di Redazione TZ
Le corde di un violino non vibrano mai solo per lo scorrere dell’archetto.
A Cremona, all’interno degli eleganti spazi di Gabetti Arte, il violino di Daniela Fusha ha squarciato il silenzio come un bisturi di seta. Un regalo inatteso, un dialogo potentissimo tra sorelle: Daniela, con l’archetto in mano, e Viola, con le sue opere alle pareti.

Il vernissage di AMARE si è aperto così, con un momento di pura poesia che ha trasformato un evento mondano in un esperimento sociologico sulla connessione umana.
La Prof.ssa Daniela Belloni e il Dott. Pasquale Di Matteo non hanno semplicemente allestito una mostra, ma hanno convocato dodici testimoni di una trasformazione necessaria, capaci di sviscerare il nostro tempo per raccontarcelo attraverso i loro linguaggi espressivi.

L’ARCHITETTURA DI UN’URGENZA: OLTRE IL SENTIMENTALISMO
Viviamo in un’epoca di rumore, dove la comunicazione è spesso un guscio vuoto.
Pasquale Di Matteo, però, ribalta il paradigma. In questo contesto, l’arte non è decorazione, ma “strumento geopolitico dell’anima”.
Il suo metodo di crescita personale e di comunicazione, il KINSAISEI (Rinascita d’oro), trasfigura il trauma in linea di forza, in quella che non è un’idea astratta, bensì la proiezione della sua stessa parabola umana: dalla catena di montaggio alla scoperta del Giappone, dalla malattia alla comprensione che le crepe non sono fallimenti, ma varchi per la conoscenza.
Dodici artisti, dodici stadi di una ricostruzione interiore che sfida la gravità dell’apatia contemporanea.
MATERIA E MEMORIA: IL CORPO DELLA TERRA
La mostra “Amare, l’essenza della vita”, dopo la sorpresa del violino di Daniela Fusha, si è aperta con un’introduzione della Prof.ssa Daniela Belloni, che ha sottolineato la presenza di artisti provenienti da diversi territori europei, persino dall’Irlanda.
Belloni ha ricordato le bellezze offerte dalla città di Cremona, le eccellenze storiche e architettoniche, e ha ringraziato Gabetti per l’attenzione all’arte in un momento in cui il settore artistico non gode di buona salute.
Poi il Dott. Di Matteo ha esordito con una provocazione. Con la schiettezza di chi ha barattato ventiquattr’anni di catena di montaggio con la libertà di pensare, ha liquidato il ruolo del critico tradizionale come un “pessimo mestiere” se ridotto a fredda analisi tecnica.
Per lui, un vernissage non è un’esposizione, ma una “scossa” necessaria contro l’apatia di un presente troppo spesso muto.
Di Matteo ha tenuto una vera e propria lezione del suo metodo Kinsaisei, quello che, in soli sette anni, lo ha portato dall’essere un anonimo operaio della bassa Pianura Padana a laureato e rappresentante di una società culturale giapponese.
Di Matteo ha sottolineato l’urgenza comunicativa dove l’arte funge da strumento geopolitico dell’anima, perché la comunicazione è un medicinale strategico, una prescrizione per l’esistenza capace di mappare la salute dello spirito proprio lì, dove la materia ha accettato di rompersi per smettere di essere oggetto e farsi, finalmente, testimonianza.
Per farsi comprendere, Di Matteo ha sottolineato la differenza tra Van Gogh e Warhol.
Quest’ultimo non era il più bravo pittore della sua generazione, eppure, ha dominato il mercato, la cultura pop, la storia dell’arte del Novecento, e i più pensano persino che abbia inventato la Pop Art, quando a inventarla fu Richard Hamilton, ma in quanti lo conoscono o ne hanno anche solo sentito parlare?
La differenza tra i due era in ciò che Warhol faceva intorno ai quadri e che Hamilton non fece.
La Factory, lo studio aperto a tutti, il teatro della produzione artistica come spettacolo pubblico. Ancora di più, le dichiarazioni provocatorie progettate per finire sui giornali.
Stessa verifica possiamo farla tra Georges Braque e Pablo Picasso, che avevano entrambi un livello tecnico elevato e una visione condivisa.
Tuttavia, oggi Picasso vale miliardi all’asta. Braque non fa notizia.
Perché Picasso costruì una narrazione. Era un personaggio della cultura europea del Novecento e ogni aspetto della sua vita privata diventava parte del brand.
“Chiunque costruisca valore senza costruire la narrazione di quel valore si trova nella posizione di Van Gogh: un genio che non riesce a pagare l’affitto” ha detto Di Matteo.
La narrativa è parte del lavoro, è la parte che permette al lavoro di arrivare alle persone giuste, al prezzo giusto, nel momento giusto.
Poi Di Matteo ha presentato i dodici protagonisti della mostra.














Franca Formis. Pasquale Di Matteo ha sottolineato la raffinata eleganza dei suoi colori e il tema ricorrente delle barche, che non parlano solo di solitudine, ma rappresentano sia un punto di arrivo che di partenza, un viaggio che può essere felice o tribolato. La sedia a sdraio di una sua opera sembra evocare una presenza invisibile, raccontando una storia d’amore o di una presenza passata.
Laura Suarez. La sua espressione artistica è caratterizzata da una figura femminile ricorrente, che rappresenta un’estroflessione delle emozioni della stessa artista. Il suo è un percorso di vita con un aspetto meditativo che ricorda la cultura orientale. Utilizza gessetti a olio che creano un effetto di vibrazione cromatica e movimento, mantenendo una coerenza nel discorso artistico.
Roberta Lodi Rizzini. La peculiarità della sua arte è l’uso del blu meditativo, colore dell’inconscio. Le sue opere, popolate da vortici, pianeti e sfere, sono un’esaltazione dell’universo e invitano l’osservatore a riflettere sulla propria vita, ricordandoci la nostra piccolezza rispetto all’immensità del cosmo.
Simona Sarao. La sua arte nasce dal bisogno viscerale di raccontarsi, andando oltre la superficie delle cose. Il suo linguaggio si sta evolvendo verso l’astratto, dove trova un’armonia cromatica per narrare un’ascesa spirituale, simboleggiata spesso dal colore oro, con cui cerca di ricondurre la materia allo spirito.
Viola Fusha. Di Matteo loda la sua ottima mano e il suo discorso sull’ascesi e l’evoluzione. Nelle sue opere si trovano simboli come la porta, l’albero della vita e la scala che sale, che rappresentano la memoria, i ricordi e il vissuto dell’artista o di persone a lei care. Utilizza colori vivaci che trasmettono una forte carica emotiva.
Chiara Menetti. Esponendo per la prima volta a Cremona, colpisce per il senso di movimento e l’armonia cromatica. Rappresenta animali, come le carpe che danzano per mostrare che la vita e l’amore non sono esclusive umane. Lo sfondo nelle sue opere appare come un’estensione dei soggetti stessi, in un linguaggio fresco, capace di svolazzi poetici che strizzano l’occhio all’Urban Art.
Teresa Tonelli. La sua arte è caratterizzata da una potenza materica grezza e dalla sperimentazione con diversi supporti. Nelle sue opere, corpi che si abbracciano emergono da colori che richiamano la terra (valori familiari e morali). L’attenzione non è sul realismo del tratto, ma sulla forza dell’abbraccio e del desiderio, integrando anche elementi affettivi come i pizzi della nonna.
Laura Mancarella. Condivide con la Tonelli l’attenzione per la materia e il graffio nel colore alla ricerca della luce. La luce è fondamentale perché coinvolge direttamente l’osservatore. I suoi astratti sono dimensioni parallele dove i colori rappresentano sentimenti: marrone per la terra, oro per l’ascesa, bianco per il cambiamento e blu per la meditazione. Opere che sono dimensioni da vivere, sentire ed esplorare.
Attilio Zanangeli. Possiede un linguaggio molto riconoscibile che congiunge terra e cielo. Le sue figure umane sono stilizzate, simili a punti esclamativi con arti in movimento, e rappresentano l’intero percorso della vita umana, dalla nascita al radicamento nella famiglia fino alla tensione verso l’infinito, con le farfalle dorate che rappresentano la parte spirituale.
Giovanni Cataldi. Pittore e scultore dal linguaggio peculiare. Nei quadri utilizza un movimento “a nastro” che simboleggia lo srotolarsi dei sentimenti e la coreografia della vita. Usa neri profondi per dare impatto e far risaltare gli altri colori. Ha realizzato anche una scultura simbolica (con delle scarpette rosse in omaggio all’installazione di Elina Chauvet) contro la violenza sulle donne, di grande potenza concettuale.
Danielle Dorrington. Si dedica alla raffigurazione di icone, come Sinead O’Connor o Bono, dimostrando una grande manualità realista e una capacità di usare il colore per creare immagini che sembrano fermi immagine di film del passato. Il suo obiettivo è catturare la passione e l’espressione del soggetto in quel preciso momento.
Maria Grazia Nolli. Integra la sua passione per la poesia nelle opere visive. Utilizza guizzi cromatici scuri su sfondi blu meditativi, creando l’effetto di una “pioggia dell’anima” o dei sentimenti. Le figure geometriche concentriche cercano di dare un ordine al caos interiore, in altre opere dagli sfondi marroni, trasformando la sua arte in un racconto poetico e ordinato di una situazione vitale.
UNA MAPPA DELLA SALUTE SPIRITUALE
Non si esce uguali da ciò che si attraversa.
Questo è il monito che rimane sospeso tra le pareti di Gabetti Arte, durante il vernissage di AMARE, che non è una mostra di opere d’arte, ma una prescrizione medica per lo spirito, per il benessere dell’anima.
In un sistema economico e sociale che mercifica perfino l’ingegno, l’operazione di Belloni e Di Matteo restituisce all’artista il ruolo di sciamano moderno, di filosofo e narratore del nostro tempo, in quella che sembra una sfida lanciata al pubblico, chiara e potente: non cercate risposte immediate, ma cercate la vostra “crepa dorata”, quell’imperfezione sulla superficie delle cose per cogliere la verità e l’essenza.
Perché la rinascita necessita di amore, di coraggio e di verità.
La mostra sarà visitabile fino al 7 marzo, negli orari e nei giorni indicati sulla locandina sottostante.
La pagina sulla mostra, che, durante i prossimi giorni, sarà aggiornata con foto dal vernissage, degli artisti e altro ancora: Pagina Mostra Amare.
