IL MACABRO VALZER TRA LE MACERIE DI KIEV E I SALOTTI DEL POTERE

A Kiev e a Odessa, il buio è diventato una creatura fisica, una coperta pesante fatta di gelo e di ronzii elettrici che si spengono, un mostro che non spaventa più soltanto i bambini, nella loro immaginazione in maturazione, ma spaventa tutti.

Quando Vitali Klitschko – non certo al soldo di Putin – usa la parola “catastrofica” per descrivere la situazione della capitale, non cerca spazio sui giornali occidentali, ma descrive una situazione energetica ridotta a un colabrodo, parla di milioni di persone che si muovono come ombre in appartamenti senza acqua, senza riscaldamento, senza più speranza, mentre il tempo fuori scorre con la spietatezza di un boia che non ha fretta.

Il tempo aspetta.

IL PARADOSSO DI ZELENSKY: PROTEGGERE I CITTADINI PERDENDO IL DONBAS

Al centro di questa tempesta perfetta, Volodymyr Zelensky usa la solita retorica, quella che un tempo era galvanizzante, ma che sta assumendo sempre più le tinte cupe di un’ossessione shakespeariana.

Il presidente ucraino rifiuta ogni centimetro di compromesso territoriale, citando il destino di duecentomila anime ucraine nel Donetsk che non possono essere abbandonate al “mostro” russo, una posizione moralmente inattaccabile, ma strategicamente suicida.

Perché la realtà sul campo, documentata persino dalla fonte americana ISW, racconta una storia diversa: l’Ucraina sta perdendo il Donbas, ma lo sta facendo con una lentezza agonizzante che non dissangua solo le difese attuali, ma uccide anche il futuro del Paese.

Chasiv Yar e Sloviansk sono le prossime tessere di un domino che sta cadendo, un piccolo villaggio alla volta.

Valery Gerasimov, dall’altro lato della collina, conta dodici centri abitati conquistati in un solo mese. Per l’Occidente sono “villaggi spopolati”. Ma per chi è morto per difenderli erano tutto.

L’ARTE DEL SABOTAGGIO DIPLOMATICO: GARANZIE E PALETTI

Mentre la Russia, cinicamente, ma con logica, lancia l’esca di una governance temporanea sotto l’egida dell’ONU, una mossa che servirebbe a legittimare un cessate il fuoco per preparare elezioni che in Ucraina mancano da troppo tempo, Zelensky risponde alzando barricate di burocrazia.

Infatti, pretendere vent’anni di garanzie di sicurezza dagli Stati Uniti prima di sedersi a un tavolo non è diplomazia, ma è l’evidente tentativo di aggirare l’impossibile ingresso nella NATO forzando l’America a un legame di sangue che Washington, segretamente, teme più di ogni altra cosa.

Aggiungeteci la richiesta di una “data certa” per l’ingresso nell’UE e otterrete la formula perfetta per assicurarsi che nessun negoziato possa mai avere neppure un inizio.

Quelli di Zelensky sono pretesti, muri costruiti con le parole per evitare di guardare nell’abisso di una pace amara, di una pace che sancirebbe la sua fine politica.

MONACO E L’EUROPA: IL BANCOMAT ESCLUSO DAL TAVOLO

Se la situazione a Kiev è tragica, quella nei salotti europei rasenta il grottesco, poiché, alla Conferenza di Monaco, si è assistito a un esercizio di ipnosi collettiva, dove Kaja Kallas e altri pezzi da Novanta dell’Unione descrivono una Russia con l’economia “a pezzi” e un’Europa in ascesa, mentre la realtà economica di Berlino e Parigi suggerisce un declino silenzioso, quanto inesorabile.

Abbiamo tagliato il cordone ombelicale dell’energia russa a basso costo, pensando di punire Mosca, ma ci siamo ritrovati a pagare il conto di una deindustrializzazione che ci lascerà nudi di fronte ai giganti del prossimo secolo.

L’Europa è diventata il “bancomat da spremere”, il finanziatore silenzioso di un conflitto di cui non decide più le regole. Gli europei pagano e basta.

Siamo noi a pagare gli stipendi della burocrazia ucraina e a fornire le munizioni, ma veniamo esclusi dai veri tavoli negoziali.

Il risentimento della Polonia, che si sente messa alla porta, o quello della Lettonia, che ha già detto no a migranti e multe, è solo la punta dell’iceberg di una frustrazione continentale che sta per esplodere.

Inoltre, se davvero la Russia fosse quella descritta da Kallas, per quale motivo dovremmo temerla? Con quali soldi e quale economia potrebbe invadere l’intera Europa, se fatica a conquistare l’Ucraina?

LA NARRAZIONE COME ARMA DI DISTRAZIONE DI MASSA

I media occidentali hanno costruito un santuario attorno alla figura di Zelensky, dove ogni critica è eresia e ogni sconfitta russa è ingigantita, fino a diventare vittoria ucraina, anche se, dopo quattro anni di bufale e panzane, tra muli, pale e microchip, anche chi è non proprio avvezzo al ragionamento comincia a dubitare.

Ci nutrono con il caso Navalny per ricordarci chi è il cattivo, come se avessimo bisogno di una bussola morale per distinguere un’invasione da una passeggiata, ma il giornalismo d’inchiesta non può permettersi il lusso del tifo. Così come non può permettersi di montare il caso Navalny per deviare l’opinione pubblica dai nomi noti e potenti dei frequentatori del macabro sistema Epstein.

La verità è che stiamo assistendo alla distruzione metodica dell’Ucraina in nome di principi che nessuno, a Monaco o a Washington, è disposto a difendere con i propri figli.

IL PESO DELLA REALTÀ

Donald Trump preme per un compromesso, non per amore di Putin, ma per la fredda aritmetica dell’isolazionismo americano. Zelensky resiste, forse sperando in un miracolo che la storia raramente concede ai deboli, e, in mezzo, ci sono milioni di ucraini senza luce e un’Europa che ha perso la bussola geopolitica.

E anche la lucidità per leggere gli eventi.

La pace non arriverà con assurde pretese di garanzie ventennali o con i discorsi infuocati sulla democrazia; arriverà quando avremo il coraggio di ammettere che i leader europei hanno preso la cantonata più devastante della storia, quando ci accorgeremo che le scorte di munizioni sono finite e che ogni giorno di “resistenza irremovibile” è un giorno in più di agonia per un popolo che merita più di una gloriosa distruzione e dell’annientamento dei più giovani.

Le luci a Odessa non torneranno stasera.

E noi, spettatori paganti e ipnotizzati dalle panzane della propaganda, continuiamo ad applaudire Kallas, von der Leyen e altri interpreti, mentre l’orchestra affonda con la nave.

Pubblicato da Dott. Pasquale Di Matteo, Analista di Geopolitica | Critico d'arte internazionale | Vicedirettore di Tamago-Zine

Professionista multidisciplinare con background in critica d’arte, e comunicazione interculturale, geopolitica e relazioni internazionali, organizzazione e gestione di team multiculturali. Giornalista freelance, scrittore, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

Rispondi