L’aria nei corridoi del Palazzo Berlaymont, sede della Commissione europea, è rarefatta, satura del profumo di caffè costoso e di una determinazione ai limiti della follia, che somiglia sempre più all’arroganza di hitleriana memoria.
Ursula von der Leyen siede dietro la sua scrivania, un perimetro di potere che la presidente ha da tempo allargato ben oltre i confini tracciati dai trattati di Roma. Ben al di là delle regole democratiche.
La sua voce, quando annuncia quel prestito da 90 miliardi di euro per l’Ucraina, non ammette repliche. “In un modo o nell’altro”, dice.
Quattro parole dovrebbero far tremare le fondamenta di ogni parlamento nazionale e dovrebbero far nascere un brivido lungo la schiena di chiunque abbia un animo davvero democratico, perché portano in sé il germe di un assolutismo che la nostra memoria storica ha sepolto sotto strati di oblio volontario.
Un assolutismo che riporta l’Europa indietro ai tristi fasti della Germania nazista.
Il meccanismo è quasi geniale nella sua perversione giuridica: usare gli interessi dei beni russi congelati come garanzia. Ma non è l’illegalità del gioco sulla finanza, che darebbe a Mosca il pretesto per bloccare miliardi di dollari e di euro, a preoccupare, ma il metodo.
Di fronte al veto di Budapest, previsto dalle regole democratiche che l’Europa si è imposta per non essere come la Cina, la Russia o la Corea del Nord, la Commissione non cerca più la sintesi democratica, ma la via di fuga procedurale; in pratica, la Commissione vuole imporre la “volontà del capo” sulla “certezza della norma”.
Vuole comportarsi come Cina, Russia e Corea del Nord.
I padri fondatori, uomini che avevano visto le macerie ancora fumanti del 1945, avevano costruito l’Unione sull’unanimità e sui contrappesi democratici con lo scopo di evitare a prescindere ogni possibilità dispotica, perché sapevano che il potere tende all’espansione infinita se non incontra un muro.
Oggi, quel muro viene abbattuto in nome dell’emergenza e Ursula von der Leyen, – e i suoi sostenitori, – è un gravissimo pericolo per la tenuta democratica dell’Europa.
La storia ci insegna che le democrazie non muoiono quasi mai sotto i cingolati di un esercito invasore, ma sbiadiscono poco a poco, si dissolvono a piccole dosi, come un veleno somministrato nel tè della sera.
Ricordate la Repubblica Romana?
Augusto non abolì il Senato; lo rese semplicemente superfluo, svuotandolo di senso mentre ne manteneva i rituali. È esattamente ciò che sta accadendo oggi, perché, se una Commissione può decidere di bypassare le regole sovrane “in un modo o nell’altro” per una causa ritenuta nobile, chi le impedirà di farlo domani per una causa meno limpida?
E quale valore ha la democrazia, se si accende o si spegne a seconda degli umori di chi comanda? Se chi comanda può trasformarsi in dittatore quando gli fa comodo?
Nel frattempo, fuori dalle stanze climatizzate di Bruxelles, il continente respira a fatica.
Dall’avvento di von der Leyen, l’Europa ha perso il suo ruolo di faro della democrazia nel mondo; i costi energetici stanno strangolando le nostre industrie, la de-industrializzazione non è più uno spettro, ma una statistica, insomma, un fallimento dietro l’altro, eppure, la retorica bellicista non accenna a diminuire.
Siamo intrappolati nel paradosso sociologico per cui l’incapacità di negoziare è diventata una virtù morale.
C’è un’ombra lunga che paralizza il pensiero europeo, ed è l’ombra di Adolf Hitler. Ogni volta che si parla di pace con Mosca, il fantasma del 1938 viene evocato come un anatema. Ma si tratta di una sciocchezza, una retorica che trasforma la diplomazia in tradimento e la prudenza in vigliaccheria.
La realtà sul campo è più cinica dei nostri giudizi morali: l’Ucraina sta subendo un collasso demografico senza precedenti, tra migliaia di morti e di invalidi, oltre a un terzo della popolazione fuggita all’estero. Altro che patriottismo e voglia di resistere.
Gli ucraini non vogliono la guerra. Sono i loro capi a volerla, e chi sostiene il partito unico del capo. Visto che l’opposizione è stata, di fatto, bandita e le elezioni sono sospese da almeno un anno.
Stiamo finanziando la sopravvivenza di un fronte militare a spese della sopravvivenza di un popolo.
Una generazione di giovani ucraini viene mandata al macello mentre noi, a migliaia di chilometri di distanza, alziamo le spalle e votiamo risoluzioni scritte tra una pausa pranzo e una doccia calda, stando dietro alle follie di una presidente che non è ancora riuscita ad azzeccarne mezza.
La “Carta di Parigi” del 1990 prometteva una casa comune europea basata sulla sicurezza indivisibile. Quella promessa è stata stracciata. Abbiamo preferito la logica dei blocchi contrapposti alla complessità del dialogo.
E ora, la Commissione europea cerca di consolidare questo fallimento trasformandosi in un direttorio autocratico.
L’Ungheria di Orbán può essere un fastidio politico, ma il diritto di veto è l’ultima difesa contro la dittatura della maggioranza e contro la parola FINE alla democrazia, o peggio, contro la dittatura di una tecnocrazia che non risponde a nessuno. L’ultimo baluardo contro la vittoria del disegno hitleriano.
Guardate bene le immagini dei leader che si abbracciano a favore di camera, intorno a von der Leyen. Dietro quei sorrisi, c’è un vuoto di idee che stanno pagando tutti gli europei, a cominciare dalle aziende spazzate via dalle follie green, alle bollette assurde per le sanzioni “dagli effetti dirompenti” che dovevano piegare Mosca entro dicembre 2022.
Se il coraggio della pace è stato sostituito dalla testardaggine dell’imposizione a ogni costo, allora l’Europa ha smesso di essere un progetto di civiltà per diventare un’agenzia di sanzioni e di guerra.
Non svegliarsi oggi, di fronte al pericolo rappresentato da von der Leyen e da chi approva le sue politiche, significa accettare che la norma sia l’eccezione. Significa ammettere che il “in un modo o in un altro” di Ursula von der Leyen diventi il nuovo codice di condotta del nostro continente.
Significa che Hitler vince, non la guerra, ma imponendo il suo disegno ultimo.
Le dittature non arrivano con il fragore dei tuoni, ma con il fruscio della carta bollata che ignora i trattati.
Arrivano quando i cittadini smettono di chiedere “perché” e iniziano a chiedere “quanto”.
Arrivano quando persino i pennivendoli della propaganda preferiscono parlare di Olimpiadi e di Sanremo piuttosto di dare notizia sull’operato della Commissione, perché imbarazzati da cotanta dimostrazione di nazismo negli atti istituzionali.
La libertà è un muscolo che si atrofizza se non viene usato per dire “no!”.
E oggi, l’Europa ha un disperato bisogno di persone che abbiano il coraggio di dire no a questa deriva, prima che l’ultimo lume della diplomazia si spenga definitivamente, lasciandoci soli in un freddo inverno del diritto.
In un inverno che, se la follia di questa Commissione non troverà un argine democratico, ci porterà a un’era che si studierà il prossimo secolo tra i banchi di scuola, quando Hitler sarà relegato nella Storia moderna e chi ci sta portando al baratro oggi prenderà il suo posto in quella che sarà la nuova Storia contemporanea.




