MARZO 2026, L’ALBA DEL CAOS

Il riverbero bluastro degli schermi, in una redazione deserta, a mezzanotte, ha il colore del ghiaccio, ma quello che scorre sui terminali della Reuters e di Al Jazeera non è soltanto cronaca, ma una sintassi che ha il disastro come paradigma.

Siamo al 5 marzo 2026, al momento in cui scrivo, e il mondo che conoscevamo, regolato da una fragile architettura di equilibri post-bellici, è stato smantellato in novantasei ore di fiamme e propaganda imperialista da parte di Israele e USA.

IL BATTITO DEL TERRORE NELLE STRADE DI TEHERAN

A Teheran non si dorme e si è sotto quella che viene chiamata “Double Tap”, quella tattica brutale dove la seconda bomba cade esattamente quando i soccorritori iniziano a scavare tra le macerie della prima.

Mentre la narrativa occidentale dipinge un regime sull’orlo dell’implosione, la realtà sul campo racconta una verità diversa: le bombe stanno agendo come un collante molecolare, saldando una popolazione divisa attorno all’unica cosa che resta quando le luci si spengono: l’identità nazionale.

Il popolo iraniano sta rispondendo all’aggressione occidentale, ma non come sperava Trump, non per far scattare la rivoluzione contro il regime, ma per vendicarsi contro chiunque approvi la palese violazione del Diritto internazionale da parte di USA e Israele.

D’altro canto, è ciò che stiamo facendo noi nei confronti della Russia per l’aggressione all’Ucraina.

ORBITA TRUMP: IL CINEMA DELLA GUERRA E IL VUOTO LEGALE

Dall’altra parte dell’oceano, la comunicazione si fa come un copione hollywoodiano. Donald Trump, abbandonando la baldanza delle prime ore, quando giurava che la guerra sarebbe durata al massimo quattro settimane, già parla di vittoria in otto settimane e di un “Atto Finale” che sa di sceneggiatura scritta sotto le luci della ribalta.

Il problema è che, ogni volta che Trump parla di vittoria e di azioni militari portate avanti con successo, ricorda al mondo che non c’è mandato ONU. Non c’è una “pistola fumante” nucleare. Anzi, l’agenzia internazionale preposta al controllo dello sviluppo atomico in Iran ha ribadito che non esiste nessuna possibilità di minaccia nucleare nel Paese.

Dunque, non esiste nessun appiglio legale che possa giustificare i crimini commessi da Washington e Tel Aviv.

La legalità internazionale è diventata un reperto archeologico e la strategia del “Regime Change” viene rispolverata dai cassetti polverosi degli anni Duemila, ignorando sistematicamente che l’Iran non è l’Iraq e il 2026 non è il 2003.

Gli Stati Uniti, se ne infischiano della popolazione iraniana e puntano alla gola energetica della Cina, ma nel tragitto sembrano intenzionati a sacrificare l’alleato più fedele e vulnerabile: l’Europa.

HORMUZ: IL BOCCO DELL’ECONOMIA GLOBALE

Il prezzo del gas in Europa è salito del 94% in quattro giorni. È un dato che non si legge con gli occhi, ma con la pelle fredda di chi, a Parigi, Berlino o Milano, guarda i radiatori spenti.

Italiani, preparatevi, perché il prossimo inverno sarà glaciale.

Lo Stretto di Hormuz è chiuso. Una cicatrice blu sulla mappa dove transita il 20% del fabbisogno energetico mondiale è stata cucita dal blocco iraniano. Le petroliere sono giganti immobili, duecento navi cariche di greggio che galleggiano come messaggi in bottiglia che nessuno può raccogliere.

Il “suicidio energetico” europeo, iniziato con il distacco dal gas russo, trova qui il suo compimento tragico e dimostra, ancora una volta, la totale incompetenza della Commissione europea e degli attuali leader senza cervello che guidano la maggior parte delle nazioni europee.

Siamo di fronte a una deindustrializzazione forzata travestita da necessità bellica.

L’ITALIA IN TRINCEA: DA STIVALE A PIATTAFORMA

A Roma, l’aria è ancora più pesante.

Il Ministro Crosetto parla alla Camera con la gravità di chi sa che le decisioni prese oggi non hanno via di ritorno. Livello di protezione massimo. Sistemi antimissilistici schierati. Navi verso Cipro.

L’Italia ha concesso le basi agli Stati Uniti, trasformando ufficialmente il territorio nazionale in una piattaforma di lancio e, inevitabilmente, in un bersaglio sensibile.

Significa che i missili iraniani potranno arrivare da un momento all’altro.

È il realismo cinico della geopolitica: difendere i paesi del Golfo per tentare di salvare un barlume di stabilità energetica, pur sapendo che i missili iraniani a lunga gittata ora guardano verso l’Italia.

L’attacco di USA e Israele “è certamente avvenuto al di fuori delle regole del diritto internazionale”, ha detto il ministro, ma “lo stesso scenario ci sarebbe stato con qualsiasi altro governo. Del resto, nessun governo, italiano, europeo o di altra parte del mondo, in questo momento può fermare l’attacco”.

In pratica, il ministro della Difesa, Guido Crosetto, nella replica seguita alle comunicazioni alla Camera sulla richiesta di aiuti dai Paesi del Golfo, ammette che gli USA e Israele hanno commesso un crimini, ammette anche che l’ONU non serve a nulla.

Implicitamente, ammette anche che abbiamo bruciato miliardi in Ucraina per una guerra contro cui, come si evince, non potevamo farci niente.

Infine, Crosetto dà ragione a noi di Tamago, che da quattro anni ripetiamo che l’ONU non serve a niente, che la NATO è solo un giocattolo dell’impero americano e che il mondo è in balia degli imperi più potenti, quelli che hanno ricchezze, materie prime e/o servizi d’intelligence migliori: USA, Russia, Cina, Israele.

E Crosetto, forse non volendo, ammette che l’Italia è complice delle violazioni del diritto perpetrate da USA e Israele, non solo perché non le condanna, ma anche perché, direttamente o indirettamente, partecipa all’azione di aggressione.

SINFONIA DI BLACKOUT E RADAR INTERMITTENTI

Mentre i mercati crollano, con Piazza Affari che affonda e il DAX tedesco in caduta libera, la guerra si espande lateralmente come una macchia d’olio su un tappeto prezioso.

Blackout totale in Iraq. Droni in Azerbaigian. Esplosioni a Doha.

La missione aerea sembrava inizialmente aver ridotto la capacità di fuoco iraniana dell’86%, ma è una statistica ingannevole, tipica di chi confonde il silenzio del nemico con la sua sconfitta. L’Iran si muove sottoterra, nelle basi scavate nella roccia, inaccessibili ai satelliti e all’arroganza della tecnologia occidentale.

EPILOGO DI UN ORDINE IN FRANTUMI

Questa non è una guerra per la democrazia e non è nemmeno una guerra per il nucleare, ma è, piuttosto, un rimescolamento violento delle carte della sopravvivenza economica.

Gli Stati Uniti, deindustrializzati e affamati di successo tecnologico nell’IA, cercano di resettare il sistema a spese dell’Eurasia.

La Cina osserva e si appresta a chiedere a Mosca di aumentare le forniture di gas e petrolio, la Russia se la ride, e l’Europa paga il conto più alto in una moneta fatta di inflazione, irrilevanza geopolitica e follia nell’aver cancellato i contratti con Putin, che potrebbe anche decidere di sospendere prima del 2027 indicato dalla spocchia di von der Leyen tutte le restanti forniture di gas e petrolio all’UE, lasciandoci completamente a secco.

Inoltre, la Cina ha già annunciato un aumento per le spese militari, forse in previsione di un attacco a Taiwan, che potrebbe avvenire quando l’Occidente avrà finito i missili, sarà stritolato dalla stagflazione e dovrà restare in silenzio, senza parlare di Diritto internazionale violato, avendolo reso carta igienica da sé.

Il sole sorgerà di nuovo, diceva qualcuno.

Ma in questo marzo 2026, l’alba illumina solo le rovine di un mondo che ha preferito lo scontro alla comprensione dei nuovi pesi della Storia, per dare retta ai capricci di USA e Israele.

Quando la comunicazione fallisce, restano a muoversi i peggiori, e quello che vediamo oggi è il volto nudo del potere che divora se stesso per non ammettere di essere all’altezza.

Cosa fare?

Cominciate a ritirare contanti e teneteli in casa. A breve non ci sarà più energia per pagare con le carte.

Fate anche scorta di candele. Saranno utili.

Pubblicato da Executive Coach | Storia, Arte e Geopolitica per la Leadership | Metodo Kinsaisei | Rappresentante Reijinsha Japan

La fabbrica, il tumore, Chagall, la galleria di Parma. Per 24 anni ho ripetuto gli stessi gesti in fabbrica. Non avevo il diploma, non avevo notorietà a 500 metri da casa, avevo una voglia matta di capire il mondo, ma non sapevo cosa farmene. Poi un tumore mi ha fermato. In malattia ho aperto un blog e ho scritto di Chagall. Una galleria di Parma lesse quell'articolo. Quando sono guarito, non sono rientrato in fabbrica. Da quel momento in poi: diploma, laurea in Comunicazione, master in Politiche Internazionali con la Scuola Sole 24 Ore. Quasi 50 anni. Un ruolo che nessuno in Italia ricopre: sono il rappresentante italiano di Reijinsha, una società culturale giapponese che opera in Asia ed Europa. Nel 2024 ho portato 44 artisti giapponesi al Palazzo della Provincia di Bari e sono stato invitato a tenere una conferenza a Osaka. Hanno scritto di me in Romania, Scozia, Brasile, Giappone, Ungheria, Francia, Spagna. La mia rinascita, con tutte le sue rotture, è diventata un metodo. Lo chiamo Kinsaisei: la rinascita dorata. Non nascondere le proprie crepe, ma trasformarle in oro. Usarle come vantaggio competitivo. Un Kintsugi, ma potenziato grazie alla conoscenza della Storia, della Geopolitica e della PNR. Oggi lavoro con CEO, imprenditori e artisti che sentono che la loro prossima vita professionale è già cominciata, ma non sanno ancora come nominarla, comunicarla, venderla. Proprio com’ero bloccato io, prima del tumore. Il primo colloquio è gratuito. Scrivimi. www.pasqualedimatteo.com | info@pasqualedimatteo.com

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