L’IRAN STA POLVERIZZANDO IL PETROLDOLLARO. ENERGIA, FANATISMO E FINANZA STANNO DISINTEGRANDO L’ORDINE MONDIALE

Oggi il barile di Brent è arrivato intorno ai 120 dollari, mentre il gas naturale in Europa ha subito un rincaro del 30% nel giro di poche, asfissianti ore, che annunciano chiusure di imprese e famiglie sotto i ponti.

È un dato freddo, numerico, che scivola tra i led delle borse mondiali con la spietata indifferenza tipica dei mercati finanziari. Eppure, dietro a queste cifre si nasconde il collasso di un’intera architettura geopolitica, un sisma che l’opinione pubblica, narcotizzata da una narrazione mediatica superficiale e frammentata, fatica a decodificare.

La storia non si muove per compartimenti stagni e quella che stiamo vivendo oggi, in questo sanguinoso marzo del 2026, non è semplicemente l’ennesima crisi in Medio Oriente innescata dal bombardamento israeliano del sito di gas iraniano di South Pars e dalla conseguente rappresaglia di Teheran sulle infrastrutture energetiche del Golfo.

Questa è una cortina fumogena.

Il vero conflitto, quello che determinerà il volto del ventunesimo secolo, si sta combattendo su una scacchiera tridimensionale dove idrocarburi, fanatismo religioso e, soprattutto, l’egemonia del dollaro americano si fondono in un cocktail letale.

L’ILLUSIONE ENERGETICA E LA TRAPPOLA EUROPEA

Partiamo dalla materia, dall’energia.

L’attacco di Israele a South Pars, il più grande giacimento di gas al mondo, condiviso paradossalmente con il Qatar (un alleato statunitense), ha scoperchiato il vaso di Pandora della vulnerabilità occidentale.

La rappresaglia iraniana, chirurgica e mirata contro i nodi energetici di Doha, degli Emirati Arabi e dell’Arabia Saudita, ha dimostrato che chi controlla i colli di bottiglia fisici della globalizzazione, controlla il battito cardiaco dell’Occidente.

Detta in gergale: l’Iran ci tiene per le palle.

L’Europa, energivora e cronicamente dipendente dalle importazioni di Gas Naturale Liquefatto (GNL) statunitense e mediorientale, si ritrova ostaggio delle proprie miopie strategiche distillate in venti pacchetti di sanzioni alla Russia e in contratti a prezzo quadruplo siglato con USA e altri paesi.

Pechino, che nell’ultimo decennio ha investito massicciamente nelle energie rinnovabili, ha costruito uno scudo sistemico contro lo shock dei combustibili fossili, trasformando una debolezza geografica in un vantaggio asimmetrico incalcolabile.

Noi paghiamo le accise; loro ridisegnano le mappe del potere.

Le nostre accise sono momentanee e servono a poco più di nulla, la loro visione strategica è durevole e porterà alla leadership mondiale.

QUANDO L’APOCALISSE DIVENTA AGENDA POLITICA

Ma per comprendere intimamente l’irrazionalità apparente di questa escalation, dobbiamo fare un passo oltre l’economia ed entrare nei meandri oscuri della psicologia delle masse e della sociologia delle religioni.

Le guerre si combattono per le risorse, ma si vendono ai popoli attraverso i miti. E oggi, il mito dominante è quello della fine dei tempi.

Stiamo assistendo a una terrificante convergenza di tre agende di fanatismo, tre narrazioni apocalittiche che siedono letteralmente nelle stanze dei bottoni.

Da un lato abbiamo l’Iran, la cui impalcatura statale si regge su un’ideologia che inquadra la resistenza contro l’imperialismo americano e il sionismo come la preparazione necessaria per il ritorno del Dodicesimo Imam, il Mahdi.

Non si tratta di mera retorica anti-occidentale, bensì di un dovere teologico in cui il martirio dei propri leader è una tappa messa in conto nel disegno divino.

Dall’altro lato, troviamo un asse Israele-Stati Uniti che risponde con lo stesso parossismo messianico.

A Washington, l’amministrazione si affida a figure come il Segretario della Difesa Pete Hegseth, portatore sano di un’ideologia cristiana dominionista, i cui tatuaggi, come la Croce di Gerusalemme e il motto “Deus Vult”, non sono vezzi estetici, ma manifesti programmatici. Sono tatuati nel cervello più che sulla pelle.

Per una vasta fetta dell’elettorato evangelico e per questi “sionisti cristiani”, il ritorno degli ebrei in Israele e l’imminente, potenziale distruzione della Spianata delle Moschee per ricostruire il Terzo Tempio non sono eventi politici, ma prerequisiti per la “Grande Tribolazione” e il ritorno di Cristo.

Donald Trump non viene valutato per la sua statura morale, ma viene venerato come un unto da Dio, per compiere le Sacre Scritture.

In mezzo c’è il governo di Benjamin Netanyahu, che strumentalizza il fervore del movimento ultra-ortodosso Chabad-Lubavitch e usa la retorica biblica dello scontro totale contro “Amalek” per giustificare mosse politicamente e militarmente estreme.

Quando due potenze nucleari e una missilistica smettono di ragionare in termini di deterrenza geopolitica e iniziano a muoversi per assecondare profezie millenaristiche, la razionalità diplomatica cessa di esistere e il dialogo muore nel momento in cui il tuo nemico diventa l’Anticristo.

E in questa guerra, gli Anticristo sono tre.

IL VERO BERSAGLIO: IL FUNERALE DEL PETRODOLLARO

Eppure, dietro il fanatismo religioso e il fumo delle raffinerie in fiamme, si nasconde il vero capolavoro strategico di questa crisi, l’atto finale che potrebbe scardinare l’egemonia americana una volta per tutte.

L’Iran ha appena compiuto la mossa più audace della sua storia contemporanea, annunciando che consentirà il passaggio delle petroliere attraverso lo Stretto di Hormuz solo ed esclusivamente se il carico verrà pagato in Yuan cinesi.

Solo quattro parole: “pagamento in Yuan cinesi”. Un missile puntato direttamente al cuore pulsante del potere americano.

L’Iran non vuole soltanto vincere gli USA, ma vuole annientarli.

Dal 1974, l’intero sistema globale si regge sul patto del petrodollaro, siglato tra gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita: protezione militare in cambio del monopolio del dollaro nelle transazioni petrolifere.

Questo meccanismo ha costretto ogni nazione del pianeta a detenere riserve in valuta americana, garantendo a Washington il privilegio esorbitante di stampare moneta e accumulare deficit spaventosi senza subire le conseguenze dell’inflazione galoppante.

L’egemonia militare USA è, prima di tutto, un’egemonia finanziaria. Ma se quest’ultima viene a mancare, crolla anche la prima.

Chiunque abbia osato sfidare questo dogma nel recente passato è stato spazzato via. Saddam Hussein ci provò nel 2000, vendendo petrolio in euro; guarda caso, tre anni dopo l’Iraq fu invaso.

Muammar Gheddafi sognò una valuta panafricana basata sull’oro; il suo regime fu rovesciato dalla NATO nel 2011. Ma l’Iran di oggi non è l’Iraq del 2003, né la Libia del 2011. E Teheran non è sola.

Dietro l’ultimatum iraniano c’è l’ombra lunga di Pechino.

La Cina ha passato anni a costruire silenziosamente l’infrastruttura finanziaria per sopravvivere senza il dollaro, creando reti di pagamento alternative come il progetto mBridge, la piattaforma commerciale con cui la Cina vuole sostituire lo Swift, e acquistando il 90% del petrolio iraniano aggirando le sanzioni tramite circuiti ombra.

Oggi, con il prezzo del greggio alle stelle e lo stretto di Hormuz chiuso, l’asse sino-iraniano pone il mondo di fronte a un bivio atroce.

Nazioni assetate di energia, come l’India o la Turchia, si trovano di fronte al ricatto perfetto: affrontare il collasso economico e sociale, rimanendo fedeli a un dollaro che non garantisce più forniture, o piegarsi al nuovo ordine, accettando le condizioni di Teheran e iniziando a commerciare in Yuan?

EPILOGO DI UN IMPERO

Mentre l’amministrazione americana valuta l’invio di migliaia di soldati in Medio Oriente, sventolando bandiere crociate e invocando la sicurezza globale, la realtà è che gli Stati Uniti sono finiti in trappola.

Perché l’invio di truppe sarebbe la vittoria finale dell’Iran, il cui territorio è vasto come mezza Europa e prevalentemente montuoso. Solo qualche migliaio di uomini in un territorio così vasto e con quella geologia è come essere certi di centrare il Superenalotto giocando una sola combinazione di 6 numeri.

Secondo alcuni esperti, infatti, non basterebbe un contingente di un milione di uomini.

Una flotta navale può incenerire una base militare, un raid aereo può decapitare una leadership politica, ma nessun esercito al mondo, per quanto tecnologicamente avanzato, può costringere mercati terrorizzati e nazioni alla canna del gas – nel vero senso della parola – a continuare a credere in una valuta, se esiste un’alternativa vitale per la loro sopravvivenza.

Il potere dell’America non viene sfidato solo nel Golfo Persico, ma nei registri contabili delle banche centrali di tutto il pianeta.

La storia ci insegna che gli imperi non muoiono quasi mai per una sconfitta militare in campo aperto, infatti, crollano quasi sempre quando la loro valuta perde valore, quando il mito che li sorregge smette di affascinare il mondo, e quando l’irrazionalità dei loro leader li spinge a combattere guerre divine per difendere interessi puramente terreni.

Il petrodollaro sta bruciando e le fiamme di Hormuz illuminano la fine dell’egemonia dell’Occidente.

Pubblicato da Dott. Pasquale Di Matteo

Comunicazionista, Coach | Storia, Arte e Geopolitica per la Leadership | Metodo Kinsaisei | Rappresentante Reijinsha Japan La fabbrica, il tumore, Chagall, la galleria di Parma. Per 24 anni ho ripetuto gli stessi gesti in fabbrica. Non avevo il diploma, non avevo notorietà a 500 metri da casa, avevo una voglia matta di capire il mondo, ma non sapevo cosa farmene. Poi un tumore mi ha fermato. In malattia ho aperto un blog e ho scritto di Chagall. Una galleria di Parma lesse quell'articolo. Quando sono guarito, non sono rientrato in fabbrica. Da quel momento in poi: diploma, laurea in Comunicazione, master in Politiche Internazionali con la Scuola Sole 24 Ore. Quasi 50 anni. Un ruolo che nessuno in Italia ricopre: sono il rappresentante italiano di Reijinsha, una società culturale giapponese che opera in Asia ed Europa. Nel 2024 ho portato 44 artisti giapponesi al Palazzo della Provincia di Bari e sono stato invitato a tenere una conferenza a Osaka. Hanno scritto di me in Romania, Scozia, Brasile, Giappone, Ungheria, Francia, Spagna. La mia rinascita, con tutte le sue rotture, è diventata un metodo. Lo chiamo Kinsaisei: la rinascita dorata. Non nascondere le proprie crepe, ma trasformarle in oro. Usarle come vantaggio competitivo. Un Kintsugi, ma potenziato grazie alla conoscenza della Storia, della Geopolitica e della PNR. Oggi lavoro con CEO, imprenditori e artisti che sentono che la loro prossima vita professionale è già cominciata, ma non sanno ancora come nominarla, comunicarla, venderla. Proprio com’ero bloccato io, prima del tumore. Il primo colloquio è gratuito. Scrivimi. www.pasqualedimatteo.com | info@pasqualedimatteo.com

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