di Danilo Preto
Io partirei però da Khomeini che era in esilio, prima in Tunisia e poi in Francia, il quale, dopo una rivolta popolare nel 1979, contro lo Scià Mohammad Reza Palhawi, di quella che fino al 1939 si chiamava Persia, è ritornato trionfante in patria dal suo esilio dorato (più facile in Francia che in Turchia) dove ha potuto lavorare indisturbato e registrare i suoi sermoni diffusi nel suo paese d’origine, rilasciando 122 interviste ai media internazionali e suscitando molto interesse.
Era il primo febbraio 1979 ma l’11 febbraio, 10 giorni dopo, il regime dello Scià collassa e dà il via libera al regime komeinista. – Ma guarda un po’: 11 sembra essere il numero predestinato in questi contesti (vedi articolo su Arafat).
Khomeini rientrato in patria instaura subito un governo teocratico e si dedica da subito alle espropriazioni di pozzi di petrolio, banche, proprietà lasciate libere dopo la caduta dello Scià e con la sua teoria influenza anche la Nigeria, l’Iraq e gli Hezbollah in Libano.
Muore Il 3 giugno 1989 per un tumore all’intestino dopo 11 (ma va!) giorni di ricovero in ospedale.
Il lascito di Khomeini alla sua morte non si identifica con una ricchezza personale privata, ma con la creazione di un sistema di fondazioni religiose e caritatevoli (Bonyad) e organizzazioni parastatali che oggi controllano una fetta enorme dell’economia iraniana. Il pilastro principale è la Setad cioè la sede per l’esecuzione degli ordini dell’imam.
La Setad, che era stata creata inizialmente per gestire e vendere le proprietà abbandonate durante il caos della rivoluzione del 1979, si è trasformata in un colosso finanziario sotto il controllo diretto della guardia Suprema.
Il valore stimato è di circa il 95 miliardi di dollari e opera in ogni settore produttivo: petrolio, telecomunicazioni, finanza, agricoltura. Per la verità, la fonte più documentata sui fondi, rimane un’inchiesta della Reuters del 2013 che stimava il valore del conglomerato in circa 200 miliardi.
La Setad non risponde al Parlamento o al governo ma esclusivamente alla guida Suprema. Questo garantisce al regime una base economica e indipendente dalle entrate petrolifere statali.
Khomeini ha promosso una visione economica basata sull’autosufficienza e sull’indipendenza dall’Occidente che ha certamente dato i suoi frutti economico finanziari.
Ma anche tutte le distorsioni, se guardiamo con l’occhio occidentale, rispetto ai diritti civili e alla condivisione dei valori comuni regalando immunità e privilegi ad alcune caste ideologiche molto potenti e presenti nell’Iran.
Saltiamo di pari passo a Khamenei e alla sua Fondazione che vale più dell’export iraniano. Non mi dilungo sull’attacco americano che ha messo fine all’esistenza terrena della guida Suprema. Vorrei invece ragionare, con le notizie che abbondano in questo momento, sullo sfondo economico-finanziario lasciato dal de cuius.
La nomina dell’Ayatollah Ali Khamenei come guida Suprema della Repubblica islamica dell’Iran dal 1989 segna la fine di un’era durata 37 anni alla guida del sistema politico iraniano e apre un nuovo dibattito sull’eredità politica, sulla sua ricchezza e sulla rete economica da lui controllata.
La Guida Suprema in Iran è la massima autorità politica e religiosa, la figura di rappresentanza che sovrintende alle grandi strutture economiche e alle entità create dopo la rivoluzione islamica del 1979.
Spesso viene tutto vestito con i panni delle fondazioni rendendo impermeabili le informazioni sull’attività mentre il controllo è chiaramente affidato alla Guida Suprema.
Queste organizzazioni godono di ampie esenzioni fiscali e non sono soggette a controlli pubblici. I beni sotto il loro controllo si avvicinano ai 95 miliardi di dollari.
La Fondazione Mostazafan è considerata uno dei più grandi conglomerati del Medio Oriente, con aziende nei settori dell’edilizia, minerario, alimentari, dei trasporti e del turismo.
Non ci sono documenti pubblici che dimostrino che Khamenei possedesse direttamente miliardi di dollari in conti personali o proprietà private a suo nome, tuttavia, la sua autorità su fondazioni e conglomerati multimiliardari gli conferiva un’influenza diretta su una parte significativa dell’economia iraniana anche se, apparentemente, sembrava che la sua vita fosse quasi monastica.
Adesso la sua morte solleva molti interrogativi sul destino di questa rete economica, ma dato che la nuova Guida Suprema che è già stata nominata ed è il secondogenito dei sei figli di Khamenei, Mojtaba, ed avrà il potere anche di rivoluzionare i meccanismi interni, si può immaginare che qualsiasi cambiamento nella loro direzione avrà un impatto diretto sulla stabilità finanziaria e politica dell’Iran.
Ora toccherà a Mojtaba Khamenei guidare l’Iran.
È già stato nominato Guida Suprema ed è considerato una figura chiave nella gestione di questo impero e nel controllo dei canali finanziari legati al potere, con influenzali che su fondazioni paramilitari.
Non si è ancora visto in pubblico; sembra che abbia subito molte ferite nell’attentato che ha ucciso il padre e che ora sia ricoverato in un ospedale in Russia. Naturalmente stando ai “si dice”. Di lui è stato diffuso un messaggio audio in cui indica la continuità dell’attività intrapresa dal padre Ali.
Nella logica di un pensiero strategico-elettivo ora dominante che deve continuare.
Mojtaba, secondo una indagine di Bloomberg news pubblicata a gennaio 2026 ha rivelato che abbia costruito un impero immobiliare globale del valore di oltre 100 milioni di sterline solo nel Regno Unito.
I fondi provengono principalmente dalle vendite di petrolio iraniano e sono stati fatti transitare su conti in banche britanniche, svizzere del l Liechtenstein e degli Emirati Arabi Uniti tramite società fantasma registrate a Saint Kitts and Nevis e nell’isola di Man.
Tra le strutture più documentate figura una villa su The Bishop’s Avenue a Londra acquistata nel 2014 per 33,7 milioni di sterline, un hotel di lusso a Francoforte e Maiorca una villa nel Beverly Hills di Dubai e beni in precedenza detenuti a Toronto e Parigi.
Nessuno di questi beni è intestato direttamente a Mojtaba ma si fa il nome del banchiere iraniano Ansari già sanzionato dal governo britannico nel 2025 per aver finanziato i guardiani della rivoluzione iraniani.
La cosa curiosa è che, oltre alle undici ville di cui Mojtaba avrebbe la disponibilità a Londra, vi siano anche due appartamenti di lusso a poca distanza da Kensington Palace, la residenza londinese dei principi del Galles William e Kate Middleton, ma anche nelle immediate vicinanze dell’ambasciata israeliana di Londra.
Qualche indiscrezione dice addirittura che le finestre si affaccino sul giardino dell’ambasciata.
Tralascio per decenza le vicende personali e di famiglia di Mojtaba legate a visite per la fertilità a Londra ed altre meno nobili ma comunque già conosciute dalle cronache.
Ma c’è qualcosa di grottesco nel ritratto che emerge del secondogenito di Khamenei. Da una parte l’Iran dei sacrifici imposti al popolo, delle sanzioni, della propaganda austera, della morale rivoluzionaria agitata come clava.
Dell’altra, almeno secondo le ricostruzioni circolate sulla stampa internazionale, una vita fatta di proprietà di lusso, società schermate, cure private a Londra e patrimoni immobiliari che raccontano un’altra verità: quella di un’élite che predica il rigore e pratica il privilegio.




