Teheran vive un blackout informatico che ha trasformato la Repubblica Islamica in una scatola nera, dove i segnali di fumo della propaganda di regime si scontrano con i boati dei bombardamenti nelle periferie industriali.
Lungo lo Stretto di Hormuz, intanto, lungo quell’arteria indispensabile all’economia mondiale, l’acqua è diventata un tappeto d’acciaio e petrolio dove centinaia di navi cisterna oscillano immobili, prigioniere di una paralisi che costa miliardi di dollari ogni ora e che ha trasformato le rassicurazioni dei Lloyd’s di Londra in polvere.
Siamo al ventesimo giorno di un conflitto che molti, a Washington e Tel Aviv, avevano immaginato come una “decapitazione chirurgica” in stile Venezuela e che, invece, si sta rivelando una metastasi geopolitica senza precedenti, capace di divorare sia la stabilità del Medio Oriente sia le fondamenta del consenso politico interno americano.
L’assassinio di Ali Larijani, il Segretario del Consiglio Supremo di Sicurezza nazionale, avvenuto pochi giorni dopo l’eliminazione della Guida Suprema Ali Khamenei, segna il punto di non ritorno della diplomazia mondiale, perché Larijani non era semplicemente un falco o un pragmatico, categorie ormai desuete per chi mastica la complessa sociologia del potere teocratico, bensì il perno gravitazionale che armonizzava le diverse anime del sistema.
Era il punto di sutura tra i Pasdaran assetati di scontro, di sangue e di violenza, e la necessità di un dialogo sotterraneo con le cancellerie occidentali e asiatiche.
Era l’uomo su cui parte dell’Amministrazione Trump puntava per una strategia d’uscita dal pantano iraniano, ma che Israele vedeva come un pericolo, perché se gli USA li lasciassero da soli contro l’Iran…
Tracciato dai servizi israeliani mentre imprudentemente si mescolava alla folla durante la giornata di al-Quds, la sua scomparsa lascia il giovane Mojtaba Khamenei in balia di un apparato militare che non conosce più la lingua della negoziazione, ma solo quella della sopravvivenza bellica.
In pratica, gli americani e gli israeliani hanno ucciso l’unico iraniano in grado di dialogare e dato l’assist a chi vorrebbe incendiare la guerra, colpendo senza sosta tutte le raffinerie di gas e petrolio del Medio Oriente, per uccidere alla fonte non solo gli USA, ma l’intero Occidente.
Senza la capacità di mediazione di Larijani, l’Iran non ha più soggetti capaci di trattare ed è un organismo ferito in balia di chi vuole guerra e vendetta.
Oggi non esiste nessuna minaccia iraniana legata al nucleare, come ha sottolineato più volte l’unica agenzia internazionale che ha davvero voce in capitolo, l’AIEA (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica) e il capo dell’intelligence statunitense Tulsi Gabbard, ma questi omicidi cambiano l’orizzonte: l’Iran vivrà i prossimi anni con l’unico obiettivo di farla pagare a USA, Israele e a tutti i loro alleati nella maniera più devastante e tragica possibile.
Dall’altro lato dell’oceano, il mito del “Rally Around the Flag”, quel fenomeno per cui gli americani si stringono intorno alla bandiera e che salvò la popolarità di Bush Jr. dopo l’11 settembre, nel caso di Trump si sta sgretolando sotto il peso delle bare che tornano alla base di Dover e di un’inflazione energetica che sta per mettere in ginocchio l’inverno dell’intero Occidente.
Donald Trump, come uno di quei dittatori tragicomici del cinema, continua a proclamare una vittoria imminente, a dire che il nemico è stato distrutto dalla potenza militare statunitense, ma la sua maschera da boss del quartiere mostra crepe profonde, specialmente dopo che Joe Kent, l’eroe decorato della destra MAGA e architetto dell’antiterrorismo, ha rassegnato le dimissioni denunciando il tradimento della promessa originaria di porre fine alle “guerre infinite”.
E Kent non è certo una voce isolata, ma ha amplificato quella di un malessere che attraversa trasversalmente l’elettorato conservatore e quella sensazione che si stia versando sangue americano non tanto per la sicurezza nazionale, ma per soddisfare la “Dottrina dell’1%” dei neoconservatori, quella hybris intellettuale che trasforma ogni minima probabilità di minaccia in una certezza che giustifica la distruzione preventiva, e per sviare l’opinione pubblica e i media dalle realtà violentissime e brutali dei rapporti di Trump e di tanti pezzi da novanta americani con Epstein.
Lo stesso vicepresidente, JD Vance, uno dei più contrari a ogni guerra esterna, è palesemente in disaccordo con il tycoon, tanto che le sue apparizioni pubbliche sono, ormai, un evento d’eccezione, così come le sue esternazioni non somigliano affatto a quelle che lo contraddistinguono, ma sembrano ripetere a pappagallo testi istituzionali scritti in politichese da altri.
Mentre Washington cerca disperatamente alleati che non arrivano per salvare gli Stati Uniti dal disastro che hanno causato nello stretto di Hormuz, con l’Europa che risponde con un gelido rifiuto e i giganti asiatici che osservano il caos con un distacco calcolato, la Russia di Putin incassa i dividendi di questa follia collettiva e se la ride di gusto.
Ogni barile di petrolio che rimane bloccato a Hormuz si trasforma in miliardi di rubli per le casse del Cremlino, permettendo a Mosca di finanziare la propria economia di guerra a scapito di una Ue che ha rinunciato alla propria autonomia energetica per legarsi a un fornitore americano ora distratto e costosissimo.
E che rende insostenibile non solo inviare armi all’Ucraina, – come ha ribadito il Primo ministro belga pochi giorni fa, – ma persino tenere aperte le aziende a Berlino, a Milano e a Parigi.
La Cina, dal canto suo, si espande nel vuoto di potere lasciato dagli Stati Uniti nel Pacifico, consapevole che più l’America spende i suoi missili da milioni di dollari per abbattere droni iraniani da poche migliaia di dollari, più il secolo asiatico accelera la sua ascesa inevitabile.
Pechino, in silenzio e basita dalla scelleratezza americana, si prepara a ricevere lo scettro di padrone del mondo dagli USA, che sono ormai un giocatore con troppi debiti, con poche carte in mano e senza la possibilità di attingere al mazzo.
È un paradosso sociologico affascinante e tragico: la superpotenza che voleva “spaventare” il mondo sta finendo per spaventare solo i propri alleati e i propri cittadini, costringendo persino nazioni storicamente neutrali come Svezia e Finlandia a chiedersi se l’ombrello della NATO non sia diventato, in realtà, un parafulmine per i disastri altrui.
Ciò che, d’altro canto, la Storia dimostra essere stato almeno… negli ultimi settant’anni.
L’ideologia che muove questo conflitto non è solo politica, ma è intrisa di un fanatismo religioso che vede nel sionismo cristiano degli evangelici americani il motore di una profezia auto-avverante.
Questi gruppi, che vedono la guerra come il catalizzatore necessario per l’Armageddon e la seconda venuta di Cristo, esercitano su Trump una pressione elettorale che non ammette ritirate, trattando lo stato ebraico non tanto come un alleato politico, ma come uno strumento teologico per i propri fini apocalittici.
In tale scenario, l’uso di armi nucleari tattiche cessa di essere un tabù per diventare un’opzione razionale all’interno di una logica neocon che non accetta la parità del rischio o la complessità del negoziato, e nemmeno un’ennesima sconfitta come in Vietnam o in Afghanistan.
L’attacco statunitense-israeliano vicino alla centrale di Bushehr, pur non avendo causato disastri strutturali, è il monito finale, perché il realismo politico è stato sacrificato sull’altare di un radicalismo che non distingue più tra sicurezza e distruzione totale.
L’importante è vincere, costasse anche milioni di vite innocenti.
Il risultato è una “superbia” che precede la caduta, un sistema di deterrenza che, invece di prevenire l’attacco, ha finito per invitarlo e per creare i presupposti per un futuro fatto di voglia di sangue e di vendetta.
L’Iran ha imparato dalle guerre precedenti, sa che per vincere deve solo non sparire, e sta applicando una strategia di logoramento che sfrutta ogni debolezza del mercato occidentale.
Gli Emirati Arabi, il Bahrein, l’Arabia Saudita sono nazioni che si credevano al sicuro sotto lo scudo stellato, ma scoprono oggi che l’alleanza con Washington le ha rese bersagli privilegiati di una pioggia di fuoco che non risparmia né le infrastrutture energetiche né la stabilità sociale.
Di conseguenza, i loro petroldollari che arricchivano l’America rischiano di non realizzarsi più, mandando in fumo le loro ricchezze, ma anche la fonte primaria dell’egemonia economica degli USA.
Se il piano di Trump era riportare l’ordine, l’unica cosa che ha ottenuto è stato l’ingolfamento dell’economia occidentale, il rischio di perdere i petroldollari indispensabili per l’America, e una perpetua sete di vendetta e di sangue che accompagnerà noi e i nostri figli per i decenni, lasciando i cittadini europei a guardare con terrore le bollette di un inverno che si preannuncia il più buio e freddo dalla Seconda Guerra mondiale.
La storia, quella vera, non si scrive con i tweet trionfali o con le conferenze stampa in stile cinema di Hollywood, ma con le conseguenze di decisioni prese ignorando la realtà sul campo, la storia, la geopolitica, la conoscenza di un popolo lontanto.
E, oggi, l’ignoranza e la mancanza di competenze di Trump e dei suoi consiglieri ci dimostra che l’impero è nudo, isolato e pericolosamente vicino al bordo dell’abisso.
Solo che a picco ci finiscono pure gli alleati. E indovina qual è il Paese più vulnerabile…?




