L’IPNOSI DEL PREDATORE E IL VUOTO DELLE DEMOCRAZIE

Mentre le dita scorrono frenetiche su schermi retroilluminati, consumando l’orrore di un bombardamento a Beirut o l’ennesimo lancio di missili balistici come se fossero granelli di sabbia in una clessidra digitale, la verità non è più l’obiettivo del giornalismo, ma è diventata un sottoprodotto dell’intrattenimento, un’estroflessione della propaganda del cinema di Hollywood.

E la propaganda crea pletore di sonnambuli che, non appena provi a fare analisi che non siano supportate dalle tesi dell’esperto del Bar Sport, ma da riviste specializzate, tra cui Limes, commentano “sì, ma la Russia che doveva arrivare a Lisbona, non ha ancora vinto in Ucraina, perciò, anche gli USA non hanno alcuna difficoltà in Iran”.

Pletore di storditi dalla propaganda, che ha fatto dimenticare loro che Draghi e i nostri leader europei giuravano che le nostre sanzioni dirompenti avevano avuto effetti dirompenti e che Mosca aveva le settimane contate, nel lontano 2022.

Purtroppo, l’abuso di dati e il lavaggio del cervello con la revisione dei fatti non serve a illuminare la coscienza, ma a dilatare un’ignoranza rassicurante, offrendo l’illusione di comprendere un mondo che, nel frattempo, viene smembrato dalla logica del più forte.

La notizia oggi non chiede di essere analizzata e capita, ma deve essere divorata.

Deve sparire entro ventiquattr’ore per lasciare spazio alla prossima ondata di sdegno, impedendoci di vedere come il collasso della complessità stia spianando la strada a una nuova stirpe di leader politici: gli “Ipnocrati”.

IL TRIONFO DELL’IPNOCRATE E IL FALLIMENTO DEI CONTRAPPESI

Tra questo nuovo gruppo elitario eccelle la figura di Donald Trump, un predatore politico che ha compreso, prima di chiunque altro, che il potere contemporaneo non sta nel comando formale, ma nell’occupazione totale della percezione pubblica.

Il presidente USA non rompe semplicemente l’ordine liberale, ma riempie il vuoto lasciato da una classe dirigente democratica che, per paura di sporcarsi le mani con la realtà compromessa della politica, si è ritirata, in una sterile gara di purezza morale.

Trump chiede la resa incondizionata dell’Iran, ma non è una mossa politica, bensì un atto di forza ipnotico, mentre il sistema americano dei “pesi e contrappesi” sembra essersi liquefatto, tant’è che il Congresso osserva inerte e gli apparati di intelligence, pur consapevoli del disastro imminente, non hanno più le leve per frenare un impulso bellico che risponde ormai solo alla logica dello spettacolo.

La tattica di Trump del “mordi e fuggi”, quell’idea brutale di un abbonamento al bombardamento dove si devasta l’avversario per dieci giorni per poi offrire un finto dialogo mentre si ricaricano le batterie dei missili intercettori, è la negazione della strategia geopolitica tradizionale, ed è l’esaltazione della guerra, trasformata in una serie di cicli di consumo distruttivo.

Una tattica che in Iran si sta impantanando, perché ora Trump è in scacco, anche se la propaganda dice il contrario: i Patriot costano fino a 3 milioni di dollari l’uno e cominciano a scarseggiare, tant’è che Zelensky si lamenta perché non arrivano più in Ucraina. Di contro, i droni iraniani costano circa 20.000 euro l’uno e l’Iran ne produce oltre 400 al giorno.

I danni che l’Iran ha già inflitto alle basi americane e alle strutture petrolifere nel Golfo sono ingenti. Così come la stessa Tel Aviv è stata colpita duramente, ma è difficile che vi arrivino video o foto perché il regime di Netanyahu ha imposto fino a cinque anni di carcere per chi pubblichi foto o video delle devastazioni.

Ma arrivano i racconti di chi ha parenti o amici in Israele, che confermano una situazione molto critica.

Trump potrebbe smettere, ma dimostrerebbe di aver fallito l’azione militare. Può continuare, ma distrugge l’economia dell’Occidente e in primis quella degli USA. Già adesso la Lega Araba ha fatto sapere che rivedrà gli accordi economici con Washington.

E i paesi arabi sono i primi finanziatori del debito e dell’economia a stelle e strisce, sono le macchine che tengono in piedi un moribondo soffocato da un debito enorme. Cosa che, stranamente, la nostra propaganda dimentica di ricordare a chi legge.

LA CARNE DI NABI CHIT E LA MATEMATICA DEL SANGUE

Anche il Libano orientale ci racconta una storia diversa, fatta di carne e macerie, dove un’operazione israeliana volta alla ricerca dei resti di un pilota scomparso nel 1986 si trasforma in un’ecatombe di civili.

È l’atroce paradosso della memoria che uccide il presente: si scava nel fango alla ricerca di quel pilota, Ron Arad, e, nel processo, si creano nuove tombe per intere famiglie, mentre il cielo sopra Tel Aviv, Manama e Abu Dhabi si accende di scie di fuoco che i sistemi di difesa tentano disperatamente di neutralizzare.

Ma dietro lo spettacolo dei sistemi Patriot e THAAD si nasconde un’asimmetria industriale che l’Occidente si ostina a ignorare: secondo i dati più freddi e lucidi, l’industria bellica dellintera NATO produce in un anno intero ciò che i suoi avversari riescono a sfornare in soli tre mesi.

E non si tratta solo di una crisi militare, ma di un fallimento economico e logistico di proporzioni storiche.

L’Iran, con i suoi oltre 2.500 missili balistici pronti al lancio, non è il “nemico debole” dipinto dalla propaganda occidentale, quello che doveva cadere in poche ore, poi in quattro settimane, ora almeno in otto, ma è un attore che ha imparato a sfruttare la lentezza burocratica delle democrazie post-industriali.

LA GEOPOLITICA DELL’ACQUA E IL DESTINO DELL’ITALIA

Masoud Pezeshkian tenta una de-escalation tattica con scuse che sanno di necessità economica per riaprire lo Stretto di Hormuz, – da ieri, chiuso solo per le imbarcazioni USA e Israeliane.

E mentre quel polmone energetico, da cui dipende il respiro dell’India, del Giappone e di gran parte dell’Europa, viene riaperto parzialmente, il progetto di Benjamin Netanyahu rivela una profondità che va ben oltre la semplice caccia ai vertici di Hezbollah.

L’obiettivo reale è il controllo del Libano meridionale fino al fiume Litani, che non serve solo a garantire la sicurezza, ma a impossessarsi delle risorse idriche e a creare un bastione difensivo permanente che ridisegni i confini del Medio Oriente.

In questo scacchiere di fuoco, l’Italia non è più uno spettatore protetto da un ombrello atlantico ormai bucato, ma è diventata un bersaglio tecnicamente raggiungibile dai missili balistici iraniani come il Khorramshahr-4.

La presenza delle basi americane sul nostro territorio, un tempo simbolo di sicurezza, oggi ci espone a un rischio di coinvolgimento involontario che la nostra classe politica gestisce con mezze frasi e silenzi imbarazzati, di chi dimostra la stessa comprensione di chi ti scrive sui social, “sì ma la Russia…”, mentre la censura militare israeliana impedisce persino di conoscere la reale entità dei danni subiti, infliggendo cinque anni di carcere a chi pubblica video e foto, lasciandoci brancolare nel buio di una verità filtrata dalla loro propaganda.

IL DOVERE DI ABITARE IL CONFLITTO

La sfida che le democrazie liberali hanno davanti non è quella di trovare un leader “santo” o una soluzione indolore, perché la politica, per sua natura, è il terreno dell’imperfezione e del rischio calcolato.

Se la sinistra e i movimenti democratici continueranno ad arretrare davanti al “fango” del compromesso o alla complessità delle azioni di forza necessarie, il vuoto che lasceranno dietro di sé non resterà mai tale: sarà sempre occupato da predatori spregiudicati che sanno come trasformare il caos in consenso e in un modo per sfuggire a processi e inchieste, proprio come Trump e Netanyahu.

Dobbiamo avere il coraggio di guardare oltre l’ipnosi dello schermo, di comprendere che una guerra decisa da pochi non può diventare il destino del mondo senza una cornice multilaterale che ne legittimi le ragioni e ne limiti le conseguenze, anche se i criminali sono i santi israeliani e i potenti statunitensi.

In un mondo che consuma il dolore in ventiquattr’ore, il nostro dovere primario è restare vigili, rifiutare le narrazioni semplificate della propaganda e dei politici da bar.

Soprattutto, il nostro dovere è tornare a occupare lo spazio della decisione politica con la consapevolezza che il vuoto, una volta riempito dal predatore e dagli statisti da bar, non restituisce mai la libertà senza un prezzo di sangue incalcolabile.

Pubblicato da Executive Coach | Storia, Arte e Geopolitica per la Leadership | Metodo Kinsaisei | Rappresentante Reijinsha Japan

La fabbrica, il tumore, Chagall, la galleria di Parma. Per 24 anni ho ripetuto gli stessi gesti in fabbrica. Non avevo il diploma, non avevo notorietà a 500 metri da casa, avevo una voglia matta di capire il mondo, ma non sapevo cosa farmene. Poi un tumore mi ha fermato. In malattia ho aperto un blog e ho scritto di Chagall. Una galleria di Parma lesse quell'articolo. Quando sono guarito, non sono rientrato in fabbrica. Da quel momento in poi: diploma, laurea in Comunicazione, master in Politiche Internazionali con la Scuola Sole 24 Ore. Quasi 50 anni. Un ruolo che nessuno in Italia ricopre: sono il rappresentante italiano di Reijinsha, una società culturale giapponese che opera in Asia ed Europa. Nel 2024 ho portato 44 artisti giapponesi al Palazzo della Provincia di Bari e sono stato invitato a tenere una conferenza a Osaka. Hanno scritto di me in Romania, Scozia, Brasile, Giappone, Ungheria, Francia, Spagna. La mia rinascita, con tutte le sue rotture, è diventata un metodo. Lo chiamo Kinsaisei: la rinascita dorata. Non nascondere le proprie crepe, ma trasformarle in oro. Usarle come vantaggio competitivo. Un Kintsugi, ma potenziato grazie alla conoscenza della Storia, della Geopolitica e della PNR. Oggi lavoro con CEO, imprenditori e artisti che sentono che la loro prossima vita professionale è già cominciata, ma non sanno ancora come nominarla, comunicarla, venderla. Proprio com’ero bloccato io, prima del tumore. Il primo colloquio è gratuito. Scrivimi. www.pasqualedimatteo.com | info@pasqualedimatteo.com

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