Donald Trump annuncia un accordo in quindici punti. Parla di colloqui “produttivi”, di un Iran in ginocchio che implora la pace, di una tregua imminente, ma Teheran risponde con un post secco su X: “Fake news”.
Mohammad Bagher Ghalibaf, presidente del Parlamento iraniano, bolla le dichiarazioni della Casa Bianca come spazzatura propagandistica prodotta al solo scopo di manipolare i mercati finanziari.
La verità è chiusa nei terminali delle borse, dove il Brent è tornato sopra i 100 dollari, stabilizzandosi a 102.
I mercati non credono a Trump, non credono alla sua vittoria lampo né alla sua capacità di riaprire lo stretto di Hormuz con un tweet o con un colpo di teatro.
Siamo alla quarta settimana di una guerra che doveva durare tre giorni, invece, abbiamo visto il mitico scudo israeliano, l’invincibile Iron Dome; i missili iraniani a grappolo hanno colpito Tel Aviv con almeno quattro impatti confermati, nonostante la censura di ferro imposta dal governo di Netanyahu.
Mentre i media occidentali si nutrono delle veline del Pentagono, i fatti dicono altro: gli Stati Uniti e Israele si sono infilati in un pantano strategico dal quale non riescono a uscire, se non allargando il conflitto a macchia d’olio.
IL GRANDE TRUCCO DI NETANYAHU: COSTRUIRE LA MINACCIA
Per capire come siamo arrivati qui, bisogna smontare la fiaba della “minaccia nucleare imminente”.
Tra il 2016 e il 2018, i rapporti dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) parlavano chiaro: Teheran rispettava ogni virgola dell’accordo siglato da Obama: limiti all’arricchimento, scorte sotto controllo, ispezioni invasive. Tutto funzionava.
Poi è arrivato il 9 maggio 2018. Trump, spinto da Netanyahu, straccia l’accordo e scatena il disastro.
Non è stata una scelta geopolitica, ma un favore personale.
Netanyahu ha sostenuto Trump contro Hillary Clinton e il presidente americano ha restituito il favore: Gerusalemme capitale, annessione delle alture del Golan e l’uscita dal patto nucleare.
Il premier israeliano aveva bisogno che l’Iran ricominciasse ad arricchire l’uranio, aveva bisogno di un casus belli, perciò, ha lavorato scientemente per trasformare un partner negoziale in un paria nucleare, costringendo Teheran a riprendere il programma atomico per non finire stritolata dalle sanzioni.
Obiettivo raggiunto: oggi Netanyahu ha la sua guerra, ma non sa come vincerla.
IL GUINZAGLIO DI NETANYAHU E I FILE EPSTEIN
C’è una domanda che agita i corridoi di Washington e che i grandi giornali preferiscono ignorare: quanto è lungo il guinzaglio che lega Trump a Netanyahu?
Se il presidente americano si muove per pura distrazione di massa, per coprire i suoi guai interni, può fermarsi in qualunque momento. Ma se fosse sotto ricatto?
Le voci su cosa il Mossad possa aver raccolto nei file Epstein non sono più solo complottismo da bar, ma analisi di intelligence che filtrano tra gli addetti ai lavori. Se Israele possiede materiale compromettente sul “bullo” biondo, allora la fine del conflitto non si decide nello Studio Ovale, ma nel bunker di Netanyahu.
Trump si ritrova a essere la marionetta di un leader straniero che punta alla deportazione totale della popolazione di Gaza e all’annessione della Cisgiordania, obiettivi che non coincidono con gli interessi nazionali americani, ma che Trump è costretto a sposare per non trovarsi qualche procuratore alla porta.
Un “sovranista” che bacia la pantofola a un governo straniero mentre i suoi soldati tornano a casa nelle bare.
I GENERALI DELL’APOCALISSE E LA GUERRA SANTA DEL PENTAGONO
Mentre gli analisti da talk-show parlano di petrolio e rotte commerciali, nel ventre profondo della difesa americana si muove qualcosa di molto più inquietante.
L’Ispettorato Generale del Pentagono ha prodotto rapporti che descrivono una realtà da brividi: la presenza di ufficiali di alto e medio rango che agiscono in base a convinzioni messianiche.
Non ragionano per equilibri di potenza, ma per profezie bibliche. Vedono nello scontro con l’Iran l’evento catalizzatore per la “seconda venuta di Cristo”.
Per questi settori, la guerra in Medio Oriente non deve finire con una tregua, ma con l’Apocalisse. Quando la componente religiosa fanatica entra nella sala dei bottoni della più grande potenza militare del mondo, la diplomazia diventa un orpello inutile.
Trump, che ha vinto le elezioni promettendo di “costruire la casa a casa nostra”, si ritrova, al contrario, ostaggio di apparati che vogliono incendiare il mondo per accelerare il giudizio universale.
L’ISOLAMENTO DELL’IRAN E IL BLOCCO DEL GOLFO
Dall’altra parte della barricata, il regime di Teheran sta vivendo un mutamento storico. Se un tempo poteva contare sulla solidarietà automatica del mondo islamico contro l’Occidente, oggi quella solidarietà è evaporata, perché gli attacchi iraniani alle infrastrutture civili e agli impianti di desalinizzazione hanno terrorizzato i vicini.
Paesi come l’Oman, storicamente la “Svizzera del Medio Oriente”, o il Qatar, che ospita gli uffici di Hamas, si sono seduti allo stesso tavolo con Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, in un blocco unico per contenere l’Iran a ogni costo.
Washington è riuscita in quello che sembrava impossibile: compattare le famiglie del Golfo in una partnership d’acciaio contro Teheran.
È un successo diplomatico? No, è una coalizione della paura.
Questi paesi sanno che Trump è imprevedibile e che Netanyahu è spietato, ma temono i missili iraniani ancora di più, quindi, si tratta di un’alleanza tattica, non di valori, che potrebbe sciogliersi al primo errore di calcolo americano.
SIGONELLA E IL SILENZIO ASSORDANTE DI ROMA
E l’Italia?
Il nostro Paese partecipa alla festa come lo scudiero distratto che non osa fare domande. Un drone Triton è decollato dalla base di Sigonella per fotografare i siti strategici iraniani e passare le coordinate ai piloti americani e israeliani. È accaduto senza che il governo italiano esprimesse un parere, o forse senza che nemmeno venisse consultato.
Il governo Meloni, che si proclama orgogliosamente sovranista, si comporta come la prefettura di una provincia dell’impero. Rinnoviamo la cooperazione militare con Israele mentre i missili cadono sulle centrali elettriche iraniane.
Non ci chiediamo quali saranno le ripercussioni sui nostri soldati schierati nell’area e non ci chiediamo perché dobbiamo pagare la benzina a prezzi folli per una guerra decisa altrove.
Ursula von der Leyen condanna l’aggredito e premia l’aggressore, invertendo i ruoli in una retorica speculare che non fa gli interessi dell’Europa, ma solo quelli di Washington.
Infine, compriamo il gas dagli americani, che con quei soldi finanziano una guerra che distrugge la nostra stabilità energetica.
E questo è il paradosso dell’Europa.
IL DISASTRO UMANITARIO E IL “MITO DELLA FORZA”
Quando Trump minaccia di bombardare le centrali elettriche iraniane, non sta colpendo il regime, ma i neonati nelle incubatrici degli ospedali di Teheran, le persone umili e deboli del popolo iraniano.
Senza corrente, le terapie intensive diventano obitori, il sangue per le trasfusioni va a male, i farmaci si deteriorano.
Questo è il volto della “maieutica unilaterale” di cui parlano alcuni analisti: l’illusione che a forza di bombe si possa estrarre un desiderio di democrazia occidentale da un popolo che stiamo massacrando.
La destra internazionale coltiva il mito della forza brutale, ma la forza, in questa guerra, ha prodotto solo un aumento dei costi e una cronica instabilità.
Trump ha dovuto persino ritirare le sanzioni sul petrolio russo e iraniano per evitare che il prezzo alla pompa facesse esplodere le proteste negli Stati Uniti, in una contraddizione vivente per cui dichiari guerra al nemico, ma hai bisogno che lui venda il suo petrolio per non affogare i tuoi elettori.
LA FINE DELLE ILLUSIONI
Non ci sono vincitori, per ora.
C’è solo un groviglio di bugie e di interessi privati che pesano sulle spalle dei civili. Da una parte un presidente americano che inventa negoziati per calmare le borse, dall’altra un premier israeliano che alimenta il fuoco per sfuggire ai processi e alle proprie responsabilità storiche.
In mezzo, un’Europa che ha smesso di pensare e un’Italia che ha smesso di esistere come soggetto politico autonomo.
Trump ha promesso di “chiudere la partita iraniana” in cinque giorni. Ne sono passati trenta e l’unica cosa che si è chiusa è la nostra speranza di una pace ragionevole.
Se gli obiettivi della guerra non sono chiari nemmeno a chi la guida, come si può sperare in una via d’uscita?
Forse la risposta non è nella geopolitica, ma nell’immagine di quel drone che si alza da Sigonella nel silenzio di Roma.
Ma, in ultim’analisi, siamo pronti a morire per una guerra che non capiamo, guidati da leader che mentono sapendo di mentire?




