L’OPERAZIONE CHE STA AFFONDANDO L’OCCIDENTE

Diecimila soldati.

Non è un’esercitazione e non è una proiezione statistica del Pentagono, ma il numero degli scarponi che l’amministrazione Trump si prepara a scaricare sul suolo mediorientale mentre, ufficialmente, racconta ai cronisti di Washington che “i negoziati con Teheran procedono a gonfie vele”.

Diecimila soldati che si aggiungerebbero ai cinquemila Marines già schierati e ai paracadutisti lanciati nelle ultime quarantotto ore.

Mentre Donald Trump insulta gli alleati della NATO definendoli “codardi” e accusa l’Europa di restare a guardare il blocco dello Stretto di Hormuz, i fatti dicono che gli Stati Uniti non stanno cercando la pace, ma preparano l’invasione per il controllo delle infrastrutture energetiche iraniane.

L’obiettivo non è affatto la democrazia, il nucleare, liberare la popolazione o altre scemenze, ma il controllo del rubinetto.

IL MODELLO VENEZUELA APPLICATO AI PASDARAN

La strategia ha un precedente che si chiama Venezuela, una tattica consolidata: prima lo definisci “regime terrorista”, lo isoli, minacci fuoco e fiamme, imponi embarghi; poi, quando le aziende americane ottengono le concessioni e il flusso dell’oro nero riprende sotto egida statunitense, il “dittatore” torna a essere un “interlocutore”, il regime diventa un “governo di transizione” e la pace è fatta.

Trump lo ha ammesso durante l’ultima conferenza stampa, quando ha detto “Assumere il controllo del petrolio iraniano è un’opzione concreta”.

La traduzione per chi non mastica il linguaggio della Casa Bianca è semplice: la guerra contro l’Iran non serve a eliminare una minaccia atomica, ma a nazionalizzare de facto le risorse di Teheran per calmierare il prezzo del barile sotto i 100 dollari.

Trump è ossessionato da quattro numeri: il prezzo del petrolio, il rendimento dei Treasury a 10 anni, l’indice VIX – il termometro della paura dei mercati – e l’andamento della NYSE.

Teheran lo ha capito, infatti, i generali iraniani non stanno combattendo una guerra di trincea, ma stanno modulando una crisi geo-economica: lasciano passare le navi cinesi, russe e indiane, mentre bloccano quelle del blocco NATO.

Creano un cuneo tra gli alleati, e funziona.

WALL STREET HA IL FIATO CORTO

Il sistema finanziario moderno si regge sul flusso costante di capitali che dai paesi del Golfo si riversa nei mercati internazionali. È il “Petrocapitale” grazie ai “petrodollari”.

Solo gli Emirati Arabi Uniti gestivano, nel 2025, asset per 1,4 trilioni di dollari. Soldi che finiscono in Tesla, in BlackRock, nel mercato immobiliare di New York e nello sviluppo dell’intelligenza artificiale della Silicon Valley.

Il ricatto iraniano è chirurgico, intelligente, meditato: se Hormuz chiude, i monarchi del Golfo non incassano più, quindi, sono costretti a smettere di investire in Occidente.

Se smettono di investire, devono iniziare a drenare i capitali già depositati nelle banche americane ed europee per finanziare la propria sopravvivenza e i propri apparati militari, con il risultato di favorire una siccità creditizia – il cosiddetto credit crunch – che porterebbe l’economia globale a uno shock peggiore di quello pandemico del 2020.

L’inflazione al 10% che abbiamo visto mesi fa sarebbe solo un antipasto.

Trump sa che se i paesi del Golfo chiudono i rubinetti del credito, Wall Street crolla in dieci minuti.

Ecco perché ha fretta. Ecco perché le spara grosse e parla di “regali” iraniani, come il transito concesso a dieci petroliere, per nascondere che l’unica cosa che sta trattando è la propria sopravvivenza finanziaria.

LA RIBELLIONE DI MADRID E IL SILENZIO DI BERLINO

L’Unione Europea si è spaccata. Ammesso che sia mai esistita come entità unica.

Da una parte Pedro Sánchez, il premier spagnolo che ha deciso di fare il giornalista onesto tra i politici rassegnati. Ha definito “illegale” l’operazione americana, negando l’uso delle basi di Rota e Morón de la Frontera per azioni offensive, inoltre ha costretto i caccia statunitensi a traslocare nella base di Ramstein, in Germania.

Trump ha reagito come un bullo di periferia – unica politica in cui sembra eccellere – minacciando di tagliare ogni commercio con la Spagna e di imporre dazi punitivi, senza prendere in considerazione nemmeno le sentenze contrarie della sua stessa Corte Suprema. Elemento che dimostra cosa sia oggi la tanto decantata democrazia americana.

Dall’altra parte del tavolo, c’è il silenzio.

Il cancelliere tedesco Friedrich Merz è rimasto seduto nello Studio Ovale a guardare Trump che insultava l’Europa, senza proferire parola in difesa del collega spagnolo. L’obiettivo di Washington è cristallino: isolare i singoli stati, instaurare rapporti bilaterali e polverizzare l’unità dell’UE.

E mentre l’Europa discute di sovranità, accade l’impensabile: il 24 marzo 2026, la Commissione Europea ha eliminato dal calendario il divieto permanente di importazione di petrolio russo.

Un’umiliazione diplomatica senza precedenti, per cui l’intera commissione europea e i leader più belligeranti dovrebbero dimettersi in massa senza nemmeno prendersi la briga di dare preavviso.

Combattiamo l’Iran per conto degli USA, ma torniamo a comprare da Putin perché, altrimenti, non sappiamo come scaldarci.

A Bruxelles, anche la follia russofoba è un lusso che non possono più permettersi.

LA MENZOGNA DEL NUCLEARE E IL SABOTAGGIO DEL 2015

C’è poi il capitolo della retorica bellicista, alimentata con cura da Benjamin Netanyahu e rilanciata a reti unificate da Palazzo Chigi, soprattutto dopo che, dal 2023, abbiamo dato le chiavi della nostra sicurezza Web a Tel Aviv.

Giorgia Meloni è andata in Parlamento a spiegare che “è meglio una guerra oggi che la bomba iraniana domani”.

Una frase che suona bene nei titoli dei telegiornali, ma che cozza violentemente contro i verbali dell’AIEA, una frase che denota la malafede o l’ignoranza dei nostri vertici politici e anche il totale distacco da ogni norma e regola del Diritto internazionale, buono solo se e quando gli USA ci ordinano di menzionarlo.

I documenti parlano chiaro: tra il 2016 e il 2018, l’Iran stava rispettando ogni virgola del JCPOA, l’accordo firmato da Obama. L’arricchimento dell’uranio era sotto controllo, le scorte erano limitate, le ispezioni erano costanti. Il problema non era l’Iran che costruiva la bomba, ma era che l’Iran, senza sanzioni, stava diventando troppo ricco e troppo influente nella regione.

Netanyahu non teme l’atomica di Teheran, perché Israele ne possiede tra le 70 e le 90, anche se non lo ammette e non consente alcun tipo di ispezione, – alla faccia della trasparenza e della democrazia, – ma teme un Iran capace di finanziare la resistenza palestinese e di armare i suoi nemici ai confini.

Trump e Netanyahu hanno fatto di tutto perché Teheran ricominciasse ad arricchire l’uranio. Hanno rotto gli accordi nel 2018 per creare il problema e ora usano quel problema come pretesto per la soluzione finale.

Hanno assassinato il generale Soleimani nel 2020 pensando di decapitare il nemico, ignorando che le strutture statali iraniane non sono bande di briganti, ma apparati complessi. Se fai fuori un capo, ne spunta uno più radicale e più capace.

È l’ABC della storia militare, ma, a quanto pare, al Dipartimento della Difesa – ora ribattezzato “Dipartimento della Guerra” in pieno stile Mission Impossible – preferiscono i fumetti.

OPERAZIONE KHARG: L’OBIETTIVO È LA TERRA

Le indiscrezioni che filtrano dal Pentagono, riportate in parte dal Wall Street Journal e confermate da fonti investigative indipendenti, puntano all’isola di Kharg, dove si decide la partita.

Kharg è il terminale dove passa la quasi totalità dell’export petrolifero iraniano. Gli Stati Uniti stanno ammassando truppe di terra per un’azione di forza che permetta di sequestrare o distruggere la capacità di vendita di Teheran.

Il problema è che l’Iran non è l’Iraq del 2003. Ha una potenza militare diversa e, soprattutto, un territorio differente, che rendono impossibile un’invasione senza un costo di vite umane immane che gli USA non sono in grado di sopportare.

Gli alleati locali degli USA lo sanno. I Curdi, usati per decenni come carne da cannone, stavolta hanno detto “Fatevela voi la guerra”, perché hanno capito che Washington protegge Israele, ma lascia morire gli altri quando non servono più.

L’AMBIGUITÀ COME ARMA DI SOPRAVVIVENZA

Siamo arrivati al punto in cui la diplomazia non è più l’alternativa alla forza, ma un ingranaggio del piano d’attacco. Trump usa i rinvii degli ultimatum, da 48 ore a 5 giorni, ora a 10 giorni, non per dare spazio alla pace, ma per permettere alle navi da guerra di posizionarsi.

È la “strategia Napoleone”: cominciamo, poi si vede. Solo che Trump non è Napoleone e il 2026 non è il 1805. E, visto il disastro di Napoleone e la differenza di caratura tra i due, c’è di che cominciare a provare terrore.

Israele e Stati Uniti possiedono l’arma nucleare, ma non possiedono la “diplomazia nucleare”.

La usano come minaccia esistenziale, ma non sanno come gestire un avversario che ha deciso di resistere accettando il carico della distruzione, arrivando anche alla morte pur di portarsi dietro quanti più nemici possibile.

L’Iran ha capito che se esce in piedi da questa guerra, avrà la strada spianata verso l’atomica e un ruolo di primo piano in Medio Oriente.

Perché, nel 2026, se hai la bomba, come la Corea del Nord, nessuno ti tocca. Al contrario, se rinunci alla bomba e ti fidi dell’Occidente, come ha fatto Gheddafi o come stava facendo Teheran nel 2015, finisci raso al suolo.

Allora, chi sta davvero mentendo?

Trump, che parla di pace mentre conta i soldati? Netanyahu, che parla di difesa mentre punta a ridurre il Medio Oriente in tribù? O l’Europa, che giura fedeltà all’alleato americano mentre cerca sottobanco il petrolio di Putin per non affondare?

Le petroliere continuano a galleggiare immobili davanti allo Stretto di Hormuz. L’elio per i nostri ospedali e i fertilizzanti per i nostri campi sono bloccati lì.

Gli orologi di Washington corrono veloci, ma il tempo appartiene a chi resta. E l’Iran, da Ciro il Grande in poi, ha imparato ad aspettare, perciò, può prendersi tutto il tempo che gli serve, mentre l’Occidente soffoca e l’era del petrodollaro muore.

Il Pentagono ha ordinato altre diecimila divise.

Ma cosa accadrebbe se quei soldati si accorgessero per tempo di essere mandati a morire per proteggere un asset di Wall Street?

Pubblicato da Dott. Pasquale Di Matteo

Comunicazionista, Coach | Storia, Arte e Geopolitica per la Leadership | Metodo Kinsaisei | Rappresentante Reijinsha Japan La fabbrica, il tumore, Chagall, la galleria di Parma. Per 24 anni ho ripetuto gli stessi gesti in fabbrica. Non avevo il diploma, non avevo notorietà a 500 metri da casa, avevo una voglia matta di capire il mondo, ma non sapevo cosa farmene. Poi un tumore mi ha fermato. In malattia ho aperto un blog e ho scritto di Chagall. Una galleria di Parma lesse quell'articolo. Quando sono guarito, non sono rientrato in fabbrica. Da quel momento in poi: diploma, laurea in Comunicazione, master in Politiche Internazionali con la Scuola Sole 24 Ore. Quasi 50 anni. Un ruolo che nessuno in Italia ricopre: sono il rappresentante italiano di Reijinsha, una società culturale giapponese che opera in Asia ed Europa. Nel 2024 ho portato 44 artisti giapponesi al Palazzo della Provincia di Bari e sono stato invitato a tenere una conferenza a Osaka. Hanno scritto di me in Romania, Scozia, Brasile, Giappone, Ungheria, Francia, Spagna. La mia rinascita, con tutte le sue rotture, è diventata un metodo. Lo chiamo Kinsaisei: la rinascita dorata. Non nascondere le proprie crepe, ma trasformarle in oro. Usarle come vantaggio competitivo. Un Kintsugi, ma potenziato grazie alla conoscenza della Storia, della Geopolitica e della PNR. Oggi lavoro con CEO, imprenditori e artisti che sentono che la loro prossima vita professionale è già cominciata, ma non sanno ancora come nominarla, comunicarla, venderla. Proprio com’ero bloccato io, prima del tumore. Il primo colloquio è gratuito. Scrivimi. www.pasqualedimatteo.com | info@pasqualedimatteo.com

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