L’EREDITÀ DEI “DITTATORI”. OGGI PARLIAMO DI SADDAM HUSSEIN

(E aspettatevi Yasser Arafat, Ali Khamenei, Che Guevara, …)

di Danilo Preto

C’è una cosa che mi ha sempre colpito quando scompare un Capo di Stato di un regime totalitario o di un’icona. Non è tanto il pianto dei sudditi per la sua scomparsa, l’immenso vuoto lasciato nell’animo di chi vi ha creduto, ma come si sviluppa la successione.

E non tanto dal punto di vista politico che è spesso una vicenda molto complessa e difficile da districare e comprendere se non si vive pienamente quel clima che ha generato l’ascesa al potere di quel “capo” ma piuttosto quello che lascia agli eredi. Sì, i suoi, non al suo popolo.

Ai suoi eredi diretti. Parlo di vil moneta. Di dollari insomma.

Ne ho presi tre: Saddam Hussein, Yasser Arafat e Ali Khamenei. E un quarto: Che Guevara di cui parlerò a parte perché è uno dei pochi che ha lasciato un’eredità spirituale pulita. Ci sarà anche un po’ di contorno familiare, che non guasta mai, per capire un po’ meglio le situazioni.

Saddam Hussein È stato quello che ha pagato con la vita per la barzelletta che si sono inventati gli americani.

Dicevano, gli americani, che Hussein stava costruendo armi per la distruzione di massa. E si mostravano fialette di antrace indicato come potenziale eliminatore di masse umane di cui l’Iraq sarebbe stato in possesso.

Quindi, in sintesi, guerra, cattura del dittatore dopo otto mesi di latitanza, processo sommario, condanna a morte, uccisione per impiccagione in carcere. 

Destabilizzazione dell’area come corollario finale. Poi si scoprì che non era vero niente, che le accuse erano false, ma nel frattempo erano passati molti anni.

Giusto per rinfrescarci la memoria perché sono passati anche molti anni, ma, come dicevo all’inizio, quello che mi interessa di più ora è quello che è stato scritto, si è saputo sulla sua eredità, ripeto, di natura economica.

L’eredità di Saddam Hussein è complessa, segnata da una imponente accumulazione di ricchezza personale stimata tra i 2 e oltre 20 miliardi di dollari, nascosta in conti esteri.

Non stupisca la apparente distonia delle cifre visto che si va per induzione e per raccolta di informazioni spesso non ufficiali. Si stima un tesoro personale accumulato negli anni ‘90 depositato su conti esteri con stime che appunto variano fra i 2 e i 20 miliardi di dollari.

Parte di questo denaro sarebbe stato accumulato tramite il programma Onu “oil for food” petrolio in cambio di cibo. Saddam era considerato il ladro numero uno in Iraq. In una corruzione dominante lui veniva chiamato mister 10% perché per ogni contratto pubblico lui si intascava quella quota.

Oggi, dopo la sua morte, sembra sia cambiato tutto e ci siano migliaia di ladri ad utilizzare la stessa tecnica. 14 miliardi di euro 21,3 miliardi di dollari.

A tanto ammonterebbe quanto messo da parte da Saddam Hussein aggirando le sanzioni dell’ONU in 12 anni dal 1991 al 2003. Il dittatore iracheno è uscito appropriarsi illecitamente di una vera e propria fortuna addirittura il doppio di quanto pensava il governo americano.

Parte di questo tesoro sarebbe servito per mantenere il potere prima e finanziarie il sistema poi. Chi ha diretto le indagini sul programma oil for food delle Nazioni unite in Iraq, il senatore Norman Coleman, ha reso noto dettagli fino ad allora sconosciuti come riportava la stampa.

Era il 1996 quando iniziava il programma che doveva servire ad alleviare l’impatto sulla popolazione delle sanzioni imposte all’Iraq dopo l’invasione del Kuwait del 1990.

L’ONU aveva autorizzato l’Iraq a vendere limitate quantità di petrolio i cui proventi avrebbero potuto essere utilizzate per acquistare cibo e medicinali. Ma il fatto che Baghdad fosse autorizzata a siglare contratti in proprio ha consentito a Saddam Hussein di corrompere uomini e funzionari di vari paesi.

A capo di questo sistema c’era il capo del programma Benon Sevan che ha negato ovviamente, seccamente e ripetutamente ogni accusa rivoltagli dal capo della commissione di inchiesta Volcker. Coinvolti anche gli ultranazionalisti russi, francesi, svizzeri, cinesi, italiani (chi non ricorda Formigoni).

Circa 2000 grandi aziende sembra siano state coinvolte nel sistema corruttivo. Le smentite sì sono susseguite anche se il dittatore iracheno ha smentito decisamente di avere ricevuto tangenti.

In particolare, invece, secondo quanto emerse dalle lunghe indagini sarebbe riuscito ad intascare 3,9 miliardi di dollari dal contrabbando di petrolio, 4,4 milioni di dollari in tangenti per la concessione di aiuti e poi, 7 miliardi di dollari per l’operazione oil for food.

C’è una accusa molto chiara nei confronti del sistema svizzero ma è evidente che, anche se la Svizzera non ha mai riconosciuto di avere un problema Saddam Hussein e ricorda che applica una politica fra le più severe al mondo per quanto concerne i fondi depositati su istituti operanti sul suo territorio e di proprietà dei capi di Stato stranieri.

Misure ancora più dure nei confronti dei fondi privati di Saddam Hussein o di altre personalità irachene, ricorda, dipenderebbero da eventuali sanzioni dell’ONU.

Un’inchiesta dell’avvocato John Fawcett che è autore di un rapporto per conto della coalizione della giustizia internazionale citava: “da 10 a 20 interventi che hanno comperato il petrolio iracheno accettando di versare tangenti che vanno direttamente nelle tasche di Saddam Hussein e dei suoi familiari in violazione delle sanzioni dell’ONU” e aggiunge che Saddam Hussein dispone di prestanomi in Svizzera.

Non c’è da stupirsi visto che sappiamo che, ad esempio la Russia, possiede una flotta di una trentina di “navi pirata” (non battendo ufficialmente bandiera russa ma cambiandola a seconda delle necessità dei controlli eventuali che potrebbero intervenire durante la navigazione) in grado di trasportare petrolio verso destinazioni non consentite dai trattati internazionali.

Ma la Svizzera non è l’unica. Il Liechtenstein è sotto casa e non è necessario andare a cercare paradisi fiscali molto distanti.

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