Immaginate il silenzio nella stanza di quel ragazzo?
In quel santuario disordinato, dove le idee prendevano forma tra libri di scuola e la luce bluastra di uno smartphone?
Il silenzio è stato violato da una vibrazione incessante. Una notifica. Poi due, cinque, cento.
Non da messaggi di amici, ma da pietre virtuali scagliate da una folla invisibile che ha deciso che tu, diciannove anni e una testa piena di domande, sei il Nemico. Che ha deciso di agire da branco.
Siamo a Recanati. La vicenda è accaduta a uno studente del Liceo Giacomo Leopardi, un fatto che trascende la cronaca locale perché è un caso evidente di studio clinico sulla patologia della nostra democrazia.
Come esperto di relazioni umane e dinamiche di potere, vedo i fili scoperti di una società che ha perso l’immunità al virus dell’odio, dove tanti sono contagiati dalla voglia di censura e di negazione del libero pensiero. E anche della logica.
IL MECCANISMO DEL CAPRO ESPIATORIO E LA DISSONANZA COGNITIVA
Un ragazzo, nell’esercizio legittimo e sacro del suo diritto allo studio e al confronto, organizza un incontro sul giornalismo di guerra. Gli ospiti sono i giornalisti Vincenzo Lorusso e Andrea Lucidi.
Il contesto è didattico, di confronto. È l’ABC della democrazia.
Ma il sistema mediatico-politico non ha visto “due reporter che lavorano nel Donbass”, quindi esperti sul campo e non da talk show, ma ha applicato un reframing istantaneo e violento:, cioè ha cambiato la cornice cognitiva dell’evento, e vi ha visto “due putiniani”.
L’etichetta è lo strumento più potente di controllo sociale quando le argomentazioni vacillano. Quando applichi l’etichetta “filorusso” o “putiniano” in un contesto di guerra polarizzata, non stai descrivendo un’opinione, ma stai disumanizzando l’interlocutore.
Stai attivando nel cervello rettiliano dell’opinione pubblica il segnale di pericolo: “Lui non è come noi. Lui è una minaccia”.
La dissonanza cognitiva qui è assordante.
I nostri politici dell’opposizione, ma anche ministri ed europarlamentari, si riempiono la bocca di parole come “libertà”, “democrazia”, “pensiero critico”.
Eppure, nel momento in cui un diciannovenne esercita quel pensiero critico, nella sua piena e legittima libertà, che è figlia della democrazia, di voler ascoltare l’altra campana – atto fondamentale in geopolitica per comprendere la complessità di un conflitto – il sistema immunitario dello Stato reagisce come se fosse un cancro da estirpare.
Ed ecco che le metastasi di quel cancro si attivano, con le interrogazioni parlamentari, con le etichette, con le ingiurie.
Dal punto di vista delle Relazioni Internazionali e del Diritto, ciò che è accaduto è un abominio istituzionale, poiché abbiamo assistito a una sproporzione di forze che farebbe impallidire qualsiasi stratega militare.
Da una parte, un ragazzo che studia per la maturità. Dall’altra, la vicepresidentessa del Parlamento Europeo, Pina Picierno, che scrive al Ministro dell’Istruzione Valditara.
È l’elefante che si spaventa del topo e chiede al cacciatore di sparare.
Roba da brividi per chiunque abbia a cuore la DEMOCRAZIA.
Questa non è politica; è bullismo di Stato.
Quando un rappresentante delle istituzioni punta il dito contro un singolo cittadino privato, per di più studente, sta violando il patto sociale implicito che vuole il Potere a protezione del debole, non a sua persecuzione. L’interrogazione parlamentare non era volta a capire; era volta a intimidire.
È un messaggio mafioso subliminale inviato a tutti gli altri studenti d’Italia: “Non azzardatevi a uscire dal tracciato. Non azzardatevi a fare domande scomode. O vi schiacceremo”.
Quella di Picierno è un atto intimidatorio da ricondurre all’epoca fascista, che nulla a che fare con una democrazia.
LA PSICOLOGIA DELLA FOLLA E LA DE-INDIVIDUAZIONE
Stephen King ha scritto spesso del terrore che si prova quando la normalità si sgretola. Per questo ragazzo, l’orrore ha assunto la forma di un giornalista, un professionista dell’informazione, che ha deciso di gettare il suo nome in pasto ai lupi di X (ex Twitter).
La folla online – il BRANCO – non vede più un essere umano. Vede un bersaglio. Termini come “zecca”, “inutile coglione”, “da vomito” non sono semplici insulti, bensì ancore linguistiche negative progettate per ridurre l’altro a un oggetto, a parassita. Se l’altro è una “zecca”, schiacciarlo non è omicidio, è igiene.
Al tempo stesso, sono corde che legano e creano un senso di appartenenza nella battaglia contro l’altro. Proprio come avviene nei regimi.
Le minacce fisiche (“ti aspettiamo fuori”) sono la logica conseguenza di questa narrazione. Abbiamo armato le mani degli instabili con la retorica dei giusti.
E, con l’atteggiamento intimidatorio, ai limiti dell’atto fascista, di Picierno e di quelli che le danno corda, abbiamo dato voce e motivo di stima di sé a tanti disagiati sociali che hanno nel DNA il rifiuto del libero pensiero e della democrazia.
Chi si prenderà la responsabilità se qualcuno passerà dalle parole ai fatti? Chi pagherà il conto psicologico di un ragazzo che, a 19 anni, deve blindare i suoi social come se fosse un testimone di giustizia sotto protezione?
E solo per aver agito da cittadino libero e dotato di spirito critico.
IL PARADOSSO DEL PLURALISMO E LA MORTE DELLA GEOPOLITICA
Come studioso di Geopolitica, trovo deprimente la povertà intellettuale di questa vicenda.
La guerra in Ucraina è una tragedia complessa, stratificata, con radici storiche profonde. Ridurla a una tifoseria da stadio, dove ascoltare un reporter dal fronte opposto equivale a tradimento, significa aver rinunciato a capire il mondo.
Significa non volere la verità, ma solo la verità di qualcuno in particolare.
La scuola, quel luogo sacro difeso dai docenti e dalla preside del Liceo Leopardi (a cui va il mio plauso per non essersi piegati), deve essere il laboratorio del dubbio.
Perché la Scuola è, ormai, l’ultima difesa alla deriva antidemocratica e censoria.
Se togliamo agli studenti la possibilità di confrontarsi con narrazioni “scomode”, non stiamo allevando cittadini, ma sudditi. Stiamo creando delle camere digitali umane, incapaci di gestire la complessità.
IL MIO APPELLO: RESTARE UMANI NELL’ERA DELLA MACCHINA
A quel ragazzo di Recanati dico: non avere paura. Il dolore che senti ora, l’ansia che ti stringe lo stomaco quando guardi il telefono, è il prezzo che si paga per essere liberi – E MATURI – in un mondo di schiavi mentali.
Hanno cercato di spezzarti perché la tua curiosità e il tuo spirito critico metteva in luce la loro mediocrità.
Hai fatto il tuo dovere di studente, ovvero cercare la verità oltre il velo di Maya della propaganda.
A noi, adulti, professionisti, genitori, spetta un compito ben più arduo. Dobbiamo guardarci allo specchio e chiederci: che società stiamo costruendo? Una società dove un Ministro e un Europarlamentare possono scatenare una caccia alle streghe su un liceale senza pagarne dazio?
È una vergogna.
Una vergogna che macchia le nostre istituzioni e che dimostra, ancora una volta, che la vera “minaccia ibrida” non viene da Mosca o da Pechino, ma dal vuoto, culturale e umano, di valori, che sta divorando l’Occidente dall’interno.
Difendiamo il libero pensiero e la democrazia del dissenso. Perché senza, la democrazia muore nel buio, tra gli applausi scroscianti di una folla-branco che ha dimenticato come si pensa e in cui un atto come quello di Picierno riesce a essere visto come cosa intelligente.




