Ottocentocinquanta a dieci e fine della partita.
È la contabilità del suicidio strategico del Pentagono, che, in quattro settimane di operazioni nel Mar Rosso, ha visto evaporare oltre 850 missili Tomahawk. Nello stesso arco di tempo, l’industria bellica americana ne ha prodotti meno di dieci.
La capacità produttiva annua degli USA si ferma a 100 pezzi. Fate i conti: in un mese, Washington ha bruciato otto anni e mezzo di scorte.
Mentre i portavoce della propaganda americana raccontano di “obiettivi centrati” e “capacità neutralizzate”, i magazzini sono sempre più vuoti.
Il Pentagono è in allerta rossa e non cerca di nasconderlo. Anzi, ribadisce la cosa con sempre maggiore insistenza al suo presidente, che sembra sempre più distante dalla realtà, che è un pugno in faccia: la superpotenza è rimasta senza cartucce per dare la caccia a miliziani in sandali che nascondono i lanciatori tra le montagne dello Yemen.
IL BLUFF DI PASQUETTA: LA TRAPPOLA DEL 6 APRILE
“Aprite lo stretto o distruggeremo le vostre centrali elettriche”.
Donald Trump ha fissato l’ultimatum. Poi lo ha spostato. Poi lo ha rinviato ancora. Ormai, chiunque abbia almeno due neuroni funzionanti tra le orecchie ha capito che l’America non sa più che fare per evitare la più grande figuraccia della sua storia.
La data cerchiata in rosso adesso è il 6 aprile 2026, ore 20:00 Eastern Time. È il “Chicken Game”, la gara del pollo: due auto lanciate l’una contro l’altra a tutta velocità.
Il problema è che Teheran ha tolto il volante, mentre Washington continua a frenare e a dire che lo fa per strategia, come neanche il peggiore degli idioti potrebbe fare.
I media di stato iraniani lo chiamano “ritirata per paura”. Gli analisti seri lo chiamano “collasso della credibilità”.
Se fissi una linea rossa e permetti al nemico di usarla come corda per saltare, hai già perso. E l’Iran non ha solo ignorato l’ultimatum, ma ha alzato la posta.
Le condizioni di Teheran per riaprire lo Stretto di Hormuz non sono una base negoziale, sono un diktat da vincitori: riparazioni di guerra, ritiro totale delle truppe americane dalla regione, sovranità assoluta sulle rotte marittime.
Non è diplomazia. È un’esecuzione.
E l’Iran può alzare la posta perché ha già vinto. Hormuz non è l’atto finale, ma solo l’inizio. È un avvertimento: “Con Hormuz state sperimentando cosa sia l’asfissia. Se ci costringerete a chiudere anche Bab el Mandeb, aumenterete esponenzialmente il numero dei funerali nelle vostre belle nazioni”.
CHI HA GUADAGNATO DAL SILENZIO?
Mentre i riservisti israeliani marciano verso un confine che si sposta ogni giorno più in là, qualcuno a Londra e Chicago ha brindato. Un’inchiesta del Financial Times ha scovato un’anomalia che puzza di bruciato lontano un miglio: il 23 marzo, esattamente quindici minuti prima che Trump annunciasse una pausa nelle operazioni militari, sul mercato dei futures sono state piazzate scommesse per 580 milioni di dollari sul calo del prezzo del petrolio.
Quindici minuti.
Qualcuno sapeva che i missili sarebbero rimasti nei silos. Qualcuno ha monetizzato l’indecisione americana mentre il Brent ballava sopra i 120 dollari.
È la dimostrazione lampante che la guerra non si combatte solo nei cieli sopra Teheran, ma anche nelle borse, dove informazioni segrete corrono più veloci dei droni Triton.
Chi ha avvisato i mercati? E soprattutto, perché la Casa Bianca ha avuto bisogno di quella pausa proprio mentre dichiarava di essere pronta al colpo finale?
SIGONELLA E IL PUPAZZO DI PEZZA: LA SOVRANITÀ SECONDO L’ITALIA
L’Italia recita la parte della comparsa. Siamo uno “Stato satellite”. Il drone Triton decollato da Sigonella per fotografare gli obiettivi iraniani è partito senza chiedere il permesso a nessuno.
Il governo Meloni, dipinto dai propri uffici stampa come il baluardo della dignità nazionale, ha assistito al decollo dal divano di casa, probabilmente avvisato ancora a cose fatte, come con l’aggressione all’Iran.
D’altronde, che il premier italiano sia da sempre un “pupazzo politico” della Casa Bianca lo sanno anche i sassi. Nella storia italiana soltanto due nomi si sono opposti a recitare il ruolo dello zerbino dell’America: Aldo Moro e Bettino Craxi. Il primo è stato l’unico politico importante a essere fatto fuori dalle BR, il secondo è stato l’unico politico di peso a pagare per Mani Pulite.
Vedi un po’ che sfortuna, eh…?
Così, con quei moniti ben presenti nella mente di chiunque arrivi a recitare il ruolo di zerbino dell’impero americano, l’Italia continua a non avere voce in capitolo sulle basi che ospita, ma pagherà il conto più salato di tutti.
Perché se Bab el-Mandeb chiude, – cosa assai probabile – il Canale di Suez diventa un parcheggio per yacht di lusso. Le merci per l’Italia dovranno circumnavigare l’Africa. Dieci giorni in più di navigazione, costi del carburante triplicati, porti come Trieste e Gioia Tauro condannati all’irrilevanza.
Il che si traduce inevitabilmente in razionamenti, balckout energetici, chiusure aziendali, casse integrazioni, licenziamenti. In pratica, la guerra contraria al Diritto internazionale di Israele e USA ci condanna a diventare una nazione da terzo mondo.
L’IRONIA DI MADRID E IL PEDAGGIO DI TEHERAN
Mentre Roma ha paura della “sfortuna” di Moro e di Craxi, Madrid alza la voce e mostra che avere attributi è ancora il miglior metro di giudizio per un politico.
Pedro Sánchez ha dichiarato “illegittima” la guerra a guida USA-Israele. – Cosa ovvia per chiunque conosca le norme del Diritto internazionale, d’altronde.
Risultato? Le navi spagnole attraversano Hormuz senza che un solo barchino iraniano si avvicini. Non è fortuna, è realismo geopolitico. È scelta da che parte stare. E la Spagna non ha scelto la parte sbagliata della storia.
Teheran ha iniziato a selezionare chi può passare e chi no. Francesi e giapponesi, per evitare il blocco, starebbero già pagando un “pedaggio” mascherato: circa un dollaro a barile versato a intermediari vicini al regime, mentre i giornalisti di casa nostra elogiano la Kallas, che non vuole il gas russo perché Putin ha aggredito l’Ucraina, in quello che ormai non è più soltanto un cortocircuito di logica, ma comincio a credere che qualcuno sia davvero un imbecille.
L’egemonia americana si è trasformata in una tassa sulla navigazione gestita dai suoi nemici. È la fine dell’ordine globale per come lo abbiamo conosciuto dal 1945.
E la realtà è diventata una barzelletta, perché gli americani, per spostare più in là il giorno in cui saranno costretti a ritirarsi dalla guerra, ora ci dicono che combattono per riaprire Hormuz, che è stato chiuso perché loro hanno iniziato la guerra.
Basterebbe già questo per rendere l’idea di quanto l’Occidente sia in mano a un manipolo di idioti.
LA TRAPPOLA DELLE MONTAGNE: PERCHÉ IL BOMBARDAMENTO È UN FALLIMENTO
L’idea che si possa risolvere tutto con un joystick è la vera strategia di quegli idioti al comando.
L’Iran ha speso gli ultimi cinquant’anni a scavare. Il 70% delle sue postazioni missilistiche è protetto da bunker sotterranei scavati nel granito delle montagne. Puoi lanciare tutti i Tomahawk che vuoi (ammesso di averli), ma colpirai solo roccia.
Un bambino lo capirebbe. Un idiota, come si evince, no.
L’unica opzione reale sarebbe un’invasione di terra.
Secondo le stime statunitensi, per avere il controllo di una popolazione servono 20 soldati ogni 1.000 civili. Perciò, per controllare la popolazione iraniana servirebbero almeno 1,76 milioni di soldati.
Ma questo calcolo è inservibile per l’Iran, perché in un territorio montuoso, non sai dove si nascondo i nemici, ecco perché diversi esperti di tattiche militari sostengono che servirebbero più di 10 milioni di soldati e chi ha il coraggio di proporre una tale crociata contro il Medio Oriente?
Washington sa che, solo per riaprire Bab el-Mandeb, nella concreta ipotesi che venga chiuso, servirebbero almeno 200.000 uomini solo nello Yemen.
Un nuovo Vietnam, ma con il deserto e i droni suicidi. Israele, dal canto suo, sta finendo l’ossigeno.
I missili Arrow 3 costano 3 milioni di dollari l’uno. L’Iran manda avanti sciami di droni da 20.000 dollari. È una guerra d’attrito economico dove il difensore si dissangua per intercettare spazzatura volante.
Teheran sa di aver già vinto. Manca solo la data certa della sua vittoria finale.
L’EFFETTO DOMINO: DAI FERTILIZZANTI AL CARRELLO DELLA SPESA
Bab el-Mandeb non è solo petrolio, naturalmente, ma il collo della bottiglia per il 50% delle esportazioni mondiali di urea e zolfo. Senza questi, i fertilizzanti spariscono. Senza fertilizzanti, i raccolti di mais e soia nel Midwest americano e nelle pianure europee crollano.
Goldman Sachs ha già alzato le probabilità di recessione negli USA al 25%.
Oxford Economics è più brutale: se il petrolio resta sopra i 140 dollari per due mesi, l’Eurozona entra in contrazione violenta. L’inflazione che abbiamo visto finora era solo l’antipasto. Il piatto principale è un mondo dove l’energia costa troppo per produrre cibo e il cibo costa troppo per essere comprato.
In sintesi: involuzione. Torneremo al dopoguerra, con un calesse e una carriola in garage, altro che auto nuova, condizionatori, vacanze e tutto ciò che ci distingueva dal terzo mondo.
L’ORA DELLA RESA MASCHERATA
Gli USA e Israele non dichiareranno mai la sconfitta in una conferenza stampa. Non ci sarà una firma su un documento di resa. Washington non vince una guerra dal lontano 1945, ma, da allora, non ha mai ammesso nessuna sconfitta, a cominciare dal Vietnam fino all’Afghanistan.
Perciò, ci sarà un “Accordo di Pace Regionale”.
Ci sarà una narrazione che parlerà di “stabilità ritrovata” e “successo della diplomazia”. Ma tra le righe leggeremo la realtà: il ritiro delle truppe0, la fine delle sanzioni a Teheran e il riconoscimento implicito che le rotte globali sono ora sotto la tutela iraniana.
La Terza Guerra Mondiale è iniziata sul piano del commercio e della logistica, e l’Occidente l’ha approcciata con la boria di chi credeva di essere invincibile come nella propaganda hollywoodiana, invece, si è ritrovato con i magazzini vuoti e i mercati truccati.
Allora, chi ha mentito? Chi ha detto che sarebbe stata una guerra breve? Chi ha giurato che le scorte erano infinite?
I documenti sono lì, nei registri della logistica militare e nei grafici dei flussi di greggio. L’ultimo missile Tomahawk non colpirà un bunker a Teheran, ma il sistema finanziario occidentale, che ha scoperto di essere molto più fragile della roccia iraniana.
Resta l’immagine delle navi americane che restano a distanza di sicurezza dallo stretto, mentre le petroliere spagnole passano indisturbate salutando la costa.
La bandiera a stelle e strisce non garantisce più la libertà dei mari. Garantisce solo che il prezzo della benzina salirà ancora domani mattina.
E noi, a Sigonella, continuiamo a guardare i droni degli altri decollare sopra le nostre teste, sperando che non sia l’ultimo volo prima del buio, mentre i giornalisti ci dicono che Kallas e von der Leyen hanno la schiena dritta contro Putin, perché il suo gas non lo vogliono poiché la Russia viola il Diritto internazionale.
Perché non è affatto detto che i politici abbiano l’esclusiva dell’imbecillità.




