Ci sono le eclissi lunari, quelle solari e quelle delle fasi storiche. Ebbene, stiamo vivendo l’eclissi di un impero.
Mentre il cielo nero sopra Teheran racconta dell’attentato chimico alla vita degli iraniani, con il petrolio che riempie le nuvole, e mentre le cancellerie europee restano avvolte in un silenzio che oscilla tra l’impotenza e la complicità, il verdetto del campo parla una lingua che Washington si ostina a non voler comprendere.
Siamo dinanzi a quella che dobbiamo definire una disfatta imbarazzante, non tanto per la disparità dei mezzi tecnologici messi in campo, quanto per l’assoluta incapacità dei decisori americani di comprendere la grammatica profonda della realtà persiana.
Gli americani trattano il Medio Oriente come qualunque esperto del Bar Sport, di quelli che parlano di civiltà occidentale superiore per la tecnica e per altre seghe mentali da bar, per l’appunto, di quelli che capisci subito quanto siano orfani di letture e studi approfonditi.
L’aggressione di USA e Israele, in netto contrasto con le norme del Diritto internazionale, iniziata il 28 febbraio scorso, non ha prodotto il crollo del sistema degli Ayatollah, come erano convinti Trump e gli eroi del bar; al contrario, ha agito come un formidabile catalizzatore, compattando una popolazione che, pur nelle sue divergenze interne, ha risposto all’invasore straniero con una capacità di adattamento e di resistenza che avevamo già colpevolmente ignorato nelle tragiche lezioni delle sconfitte subite dalla NATO in Afghanistan e, di fatto, anche in Iraq.
IL FALLIMENTO DI UN’OFFENSIVA A FARI SPENTI
La strategia del “regime change” si è infranta contro il muro di un’evidenza antropologica che Dario Fabbri ha giustamente definito come il peccato originale dell’intelligence occidentale.
Abbiamo scambiato il legittimo malcontento di una società civile giovane e vibrante per una disponibilità a farsi “liberare” dalle bombe termobariche americane, ignorando che il patriottismo iraniano è una fibra millenaria che non si spezza sotto il peso di un Tomahawk.
Il paradosso è accecante.
Nel tentativo di decapitare la leadership, gli Stati Uniti e Israele hanno consegnato al nuovo leader supremo, figlio di Khamenei, un consenso plebiscitario nato dal sangue e dalle macerie.
Le piazze gremite non sono, come vorrebbe la nostra propaganda, solo il frutto della costrizione, ma la manifestazione di un corpo sociale che si sente sotto assedio e che ha scelto di serrare i ranghi attorno alla bandiera.
Come evidenziato dal New York Times, Teheran sta colpendo obiettivi strategici americani, soprattutto radar e costosissimi sistemi di difesa aerea, causando danni per decine di miliardi di dollari, anche grazie a milizie di alleati nella regione.
Nel Kurdistan iracheno, uno sciame di droni ha colpito anche un hotel di lusso a Erbil, frequentato da militari americani, evidenza di come l’Iran sia a conoscenza del fatto che gli Stati Uniti ospitino truppe anche in strutture civili e di quanto a Washington abbiano sottovalutato l’avversario.
L’ABISSO ETICO E IL DELIRIO DELL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE
Non possiamo tacere sull’orrore di Minab, dove il bombardamento di una scuola elementare femminile ha strappato alla vita 175 bambine, un atto che Scott Ritter, ex ufficiale dell’intelligence dei Marines, ha denunciato come il simbolo di una guerra condotta senza più il freno della legalità internazionale.
È l’oscuro lascito del fanatismo dottrinario di Hegseth, quella “perestrojka della guerra” che, nel nome della letalità assoluta e del rifiuto del cosiddetto “wokismo” militare, ha rimosso le direttive di protezione dei civili emanate dalla precedente amministrazione.
Affidare la scelta dei bersagli ad algoritmi di intelligenza artificiale privi di supervisione umana non è progresso tecnologico, ma un ritorno alla barbarie mascherato da efficienza digitale.
Quando Donald Trump dichiara che la colpa è dell’Iran, mente ai suoi elettori e scava un solco incolmabile tra la credibilità morale degli Stati Uniti e il resto del mondo, lasciando che la Russia e la Cina osservino con freddo distacco il suicidio di quella che è, ormai, una ex superpotenza.
L’EMORRAGIA ECONOMICA E IL BLOCCO DI HORMUZ
Sul piano economico, il disastro è, se possibile, ancora più tangibile e immediato.
Lo Stretto di Hormuz, l’arteria vitale per l’energia del pianeta, è strozzato, nelle mani dei Pasdaran, capaci di bloccare il greggio e le derrate alimentari, innescando una spirale inflattiva che minaccia di trascinare l’Europa in una recessione senza precedenti.
Abbiamo assistito a una fuga di capitali da Dubai e Abu Dhabi verso i porti sicuri di Londra e Francoforte, un segnale inequivocabile che la “bolla di sicurezza” garantita dagli Accordi di Abramo è esplosa sotto i colpi dei missili iraniani, dimostrando che nessun hub finanziario può prosperare sotto la traiettoria di una pioggia balistica.
I costi sono insostenibili: spendere quasi sei miliardi di dollari in quarantotto ore per munizioni che si stanno rapidamente esaurendo è una strategia che può piacere ai consigli di amministrazione dell’industria bellica, ma che condanna il contribuente americano a un dissesto finanziario che peserà sulle prossime generazioni.
L’IRRILEVANZA EUROPEA E IL RISCHIO ITALIANO
In questo scenario di caos, l’Europa brilla per la sua assenza, ridotta a un coro di voci fastidiose, che non riescono a produrre una sola nota di diplomazia.
L’Italia, in particolare, si trova in una posizione di estrema vulnerabilità, perché la nostra dipendenza dalle basi americane e l’invio di armi ci espongono a rappresaglie che il nostro governo sembra voler ignorare, preferendo trincerarsi dietro rassicurazioni parlamentari che suonano come preghiere nel vuoto.
Parole di facciata, che somigliano alle famose brioches date in pasto a chi protesta.
Se il conflitto dovesse degenerare nell’uso dell’arma atomica, come ventilato da alcuni circoli estremisti a Tel Aviv, la risposta iraniana cancellerebbe ogni traccia di stabilità nella regione, portando il mondo sull’orlo di un conflitto totale, casa per casa, stazione per stazione, centro commerciale per centro commerciale, strada per strada, che nessuno, a parte forse Netanyahu per scopi di sopravvivenza politica personale, può desiderare.
IL PREZZO DELL’ARROGANZA
Gli Stati Uniti si sono avventurati in questa guerra senza un “Piano B”, convinti che la superiorità tecnologica potesse sopperire all’assenza di una visione politica lungimirante.
Oggi, a fari spenti, Washington scopre che non basta bombardare cinquemila obiettivi per piegare una nazione se non si ha un’idea chiara di cosa debba venire dopo.
La verità, amara come il petrolio che continua a bruciare nei depositi di Teheran, è che questa guerra non ha vincitori, ma solo spettatori che attendono la fine di un’epoca.
Se vogliamo davvero un cessate il fuoco, dobbiamo avere il coraggio di ammettere che la presenza americana in Medio Oriente e le follie espansionistiche di Israele sono diventate parte del problema e che l’unico modo per uscire dal pantano è restituire la parola alla diplomazia, prima che l’ultimo barlume di ragione venga definitivamente inghiottito dall’oscurità del deserto.
Perché, mentre Trump e gli eroi del bar che approvano la sua follia in Iran esultano per l’uccisione dell’ex guida suprema e di altri cinque membri della sua famiglia, il suo successore e chi dovesse venire dopo di lui vivranno con l’unico scopo di farla pagare agli americani e ai loro alleati.
Eccolo il risultato di questa guerra.
In un mondo al contrario, è facile trovare chi colleziona più bottiglie di alcol che libri, pronto a definirla vittoria.
ALCUNE FONTI




