IL RANTOLO DI UN’EGEMONIA, L’ASSASSINIO DI UN ORDINE
Il 28 febbraio 2026 non è stato solo il giorno in cui i missili hanno squarciato il cielo sopra Teheran, spegnendo per sempre la parabola terrena di Ali Khamenei, ma è stato il momento esatto in cui la storia del “secolo americano” ha smesso di essere scritta, entrando in una fibrillazione terminale che nessuna manovra di rianimazione geopolitica potrà curare.
L’assassinio della Guida Suprema iraniana, lungi dall’essere il colpo di grazia a un regime stanco, si è rivelato il detonatore di una trappola che l’Iran preparava da vent’anni, una strategia di resistenza asimmetrica che Teheran ha meticolosamente coltivato nelle ombre, trasformando il proprio territorio in un magnete per il suicidio imperiale degli Stati Uniti, al cui confronto, la guerra in Vietnam sarà ricordata come una scampagnata con qualche intoppo.
L’illusione di una guerra chirurgica è svanita nel volgere di poche ore, così come la spavalderia di Trump sulle quattro settimane al massimo di guerra, lasciando il posto a una realtà in cui l’invincibilità tecnologica del Pentagono si scontra con la logistica della disperazione e la pazienza millenaria della Persia.
LA MATEMATICA DELLA SCONFITTA: L’OBSOLESCENZA DI UN GIGANTE
Gli analisti militari indugiano ancora su mappe e spostamenti di truppe, ignorando che la guerra contemporanea ha smesso di essere un esercizio di occupazione territoriale per diventare una spietata equazione economica che vede Washington dalla parte sbagliata della virgola. E sempre più dopo il segno meno.
È tragicomico vedere un cacciatorpediniere da due miliardi di dollari lanciare missili intercettori da tre milioni l’uno per abbattere uno sciame di droni Shahed che costano quanto un’utilitaria, una dinamica che sta prosciugando le riserve di munizioni americane a una velocità che l’apparato industriale di uno Stato in debito cronico non può minimamente compensare.
Mentre l’Iran può costruire 400 droni al giorno, e ne dispone già di almeno 80.000, il complesso militare-industriale americano è una cattedrale barocca progettata per le sfide della Guerra Fredda, un gigante d’acciaio che oggi arranca contro la “fluidità” iraniana, fatta di proxy war, mine intelligenti e una capacità di logoramento che mira a rendere ogni ora di presenza statunitense nel Golfo un buco nero finanziario.
Non è solo una questione di proiettili, ma di “credibilità dell’invincibilità”: quando l’aura di intoccabilità dell’egemone viene bucata da tecnologie a basso costo, anche il consenso internazionale evapora, lasciando il re nudo di fronte ai suoi stessi alleati.
Avviene così anche nelle compagnie, quando lo spaccone del gruppo, una volta preso a schiaffi da un mingherlino che non ti aspettavi, si trasforma nel fesso che tutti abbandonano.
Per di più, in questo caso, il fesso è il più indebitato sul pianeta e rischia di vedere in mutande i suoi primi finanziatori, quei paesi arabi che investono trilioni di petroldollari in America, e che l’Iran ha messo in scacco.
Il rischio è che, disperato e senza più carte in mano, a partita persa il giocatore d’azzardo alla Casa Bianca decida di usare armi atomiche, scatenando la Terza Guerra mondiale. Che sarebbe anche l’ultima.
IL CORDONE OMBELICALE RECISO: IL COLLASSO DEL PETRODOLLARO E DELLA BOLLA TECH
La vera linea del fronte non corre lungo i confini dell’Iraq o della Siria, ma attraverso lo Stretto di Hormuz, quel “rubinetto del mondo” che l’Iran ha appena iniziato a stringere con una fermezza che sta togliendo il fiato alle economie di ogni continente.
Con il blocco del 20% del petrolio mondiale e di un quarto del gas naturale liquefatto, l’ordine liberale ha scoperto di avere un tallone d’Achille che non è solo energetico, ma sistemico, poiché il petrodollaro, il vero motore segreto dell’economia statunitense, dipende interamente dal riciclo di quei capitali arabi che oggi fuggono terrorizzati dal conflitto.
Se i paesi del Golfo, terrorizzati dagli attacchi iraniani ai loro impianti di desalinizzazione che garantiscono la vita nelle loro metropoli cristalline, in cui non esiste acqua potabile, smetteranno di reinvestire i loro miliardi nel mercato azionario di New York, assisteremo allo scoppio della “bolla dell’Intelligenza Artificiale” americana e al crollo dei data center della Silicon Valley, finanziati per anni da quel surplus di liquidità che oggi si sta prosciugando nelle sabbie del Medio Oriente.
Il capitalismo occidentale, che definisco da tempo uno “schema Ponzi” su scala globale, sta scoprendo che non si può alimentare una rivoluzione tecnologica se la linfa vitale che la sostiene viene interrotta da un conflitto che Washington ha iniziato con la superbia di chi non ha più nulla da perdere se non l’onore.
Una guerra cominciata per superbia e per incompetenza. Perché chiunque avesse letto anche solo un paio di libri sul Medio Oriente avrebbe capito che l’idea che il popolo iraniano si sollevasse contro il regime era più folle di chi ha deciso questa guerra.
Perché i regimi non stanno in piedi solo per la paura che diffondono, ma soprattutto e sempre perché una larga fetta di popolazione li sostengono, fosse anche solo per interessi personali.
Inoltre, la dignità mediorientale mai e poi mai si farebbe imporre un nuovo leader dagli occidentali. E sarebbe bastato vedere l’Iraq e l’Afghanistan per ricordarlo.
L’ILLUSIONE DEL REGIME CHANGE: TRUMP E IL COPIONE DELL’APOCALISSE
Dietro la decisione di Donald Trump di ignorare gli avvertimenti dei vertici del Pentagono per lanciarsi in questo “regime change” a Teheran, non c’è solo l’arroganza della forza, ma un calcolo politico e finanziario dai tratti quasi escatologici, legato a interessi personali e finanziamenti elettorali che pesano più della stessa sicurezza nazionale.
Oltre a una sudditanza nei confronti di Israele che non è mai stata un mistero e, anzi, è stata mostrata con spavalderia anche quanto la politica israeliana massacrava decine di migliaia di bambini a Gaza, nel silenzio complice dell’Occidente.
L’idea di frammentare l’Iran sfruttando le minoranze etniche, quel vecchio sogno dei Neocon che oggi viene rispolverato dal loro galoppino alla Casa Bianca, ignora la resilienza sociologica di un popolo che di fronte all’invasore straniero ritrova un’unità granitica, trasformando l’occupazione in un inferno asimmetrico senza via d’uscita.
Un altro Vietnam. Solo più devastante e, stavolta, mortale.
Trump cerca disperatamente poteri emergenziali per influenzare le elezioni e puntare a una permanenza al potere che scavalchi i canoni costituzionali, forse per sfuggire alla tempesta Epstein e per salvare anche qualcuno dei suoi oscuri manovratori, ma il prezzo che sta pagando è la distruzione definitiva della legittimità americana come “egemone benevolo” agli occhi del mondo, oltre alla polverizzazione definitiva della NATO come alleanza difensiva e al funerale del Diritto internazionale.
La scissione tra la visione politica della presidenza e la realtà operativa dei militari, consapevoli dell’esaurimento imminente delle munizioni, segnala un’implosione interna del sistema di comando che è il preludio classico di ogni caduta imperiale documentata dalla storia.
Gli Stati Uniti d’America stanno morendo.
IL DRAGONE NELL’OMBRA E LA FINE DEL MONDO CHE CONOSCEVAMO
Mentre gli Stati Uniti bruciano le proprie risorse e la propria reputazione nelle fiamme del Medio Oriente, la Cina siede sulla sponda del fiume, osservando con pazienza la propria vulnerabilità energetica trasformarsi in un vantaggio strategico immenso, pronta a giocare la carta delle Terre Rare per infliggere il colpo di grazia all’industria tecnologica occidentale.
Se Pechino decidesse di rispondere alle provocazioni americane bloccando l’export di quei minerali critici domattina, senza i quali non esiste smartphone, computer o sistema di difesa moderno, l’intera architettura produttiva degli Stati Uniti subirebbe un arresto cardiaco istantaneo.
Sarebbe come staccare la spina a un malato appeso alle macchine per respirare.
La Russia, dal canto suo, incassa i profitti dell’energia alle stelle mentre osserva con un misto di favore e terrore la possibilità di un caos incontrollato ai suoi confini, conscia che il crollo di Teheran porterebbe a un’esplosione di estremismo religioso capace di incendiare l’intera Asia Centrale.
È l’alba di un mondo multipolare e frammentato, dove la sicurezza non è più un bene pubblico garantito da una superpotenza che sta vivendo le sue ultime settimane da protagonista, ma un lusso che siamo destinati a pagare a caro prezzo, tra fallimenti, chiusure, blackout programmati e settimane a piedi, senza carburante e senza elettricità.
E, nella migliore delle ipotesi, cioè che la guerra si concluda con un accordo a breve, pagheremo con il terrorismo che l’aggressione occidentale, in aperta violazione del Diritto internazionale, ha già riattivato non solo negli adulti aggrediti di oggi, ma soprattutto negli occhi dei bambini, che cresceranno e verranno educati alla vendetta.
Il mondo che conoscevamo, fatto di rotte sicure, dollari onnipresenti e una gerarchia di potere indiscussa, che i film di Hollywood ci ricordavano ogni giorno in prima serata, è morto tra i detriti di Teheran, – ammesso che sia mai stato reale, visto quanto scoperchiato dai file Epstein, – e noi non siamo che i cronisti di un tramonto voluto dalla superbia di super ricchi e dalla decennale politica imperialista americana, alla quale ci siamo sempre prostrati come zerbini su cui si sono puliti le suole presidenti americani di ogni estrazione.
Superbia e ignoranza, dunque. E, come dico sempre, talvolta, l’ignoranza fa più danni di un assassino.





