TRUMP E IL BLUFF DEI NEGOZIATI PER COPRIRE IL DISASTRO

Prima le parole da spaccone “Quarantotto ore oppure distruggo tutte le centrali elettriche iraniane.”

Questo era l’ultimatum lanciato da Donald Trump, con la solita grazia di un elefante in una cristalleria, per costringere Teheran a riaprire lo Stretto di Hormuz.

La scadenza era fissata lunedì 23 marzo, alle 20:00 italiane.

La borsa di Parigi sprofondava a -2%, il petrolio superava i 110 dollari, il mondo tratteneva il fiato aspettando le bombe americane e i missili di Teheran, che – tutt’altro che spaventata – aveva replicato che avrebbe distrutto a sua volta impianti di desalinizzazione, centrali elettriche e impianti di gas e petrolio in tutto il Medio Oriente.

Invece, a poche ore dal termine, è arrivata la farsa.

Con un post sui social, il Presidente degli Stati Uniti ha cancellato l’apocalisse con un colpo di spugna: “Ottime conversazioni, negoziati produttivi, rinvio dell’attacco di cinque giorni”.

Il petrolio è tornato sotto i cento dollari. I mercati hanno brindato.

Ma c’è un piccolo dettaglio nella narrazione della Casa Bianca: l’Iran non ne sa nulla. I Pasdaran, le Guardie della Rivoluzione, hanno risposto in diretta: “Trump mente perché ha paura.”

Donald Trump è ufficialmente impantanato.

Si è infilato in un vicolo cieco dal quale non sa più come uscire senza perdere la faccia o far saltare in aria l’economia mondiale a pochi mesi dalle elezioni di metà mandato, dove rischia di trovarsi l’interno parlamento contro.

Il piano del “regime change” lampo è fallito. L’idea che Teheran si piegasse sotto il peso delle sanzioni e dei primi bombardamenti del 28 febbraio si è rivelata una balla spaziale venduta dai falchi di Washington.

IL FALLIMENTO DEL REGIME CHANGE E LA BUGIA DELL’ATOMICA

La giustificazione ufficiale dell’aggressione era il programma nucleare. “Stanno costruendo la bomba”, strillavano i neocons.

Peccato che i verbali dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica dicessero l’esatto contrario.

Anche durante gli ultimi giorni, i vertici di AIEA hanno confermato la totale assenza di attività per la costruzione di armi nucleari in Iran. Non solo: perfino pezzi dell’amministrazione Trump hanno ammesso che la minaccia atomica era un pretesto costruito a tavolino.

Qualcuno si è dimesso, altri si muovono con imbarazzo per quello che sembra ormai il copione delle balle già usate per aggredire l’Iraq di Saddam Hussein.

L’Iran, però, non è l’Iraq di vent’anni fa e la dimostrazione è arrivata con una gittata missilistica che ha gelato il Pentagono: quattromila chilometri. Sono quelli percorsi dai missili iraniani per colpire la base americana di Diego Garcia, nell’Oceano Indiano.

Un attacco dimostrativo, con solo due missili, un attacco chirurgico, che ha recapitato un messaggio chiarissimo a Washington e all’interna NATO: se possiamo colpire un atollo sperduto nel nulla a questa distanza, possiamo colpire Parigi, Londra, Roma e ogni singola base USA in Europa.

La superiorità tecnologica americana si è infranta contro la realtà di un nemico che ha imparato a colpire oltre l’orizzonte e, con una sola azione dimostrativa, ha polverizzato l’arroganza e la presunzione veicolati da settant’anni di propaganda hollywoodiana.

L’ULTIMATUM DIVENTATO FARSA

Perché Trump ha spostato la scadenza da 48 ore a 5 giorni?

La risposta ufficiale parla di un accordo in 15 punti. Si sussurra che l’interlocutore segreto sia Mohammad Bagher Ghalibaf, il presidente del Parlamento iraniano, uno dei pochi veterani ancora in piedi dopo le prime ondate di attacchi.

Ma è una ricostruzione che fa acqua da tutte le parti.

Da Teheran, il portavoce del governo ha negato persino di aver risposto al telefono.

La verità è più sporca. Trump ha scoperto che la minaccia di radere al suolo le centrali elettriche iraniane, quelle che permettono a 93 milioni di persone di avere luce e riscaldamento, è un’arma a doppio taglio, perché il popolo iraniano si sentirebbe tradito da chi giurava di correre in suo aiuto, mentre gli chiedeva di scendere in piazza.

Inoltre, Teheran non si è minimamente spaventata. Anzi, ha risposto con una controminaccia che ha fatto sbiancare i regnanti del Golfo, perché l’Iran ha giurato la distruzione sistematica degli impianti di desalinizzazione dell’acqua in Arabia Saudita, Emirati Arabi, Giordania e Bahrein.

Se Trump stacca la luce agli iraniani, l’Iran toglie l’acqua a 100 milioni di arabi, oltre a distruggere le basi americani, e tutti gli impianti di petrolio e gas nella regione.

È il “Modello Vietnam” applicato ai deserti, per cui non occorre vincere le battaglie campali, basta infliggere un costo politico e umanitario insostenibile all’aggressore finché questi non è costretto a dichiarare vittoria in maniera propagandistica e scappare per non prenderne ancora.

I mercati finanziari, che Trump usa come termometro della sua popolarità, lo sanno. Ogni volta che il Presidente alza i toni, Wall Street trema. Ogni volta che si inventa un negoziato inesistente, le borse respirano.

Ormai, quella degli USA è una gestione della crisi da televendita, dove il prodotto è una pace che non esiste e la moneta è il tempo guadagnato dal presidente a stelle e strisce, Wanna Marchi.

IL MISTERO DI STOCCARDA: CHI TRASMETTE IN FARSI?

Nel mezzo di questa sceneggiata da quattro soldi, è saltato fuori che un gruppo di radioamatori esperti in triangolazioni ha individuato la sorgente di un misterioso codice numerico trasmesso in lingua farsi via radio: non viene da Teheran e nemmeno dalle montagne del Kurdistan.

Il segnale parte da una base militare statunitense a Stoccarda, in Germania.

Perché una base USA trasmette messaggi in codice in lingua persiana sulle frequenze dell’intelligence iraniana? Siamo di fronte a un’operazione di false flag o è il tentativo disperato di coordinare una quinta colonna interna che però non ha mai dato segni di vita?

Il contrasto è stridente: da una parte Trump che millanta colloqui di pace, dall’altra le sue basi che trasmettono ordini cifrati nel linguaggio del nemico.

È il caos assoluto o una strategia del disordine che è sfuggita di mano ai suoi stessi creatori.

LA PISTA TURCA E IL RUOLO DI HAKAN FIDAN

Se un filo di dialogo esiste davvero, non passa per Washington.

Le tracce portano ad Ankara. Hakan Fidan, oggi Ministro degli Esteri turco, ma per anni eminenza grigia dei servizi segreti (il MIT), è l’uomo che si sta muovendo nell’ombra.

La Turchia ha tutto da perdere da un conflitto prolungato, perché confina con l’Iran, teme un esodo di milioni di profughi e dipende dai corridoi energetici.

Le registrazioni trapelate da ambienti diplomatici turchi rivelano che Fidan starebbe cercando di imbastire una triangolazione tra Teheran, il Qatar e la Casa Bianca, ma, anche qui, la discrepanza è totale.

Mentre Fidan lavora per evitare il disastro, gli alleati regionali di Trump, a partire da Israele, spingono per il colpo finale; Benjamin Netanyahu non vuole negoziati. Israele cerca la disintegrazione dello Stato iraniano.

In pratica, la superpotenza americana è diventata l’ostaggio di una potenza regionale che la trascina in una guerra che Washington non può permettersi e che non sa come chiudere né come fuggire, se non con il colpo di teatro messo in piedi da chi gestisce la comunicazione di Trump.

L’ECCEZIONE DI OFER MOSKOWITZ E IL “FUOCO AMICO”

A dimostrare quanto la narrazione ufficiale sia inquinata dalla menzogna, c’è il caso di Ofer Moskowitz.

Per giorni è stato presentato come il martire della brutalità di Hezbollah, ucciso al confine tra Israele e Libano da un missile nemico, un simbolo usato per giustificare l’escalation.

Ma ecco che ieri, nel silenzio quasi generale dei grandi network, l’esercito israeliano ha dovuto ammettere la verità: Moskowitz è stato ucciso dal “fuoco amico” di un reparto d’artiglieria israeliano che ha sbagliato traiettoria.

Hezbollah non c’entrava nulla.

Perciò, se mentono su un morto al confine, perché dovremmo credere ai “negoziati produttivi” annunciati da un Presidente che ha fatto della post-verità il suo marchio di fabbrica?

IL CONTO ALLA ROVESCIA VERSO IL NULLA

Ora il nuovo orologio segna cinque giorni. È il tempo necessario, secondo il New York Times, per far arrivare nell’area un contingente di Marines specializzato negli sbarchi.

Trump non ha rinviato l’attacco per la pace, ma lo ha fatto perché i suoi generali gli hanno spiegato che, con le forze attualmente in campo, lo Stretto di Hormuz resterebbe chiuso per mesi, affondando definitivamente l’economia globale.

Trump ha scelto la via di mezzo: il bluff.

Si è inventato una trattativa per calmare il prezzo della benzina alle pompe americane e per evitare che il mondo scoprisse che Washington è sotto scacco. Ma l’Iran non ha nessuna intenzione di recitare la parte del comprimario nel reality show della Casa Bianca.

Teheran ha capito che Trump ha paura della reazione dei mercati e continuerà a premere su quel nervo scoperto.

Cinque giorni. Poi Trump dovrà decidere: ammettere che i negoziati erano un’invenzione e lanciare bombe che faranno esplodere il prezzo del petrolio e saltare in aria l’intera economia occidentale, oppure inventarsi un altro rinvio, un altro colloquio fantasma con un altro interlocutore inesistente.

Nel frattempo, i Marines navigano verso il Golfo e gli impianti di desalinizzazione sauditi restano nel mirino dei missili iraniani.

Chi sta davvero vincendo questa partita?

Un Presidente che sposta le scadenze su un social network o un regime che, pur sotto le bombe, ha dimostrato di poter minacciare l’accesso all’acqua potabile di metà Medio Oriente e di tenere l’intero Occidente in scacco con Hormuz?

L’ultimatum è scaduto e Hormuz è ancora chiusa. Tutto il resto è aria fritta.

Chi ha mentito finora ha i giorni contati, ma il problema è che a contare non sono più gli orologi di Washington, ma i serbatoi di petrolio che si svuotano e le riserve d’acqua che iniziano a scarseggiare.

Quale sarà il prossimo colpo di teatro del Wanna Marchi della Casa Bianca?

Pubblicato da Dott. Pasquale Di Matteo

Comunicazionista, Coach | Storia, Arte e Geopolitica per la Leadership | Metodo Kinsaisei | Rappresentante Reijinsha Japan La fabbrica, il tumore, Chagall, la galleria di Parma. Per 24 anni ho ripetuto gli stessi gesti in fabbrica. Non avevo il diploma, non avevo notorietà a 500 metri da casa, avevo una voglia matta di capire il mondo, ma non sapevo cosa farmene. Poi un tumore mi ha fermato. In malattia ho aperto un blog e ho scritto di Chagall. Una galleria di Parma lesse quell'articolo. Quando sono guarito, non sono rientrato in fabbrica. Da quel momento in poi: diploma, laurea in Comunicazione, master in Politiche Internazionali con la Scuola Sole 24 Ore. Quasi 50 anni. Un ruolo che nessuno in Italia ricopre: sono il rappresentante italiano di Reijinsha, una società culturale giapponese che opera in Asia ed Europa. Nel 2024 ho portato 44 artisti giapponesi al Palazzo della Provincia di Bari e sono stato invitato a tenere una conferenza a Osaka. Hanno scritto di me in Romania, Scozia, Brasile, Giappone, Ungheria, Francia, Spagna. La mia rinascita, con tutte le sue rotture, è diventata un metodo. Lo chiamo Kinsaisei: la rinascita dorata. Non nascondere le proprie crepe, ma trasformarle in oro. Usarle come vantaggio competitivo. Un Kintsugi, ma potenziato grazie alla conoscenza della Storia, della Geopolitica e della PNR. Oggi lavoro con CEO, imprenditori e artisti che sentono che la loro prossima vita professionale è già cominciata, ma non sanno ancora come nominarla, comunicarla, venderla. Proprio com’ero bloccato io, prima del tumore. Il primo colloquio è gratuito. Scrivimi. www.pasqualedimatteo.com | info@pasqualedimatteo.com

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