Stiamo vivendo un’epoca che potremmo definire di “cecità strategica deliberata”, dove la realtà dei fatti viene sistematicamente sacrificata sull’altare di una narrazione bidimensionale, quasi infantile, che ignora le brutali leggi dell’Economia e della geopolitica delle potenze.
Mentre l’opinione pubblica viene nutrita con il rancio ideologico dello “scontro tra democrazie e autocrazie”, – anche quando le democrazie compiono massacri e violano sistematicamente il Diritto internazionale, – dietro le quinte si sta consumando il più grande trasferimento di sovranità energetica e finanziaria della storia recente, un gioco a somma zero dove l’Europa, e l’Italia in particolare, recitano la parte del donatore involontario.
L’Italia, che potremmo definire una “Ferrari con il serbatoio vuoto”, rappresenta l’emblema di questa fragilità strutturale: un sistema manifatturiero d’eccellenza, capace di competere ai massimi livelli mondiali nell’export di gioielleria, aerospazio e alta moda, che però si scopre paralizzato non appena una mano invisibile – o fin troppo visibile – chiude i rubinetti delle materie prime.
Un’asimmetria tra capacità produttiva e dipendenza energetica che non è solo un limite tecnico, ma una vulnerabilità esistenziale che ci espone a quella che gli economisti chiamano “tempesta perfetta”.
Con un debito pubblico che galoppa abbondantemente oltre il 130% del PIL e uno spread che sussulta a ogni stormir di fronde nello Stretto di Hormuz, il nostro Paese si trova costretto a navigare a vista in un oceano di stagflazione, dove i rendimenti dei titoli di Stato a dieci anni sfiorano soglie d’allarme, minacciando di soffocare l’economia reale sotto il peso di mutui e prestiti insostenibili.
Il paradosso energetico europeo è il frutto di una scelta che rivela una dissonanza cognitiva senza precedenti, perché abbiamo rinunciato al gas russo a basso costo, una risorsa che per decenni ha alimentato la locomotiva industriale tedesca e quella manifatturiera italiana, per gettarci tra le braccia del GNL statunitense e qatariota, convinti che la diversificazione fosse sinonimo di libertà.
Invece, siamo caduti in una trappola geoeconomica orchestrata con precisione chirurgica: mentre Washington incassa extra-profitti miliardari vendendoci gas a prezzi di speculazione e Putin reindirizza con estrema agilità i propri flussi verso i mercati asiatici – India e Cina in testa – l’Europa si ritrova a pagare il conto di una circumnavigazione forzata dell’Africa.
Ogni nave cisterna che, per evitare le minacce nello stretto di Bab el-Mandeb o la chiusura di Hormuz, è costretta a doppiare il Capo di Buona Speranza, carica sulle spalle dei consumatori europei due milioni di euro di costi aggiuntivi solo di carburante, una tassa occulta che finisce direttamente nelle bollette di famiglie e imprese già allo stremo.
Ma la crisi non è solo una questione di cifre e rotte marittime; sopra ogni cosa, è una crisi della verità e dell’etica dell’informazione.
La narrazione mediatica dominante ha adottato un “doppiopesismo” che è diventato ormai la norma comunicativa del decennio.
Quando i confini vengono violati da una parte, invochiamo il Diritto internazionale, le sanzioni e l’esclusione degli atleti dalle competizioni o l’oscuramento delle loro bandiere; invece, quando l’aggressione militare avviene da parte di attori considerati “alleati” o funzionali a certi equilibri di potere, il lessico cambia improvvisamente e l’invasione diventa “sconfinamento”, “attacco preventivo” o “legittima difesa”, il bombardamento dei civili si trasforma in “guerra per la pace” e la ritorsione della vittima viene etichettata come “un’escalation imperdonabile”.
Ma se le ritorsioni delle vittime causano danni al NordStream e alle tasche degli europei, tutto tace.
Questa manipolazione semantica, che trasforma i carnefici in liberatori e il diritto alla difesa in peccato mortale a seconda di chi compie cosa, è il sintomo di un’Europa che ha smarrito la propria bussola morale e politica, riducendosi a vassallo di strategie altrui, spesso contrarie ai propri interessi nazionali.
In Iran, la nomina di Mojtaba Khamenei come nuova guida suprema e la crescente influenza dei Pasdaran sono segnali di un irrigidimento che risponde a una pressione esterna costante che, anziché aizzare la popolazione contro il regime, ha compattato quel popolo contro gli invasori.
La minaccia di Teheran di bloccare totalmente le esportazioni di petrolio dal Golfo Persico non è un bluff, ma una mossa disperata in un gioco dove l’economia mondiale rischia un collasso peggiore di quello del 1973, quando fummo costretti a chiudere le fabbriche e a tenere le auto in garage di domenica.
Eppure, di fronte a questo scenario apocalittico, la risposta dei leader europei e italiani appare di un dilettantismo sconcertante: ci si limita a invocare una de-escalation generica, in stile nonna che dal balcone urla “villani” a dei mafiosi in azione, mentre si partecipa a missioni navali “difensive” che puzzano di intervento bellico, senza avere la forza o la visione per proporre una via diplomatica autonoma che non sia la mera esecuzione dei desiderata dei nostri padroni: Washington e Tel Aviv.
Siamo arrivati al punto in cui la legge del più forte ha sostituito definitivamente il Diritto internazionale, un ritorno allo stato di natura decantato da Thomas Hobbes, dove l’unica legge che conta è quella dettata dai mercati finanziari e dai complessi industriali bellici.
L’Italia, intrappolata nel suo “conservatorismo energetico” e nella sua avversione per l’innovazione, dal nucleare di nuova generazione alle fonti realmente indipendenti, rischia di rimanere a guardare mentre il mondo si resetta in base alla forza militare.
È necessario uno scatto di coscienza intellettuale: smettere di credere alle “favole della buonanotte” sulla democrazia esportata con i missili e iniziare a guardare in faccia la realtà di un’economia che sta perdendo 20 miliardi di export a causa di conflitti che non abbiamo saputo né prevenire né gestire.
Se non saremo in grado di riempire quel serbatoio con una strategia energetica sovrana e una politica estera coraggiosa, la nostra Ferrari è destinata a diventare un magnifico pezzo d’antiquariato in un museo della storia in cui non entrerà nessuno perché nessuno potrà permettersi nemmeno il biglietto, mentre il resto del mondo corre verso un futuro in cui noi non saremo più protagonisti, ma semplici spettatori paganti.
E il prezzo da pagare, purtroppo, è la nostra sopravvivenza economica.





