Da Washington e Tel Aviv, i pixel rossi che rappresentano i raid sulle infrastrutture dell’Iran brillano con una freddezza matematica, roba da film hollywoodiano, ma, fuori da quegli schermi, nelle strade di Erbil, nei corridoi luccicanti di Dubai, nelle ambasciate americane intorno all’Iran, la realtà non profuma di trionfo. Tutt’altro.
Tant’è che Trump appare piuttosto nervoso, usando parole di fuoco contro Gran Bretagna e, soprattutto, la Spagna, per non aver concesso l’uso delle basi sui loro territori.
“Se vogliamo, andiamo lì e le usiamo lo stesso”, ha detto il Tycoon. E “la Spagna non ha una grande leadership”, ha rincarato, dimostrando che the Donald considera grandi solo Netanyahu e altri capaci di compiere crimini, evidentemente.
E dimostrando anche che la NATO è solo un giocattolino che gli USA hanno usato solo ed esclusivamente per imporre la propria dottrina imperiale al mondo intero, usando il Diritto internazionale come carta igienica, dal Kosovo all’Iraq, dalla Libia all’Iran.
Ne ha dette di cose Trump, ma ancora non ha dato una giustificazione credibile all’evidente violazione del Diritto internazionale da parte di USA e Israele.
La polvere nera che oggi oscura tutto il Medio Oriente non è solo il detrito di una base americana colpita o delle infrastrutture iraniane e libanesi, ma è il risultato di vent’anni di arroganza intellettuale, della convinzione occidentale che la complessità del mondo potesse essere risolta con un algoritmo, un tweet o con la superficialità dei classici politici da bar.
Politici da bar che hanno dato il meglio di sé nelle dichiarazioni delle ultime ore.
Prima ci hanno detto che bisognava disarmare l’atomo iraniano per salvare il futuro, raccontandoci che in pochissimi mesi Teheran sarebbe riuscita a fare ciò che né l’URSS né gli USA avevano realizzato in decenni. Roba da circo mediatico.
Poi, con la velocità di un cambio di scena teatrale, l’obiettivo è diventato la testa del regime, tuttavia, quando le mura non sono crollate al primo squillo di tromba e la popolazione non si è riversata nelle piazze per giustificare l’evidente violazione del Diritto internazionale di USA e Israele, la retorica si è ripiegata sulla difesa dei vicini, poi sulla prevenzione, infine sulla pura reazione ai missili iraniani.
Missili che, però, l’Iran ha lanciato solo in risposta all’aggressione di guerra subita e agli omicidi dei suoi leader.
Lo stesso Marco Rubio ha dichiarato, in conferenza stampa, che “Sapevamo che se l’Iran fosse stato attaccato ci avrebbe immediatamente colpito. E noi non saremmo rimasti lì a subire il colpo”.
Di fatto, ha smontato ogni ipotesi di attacco preventivo e dimostra che si è trattato di un’azione studiata e premeditata da parte degli israeliani a cui gli USA si sono sentiti in obbligo di accodarsi.
Forse per distogliere l’attenzione dai file Epstein?
È una regressione comunicativa che fa sembrare la dottrina Bush un capolavoro di coerenza accademica e lo stesso George Bush junior altamente rivalutato rispetto a chi c’è ora. Il che è tutto dire.
Perché Trump, al guinzaglio di quel Bibi che è ricercato per crimini di guerra e contro l’umanità, non ha affatto liberato il popolo iraniano, di cui gli importa come del meteo di sabato prossimo su Saturno, ma è riuscito a rendere il Medio Oriente instabile come mai nella storia.
E, mentre le cancellerie occidentali discutevano di “conflitti limitati”, l’Iran ha riscritto il codice sorgente della stabilità globale.
IL DOMINO DEL SANGUE E LA FINE DELLE FRONTIERE
Nessuno ha bussato alla porta delle democrazie europee, ma il conflitto è già entrato in salotto.
Non è più la cronaca di un duello tra Stati, ma un’infezione sistemica che corre lungo le dorsali sottomarine e le rotte aeree.
Vedere Cipro, quel frammento di Europa sospeso nel blu, finire nel mirino dei droni partiti dal Libano è lo shock elettrico che avrebbe dovuto svegliare Bruxelles, invece, l’Unione Europea somiglia a un condominio in fiamme dove gli inquilini litigano sul colore dei secchi da usare per riempirli d’acqua.
Emmanuel Macron agita lo spettro di un ombrello nucleare collettivo, cercando di serrare i ranghi di una “legione di volenterosi” che va da Varsavia all’Aja, i soliti guerrafondai da trenino.
È un tentativo disperato di ritrovare una sovranità perduta mentre il baricentro del mondo si sposta violentemente verso est.
In Italia, il silenzio è interrotto solo dal rumore dei passi di chi cerca di giustificare vacanze istituzionali in momenti di crisi atomica, che somigliano a figuracce in mondovisione, con Tajani che fa la figura dello studentello che non ha studiato, davanti ai giornalisti. Una scena imbarazzante, per come il povero ministro non riuscisse a capacitarsi del fatto che gli “amici” israeliani avessero avvisato l’Italia solo mentre i missili erano già in cielo.
Un paradosso sociologico che racconta meglio di mille saggi la crisi della nostra classe dirigente e della credibilità italiana per chi comanda davvero il mondo.
Soprattutto alla luce del fatto che l’opposizione è in coma profondo e non si scorge all’orizzonte nessuno che possa anche solo lontanamente dare la parvenza di uno statista degno di tal nome e capace di proporre alternative credibili a questo governo brancaleonoso.
Siamo trascinati nel fango di una guerra regionale che ha già mangiato le risorse destinate ad altri fronti.
I missili Patriot, che fino a ieri erano la flebo vitale per la resistenza ucraina, oggi vengono consumati a ritmo industriale per proteggere le basi americane nel Golfo, proprio come prevedevo in un articolo di circa un mese fa.
E ogni intercettazione nel deserto è un pezzo di sicurezza europea che evapora.
LO STRETTO DI HORMUZ COME UN INFARTO PER LE NOSTRE ECONOMIE
Quel braccio di mare, che un tempo era una riga blu sulla mappa, ora è una ferita. Il polmone energetico del pianeta è andato in arresto respiratorio e qualcuno ha appena staccato la spina.
Non parliamo di proiezioni statistiche, ma di ciò che accadrà domani mattina al supermercato, alla pompa di benzina, nelle fabbriche che attendono componenti che non arriveranno mai.
Il greggio a 75 dollari è solo l’inizio di una febbre che non scenderà. La globalizzazione, quel sogno di un mercato senza attriti che abbiamo insegnato nelle università per trent’anni, è morta sotto i colpi dei proxy iraniani che ora colpiscono hub finanziari come Dubai.
Il caos non è un semplice effetto collaterale, ma l’arma principale di Teheran. Colpendo l’Oman, il mediatore storico, l’Iran ha bruciato i ponti della diplomazia, costringendo il mondo a guardare dentro l’abisso.
Chi pensava a una guerra lampo di quattro settimane, seguendo i deliri di onnipotenza di Trump, vive in un’allucinazione cognitiva. In Medio Oriente, il tempo non è una linea, ma un cerchio di fuoco che può bruciare per decenni.
L’ETICA DELLA MACCHINA E IL TRADIMENTO DELLA SILICON VALLEY
C’è un aspetto ancora più inquietante in questa carneficina: il ruolo dell’intelligenza artificiale. Mentre i corpi cadono, le macchine calcolano.
È emersa una frattura profonda, quasi una guerra civile etica, nel cuore tecnologico del mondo. Da una parte colossi come OpenAI che firmano patti col Pentagono per coordinare i raid; dall’altra realtà come Anthropic che cercano di opporre un rifiuto morale all’uso bellico dei propri neuroni sintetici, in quella che, non volendo, è stata la più brillante operazione di marketing della storia, tant’è che OpenAi è dovuta correre ai ripari, ma troppo tardi.
Il Pentagono, al di fuori di ogni regola democratica, ignora i bandi presidenziali per continuare a usare simulazioni proibite, convinto che senza l’IA la vittoria sia impossibile.
Stiamo affidando il destino dell’umanità a calcoli che escludono la variabile del dolore, della storia, della dignità, dell’essere umano prima di ogni altra cosa.
È una deumanizzazione della strategia che ci porta verso scenari in cui l’errore di un sensore può scatenare l’intervento inevitabile di giganti come Russia e Cina, pronti a difendere le proprie arterie energetiche ormai polverizzate.
L’ULTIMA CHIAMATA PER LA CIVILTÀ
La storia non ci perdonerà la nostra inerzia. Ogni minuto passato a discutere di “standard internazionali” mentre le ambasciate bruciano e le navi affondano è un tradimento verso le generazioni future.
Ogni minuto a difendere criminali di guerra soltanto perché giocano nella nostra squadra è un missile lanciato sul futuro delle nuove generazioni.
Non abbiamo bisogno di una tregua tecnica, ma di un atto di consapevolezza estrema. O la diplomazia riprende il suo posto, con una forza che superi l’arroganza delle armi, o il mondo che abbiamo costruito cesserà di esistere prima che arrivi l’estate.
Le lacrime di un padre a Gaza e a Teheran sono identiche a quelle di un turista bloccato a Dubai o di un operaio che perderà il lavoro in un’acciaieria dell’Ohio per il blocco delle rotte.
Siamo tutti nodi della stessa rete. Se uno strappo diventa voragine, cadiamo tutti.
È tempo di smettere di applaudire i discorsi bellici dai divani di casa perché la lettura più aulica degli ultimi mesi è stata l’etichetta della birra o l’ultimo articolo di qualche pennivendolo da pale ottocentesche, muli, microchip, senza accorgersi che se ci sono due nazioni che più di tutti hanno violato il Diritto internazionale, quelle sono gli USA e Israele.
È tempo di pretendere un tavolo negoziale che non sia una resa, ma un salvataggio collettivo, per prima cosa dai nostri leader occidentali, dei quali, il meno peggio, non sembra all’altezza.
La gloria tra le macerie è un’illusione per folli che hanno la stessa capacità di comprendere la geopolitica di Trump e von der Leyen, il che, visti gli ultimi anni, è tutto dire.
La realtà, oggi, è solo un cielo nero che attende un raggio di ragione, sopra a leader che l’uso della ragione non la dimostrano da almeno quattro anni.
Perché la guerra in Iran non durerà solo quattro settimane e non sarà indolore. Durerà anni.
Forse in Medio Oriente si placherà prima dell’estate, con esiti tutt’altro che scontati, ma si sposterà nelle stazioni, nelle nostre periferie, nei centri commerciali, perché la partecipazione americana ha risvegliato la sete di vendetta che anima il terrorismo.
E se l’Italia concedesse l’uso delle sue basi, uno dei primi bersagli saremo noi.
E il tempo, come il fumo sopra Teheran, sta rapidamente svanendo.
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