Il New York Times sbatte in prima pagina la bozza del piano americano in quindici punti per spegnere l’incendio in Medio Oriente.
Donald Trump lo rivendica sui social come un trionfo personale, parlando di colloqui “molto positivi” e di una tregua imminente. Due ore dopo, un dispaccio del Pentagono ordina a 2.000 soldati della 82esima Divisione Aviotrasportata di imbarcarsi per il Golfo. (Altre fonti parlano di 3500 o addirittura 7000).
La pace ha una strana foggia, di questi tempi: indossa anfibi, carica i fucili d’assalto e si prepara a lanciarsi dietro le linee nemiche, mentre i politici non mancano di parlare di “guerra per la pace”, il più grande ossimoro della Storia.
Tuttavia, a Teheran non hanno nemmeno fatto finta di crederci.
Mohammad Bagher Ghalibaf, presidente del parlamento iraniano, smentisce qualsiasi tavolo negoziale e ha smentito la cosa fin dal primo post di Trump sulla questione.
Inoltee, non si limita alle parole. Il Majlis, l’assemblea consultiva islamica, ha in calendario l’approvazione di una legge formale per istituire un “pedaggio” obbligatorio nello Stretto di Hormuz. L’anticipazione brucia sui terminali delle agenzie internazionali.
Non è più la guerriglia asimmetrica, non sono più i sequestri a campione dei Pasdaran. È un tariffario di Stato. Due milioni di dollari a petroliera per avere il permesso di attraversare un braccio di mare grande quanto la provincia di Lecce. L’estorsione che diventa legge.
Ennesimo grande risultato della guerra di Israele e USA all’Iran. Dei geni, non c’è che dire.
LA TENAGLIA SUL MAR ROSSO E IL SANGUE IN DIRETTA
Ma chi pensa che la ritorsione iraniana finisca a Hormuz non ha letto i dispacci delle ultime ore.
La minaccia ha appena cambiato scala. Infatti, i vertici militari di Teheran hanno allargato il mirino a Bab el-Mandeb e all’intero bacino del Mar Rosso.
Il blocco non è più un imbuto locale, ma una tenaglia progettata per strangolare chirurgicamente l’intera catena di approvvigionamento mondiale.
Le compagnie di assicurazione marittima, da Londra a Dubai, non aspettano i comunicati della Casa Bianca: hanno già alzato i premi al 10% del valore del carico. Un rating di rischio mai visto in venticinque anni.
Una situazione che scatenerà aumenti di prezzi a valanga in Occidente.
E basta scorrere le dirette dei notiziari per capire quanto il piano in 15 punti di Washington sia carta straccia.
Le telecamere documentano una guerra totale, senza pause: sirene antimissile a Tel Aviv, raid pesanti su Isfahan, infrastrutture in fiamme a Dubai.
Eppure, Trump, incastrato nel suo mondo parallelo, distante anni luce dalla realtà, continua a vendere un nemico in ginocchio, a raccontare che la campagna militare “Epic Fury” ha spazzato via il potenziale balistico degli Ayatollah.
E “sti cazzi”, verrebbe da dire. Immagina se non l’aveva spazzato via!
I NUMERI DI BATTISTI CONTRO LE ILLUSIONI DI WASHINGTON
Ma la propaganda fa un gioco che non i dati e la realtà ha poco a che fare.
Il generale Giorgio Battisti lo dice chiaro e tondi: l’Iran dispone ancora di un arsenale di almeno 3.000 missili cruise. Altro che al tappeto!
Non sono i vecchi vettori che l’Iron Dome israeliano intercetta come mosche. I cruise volano a pelo d’acqua, eludono i radar convenzionali e non hanno bisogno di complessi silos di lancio per partire. Basta un camion nascosto in un tunnel.
Un nemico sconfitto non impone tasse di transito e non ricatta il mercato mondiale dell’energia e non rispedisce al mittente i quindici punti di chi sta vincendo la guerra. Un nemico sconfitto chiede di trattare per non morire.
L’Iran, invece, non tratta e rispedisce al mittente i quindici punti, aggiungendo i suoi sei punti per smettere di bombardare Israele e le basi americane in Medio Oriente, nonché i paesi limitrofi che appoggiano l’aggressione contraria al Diritto internazionale perpetrata da Washington e Tel Aviv.
L’amministrazione americana crede di poter dettare le regole in quindici punti: stop all’arricchimento dell’uranio, fine del supporto alle milizie proxy (Hezbollah, Houthi, Hamas), smantellamento immediato dei siti nucleari di Natanz e Fordow.
L’Iran risponde con sei condizioni che suonano come uno sberleffo, ma danno l’idea di quanto l’Iran sia tutt’altro che sconfitto: chiusura di tutte le basi militari americane nel Golfo, ritiro totale, risarcimenti miliardari per i bombardamenti subiti e giurisdizione esclusiva iraniana su Hormuz. Un dialogo tra sordi, amplificato dal frastuono delle esplosioni. Un dialogo tra due contendenti di cui non si vede neppure lontanamente uno stanco e sconfitto.
O forse…?
IL VUOTO DI POTERE E IL CALCOLO DI ISRAELE
Il vero dramma di Washington è non avere più un interlocutore.
Il vuoto di potere a Teheran, causato dall’offensiva e dalla decapitazione di chi comandava a Teheran, non sta portando a un tavolo di pace, ma a una pericolosa frammentazione.
Era un caos previsto da diversi analisti: noi di Tamago ne scriviamo da settimane, ma, evidentemente, a Washington nutrono una particolare idiosincrasia nei confronti della Geopolitica e della Storia, come si evince.
Le milizie sciite irachene, i sopravvissuti di Hezbollah in Libano e le cellule Houthi nello Yemen operano in modo disordinato e, proprio per questo, ancora più letale.
Benjamin Netanyahu ha capito l’antifona.
Mentre il suo “amico” Trump parla di tregua, l’esercito israeliano avanza nel sud del Libano con l’obiettivo chiarissimo di creare una fascia di sicurezza di 30 chilometri fino al fiume Litani. Un’annessione militare di fatto.
E, anche qui, alla faccia del Diritto internazionale.
Per Israele non c’è nessuna pace da firmare, ma solo il piano di costruire una potenza in Medio Oriente, quel grande Israele che l’esercito di Tel Aviv porta anche già disegnato sulle mostrine.
L’OMBRA DI PECHINO E L’EGEMONIA SCADUTA
In tutto questo, Pechino fa i conti.
Il ministro degli esteri cinese ha alzato il telefono per chiamare la sua controparte iraniana. La Cina acquista il 90% del greggio di Teheran.
Usa la crisi per logorare gli Stati Uniti, ma non può tollerare che il prezzo dell’energia strangoli la sua industria. L’invito cinese a “privilegiare il dialogo” non è diplomazia, ma la minaccia silenziosa del creditore al suo debitore.
Ma la sconfitta vera, per Washington, non si misura in missili o barili, bensì a Riad e ad Abu Dhabi.
I paesi del Golfo, storici alleati americani, hanno espulso i diplomatici iraniani, ma non lo hanno fatto per fedeltà agli Stati Uniti.
Lo hanno fatto per paura.
Sanno che la garanzia di sicurezza a stelle e strisce, in piedi dal 1945, è scaduta. Gli americani non sono riusciti a tenere aperto un braccio di mare vitale contro un regime che, per loro stessa ammissione, è persino teoricamente distrutto.
E mentre i porti russi sul Baltico vengono presi di mira da un’Ucraina alla canna del gas, l’impennata del greggio finanzia la macchina bellica di Vladimir Putin come mai prima d’ora.
Trump ha in mano la bozza di un trattato che nessuno a Teheran ha intenzione di firmare. Una mera operazione di propaganda per non ammettere il disastro più grande dell’ultimo secolo e mezzo.
Il parlamento iraniano sta per votare la legge sul pedaggio e i paracadutisti dell’82esima Divisione sono a bordo dei C-17, pronti al lancio, come un’intera scatola di stuzzicadenti da spargere sulla spiaggia del litorale romagnolo.
Gli USA non sono mai stati così deboli dalla loro fondazione.
Il resto… sono solo chiacchiere da bar.




