La guerra lampo degli USA è diventata una palude di fango e petrolio, un nuovo Vietnam.
Così, il Presidente che voleva il Nobel per la pace sta preparando l’invasione di terra, mentre il suo segretario al Tesoro, Scott Bessent, fa anticamera a Pechino sperando che Xi Jinping si degni di rispondere al telefono.
IL BLUFF DELLA GUERRA IN UN’ORA
“La guerra la sta vincendo la Cina”.
Non è il titolo radicale, ma la fredda constatazione che arriva dai terminali di Canton e Shanghai.
Mentre l’Asia barcolla, con le Filippine in stato di emergenza nazionale e la Thailandia che vede il prezzo del carburante schizzare del 18% in settantadue ore, Pechino osserva il traffico silenzioso dei suoi autobus elettrici, perché hanno investito dieci anni per non dipendere dai fossili del Golfo.
Hanno riserve strategiche per sei mesi, mentre l’Europa per novanta giorni. Poi, il buio.
Donald Trump ha dichiarato al Financial Times che il viaggio a Pechino è rimandato.
Ufficialmente deve restare a Washington come “Comandante in Capo”. In realtà, restare a casa serve a nascondere il fatto che non ha più carte da giocare.
L’operazione Epic Fury, lanciata a fine febbraio contro le basi iraniane, doveva essere un colpo chirurgico, invece, è stato un boomerang. L’Iran non ha risposto militarmente su scala globale, ma si è limitato a chiudere il rubinetto dove passa il 20% del petrolio mondiale. Una mossa da risk manager, non da fanatici religiosi.
Una mossa che è solo un avvertimento. Se la situazione si facesse davvero tragica, chiuderebbe Bab el Mandeb, trasformando l’Occidente nella nuova Africa.
LE SEI CAMBIALI DI TEHERAN
Trump parla di accordi con l’Iran, ma basta ascoltare per capire che l’accordo è un miraggio, probabilmente dettato dagli stessi amici immaginari che salutava Biden.
Teheran smentisce la Casa Bianca e mette sul tavolo sei punti che suonano come una resa incondizionata per Washington.
La suddivisione dello Stretto di Hormuz (come se fosse un condominio privato), il ritiro totale degli Stati Uniti da ogni base in Medio Oriente, risarcimenti miliardari per i danni subiti e l’estradizione dei media occidentali che hanno osato criticare l’Iran.
Estradare una testata giornalistica è un’assurdità giuridica che però serve a Teheran per dire al mondo: “Poiché stiamo prendendo a calci in culo gli americani, siamo noi a dettare le regole, anche quelle del vostro diritto”.
Dall’altra parte, il Pentagono valuta l’invasione via terra perché non ha più carte in mano se non la disperazione di mandare i Marines tra le montagne iraniane, sperando che non muoiano a migliaia.
L’EUROPA TRA IL GAS E IL BTP
Mentre a Washington giocano ai soldatini, Christine Lagarde ha smesso di sorridere.
Lo shock attuale è paragonabile a quello del 2022, ma con una differenza fondamentale: allora c’era una speranza di diversificazione, oggi c’è solo il vuoto.
La BCE si prepara ad alzare i tassi mentre il sistema del credito privato scricchiola. JPMorgan sta già rivedendo al ribasso il valore dei collaterali, perciò, tradotto dal banchierese, significa che le garanzie che le aziende offrono per avere prestiti non valgono più la carta su cui sono scritte.
In Italia, il Ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti parla di uno shock “devastante” e i numeri sono pugni nello stomaco: 15 miliardi di euro di rincari previsti su luce e gas per famiglie e imprese.
Il carrello della spesa è diventato un bene di lusso. L’inflazione non è più un numero da statistica, ma la ragione per cui nove milioni di italiani, pur avendo pianificato un viaggio per Pasqua, hanno deciso di restare entro i confini nazionali.
L’84% rimarrà in Italia, non per patriottismo, ma per paura. Paura di volare, paura dei costi, paura di non trovarsi l’accredito dello stipendio a fine mese perché l’azienda ha chiuso i battenti a causa dei costi energetici.
LA KILL LINE E IL SORRISO DI PECHINO
Intanto sul web cinese, per i blogger nazionalisti di Pechino, come Ren Yi (noto come Chairman Rabbit), gli Stati Uniti hanno superato la soglia di non ritorno.
Vedono l’America come un inferno capitalista distopico dove una bolletta non pagata o un licenziamento improvviso ti scaraventano in una tendopoli in meno di sessanta giorni.
Questa narrazione non è solo propaganda, ma è il carburante che permette a Xi Jinping di aspettare.
La Cina non ha fretta. Ogni settimana di ritardo nel summit con Trump è una settimana in cui il potere negoziale di Washington evapora sotto il sole del deserto iraniano.
Xi può permettersi il lusso della pazienza, apparendo come il leader stabile che difende il commercio globale mentre l’inquilino della Casa Bianca appare come il piromane che implora i vicini di aiutarlo a spegnere l’incendio che lui stesso ha appiccato.
Eppure, la finzione dell’indipendenza totale è, appunto, una finzione.
Mentre i caccia cinesi effettuano manovre di accerchiamento attorno a Taiwan, NVIDIA annuncia che riprenderà la produzione dei chip H200 specificamente per il mercato cinese. Il divorzio tra le due superpotenze è una sceneggiata per i telegiornali: nei magazzini tecnologici, il matrimonio d’interesse continua, anche se con il coltello sotto il cuscino.
IL TERMOMETRO DELL’ORO
Se volete sapere quanto è profonda la fossa in cui siamo caduti, smettete di guardare i sondaggi e guardate il prezzo dell’oro.
Non sale perché gli investitori sono irrazionali, ma perché è l’unico asset che non ha bisogno della promessa di un governo o di una banca centrale per valere qualcosa.
L’oro è il termometro della sfiducia sistemica. Quando JPMorgan si protegge, quando la BCE ripete gli errori del 2008 alzando i tassi nel momento peggiore, quando i BTP perdono terreno e le aziende minerarie aurifere come Newmont diventano i titoli più performanti dell’S&P 500, significa che la situazione è tragica.
A Seoul, il mercoledì non si guida se la targa finisce con il 3 o con l’8, per colpa del razionamento del carburante, l’ombra di un passato che credevamo sepolto e che invece è il presente in Estremo Oriente e il nostro futuro prossimo. Probabilmente, già dopo Pasqua.
Vendere nel panico non è una strategia, ma restare esposti senza assicurazioni sul portafoglio è un suicidio. Il problema è che l’assicurazione costa sempre più cara.
IL PARADOSSO IRRISOLTO
Restano i fatti nudi. Gli Stati Uniti hanno lanciato una guerra per dimostrare di essere ancora i padroni del mondo e si sono ritrovati a chiedere alla Cina di ripulire il pasticcio.
L’Europa ha delegato la sua sicurezza a Washington e la sua energia al mercato, scoprendo che nessuno dei due è affidabile quando le mine iniziano a galleggiare a Hormuz.
Mentre i Marines caricano i fucili e i banchieri svalutano i debiti, una domanda resta sospesa sopra le macerie diplomatiche di questo marzo 2026: se la “Kill Line” è stata superata e gli USA si preparano a passare lo scettro a Pechino, chi sarà l’ultimo a spegnere la luce in un’Europa, che ha autonomia fino a poco prima dell’estate?




