I 30 GIORNI PIÙ FALLIMENTARI DELLA STORIA D’AMERICA

Abbiamo già scritto ieri di come gli USA abbiano buttato via ben ottocentocinquanta missili Tomahawk sull’Iran in trenta giorni.

Un dato che non servirebbe a molto, se non fosse accostato a un altro numero, decisamente più imbarazzante per gli strateghi di Washington: cento, che è la capacità di produzione annua degli stessi missili nelle fabbriche americane.

Il calcolo è da ragioneria elementare, di quella che si impara prima di frequentare le accademie militari: in quattro settimane Donald Trump ha consumato otto anni e mezzo di scorte strategiche, in quello che è il più grande fallimento americano di sempre, perché l’Iran non aveva la bomba atomica, come conferma l’AIEA, il regime iraniano è tutt’altro che caduto e la popolazione iraniana non è insorta.

Ora, l’obiettivo americano è di riaprire lo stretto di Hormuz, quello che, prima dell’aggressione americana e israeliana, era già aperto.

Se non fosse drammatico per l’economia occidentale, ci sarebbe da ridere a crepapelle.

È passato un mese dall’inizio dell’aggressione contro Teheran. Doveva essere un’operazione chirurgica, un “lampo” destinato a decapitare il regime degli Ayatollah e a neutralizzare la minaccia missilistica, invece, i fatti sono rimasti sulla terra, mentre le chiacchiere sono volate via insieme ai miliardi di dollari letteralmente polverizzati.

Il regime è ancora lì. Il governo iraniano non ha mostrato alcun segno di cedimento strutturale e, nonostante i rapporti trionfalistici che filtrano dal Dipartimento della Difesa, le stime più prudenti dell’intelligence indicano che solo un terzo dell’arsenale noto di Teheran è stato effettivamente colpito. Il resto è nascosto nei tunnel, pronto a essere lanciato.

LA GUERRA CHE SI ALLARGA MENTRE I MAGAZZINI SI SVUOTANO

Mentre Marco Rubio annunciava che il conflitto sarebbe durato “diverse settimane” – spostando in avanti un ultimatum che inizialmente si misurava in ore – la realtà sul campo ha preso una piega diversa.

Gli Houthi hanno smesso di essere un fastidio locale per diventare un alleato dell’Iran, lanciando missili verso Israele e minacciando di chiudere definitivamente lo Stretto di Hormuz e anche quella di Bab el Mandeb.

La logica del Pentagono è entrata in un corto circuito che nessun comunicato stampa può nascondere, perché le scorte sono così esigue che si sta discutendo di dirottare in Medio Oriente le armi destinate all’Ucraina.

È il gioco delle tre carte applicato alla geopolitica e, poiché i bombardamenti aerei non hanno ottenuto la resa sperata, ora si passa alla fase due: la carne da cannone.

Ventimila soldati, tra Marines, paracadutisti e fanteria, sono ammassati nel Golfo. Teheran risponde colpendo basi americane in Siria e Iraq, centrando una fabbrica strategica di materie prime per l’industria bellica statunitense e abbattendo un aereo sentinella, un asset fondamentale per il controllo dei droni. Se questo è il risultato di un mese di “supremazia tecnologica”, la parola “successo” va riscritta sul dizionario.

Perché tutto somiglia a una sconfitta tragicomica, una caricatura da serie Fantozzi.

IL SILENZIO ASSORDANTE DELLE BANCHE CENTRALI

Se a Washington si contano i missili, a Francoforte e New York si conta la paura. Il petrolio Brent ha sfondato quota 112 dollari al barile, nonostante le scorte strategiche date in pasto al mercato.

Il gas e i fertilizzanti seguono a ruota.

Per l’Europa, che assiste al disastro con la solita passività di chi non ha una politica estera, ma solo una dipendenza atlantica, il conto è già arrivato.

È in questo scenario di “incertezza totale” che si inserisce la mossa – o meglio, la non-mossa – dei guardiani della moneta. Christine Lagarde e Jerome Powell sono rimasti immobili. Tassi invariati.

Le Banche Centrali sono paralizzate dal terrore di inviare il segnale sbagliato. Se alzi i tassi, ammetti che l’inflazione è fuori controllo a causa della guerra; se li abbassi, dichiari al mondo che sei terrorizzato dalla recessione imminente.

Così, BCE e FED hanno scelto di stare fermi mentre la casa brucia, sperando che l’incendio si estingua da solo prima di arrivare alle fondamenta dell’economia reale.

È la politica del “lavarsene le mani” in attesa di capire quanto durerà il massacro e quanto faranno male le conseguenze del disastro causato da Tel Aviv e Washington.

Ma i mercati non hanno la pazienza dei burocrati. L’aumento dei prezzi dell’energia sta già falciando il potere d’acquisto delle famiglie e il peggio deve ancora venire, perché, se gli Houthi dovessero davvero sigillare i passaggi marittimi, l’Occidente diventerebbe terzo mondo prima del prossimo inverno.

TRUMP E IL PARADOSSO DEL CONSENSO IN FRANTUMI

Gli USA sono una nazione spaccata in due, dove la logica ha ceduto il passo alla tifoseria. Donald Trump sta giocando una partita doppia e pericolosissima: da una parte, dichiara che “i negoziati stanno andando benissimo”, una frase che sembra rivolta al suo riflesso nello specchio, visto che Teheran ha smentito categoricamente ogni trattativa; dall’altra, firma gli ordini per l’invasione di terra.

Il paradosso è tutto interno alla sua base elettorale. Il mondo MAGA (Make America Great Again) è rimasto fedele al suo leader con una quota che sfiora il 90%, anche se diversi esponenti di spicco sono volati via, eppure gli stessi sondaggi dicono che la maggioranza degli americani non giustifica l’intervento in Iran.

Come si tiene insieme la devozione a un capo con l’ostilità verso la sua politica? Con la narrazione del sabotaggio. Ogni fallimento, ogni coda chilometrica negli aeroporti, ogni centesimo in più pagato alla pompa di benzina viene venduto come colpa dei Democratici o di un Congresso ostruzionista.

Proprio gli aeroporti sono diventati lo specchio del disastro interno. Mentre i soldi fluiscono verso i missili Tomahawk, il personale aeroportuale americano resta senza fondi a causa di una rissa parlamentare sulle regole d’ingaggio degli agenti dell’ICE (l’agenzia per l’immigrazione).

Trump ha mandato agenti dell’immigrazione a gestire i check-in e la sicurezza dei voli: un’idea che ha la stessa efficacia di cercare di spegnere un incendio con la benzina.

La benzina, appunto. È aumentata di un dollaro al gallone in poche settimane. Per un cittadino medio del Midwest, questo conta più delle mappe del Pentagono e delle fesserie raccontate dalla propaganda.

L’UNICO VINCITORE E IL CONTO CHE NON TORNA

In questo teatro dell’assurdo, c’è un solo attore che sta incassando risultati concreti: Israele. Benjamin Netanyahu ha ottenuto quello che cercava da anni, ovvero l’impegno diretto e massiccio degli Stati Uniti contro il suo nemico esistenziale, mentre prosegue indisturbato l’invasione del sud del Libano.

Gli Stati Uniti, al contrario, stanno ottenendo solo l’isolamento diplomatico e l’erosione del proprio prestigio militare, oltre a un danno economico le cui proporzioni potrebbero essere catastrofiche.

L’Iran ha minacciato apertamente le università americane nel Golfo, promettendo di colpirle se Washington non fermerà i raid. È un segnale di escalation che punta dritto ai sentimenti dell’opinione pubblica occidentale.

Nel frattempo, Mark Rutte, il Segretario Generale della NATO, parla di una “Coalizione di volenterosi” – un’espressione che evoca barzellette in Ucraina e i fantasmi della guerra in Iraq del 2003 e i suoi esiti catastrofici – per garantire la sicurezza della navigazione a Hormuz.

Peccato che lo faccia solo ora che il problema è già esploso e che le navi già bruciano. E quando intervenire per Hormuz potrebbe non servire a niente, se venisse chiuso anche Bab el Mandeb.

Abbiamo una superpotenza che consuma in un mese quello che produce in otto anni. Abbiamo banche centrali che non sanno se ridere o piangere e scelgono di restare ferme. Abbiamo un leader politico che annuncia vittorie mentre prepara l’invio di migliaia di bare.

L’Iran è in ginocchio, dicevano. Il regime cadrà in tre giorni, giuravano.

Dopo un mese, l’unica cosa che è caduta è la maschera della strategia americana.

Ma, se la produzione di missili è di cento all’anno e il consumo è di ottocento al mese, chi è che sta davvero finendo il tempo? Quale strategia sta davvero dando i suoi frutti, quella americana o quella dell’Iran?

Washington promette la pace attraverso la forza, ma, per ora, l’unica cosa che ha distribuito con generosità è il conto da pagare. E non ci sono agenti dell’ICE che possano gestire la fila di chi sta per chiedere spiegazioni.

Senza dimenticare che, senza missili, potrebbe non esserci più la forza nemmeno per difendersi all’interno dei propri confini.

Altro che fare gli spavaldi in Medio Oriente.

Pubblicato da Dott. Pasquale Di Matteo

Comunicazionista, Coach | Storia, Arte e Geopolitica per la Leadership | Metodo Kinsaisei | Rappresentante Reijinsha Japan La fabbrica, il tumore, Chagall, la galleria di Parma. Per 24 anni ho ripetuto gli stessi gesti in fabbrica. Non avevo il diploma, non avevo notorietà a 500 metri da casa, avevo una voglia matta di capire il mondo, ma non sapevo cosa farmene. Poi un tumore mi ha fermato. In malattia ho aperto un blog e ho scritto di Chagall. Una galleria di Parma lesse quell'articolo. Quando sono guarito, non sono rientrato in fabbrica. Da quel momento in poi: diploma, laurea in Comunicazione, master in Politiche Internazionali con la Scuola Sole 24 Ore. Quasi 50 anni. Un ruolo che nessuno in Italia ricopre: sono il rappresentante italiano di Reijinsha, una società culturale giapponese che opera in Asia ed Europa. Nel 2024 ho portato 44 artisti giapponesi al Palazzo della Provincia di Bari e sono stato invitato a tenere una conferenza a Osaka. Hanno scritto di me in Romania, Scozia, Brasile, Giappone, Ungheria, Francia, Spagna. La mia rinascita, con tutte le sue rotture, è diventata un metodo. Lo chiamo Kinsaisei: la rinascita dorata. Non nascondere le proprie crepe, ma trasformarle in oro. Usarle come vantaggio competitivo. Un Kintsugi, ma potenziato grazie alla conoscenza della Storia, della Geopolitica e della PNR. Oggi lavoro con CEO, imprenditori e artisti che sentono che la loro prossima vita professionale è già cominciata, ma non sanno ancora come nominarla, comunicarla, venderla. Proprio com’ero bloccato io, prima del tumore. Il primo colloquio è gratuito. Scrivimi. www.pasqualedimatteo.com | info@pasqualedimatteo.com

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