Il silenzio è il suono più assordante che si possa ascoltare oggi lungo il Reno.
Non è il rumore dei progressi, ma quello di un’invasione senza spari. Sulle banchine dei porti europei, migliaia di automobili cinesi dalle scocche lucide, con loghi BYD che brillano sotto una pioggia grigia, attendono di essere sdoganate.
È un dato di fatto, non un’opinione: i produttori orientali hanno ufficialmente spezzato l’osso del collo al nucleo industriale più importante dell’Unione Europea; proprio mentre i nostri politici discutono di normative, la Cina costruisce i sogni dei nostri figli, vendendoceli con uno sconto del trenta per cento.
L’Europa è una vettura impantanata nel fango della sua follia decisionale, e, proprio ora che il mondo è diventato un groviglio di ricatti sulle necessità primarie, siamo diventati il teatro di un paradosso dove il transito energetico pesa più dei trattati firmati a Versailles.
In questo scenario, in cui la diplomazia è trattata come una bestemmia in una chiesa, la Germania ha deciso di smettere i panni della formica austera per indossare quelli del generale, con la proposta di un’Europa a due velocità.
Un club d’élite, una “Serie A” guidata da Berlino e Parigi, con l’Italia, la Spagna, i Paesi Bassi e una Polonia che però, nelle nebbie della diplomazia, viene spesso confusa o scambiata per partner meno solida.
Ed è qui che si avverte il cortocircuito analitico dei nostri tempi, per cui c’è chi elenca partner come se fossero pedine su una scacchiera stabile, ignorando che in luoghi come la Romania o la Bulgaria, la democrazia è un algoritmo instabile, capace di annullare elezioni e arrestare vincitori pur di compiacere le autocrazie burocratiche di Bruxelles.
Berlino non propone questa scissione per generosità, ma per sopravvivenza: con un debito pubblico sostenibile e i Bund che restano l’ultima ancora di salvezza per il risparmio continentale, la Germania sta mettendo sul piatto l’unica merce di scambio che le è rimasta, costituita dalla forza bruta.
La crisi industriale tedesca è così profonda che Berlino deve necessariamente puntare sul militare per riconvertire la sua economia. Il sogno di Friedrich Merz non è solo quello di un esercito comune, ma di una Germania che torna ad armarsi, che guarda al nucleare, che ringhia verso la Russia. È un’immagine che fa tremare i polsi a chi ancora ricorda il Novecento, eppure nessuno osa alzare la voce.
Al centro di questo uragano, c’è l’Italia di Giorgia Meloni. La Premier si muove come un’equilibrista su un filo sottile teso tra Washington e Berlino: è stata a rimorchio di Biden, ora attende di capire come posizionarsi rispetto a Trump, cercando di conservare quegli ultimi scampoli di sovranità che Bruxelles chiede quotidianamente in sacrificio.
Ma quale sovranità si può difendere se il tuo partner principale, la Germania, decide di centralizzare la gestione dei risparmi e degli investimenti per finanziare le proprie fabbriche d’armi?
Stiamo costruendo un’Europa federale sotto la leadership teutonica, accettando una Serie B per tutti i paesi che non sapranno adeguarsi al ritmo della militarizzazione. Il rischio è che, mentre noi ridisegniamo i trattati tra un veto e l’altro, il mondo si sia già spostato altrove.
L’India e la Cina non bussano più alla porta: l’hanno già sfondata. Siamo il continente della trasformazione che ha smesso di trasformare, il museo di un’epoca che non ha saputo proteggere i propri marchi né i propri confini ideali.
La sintesi finale è amara e ci racconta di un’Unione Europea, così come l’abbiamo conosciuta, che è finita nei fatti. Restano i nomi, restano le bandiere blu con le stelle gialle, ma il cuore dell’industria e della diplomazia autonoma ha smesso di battere. Al loro posto, sta nascendo un mostro freddo fatto di debito comune, arsenali atomici e geopolitica del sospetto.
Chi non corre alla velocità di Berlino è destinato a essere l’osservatore passivo di un tramonto che non abbiamo avuto il coraggio di evitare.
Con la speranza che l’alba del mondo non ci faccia fare un tuffo indietro di un secolo, a quel riarmo che un nel Novecento portò alla Prima e poi alla Seconda Guerra mondiale.




