Il vento soffia ancora gelido tra le macerie di Mykolaiv, portando con sé l’odore metallico del tritolo e quello dolciastro del fumo stantio.
Ormai, la guerra in Ucraina è scivolata, quasi per inerzia, nel suo quinto anno di vita, trasformandosi in una creatura nuova, deforme e imprevedibile. Il 24 febbraio scorso, infatti, è stato il quarto anniversario di un conflitto che si poteva evitare, ma che interessi economici e geopolitici hanno voluto fortemente.
Una guerra che non è più solo una questione di trincee e fango, ma un mosaico asimmetrico dove la verità è la prima vittima di una propaganda che non cerca neanche più di convincere, ma solo di stordire.
Sotto la superficie dei comunicati ufficiali, si muovono correnti sotterranee di spionaggio, disperazione rassegnata e un riassetto geopolitico che sta riscrivendo le regole del mondo.
Quattro anni di guerra, dunque. Una guerra che la Russia aveva immaginato rapida come un lampo, perché non aveva considerato l’intervento delle armi NATO e anche di vari reparti militari e d’intelligence, indispensabili per utilizzarle al meglio.
Quattro anni di balle della propaganda occidentale, di notizie che davano Putin spacciato per quattro tipologie di cancro e Mosca al tappeto entro Natale 2022 per le sanzioni occidentali dagli effetti dirompenti. Poi la Russia era al tappeto nel 2023, in virtù della poderosa controffensiva ucraina.
Ancora, nel 2024, il rublo era carta straccia. I russi smontavano microchip dagli elettrodomestici ucraini perché non avevano più soldi per acquistarli. Gli stessi russi che cavalcavano muli perché i mezzi blindati erano stati tutti distrutti dagli ucraini.
I medesimi russi che morivano al ritmo di 1000 al giorno, cioè oltre 1,2 milioni di morti dall’inizio del conflitto, che significa l’intero esercito di Mosca ai dati del 2022.
Quattro anni di barzellette e sciocchezze megagalattiche spacciate per giornalismo. Perché non conta più informare, ma costruire narrazioni che siano marketing per chi comanda.
IL FRONTE DEL LOGORAMENTO E IL MIRAGGIO DELLA RICONQUISTA
Sulla carta, i numeri danzano come ombre cinesi. Il generale Syrskyi annuncia la riconquista di 400 chilometri quadrati nel sud, un dato che fluttua con una rapidità sospetta, passando dai 200 ai 300 in poche ore di intervallo comunicativo.
Ma la realtà del campo, quella analizzata dal generale italiano Maurizio Boni, parla una lingua meno entusiasta: «la Russia ha sistematicamente neutralizzato gran parte del potenziale bellico di Kiev.
L’Ucraina soffre di una penuria cronica di carne e acciaio. Non bastano i droni, non bastano le munizioni mandate con il contagocce dall’Occidente se manca l’ossigeno del personale pronto al fronte. La mobilitazione forzata, diventata ormai una caccia all’uomo nelle città, racconta la frattura interna di una società che, pur non volendo cedere, sente il peso insopportabile della realtà.»
ASIMMETRIA: QUANDO IL TERRORISMO DIVENTA STRATEGIA
Quando la forza bruta delle armate si arena, il conflitto muta pelle.
La guerra diventa anche attentati, come quelli alle stazioni di servizio a Mykolaiv e come le esplosioni a Leopoli, sintomi di una guerra asimmetrica dove l’obiettivo è ledere la stabilità emotiva del nemico.
Ma il gioco si fa ancora più sporco, perché aleggia il sospetto di operazioni “false flag” sull’esplosione alla stazione ferroviaria di Mosca. È un classico della sociologia della comunicazione in tempo di guerra: creare un martire interno per giustificare l’escalation esterna.
La Russia ha bisogno di dipingere l’Ucraina come un’entità terroristica agli occhi della propria opinione pubblica per alimentare la macchina del consenso. È una danza macabra di specchi e di inganni, dove ci sono più inganni che specchi da ambo le parti.
IL TAVOLO DELLA PACE E IL DECLINO DEL SOGNO LIBERALE
Mentre a Kiev si organizzano i “blackout parties”, una risposta sociologicamente affascinante, quasi di riscossa giovanile, dove si balla al buio per non morire di malinconia, nelle stanze del potere mondiale il paradigma sta cambiando.
Lo “Spirito di Anchorage” o il fantomatico “Board of Peace”, invocato da colossi come BlackRock ed Elon Musk, suggeriscono che l’idealismo democratico sta cedendo il passo al realismo.
Marco Rubio, a Davos, ha infranto l’illusione della “fine della storia”, l’idea che il mondo intero sarebbe diventato un’unica democrazia liberale regolata dal commercio. Un’idea morta sotto i colpi dei mortai.
L’Occidente, oggi, si riscopre vulnerabile e frammentato, con un’Europa che cerca disperatamente in Zelensky un’ancora di salvezza, mentre la NATO, guidata dai sussurri di Washington, inizia a guardare oltre, verso un equilibrio che potrebbe sacrificare territori sull’altare della stabilità energetica, per cui 27 è un numero di paesi che potrebbe essere minore prossimamente.
SPIONAGGIO E TRADIMENTO: LE RADICI NEL CUORE DELL’EUROPA
La guerra non è più confinata al Donbass, ma è arrivata a Stoccarda, dove tre cittadini ucraini siedono sul banco degli imputati con l’accusa di spionaggio per conto di Mosca.
È un paradosso sociologico: il nemico che recluta tra le fila dei figli della vittima, ammesso che non sia l’ennesima propaganda come le prime notizie sul danneggiamento del NordStream, attribuito alla Russia, mentre poi si è scoperto causato dall’Ucraina.
La Polonia arresta bielorussi pronti a sabotare le ferrovie, ma è la stessa Polonia che gridava ai droni e ai missili russi, che posi si sono rivelati ucraini o problemi elettromagnetici.
La Germania si scopre terreno di caccia per i servizi russi e questo “satanismo collettivo”, come lo definisce con toni millenaristici il ministro Lavrov, è la narrazione russa per deumanizzare l’avversario, ma dietro la retorica spirituale si nasconde una fredda strategia economica: colpire le infrastrutture di trasporto tedesche significa colpire il cuore del supporto logistico all’Ucraina.
Anche se non si fanno mai considerazioni sui popoli europei, che, ormai da diversi mesi, si esprimono sempre più veementemente contro l’ulteriore invio di armi in Ucraina e per un’attività diplomatica più intensa. Un aspetto glissato dalla propaganda, ma con cui dovranno fare i conti i paesi che si avvicinano alle campagne elettorali per i cambi di legislature.
UNA GUERRA SENZA USCITA DI SICUREZZA
La pace non è un’opzione sul tavolo, ma un termine abusato per guadagnare tempo, perché gli unici che davvero la vogliono sono gli ucraini, sia quelli che temono di essere strappati dai marciapiedi per andare a morire al fronte, sia quelli fuggiti all’estero per salvarsi.
L’Ucraina chiede garanzie legali di difesa agli Stati Uniti, ma Washington sa che un impegno “nero su bianco” significherebbe la Terza Guerra Mondiale, la prima nucleare, nonché l’ultima della “razza” umana. Specie mi sembra eccessivo per ciò che siamo diventati.
Così, si continua a navigare a vista, tra una raffineria russa che brucia sotto i colpi di un drone ucraino e un’architettura di sicurezza europea che scricchiola sotto il peso di interessi divergenti.
Il quarto anno di guerra, appena concluso, conferma che il mondo che conoscevamo prima di quel febbraio 2022 non tornerà.
Siamo figli di un’era anomica, dove il ruggito delle armi è solo il rumore di fondo di un riassetto globale di cui non conosciamo ancora il prezzo finale. Un’era in cui, come ci raccontano i file Epstein, viviamo in una bolla in cui non esistono santi, ma tantissimi demoni.
Intanto, nelle cantine di Kiev, si continua a ballare tra un allarme aereo e l’altro, aspettando un’alba che sembra non arrivare mai.
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