KHARG, SIGONELLA E CHI PAGA IL CONTO DELL’ULTIMA FOLLIA NEL GOLFO

L’Italia ha detto no. Un rifiuto secco, filtrato dai corridoi di Palazzo Chigi e rimbalzato nelle cronache di queste ore, dopo che il governo ha negato l’atterraggio alla base di Sigonella ai bombardieri americani diretti verso il Medio Oriente.

Non è un’esercitazione e non è un equivoco diplomatico, ma sembra il fantasma di Bettino Craxi che torna a camminare tra i vicoli di una politica estera che, per una volta, smette di fare la valletta di Washington per ricordarsi di esistere.

Trentanove anni dopo lo strappo del 1985, quando i Carabinieri e la Delta Force si puntarono i fucili addosso sulla pista dell’aeroporto siciliano, la storia sembra ripetersi.

Allora era il sequestro dell’Achille Lauro, oggi è l’odore acre di un’escalation con l’Iran che rischia di incenerire l’economia del mondo intero.

Claudio Martelli, che quella notte dell’85 era accanto a Craxi, lo dice senza giri di parole: “gli americani non hanno mai perdonato all’Italia l’autonomia strategica. Soprattutto non hanno perdonato il rifiuto di usare le basi italiane per bombardare la Libia di Gheddafi nell’86.”

Oggi, la richiesta di Donald Trump di trasformare la Sicilia nel trampolino di lancio per l’ennesima avventura nel deserto ha trovato un muro di gomma, condito dalle solite note felpate di Guido Crosetto sulla “lealtà atlantica”, ma pur sempre un muro.

IL DILEMMA DI KHARG

Mentre a Roma si parla di sovranità, nel Golfo Persico il Pentagono ha già messo il dito sulla cartina geografica.

Il bersaglio ha un nome preciso: l’isola di Kharg, un frammento di terra al largo della costa iraniana che, da solo, gestisce il 90% dell’export petrolifero di Teheran. Se vuoi mettere l’Iran in ginocchio, non devi conquistare Teheran. Devi spegnere Kharg.

Gli analisti americani, quelli che mangiano pane e tattiche di guerra, hanno due opzioni sul tavolo: la prima è il blocco navale, un muro d’acciaio in mezzo al mare per impedire alle petroliere di uscire.

Peccato che per il Diritto internazionale e per la dottrina militare iraniana, un blocco navale sia un atto di guerra totale. Punto.

La seconda opzione è l’invasione militare, un piano in tre atti: bombardamento per “preparare il terreno”, assalto anfibio dei Marines e occupazione delle infrastrutture petrolifere.

Qui, però, la teoria dei think tank si scontra con la realtà dei fatti.

Il Generale di Corpo d’Armata Maurizio Boni, uno che le mappe le sa leggere non per caricare video su YouTube, ma per mestiere, definisce l’operazione su Kharg come una “missione quasi suicida”.

Kharg è letteralmente attaccata alla costa iraniana, perciò, ogni soldato americano che mettesse piede sull’isola diventerebbe un bersaglio mobile per l’intero arsenale di droni e missili di Teheran.

Tuttavia, se conquistare l’isola è difficilissimo, mantenerla è un incubo. È una trappola topografica che gli Stati Uniti sembrano intenzionati a ignorare, trascinati dalla furia di una presidenza che ragiona come un adolescente che scaglia la rabbia sui social.

L’ISFAHAN-GATE E LE BOMBE CHE NON ESISTONO

Mentre si discute di Kharg, la guerra è già iniziata nei fatti, anche se la propaganda cerca di coprire i boati.

Il Wall Street Journal ha riportato indiscrezioni su un attacco devastante a un deposito di munizioni a Isfahan; gli americani avrebbero usato le “bunker buster”, bombe da 900 chili progettate per perforare la roccia e il cemento armato prima di esplodere.

Trump ha rilanciato video sui suoi canali che sembrano confermare l’operazione.

Il paradosso è che Washington sostiene che i colloqui con l’Iran sono “positivi e produttivi”, mentre Teheran nega persino che ci siano stati contatti diretti. E il video di Trump sembra dare ragione all’Iran.

È la regola non scritta della diplomazia da trincea: quando qualcuno insiste troppo nel dire che sta vincendo e che l’avversario è pronto a cedere, significa che sta barando.

Gli Stati Uniti devono trasmettere un’idea di controllo totale per evitare proteste interne legate al prezzo della benzina, ma la realtà parla di decine di migliaia di soldati della 82esima Divisione Aviotrasportata che si ammassano nel Golfo.

Non mandi i paracadutisti a fare un picnic. Li mandi perché sai che stai per attaccare.

LA MATEMATICA DEI TOMAHAWK E IL CONTO PER GLI ARABI

C’è poi un dato numerico che suona come un verdetto. Nelle prime quattro settimane di questo nuovo conflitto, gli Stati Uniti hanno già bruciato 850 missili Tomahawk.

Il Pentagono ne produce circa 100 all’anno. Fate voi il calcolo.

Le scorte in Medio Oriente sono a livelli pericolosamente bassi. La macchina da guerra americana sta consumando più di quanto possa produrre, perciò, possiamo dire che gli USA sono in difficoltà come mai nella loro storia.

Ed è qui che emerge il lato più sferzante della strategia trumpiana: la guerra si fa, ma la pagano gli altri.

Trump starebbe valutando di chiedere ai paesi arabi del Golfo di finanziare l’operazione militare contro l’Iran, in quello schema già applicato all’Europa con l’Ucraina.

I paesi del Golfo si trovano in una situazione grottesca: non hanno iniziato la guerra, si sono visti piovere addosso l’instabilità causata dagli attacchi americani e israeliani, e ora dovrebbero anche staccare l’assegno per continuare il massacro.

Non si capisce se sia più idiota Trump, a questo punto, o i leader arabi che dovessero accettare.

È il principio di chi ha poca marmellata e la spalma sottile per far credere di averne molta, perché Washington non ha più le risorse per fare lo sceriffo globale da sola, quindi, cerca sponsor tra le sue vittime strategiche.

CITTÀ SOTTERRANEE E MISSIONI IMPOSSIBILI

Il fronte si sta allargando a macchia d’olio.

L’Iran non è la Libia di Gheddafi e non è l’Iraq di Saddam.

Teheran ha passato decenni a costruire “città sotterranee”, bunker inaccessibili dove custodisce l’uranio arricchito e i centri di comando.

L’idea di Trump di “recuperare” l’uranio iraniano è un’allucinazione operativa.

Come pensano di trasportare materiale radioattivo sensibile fuori da un territorio ostile, circondato da un milione di uomini tra esercito regolare e milizie sciite?

In Iraq, 200.000 miliziani sono già pronti all’azione. In Yemen, gli Houthi hanno ufficialmente dichiarato guerra a fianco di Teheran e sono pronti a chiudere anche lo stretto di Bab el Mandeb.

Israele, dal canto suo, è un paese piccolo e vulnerabile.

Il Generale Boni osserva che le forze armate israeliane (IDF) sono vicine al “culmine operativo”, ovvero al punto di rottura. Le operazioni in Libano non procedono secondo i piani e la popolazione civile inizia a sentire il peso insopportabile di un conflitto che non ha una soluzione politica all’orizzonte.

Il grande inganno di questa escalation è far credere che esista una vittoria “chirurgica”.

Ma non esiste. Esiste solo una scelta tra un disastro economico causato dalla chiusura di Hormuz e un massacro militare sulle spiagge di Kharg.

Nel mezzo c’è l’Italia, che per una volta ha guardato le navi americane e ha deciso che il porto di Sigonella non è un albergo per bombardieri.

Anche se, a onor del vero, il no italiano è arrivato dopo che tanti aerei erano già in volo…

Ma se ogni mossa sul tavolo porta alla catastrofe, chi ha davvero interesse a non rovesciare il tavolo?

Forse solo chi, tra un tweet e un annuncio di pace, sta già contando i soldi dei finanziamenti arabi e i barili di petrolio che non arriveranno mai nelle nostre pompe di benzina.

Il dossier è aperto, ma le bombe bunker buster hanno già iniziato a scrivere la risposta.

In attesa della risposta iraniana, che potrebbe fare ancora più male degli schiaffi presi dagli americani in queste quattro settimane di aggressione.

Pubblicato da Dott. Pasquale Di Matteo

Comunicazionista, Coach | Storia, Arte e Geopolitica per la Leadership | Metodo Kinsaisei | Rappresentante Reijinsha Japan La fabbrica, il tumore, Chagall, la galleria di Parma. Per 24 anni ho ripetuto gli stessi gesti in fabbrica. Non avevo il diploma, non avevo notorietà a 500 metri da casa, avevo una voglia matta di capire il mondo, ma non sapevo cosa farmene. Poi un tumore mi ha fermato. In malattia ho aperto un blog e ho scritto di Chagall. Una galleria di Parma lesse quell'articolo. Quando sono guarito, non sono rientrato in fabbrica. Da quel momento in poi: diploma, laurea in Comunicazione, master in Politiche Internazionali con la Scuola Sole 24 Ore. Quasi 50 anni. Un ruolo che nessuno in Italia ricopre: sono il rappresentante italiano di Reijinsha, una società culturale giapponese che opera in Asia ed Europa. Nel 2024 ho portato 44 artisti giapponesi al Palazzo della Provincia di Bari e sono stato invitato a tenere una conferenza a Osaka. Hanno scritto di me in Romania, Scozia, Brasile, Giappone, Ungheria, Francia, Spagna. La mia rinascita, con tutte le sue rotture, è diventata un metodo. Lo chiamo Kinsaisei: la rinascita dorata. Non nascondere le proprie crepe, ma trasformarle in oro. Usarle come vantaggio competitivo. Un Kintsugi, ma potenziato grazie alla conoscenza della Storia, della Geopolitica e della PNR. Oggi lavoro con CEO, imprenditori e artisti che sentono che la loro prossima vita professionale è già cominciata, ma non sanno ancora come nominarla, comunicarla, venderla. Proprio com’ero bloccato io, prima del tumore. Il primo colloquio è gratuito. Scrivimi. www.pasqualedimatteo.com | info@pasqualedimatteo.com

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