Lo sfogo delle persone comuni sui social network e i distributori di benzina nelle nostre province diventano i termometri di un’apocalisse economica imminente, nel rumore di fondo della nostra civiltà, mutato drasticamente dopo la folle aggressione all’Iran, da parte di Israele e USA.
Non è più il ronzio rassicurante della globalizzazione neoliberista, quel sogno sbiadito di mercati infiniti e democrazie d’esportazione vendute un tanto al chilo, ma è diventato il sibilo asimmetrico di un drone iraniano da poche migliaia di dollari, che, in una parabola lenta e inesorabile, va a schiantarsi contro il mito della superiorità tecnologica occidentale.
Quella balla spaziale, veicolata per decenni come un mantra dalle pellicole hollywoodiane, si sgretola oggi davanti alla realtà brutale di un sistema di difesa da milioni di dollari costretto a svuotare i propri silos per intercettare giocattoli di polistirolo.
È il logoramento sistemico, bellezza, e noi siamo dalla parte di chi sta finendo le munizioni.
IL RE ANARCHICO E LA PARALISI DELL’IMPERO
Dobbiamo avere il coraggio di guardare gli Stati Uniti al loro interno per capire perché la loro flotta nel Golfo Persico appaia oggi come una foresta d’acciaio piantata su una terra sterile.
La verità, che anche i media più assuefatti alla propaganda atlantica cominciano a sussurrare con un terrore palpabile, è che la rivoluzione digitale ha compiuto il suo lavoro sporco, polverizzando la coesione sociale americana e riducendo le funzioni cognitive della democrazia di massa a un relitto del secolo scorso.
In questa frammentazione totale, Donald Trump emerge come un “Re anarchico” che non è un rivoluzionario, ma il sintomo di una degenerazione sistemica, un cancro terminale alle ossa del sistema democratico, un leader che cavalca il disordine promettendo restaurazioni da film tragicomici, sullo stile di “Scuola di Polizia”, mentre le basi industriali del suo Paese cadono a pezzi.
Gli Stati Uniti non possono ricostruire la propria potenza navale in meno di un decennio, perché hanno dimenticato come si produce, mentre la Cina osserva dal Pacifico, accumulando una massa critica che non ha più bisogno di sparare un solo colpo per dichiarare ufficialmente la fine del secolo americano.
IL GIOCO D’AZZARDO SU KHARG: UNA GHIGLIOTTINA PER L’EUROPA
L’idea balzana di colpire l’isola di Kharg, nodo vitale che gestisce il 90% delle esportazioni di greggio iraniano, non è la mossa finale di una partita che si sta dominando, ma, al contrario, l’ultimo gesto disperato di chi sta perdendo, come il pugile alle corde e che non sa più come venire via dall’angolo.
Se Washington decidesse davvero di sventrare quel deposito, toglierebbe dal mercato due milioni di barili al giorno in un momento in cui il sistema energetico globale è già in rianimazione.
Le conseguenze non sono ipotesi accademiche, ma parliamo di un petrolio che schizzerebbe verso i 200 dollari in una manciata di giorni, polverizzando l’economia europea e costringendo i governi del Vecchio Continente a una scelta brutale tra la fedeltà servile all’alleato e la sopravvivenza delle proprie famiglie.
Già ora, il Brent ha sfondato di nuovo quota 100 dollari, nonostante i paesi occidentali abbiano messo mano alle scorte, per abbassare i prezzi, dopo il record di oltre 119 dollari fatto registrare nei giorni scorsi.
E qui è complice anche l’incompetenza esponenziale della leadership europea, sempre più lanciata a tutta contro il burrone di una guerra totale alla Russia.
Mentre gli USA hanno tolto le sanzioni al gas russo, per evitare di far pagare caro e salato il fallimento in Iran, l’UE, tramite la portavoce Kaya Kallas, ribadisce che l’Europa continuerà a boicottare Mosca.
Ma la bionda per cui qualunque donna con due neuroni funzionanti si sente indignata a vedere il genere femminile preso a schiaffi da cotanta incompetenza, non sa che Putin se la ride, visto che importiamo gas russo triangolato via Turchia o GNL pagandolo fino a quattro volte tanto.
Putin incassa comunque. E con il Brent che sale, incassa molto più di prima.
Gli americani, che hanno creato il disastro, si tutelano, mentre noi che lo subiamo e basta, ci facciamo il segno della croce ogni volta che si accende la spia della riserva perché abbiamo leader molti simili alla biondina di cui sopra. Anche di aspetto, ora che mi sovviene.
Che Lombroso avesse ragione?!
Diciamo che Macron e Merz non sono propriamente biondine con gli occhi azzurri, ma il risultato non sembra cambiare. Anzi…
Vedere la Kallas che insiste col “rigore” mentre i nostri alleati ci lasciano col cerino in mano è roba da neurodeliri. Stiamo pagando una guerra economica con le tasche di chi deve andare a lavorare, mentre chi decide ha l’auto blu pagata da noi.
Ma ci sono o ci fanno? A casa mia questo si chiama suicidio assistito.

Qualcuno, come il premier del Belgio, sembra una flebile luce nella notte europea, una persona sana di mente – cosa rara di questi tempi tra i vertici europei – che definisce INSOSTENIBILI le sanzioni alla Russia e le armi a Kiev, come riportato da Financial Times.
E già nelle prossime settimane, la follia di USA e Israele e l’incompetenza dei leader europei sapranno picchiare duro con i rincari di spesa, carburante e bollette alle stelle.
Mentre Trump invoca l’aiuto di NATO, Cina e Giappone per porre rimedio al disastro che ha creato per inseguire gli ordini di Netanyahu, – ricevendone in cambio solo silenzi imbarazzati o secchi rifiuti – l’Europa continua a fare la parte dell’agnello sacrificale, inviando sistemi di difesa per proteggere interessi che non le appartengono e pagando una benzina che presto arriverà a tre euro al litro.
Sempre che il petrolio, una volta arrivato a 200 dollari, non salga ancora, allora…
SCACCO MATTO A TAIWAN E IL CROLLO DELLE ICONE DI VETRO
Nel frattempo, Pechino gioca a scacchi con la pazienza di chi sa che il tempo è un alleato fedele. L’invio senza precedenti di caccia e navi da guerra intorno a Taiwan è un test clinico sui riflessi di un Occidente sovraccarico, impegnato su troppi fronti e con i magazzini di munizioni che iniziano a mostrare il fondo.
Se la Cina decidesse di anticipare la conquista dell’isola al di fuori del canonico 2027, provocherebbe un infarto istantaneo all’economia mondiale, bloccando la produzione del 90% dei semiconduttori globali e congelando trilioni di investimenti. Sarebbe il colpo di grazia all’Occidente.
In questo scenario di fragilità estrema, Dubai, la città-miraggio fatta di vetro e finanza volatile, osserva i propri capitali migrare verso Singapore, consapevole che, senza la protezione reale dei sistemi d’arma americani, le sue zone franche valgono quanto carta straccia.
DIRITTO INTERNAZIONALE O SUICIDIO COLLETTIVO?
Quello che sta avvenendo è un rito di purificazione attraverso il fuoco in cui Washington e Tel Aviv stanno bruciando i ponti con la realtà industriale del XXI secolo per inseguire fantasmi di supremazia che non possono più permettersi.
La guerra contro l’Iran è già persa, non perché siano affondate le portaerei, ma perché il costo di continuare a combattere è diventato superiore al valore della vittoria stessa, in termini economici e, ancora di più, morali.
Perché, se anche Teheran si arrendesse oggi, dove sarebbe la pace nella regione e la sicurezza per Israele? Dove sarebbe il cambio di regime?
Decisamente più lontani rispetto al 27 febbraio scorso. Ma resterebbe un popolo animato da desideri di vendicarsi il prima possibile e nella maniera più potente.
Inoltre, Teheran non ha alcuna intenzione di arrendersi, perché sa che tiene gli USA per le palle, e scusate il francesismo.
E… qualcuno ha notizie certe sulle sorti di Netanyahu? Qualcuno ha visto video recenti che non siano potenzialmente generati da intelligenze artificiali?
L’Iran ha dettato condizioni chiare: gli Stati Uniti fuori dal Medio Oriente e il risarcimento di ogni singolo centesimo di danno causato dalle aggressioni contrario al Diritto internazionale, – già oggi, di decine di miliardi di dollari – oppure la prosecuzione di un conflitto che cancellerà definitivamente l’economia occidentale.
Le regole della democrazia e del Diritto internazionale, che noi occidentali amiamo invocare solo quando si tratta di sanzionare i nemici, oggi ci chiedono il conto della nostra incoerenza.
IL VERDETTO DEL 2026: L’ULTIMO ATTO DELL’IMPERO
Il 2026 non passerà alla storia come l’anno della vittoria di qualcuno, ma come l’anno in cui l’impero americano ha deciso di ingolfare il mondo intero piuttosto di ammettere che il proprio motore si è fermato per sempre.
È la mossa finale di una classe dirigente disperata, che preferisce l’escalation nucleare alla verità, magari sperando che il fumo delle esplosioni nasconda per sempre le ombre morali che gravano sui suoi leader, dal disastro di Hormuz alle frequentazioni innominabili con personaggi come Epstein.
Se l’unico limite politico alla guerra di Trump è il prezzo della benzina nel Midwest, allora significa che la geopolitica è morta, sostituita da un cinico calcolo elettorale di breve termine che consegna le chiavi del pianeta a un asse eurasiatico più paziente, pragmatico e, purtroppo per noi, decisamente più lucido.
L’ordine liberale sta collassando sotto il peso delle proprie menzogne e ogni nuovo missile lanciato è un destro al mento dell’egemonia e della credibilità occidentali.





