LA FINE DELL’IMPERO. PERCHÉ GLI STATI UNITI HANNO GIÀ PERSO LA GUERRA SULLA REALTÀ

di Pasquale Di Matteo

Quattromila chilometri.

È questa la misura del fallimento della deterrenza americana.

Perché, quando due missili balistici iraniani sono decollati verso l’atollo di Diego Garcia, nell’Oceano Indiano, non hanno colpito solo un obiettivo militare anglo-americano, ma hanno centrato al cuore la narrazione di Washington, che parlava di capacità missilistica iraniana decapitata.

Uno è caduto per malfunzionamento, l’altro è stato intercettato, ma hanno colpito la credibilità del Pentagono.

Diego Garcia non è una base qualunque: è il “garage” dei bombardieri strategici a lungo raggio, l’avamposto che doveva essere irraggiungibile per definizione.

Ma Teheran ha appena dimostrato che non lo è più. Fine della zona sicura. Fine dell’egemonia.

«Possiamo colpirvi. Ne abbiamo le capacità.» È questo il messaggio chiaro e incontrovertibile che è arrivato.

Soltanto due missili e non una pioggia, come atto dimostrativo. È comunicazione allo stato puro. È il pugile che tira qualche colpetto ai guantoni per far vedere che ha l’allungo per colpire duro.

IL MITO DELL’IRAN IN GINOCCHIO

Mentre Donald Trump ripete ogni due minuti che l’Iran è “in ginocchio”, i fatti dicono l’esatto contrario.

La strategia americana si reggeva su quattro pilastri, tutti crollati.

Il primo: il “regime change”. Il sistema degli Ayatollah è ancora lì, più radicalizzato di prima.

Il secondo: la distruzione del programma nucleare. Fallito, perché non esisteva. È uguale alle armi chimiche di Saddam.

Il terzo: l’azzeramento della capacità missilistica. Beh, i lanci di missili sono rimasti costanti nelle tre settimane, inoltre, i lanci su Diego Garcia sono la smentita di questa tesi.

Il quarto: il blocco dei finanziamenti ai combattenti esterni regionali, ma Hezbollah e la resistenza palestinese continuano a ricevere ossigeno finanziario e militare.

Se gli Stati Uniti sono la potenza imbattibile che dicono di essere, perché hanno bisogno di raccattare decine di alleati, dalla Gran Bretagna di Keir Starmer fino ai satelliti europei, per cercare di riaprire lo Stretto di Hormuz?

Una superpotenza che chiede aiuto per gestire una crisi regionale non è una superpotenza: è un pugile suonato che si appoggia alle corde sperando che l’arbitro fermi l’incontro. Ecco, gli USA sono quel pugile e i fatti lo dimostrano.

LA PARTITA DI HORMUZ E IL BLOCCO SELETTIVO

La verità economica è più brutale di quella militare.

Lo Stretto di Hormuz non è solo un collo di bottiglia, ma un’arma a puntamento selettivo, perché l’Iran non ha chiuso lo stretto a tutti: gli basta applicare un blocco discriminatorio.

Le petroliere cinesi passano. Perché?

Perché la Cina acquista l’80% del greggio iraniano e Pechino non ha alcuna intenzione di fare da spalla alle sanzioni di Washington. Sanzioni che, peraltro, gli USA hanno appena sollevato perché sono in difficoltà come mai prima nella loro storia.

Il paradosso, infatti, è che, mentre Trump decanta vittoria, la sua amministrazione ha appena tirato via le sanzioni al petrolio iraniano. Strana vittoria, no?

In questo scenario, gli Stati Uniti giocano una partita cinica sulla pelle degli alleati.

Grazie allo shale gas, l’America è oggi un esportatore di energia. E se il prezzo del petrolio schizza, le aziende texane brindano.

Chi affonda è l’Europa, orfana del gas russo e ora ostaggio del gas del Qatar, e i partner asiatici come Giappone e Corea del Sud.

Washington chiede ai suoi alleati di sostenerla in una guerra che, economicamente, distrugge gli alleati e avvantaggia gli americani. Una forma di cannibalismo geopolitico che, tuttavia, ha le ore contate.

IL RICATTO DELLA FAME: OLTRE IL PETROLIO

Ma c’è un dato ancora più violento che viene sistematicamente ignorato dai grandi media occidentali, quelli intenti a spiegarci delle pale ottocentesche usate dai russi e altre panzane, per intenderci. Dal Golfo Persico transita il 50% dello zolfo mondiale e il 40% dei fertilizzanti azotati.

Senza questi prodotti, le rese agricole di mais, riso e grano crollano.

Bloccare Hormuz non significa solo lasciare le auto a secco a Roma o Berlino: significa scatenare la carestia nell’Africa subsahariana e l’inflazione alimentare in tutto l’Occidente.

L’Iran lo sa, perché i vertici iraniani non sono selvaggi con archi e frecce, come la propaganda occidentale decanta da sempre, ma gente con lauee e master, che i meccanismi del mondo li conosce bene.

Dovrebbero saperlo anche gli Stati Uniti, eppure, la risposta di Washington è stata quella di premere sull’acceleratore dell’escalation “massimalista”, perché Trump non vuole ammettere la sconfitta e non può ritirarsi perché Netanyahu, evidentemente, ha qualche asso da giocare con i file Epstein.

Così, il vecchio ordine mondiale interconnesso viene fatto a pezzi. Le fazioni interne agli Stati Uniti, i gruppi per cui l’escalation è la strategia, non il fallimento, stanno usando il conflitto per risolvere lotte di potere domestiche.

La guerra esterna serve a stabilizzare la fazione politica interna. Il problema è che il resto del mondo non è un fondale di cartapesta per le elezioni americane.

L’EROSIONE DEL DOLLARO E IL FALLIMENTO DELLE SANZIONI

Per vent’anni, le sanzioni sono state il bastone magico di Washington.

Oggi sono diventate un fertilizzante per mercati paralleli. Cina, Russia e India non stanno solo “aggirando” le sanzioni, ma costituiscono da tempo un’infrastruttura finanziaria alternativa. Quando l’Iran impone che il suo petrolio venga pagato in valuta cinese, non sta solo vendendo barili, ma sta scavando la fossa all’egemonia del dollaro.

La stessa cosa la provò Saddam Hussein, vendendo il suo petrolio solo in euro. Chissà come mai, dopo meno di tre anni, gli USA s’inventarono persino la balla delle armi chimiche pur di fermare quello stato di cose, che causava all’America miliardi di dollari di danni economici.

Le politiche egemoni dell’America hanno spinto i competitor globali ad adattarsi. Se le sanzioni diventano la regola e non l’eccezione, i paesi bersaglio smettono di cercare il perdono di Washington e iniziano a cercare un altro sistema.

Il dollaro resta la moneta rifugio per eccellenza, ma le sue fondamenta sono corrose dal dubbio. Un’arma che tutti conoscono e da cui tutti imparano a proteggersi è un’arma spuntata.

E con la strategia dell’Iran su Hormuz, è un’arma che vale meno delle pale ottocentesche decantate dalla propaganda antirussa. Con la differenza che, in questo caso, i problemi americani sono reali e gravissimi.

LA MONARCHIA ANARCHICA E IL CASO JOE KENT

Le dimissioni di Joe Kent sono il sintomo di una metastasi nel movimento MAGA.

Kent, un uomo del sistema che ha voltato le spalle al sistema, ha denunciato l’anarchia americana. Un’amministrazione spaccata tra isolazionisti che non vogliono più morire per gli interessi di Netanyahu e pazzi interventisti che sognano ancora il grande incendio mediorientale.

Trump urla alla vittoria, mentre i suoi uomini migliori se ne vanno perché capiscono che gli Stati Uniti sono stati trascinati in una guerra suicida da un alleato, Israele, che ha obiettivi divergenti da quelli nazionali americani.

Gerusalemme cerca l’espansione territoriale e l’eliminazione della resistenza palestinese; Washington vorrebbe stabilità per contenere la Cina. Le due cose sono incompatibili.

Netanyahu ha arruolato Trump nella sua guerra personale e l’America ora sta pagando il conto a debito: undici miliardi di dollari solo nei primi dieci giorni di conflitto, tanto che l’amministrazione Trump ha già dovuto chiedere 200 miliardi di dollari al Congresso per finanziare questa guerra.

Ma non doveva durare ancora pochi giorni perché l’Iran era sconfitto?

LA VITTORIA SULLA CARTA, LA SCONFITTA SULLA MAPPA

Gli Stati Uniti possono continuare a produrre tabelle sui “danni chirurgici” inflitti alle basi missilistiche iraniane. Così come Israele può continuare a controllare quello che tre miliardi di persone vedono sui social.

Ma la realtà non si cancella con un algoritmo di censura.

Se Diego Garcia non è più irrangiungibile, se non puoi colpire le basi e le fabbriche di missili iraniane all’esterno dell’Iran e nascoste dalle montagne inaccessibili al suo interno, se non puoi garantire che i fertilizzanti arrivino nei porti europei, se non puoi impedire che i tuoi nemici commercino in yuan con i tuoi principali competitor, allora hai già perso.

La guerra non si perde solo quando si firma un trattato di resa, ma anche quando si diventa irrilevanti per la sicurezza dei propri alleati e prevedibili per l’audacia dei propri nemici.

Quattromila chilometri di gittata iraniana hanno appena ridisegnato la mappa del mondo e hanno tremendamente ridimensionato l’influenza degli Stati Uniti, che sono ancora seduti sul trono, ma la corona sembra diventata troppo pesante per una monarchia che ha dimenticato come si governa la realtà.

Chi comanda davvero nello Stretto di Hormuz oggi?

Certamente non è la flotta americana, impegnata a chiedere aiuto agli alleati.

Per la prima volta dalla Seconda Guerra mondiale, chi decide quale nave può passare e quale deve bruciare non parla inglese.

E questa è la dimostrazione incontrovertibile di chi sta vincendo questa guerra.

Ora Trump ha solo due soluzioni: ammettere la sconfitta, ritirare le truppe americane dal Medio Oriente e lasciare Israele a se stesso, ma ciò comporterebbe i file Epstein e il declino del potere americano.

In tal caso, è molto probabile che i produttori di petrolio, intuendo la debolezza di chi dovrebbe difenderli, chiedano protezione alla nuova superpotenza cinese, vendendo anche il loro petrolio in Yuan e creando il petroyuan.

La seconda ipotesi è svuotare gli arsenali sull’Iran, colpendo le infrastrutture energetiche del Paese, – mossa che colpirebbe al cuore quella popolazione iraniana che l’America sostiene di voler aiutare, – ma la rappresaglia iraniana finirebbe fino all’ultimo missile a disposizione per distruggere impianti di desalinizzazione, basi militari e raffinerie di gas e petrolio in tutta la regione, lasciando l’Occidente all’asciutto e il Medio Oriente senza acqua potabile.

A quel punto, gli americani non avrebbero più contro soltanto l’Iran, ma centinaia di milioni di persone pronte a chiedere la testa di chi avrebbe compiuto quel disastro.

In un modo o nell’altro, Trump ha perso.

Come ne uscirà?

Comincerà a parlare di vittoria totale, di obiettivi centrati, di lasciare un piccolo controllo in zona, mentre richiamerà il grosso delle truppe e si ritirerà lentamente dal Medio Oriente. In sordina, lontano dalle telecamere.

Un po’ come quando Kennedy ritirò i missili dalla Turchia, dopo l’accordo con Krusciov, ma senza divulgarlo alla stampa, per non far capire che gli USA non avevano affatto vinto lo scontro su Cuba.

ALCUNE FONTI

Pubblicato da Dott. Pasquale Di Matteo

Comunicazionista, Coach | Storia, Arte e Geopolitica per la Leadership | Metodo Kinsaisei | Rappresentante Reijinsha Japan La fabbrica, il tumore, Chagall, la galleria di Parma. Per 24 anni ho ripetuto gli stessi gesti in fabbrica. Non avevo il diploma, non avevo notorietà a 500 metri da casa, avevo una voglia matta di capire il mondo, ma non sapevo cosa farmene. Poi un tumore mi ha fermato. In malattia ho aperto un blog e ho scritto di Chagall. Una galleria di Parma lesse quell'articolo. Quando sono guarito, non sono rientrato in fabbrica. Da quel momento in poi: diploma, laurea in Comunicazione, master in Politiche Internazionali con la Scuola Sole 24 Ore. Quasi 50 anni. Un ruolo che nessuno in Italia ricopre: sono il rappresentante italiano di Reijinsha, una società culturale giapponese che opera in Asia ed Europa. Nel 2024 ho portato 44 artisti giapponesi al Palazzo della Provincia di Bari e sono stato invitato a tenere una conferenza a Osaka. Hanno scritto di me in Romania, Scozia, Brasile, Giappone, Ungheria, Francia, Spagna. La mia rinascita, con tutte le sue rotture, è diventata un metodo. Lo chiamo Kinsaisei: la rinascita dorata. Non nascondere le proprie crepe, ma trasformarle in oro. Usarle come vantaggio competitivo. Un Kintsugi, ma potenziato grazie alla conoscenza della Storia, della Geopolitica e della PNR. Oggi lavoro con CEO, imprenditori e artisti che sentono che la loro prossima vita professionale è già cominciata, ma non sanno ancora come nominarla, comunicarla, venderla. Proprio com’ero bloccato io, prima del tumore. Il primo colloquio è gratuito. Scrivimi. www.pasqualedimatteo.com | info@pasqualedimatteo.com

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