle a Sverdlovsk sfornano manufatti in titanio per il nuovo mercato russo autarchico, le industrie chimiche tedesche avvertono che non possono più riflettere l’aumento dei costi sui prezzi finali.

Oltre questo limite c’è solo la chiusura.

La Russia cresce, la Cina vola, l’Europa sta per spegnere la luce, le fabbriche, la sua stessa esistenza.

Allora, la domanda non è quando finirà la guerra, ma chi ha deciso che l’Europa dovesse essere il sacrificio necessario sull’altare di una visione geopolitica che non le appartiene.

Chi ha staccato quell’assegno da 14 miliardi senza chiedere il parere dei propri cittadini?

La risposta è nelle pratiche da messaggini nascosti di von der Leyen, nei premi ritirati a Kiev da Kallas, nel silenzio dei corridoi di Bruxelles, dove si continua a negoziare col nulla, mentre il mondo, fuori, ha già cambiato padrone, rendendoci randagi, in cerca di cibo e di riparo per l’inverno.

Pubblicato da Dott. Pasquale Di Matteo

Comunicazionista, Coach | Storia, Arte e Geopolitica per la Leadership | Metodo Kinsaisei | Rappresentante Reijinsha Japan La fabbrica, il tumore, Chagall, la galleria di Parma. Per 24 anni ho ripetuto gli stessi gesti in fabbrica. Non avevo il diploma, non avevo notorietà a 500 metri da casa, avevo una voglia matta di capire il mondo, ma non sapevo cosa farmene. Poi un tumore mi ha fermato. In malattia ho aperto un blog e ho scritto di Chagall. Una galleria di Parma lesse quell'articolo. Quando sono guarito, non sono rientrato in fabbrica. Da quel momento in poi: diploma, laurea in Comunicazione, master in Politiche Internazionali con la Scuola Sole 24 Ore. Quasi 50 anni. Un ruolo che nessuno in Italia ricopre: sono il rappresentante italiano di Reijinsha, una società culturale giapponese che opera in Asia ed Europa. Nel 2024 ho portato 44 artisti giapponesi al Palazzo della Provincia di Bari e sono stato invitato a tenere una conferenza a Osaka. Hanno scritto di me in Romania, Scozia, Brasile, Giappone, Ungheria, Francia, Spagna. La mia rinascita, con tutte le sue rotture, è diventata un metodo. Lo chiamo Kinsaisei: la rinascita dorata. Non nascondere le proprie crepe, ma trasformarle in oro. Usarle come vantaggio competitivo. Un Kintsugi, ma potenziato grazie alla conoscenza della Storia, della Geopolitica e della PNR. Oggi lavoro con CEO, imprenditori e artisti che sentono che la loro prossima vita professionale è già cominciata, ma non sanno ancora come nominarla, comunicarla, venderla. Proprio com’ero bloccato io, prima del tumore. Il primo colloquio è gratuito. Scrivimi. www.pasqualedimatteo.com | info@pasqualedimatteo.com

Rispondi