di Danilo Preto
Lusso, yacht, isola privata, milionario secondo Forbes, il compagno Fidel (1926-2016) amava una bella vita, che il suo popolo non poteva permettersi, e le belle donne. In pubblico era un rivoluzionario duro e puro in privato era un po’ come Tito, il dittatore jugoslavo, più monarca che proletario.
Il padre di Castro possedeva una fattoria di 21.650 acri a Mayari nella provincia di Oriente, a Cuba. Fidel Castro e i suoi fratelli ereditarono la fattoria nel 1957.
È impossibile sapere il valore di questa terra perché Cuba non consente transazioni di libero mercato ma guardando alcuni paesi insulari limitrofi possiamo stimare il valore di tra i 6000 e i 30.000 € per acro. Daccordo, valori molto diversi fra loro, ma anche ragionando sul valore più basso non possiamo dire che fosse figlio di un proletario.
Il velo su questo aspetto poco conosciuto del “Lìder Màximo” è stato sollevato dal tenente colonnello Reinaldo Sanchez, uno dei suoi pretoriani, che gli ha coperto le spalle per 17 anni.
Sanchez rivela di averlo scortato più volte fino a Cayo Piedra, un isolotto poco più a sud della Baia dei Porci trasformato in un paradiso terrestre, ma off limits per i cubani. Una specie di isola di Brioni che il Maresciallo Tito aveva di fronte alla costa istriana.
Castro lì ospitava gli ospiti importanti come Gabriel Garcia Marquez e amava salpare per l’isola con lo yacht Aquarama II in raro legno angolano che gli era stato regalato dal boss comunista sovietico Leonid Breznev.
Cayo Piedra oltre a possedere un eliporto e residenze di lusso, ospita delfini e tartarughe per intrattenere gli ospiti come, ad esempio, il fondatore della CNN Ted Turner e l’ultimo leader della ex Germania Est, Erich Honecker.
Amante della bella vita, del whisky Chivas invecchiato 12 anni e dei film di guerra e pace, ma nella versione sovietica lunga e pesante, il suo pseudonimo guerriero era Alejandro cioè Alessandro Magno ed era convinto che Cuba fosse di sua proprietà.
Nelle sue residenze cubane a L’Avana non si faceva mancare nulla compresa una pista da bowling, un campo da pallacanestro, piscine, jacuzzi, sauna e un piccolo ospedale personale.
La rivista Forbes ha inserito Castro nella sua famosa lista mondiale dei milionari definendolo uno dei più ricchi fra re, regine e dittatori.
Questo accostamento fece infuriare il Lìder Màximo che si scagliò per ore in tv contro queste rivelazioni sostenendo sempre che viveva con una manciata di pesos al mese come gran parte dei cubani.
In realtà le stime della fortuna personale di Castro si aggirano intorno ai 900 milioni di dollari nel 2006. Secondo alcune fonti, avrebbe il controllo addirittura di una banca in Inghilterra e avrebbe fatto mettere in piedi circa 270 società in giro per il mondo.
Ma secondo l’ex Ministro dell’Industria cubano, Arturo Guzmàn Pascual, la fortuna di Fidel è di 1,2 miliardi di dollari. Secondo lui, in un’intervista all’emittente Mega tv di Miami, la “Cassa del Comandante Capo” è il fondo che riceve più risorse nello stato. Se ne sono poi altre due: una gestita dal Consiglio di Stato in mano al fratello Raùl e un’altra per coprire le necessità della società e del Ministero dell’Economia.
Sempre secondo Pascual, Fidel ha conti per 200 milioni di dollari in Svizzera.
Ha avuto diverse mogli, amanti e almeno otto figli.
Non mancarono certamente i tentativi di colpi di mano nel tentativo di destabilizzare il regime e, parlando di Cuba, ricordiamoci il fallito colpo di stato della Baia dei Porci da parte degli USA e il confronto navale vis a vis fra Russia e Stati Uniti quando gli USA scoprirono l’installazione di basi missilistiche sovietiche sul territorio dell’isola. Allora sostenuto pesantemente dalla URSS.
Le origini della sua ricchezza indicavano il controllo delle aziende di Stato inclusi i profitti derivanti della commercializzazione di farmaci prodotti a Cuba e presunte partecipazioni in miniere d’oro. Castro ha comunque descritto le accuse sulla sua ricchezza come infamanti affermando di non possedere denaro personale.
Castro ha governato per cinque decenni Cuba con il pugno di ferro e la sua morte è stata celebrata da alcuni come la fine di un’era di repressione e autoritarism.
E non sorprende che anche per lui ci sia un 11 come data significativa. L’undici maggio 2015, Fidel Castro ha ricevuto nella sua casa all’Avana il Presidente francese Francois Hollande in una delle rare visite internazionali dell’epoca. Ma tre anni dopo, sempre nella stessa data, 11 maggio, il quotidiano ufficiale cubano Granma, annuncia la presentazione del libro “100 ore con Fidel” in varie province cubane. Niente di grave. Ma è una data che ricorre anche nelle mie precedenti presentazioni per altri leader….
Tutto questo riguarda Fidel, ma il Che era il suo fidato “PR” e non poteva certo essere un comprimario.
Ernesto “Che” Guevara de la Serna (1928-1967) è stato un rivoluzionario, guerrigliero, scrittore, politico, medico argentino, Ministro dell’Economia e dell’Industria di Cuba dal 1961 al 1965, Presidente del Banca Centrale di Cuba dal 1959 al 1961.
Che Guevara, ancora oggi, è un complesso connubio tra idealismo rivoluzionario, simbolo culturale pop e icona della resistenza antimperialista. Oltre alla guerriglia lasciò un’impronta profonda nella cultura cubana, la lotta per la giustizia sociale e un’immagine trasformate in marketing globale.
La sua immagine è un’icona mondiale di ribellione, utilizzata da movimenti studenteschi, marxisti e nelle culture di massa. Rappresenta la lotta contro l’establishment ed il capitalismo, spesso evocato come l’uomo nuovo e simbolo di lotta armata per la liberazione.
È stato descritto non solo come un mito ma come un ideologo della pianificazione centrale contro la legge del valore, cercando di liberare l’essere umano dalla “condizione di cosa economica”. Sopravvive ancora oggi come icona controversa ma immensamente potente oscillando tra la venerazione rivoluzionaria e la commercializzazione della sua immagine.
Il Che Guevara incarnava negli anni a cavallo fra il 1960 e il1970 il sogno di tutti i rivoluzionari del mondo (immaginari o reali) che pensavano di sovvertire l’ordine precostituito con fantasiosi cambi di registro istituzionale in un batter d’occhio. E senza fare la rivoluzione che ha un costo, anzi più di uno. Morti compresi.
Quanti “rivoluzionari” sessantottini, o giù di lì, sognavano il tutto, subito e gratis, a spese degli altri, come facevano ipotizzare quei regimi. Scuola gratis, ospedale gratis, case gratis per tutti, stipendio di stato sicuro, anche se basso, ma senza affaticarsi troppo. Nessuna preoccupazione insomma.
Ma era bello sognare nuove avventure istituzionali sulle spalle degli altri. Non c’era niente da perdere e il rischio era degli altri. Questo nell’immaginario collettivo di chi stava già bene e vagheggiava un mondo alla pari per gli altri.
Un po’ quello che era successo negli anni della rivoluzione comunista (allora la chiamavano socialista) subito dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale con i tentativi di influenzare i nuovi governi post-bellici allargando l’influenza a ovest, nel Centro e Sud America e in Africa dove si pensava fosse possibile espandere il verbo socialista, inteso alla russa, che allora incarnava l’autentico registro alternativo nell’immaginario delle masse assetate di giustizia e affamate di pane. Gratis o quasi.
Tuttavia, il rapporto di Che Guevara con Fidel rimane una parte importante della sua eredità. Guevara era un fedele seguace di Castro e ha svolto un ruolo cruciale nella rivoluzione cubana.
La sua morte in Bolivia nel 1967 mentre tentava di fomentare rivoluzioni in altri paesi latinoamericani fu un colpo devastante per Castro e per il movimento rivoluzionario cubano.
Tuttavia, Guevara non avrebbe potuto muoversi senza l’aiuto incondizionato, anche economico, di Fidel.
Ma, ritorniamo al nostro. Di lui si ricorda un bellissimo e infuocato intervento alla Assemblea Generale delle Nazioni Unite a New York l’undici (11? – vedi Arafat, Saddam Hussei,..) dicembre del 1964 contro l’imperialismo statunitense e in difesa della sovranità cubana, concludendo con il suo slogan “Patria o Muerte”.
Ed è forse il ricordo più bello che possiamo avere del Che perché, quando c’è una rivoluzione dura e pura, indipendentemente dai risultati, va rispettata per la coerenza filosofica e culturale che incarna.




