Quattordici milioni.
È la cifra, arrotondata per difetto, degli ucraini che dal febbraio 2022 hanno smesso di abitare la propria casa.
Sette milioni sono finiti all’estero, gli altri si nascondono dai miliziani, che vogliono spedirli a morire al fronte, in un Paese che si sta rimpicciolendo non solo sulle mappe militari, ma nelle anagrafi.
Una buona parte dei giovani è fuggita all’estero. – alla faccia della propaganda occidentale, che sostiene la favola degli ucraini che vogliono difendere la patria – un’altra parte è stata massacrata al fronte o resa invalida.
Il tasso di maternità è crollato sotto lo 0,7 e questo dato, in un mondo che ragiona per algoritmi, dice una cosa sola: l’Ucraina, biologicamente, ha smesso di esistere nel prossimo futuro.
IL CENSIMENTO DELLE OMBRE
Mentre a Bruxelles e Washington si discute di proiettili da 155 mm, la realtà sul campo scavalca la propaganda, perché le donne ucraine, quelle giovani, quelle che dovrebbero garantire il ricambio generazionale, sono fuggite a Berlino, Varsavia, Milano. E la gran parte si è portata dietro i mariti.
Hanno imparato la lingua, hanno iscritto i figli a scuola, hanno trovato un lavoro.
Non torneranno. Non in un Paese dove l’età media al fronte sfiora i 45 anni e dove mutilati e invalidi si contano a centinaia di migliaia.
La guerra non sta solo distruggendo i battaglioni al fronte, ma sta sterilizzando il futuro dell’Ucraina.
Un territorio senza abitanti non è uno Stato, infatti l’Ucraina sta diventando un parco giochi per le multinazionali della ricostruzione o, più semplicemente, un cimitero a cielo aperto recintato dal filo spinato.
L’AFFARE BLACKROCK: CHI POSSIEDE LA TERRA?
Nel 2021, sotto pressione del Fondo Monetario Internazionale, Kiev ha approvato una riforma agraria che ha aperto il mercato delle “terre nere”, le più fertili del pianeta.
Oggi, i nomi che contano non sono solo quelli dei generali, ma quelli dei fondi d’investimento. Larry Fink, il numero uno di BlackRock, ha già firmato accordi per l’”Ukraine Economic Reconstruction Fund”.
Il meccanismo è elementare: si inviano armi per distruggere, si prestano soldi per non far crollare lo Stato, si incassano asset strategici quando il debito diventa impagabile.
È un po’ come andare in banca per investire, solo elevato a livello geopolitico: le opportunità d’investimento sono le guerre, gli asset su cui investire sono le ricchezze di un Paese e il prezzo da pagare sono i sotterfugi per far scoppiare la guerra e le armi per distruggere più che si può, poi si passa a raccogliere gli interessi maturati. L’unica controindicazione è la morte di milioni di innocenti, ma è un prezzo che gli algoritmi e la propaganda occidentale ha sempre definito “danni collaterali”.
L’Ucraina era già stata venduta pezzo per pezzo prima che i russi piantassero una bandiera in un nuovo villaggio del Donbass, prima che un terzo del Paese venisse distrutto, che oltre un terzo della popolazione evaporasse, perché ucciso al fronte o fuggito all’estero.
E chi pagherà il conto di questo disastro, che si poteva evitare con gli accordi del 2022?
Beh, non certo i banchieri di Wall Street.
L’EUROPA DEGLI UTILI IDIOTI
A Berlino, l’industria boccheggia, i licenziamenti raggiungono livelli mai visti e interessano industrie che non avevano mai conosciuto nemmeno la cassa integrazione.
Il gas russo, quello che costava poco e faceva correre le turbine tedesche, è un ricordo oscurato dai detriti del Nord Stream, il condotto sabotato dall’Ucraina, come stabilito dalla magistratura tedesca, che ha spiccato mandati d’arresto per diversi ucraini autori del più feroce attentato alla sovranità europea e su cui è calato un silenzio che puzza di complicità.
Avete presente quelle storie di servizi segreti che fanno cose per spingere governi a farne altre?
L’Unione Europea si è ridotta a fare il passacarte del Dipartimento di Stato americano, così abbiamo barattato l’autonomia energetica e politica con un vassallaggio che ci vede finanziare una guerra a oltranza senza avere un piano per la pace, né una strategia per il dopo.
Washington cerca di indebolire la Russia, usando il sangue ucraino e il portafoglio europeo, in quella che è una triangolazione perfetta: l’industria bellica americana macina profitti, l’Europa si deindustrializza, perde competitività e spende trilioni di dollari per acquistare armi dall’America che poi regala all’Ucraina, e Kiev diventa una terra di nessuno, un cuscinetto spopolato che non serve più a nessuno, se non come monito e come dividendi per chi la guerra l’ha creata, l’ha voluta portare avanti, sabotando qualsiasi tentativo di pace, e ora si frega le mani, gustando l’odore dei soldi per la ricostruzione.
IL BLUFF DELLE SANZIONI E IL NUOVO MONDO
Vladimir Putin non è caduto.
Lo so, i media italiani parlavano di 1000 russi morti al giorno, (oltre 1,3 milioni dal 2022 a oggi). Raccontavano di rublo carta straccia, soldati armati solo di pale dell’800, a dorso di muli, senza divise e senza calzini.
Già, di panzane ne hanno scritte talmente tante che farsi vedere in giro con una copia di quei quotidiani è come avere un cartello appeso al collo con su scritto “CREDO AGLI ASINI CHE VOLANO”.
L’economia russa non è tornata all’età della pietra, come profetizzato dai nostri illustri giornalisti iscritti all’albo.
Al contrario, proprio come scrivevamo noi semplici blogger su Tamago, Mosca ha girato le spalle all’Occidente e ha trovato la fila alla porta: Cina, India, Brasile, l’intero blocco BRICS, sempre più folto e sempre più ricco.
Il petrolio e il gas che rifiutiamo noi vengono raffinati altrove e ci vengono rivenduti a prezzo maggiorato. Perché “credere agli asini che volano” è nel DNA di molti, soprattutto ai piani alti.
Ma mentre i leader europei e i loro scendiletto della propaganda ci propinano sciocchezze sulla nostra presunta superiorità morale, il baricentro del mondo si è spostato.
L’isolamento della Russia e il profetizzato tramonto di Putin sono un’illusione ottica per consumatori dei quotidiani di cui sopra e talk show che ospitano i loro direttori.
Al di fuori della dimensione parallela in cui vivono costoro, la realtà conferma che l’Occidente si è isolato da solo, chiudendosi in un fortino che ha mura sempre più fragili e riserve sempre più scarse.
E ora, dopo il definitivo disastro di Netanyahu in Medio Oriente, supportato dal fedele chihuahua collocato alla Casa Bianca, si profilano giornate a piedi e blackout programmati per milioni di europei, per provare almeno a tenere aperti gli ospedali e qualche grande industria.
Ovviamente, i quotidiani di cui sopra ridono e sostengono che l’Iran sia al tappeto, distrutto e… “pale, muli, micochip”… di cazzate ne hanno scritte talmente tante che, evidentemente, non è solo propaganda, ma proprio deformazione professionale.
Perciò, fieri di essere “semplici blogger”.
L’ULTIMA BUGIA
La retorica della “vittoria finale dell’Ucraina” e del ritorno ai confini del 1991 è il sedativo che somministriamo a un malato terminale per non farlo urlare per il dolore.
I generali ucraini sanno benissimo che i numeri non quadrano: mancano uomini, mancano munizioni, manca il tempo e non ci sono più giovani da sacrificare per allungare la guerra di qualche altro mese.
La guerra per procura ha esaurito le scorte: di uomini e di soldi da un pezzo. E ora, con il disastro in Iran, anche di armi.
Ciò che resterà dell’Ucraina, quando il fumo si diraderà e le telecamere si sposteranno sempre più in Iran o in chissà quale altro “fondo di investimento geopolitico”, sarà un Paese smembrato, con il debito impagabile che mangia le pensioni e i giovani sotto terra o in esilio.
Vorrei porre solo una domanda a quelli che, dal 2022, ci danno dei putiniani, dei vili codardi e tutta la serie di stronzate partorite dalle loro menti piene soltanto di retorica: ne è valsa la pena?
Quanti milioni di ucraini sarebbero ancora nel Paese se gli accordi del 2022 non fossero stati sabotati?
Quanti milioni di ucraini sarebbero ancora con le loro famiglie in perfetta salute e non nei cimiteri o mutilati?
L’Ucraina è stata solo il sacrificio necessario per testare la tenuta dei nuovi blocchi contrapposti, un esperimento geopolitico riuscito a metà, sulla pelle di chi è stato indottrinato a credere di difendere la propria libertà.
Il documento di resa non avrà la firma di Zelensky o di chi per Kiev, ma quella dei bilanci delle multinazionali e dei certificati di morte di una generazione che è l’ultima di ucraini.
L’Ucraina non sta perdendo la guerra, perché, come scriviamo dal 2022, quella guerra era già persa il primo giorno.
Risero tutti. Soprattutto i direttori i cui lettori credono ancora agli asini che volano.
Ma ora l’Ucraina è finita. E noi siamo gli spettatori paganti che applaudono mentre cala il sipario sulle macerie di quel che ne resta.
Avremmo potuto scrivere anche noi panzane per avere tanti lettori fieri e tronfi di credere ai muli, alle pale e alle altre panzane, ma abbiamo preferito raccontare la verità. E il tempo ha confermato ogni nostra previsione.
Vedi tu, a volte… anche il tempo, in fondo, deve essere un po’ putiniano, eh…?!
Ma ti lascio una domanda: quanto dovrebbero pagare i direttori di quei quotidiani per aver illuso le persone, raccontando panzane?
Spara una cifra. Almeno quella, non fa danni e non uccide nessuno.




