MARIO DRAGHI, INVITA L’EUROPA A CAMBIARE IL PERCORSO CHE LO STESSO DRAGHI HA CONTRIBUITO A INTRAPRENDERE

L’orologio di Bruxelles sta per esplodere.

Non è una metafora da editoriale pigro, ma il verdetto brutale che emerge dall’incontro in cui Mario Draghi ed Enrico Letta hanno appena sferzato l’Unione Europea.

Il messaggio è chiaro: non c’è più tempo per i compromessi al ribasso o per le timidezze burocratiche. Siamo davanti a una resistenza politica e sociale senza precedenti.

L’Europa, insomma, si guarda allo specchio e scopre di essere diventata un nano geopolitico schiacciato tra il gigantismo tecnologico degli Stati Uniti e l’aggressività produttiva della Cina.

Ciò che spaventa di più, tuttavia, è il fatto che a ridurci così siano proprio le politiche avallate anche da Mario Draghi.

IL PARADOSSO DEI POMPIERI CHE INCENDIARONO IL BOSCO

Infatti, la sottile ironia, quasi crudele, è vedere oggi Draghi e Letta vestire i panni dei rivoluzionari dell’investimento pubblico.

Per decenni, le ricette del rigore e i dogmi dell’austerità hanno rappresentato il catechismo di quella stessa classe dirigente che oggi invoca una pioggia di miliardi per salvare il “Made in UE”.

È il paradosso dei “cattivi esempi” che si trasformano in dispensatori di “buoni consigli”: chi ha contribuito a blindare i bilanci nazionali con il patto di stabilità, ora si accorge che senza una capacità fiscale comune e un debito condiviso, la competizione globale è una partita persa in partenza.

Draghi ha finalmente compreso che la competitività è una guerra di capitali che l’Europa sta combattendo con le armi spuntate della frammentazione. Meglio tardi che mai.

Ciò che non sembra aver capito, tuttavia, è che l’Europa sta bruciando in Ucraina miliardi che non porteranno a nulla, se non alla terza guerra mondiale, e sta condannando a morte le proprie imprese chiudendo commerci e pagando le materie prime per produrla quattro volte di più.

LA TRAPPOLA DEL TECNOCRATISMO

Mentre i leader europei, quelli della guerra a oltranza, del rifiuto della diplomazia e della “pace o condizionatore” applaude questi rapporti con un misto di sollievo e terrore, nelle piazze e nelle redazioni più critiche serpeggia un dubbio legittimo. Perché la soluzione non può arrivare dagli stessi architetti del sistema che ha generato la crisi.

Il rischio concreto è che la “sferzata” si traduca in un ennesimo arroccamento delle élite, una sorta di governo tecnico permanente applicato all’intero continente, con la definitiva sospensione di ogni forma democratica.

Sembra sempre più evidente l’ombra di un asse conservatore tra la Germania di Merz e l’Italia di Meloni che potrebbe sequestrare l’agenda Draghi per piegarla a un sovranismo industriale di destra.

Sarebbe un’Europa che si protegge, sì, ma che dimentica la sua anima sociale, trasformando il mercato unico in una fortezza per pochi grandi gruppi industriali, a scapito del welfare e dei diritti dei lavoratori.

UN MERCATO UNICO SENZA BUSSOLA

Letta lo ha messo nero su bianco: il mercato unico è un’opera incompiuta che sta marcendo. Abbiamo abbattuto le frontiere per le merci, ma abbiamo lasciato che l’energia, le telecomunicazioni e la finanza restassero prigioniere di egoismi nazionali.

Questa disconnessione ci costa miliardi ogni giorno.

Tuttavia, questa diagnosi economica, per quanto impeccabile nella sua analisi dei flussi e dei mercati, soffre di un’anemia sociologica preoccupante. Si parla di capitali, di reti e di infrastrutture, ma si fatica a vedere il volto dei cittadini europei, sempre più alienati da una macchina decisionale che percepiscono come distante e fredda.

Insomma, né a Letta né a Draghi sembra importare la cosa più importante di ogni altra in Europa: i cittadini.

Ancora una volta, questi politici del fallimento, quelli i cui partiti o le cui politiche ci hanno condotto in questa situazione, analizzano il mondo con un foglio Excel, per quanto brillante possa essere, quando servirebbero le competenze del filosofo, del sociologo, dell’esperto di geopolitica.

L’AZZARDO NECESSARIO E LE SUE OMBRE

L’Europa ha bisogno di un cambio di paradigma, ma non può permettersi un salto nel buio guidato solo dall’urgenza. L’urgenza, come ci insegna la storia, spazza via le democrazie e afferma sempre le dittature.

Draghi chiede investimenti massicci, una sorta di Piano Marshall autoprodotto, ma chi pagherà il conto politico di questa integrazione forzata, soprattutto dopo che i cittadini europei già pagano i cessi d’oro e altri fallimenti?

La verità è che il “tempo scaduto” non riguarda solo la crescita economica, ma la tenuta democratica di un progetto che sembra aver smarrito la capacità di emozionare, perché l’errore più grave compiuto dai veritci europei, compresi Draghi, Letta e i loro partiti o fazioni di appartenenza, è stato non aver mai creato un’Europa a misura di europei, ma solo a misura di banche e alta Finanza.

Non basta invocare la protezione delle filiere europee se non si definisce quale modello di società vogliamo difendere. È inutile se non si costruisce l’idea e l’emozione di una patria comune.

Si finisce solo a costruire una corazzata industriale efficientissima, ma priva di passeggeri, o peggio, con una stiva piena di disuguaglianze.

VERSO UNA NUOVA GEOPOLITICA DELLE INTENZIONI

I rapporti Draghi e Letta sono un farmaco potente, forse l’unico rimasto sul bancone della farmacia europea, ma è ideato dagli stessi che hanno causato la patologia, inoltre, ogni medicinale ha effetti collaterali.

L’Europa non può più permettersi di essere un laboratorio di esperimenti neoliberisti falliti, né può rifugiarsi in un protezionismo nostalgico.

Serve una sintesi nuova, che sappia coniugare la forza d’urto di un’unione fiscale vera con una sensibilità sociale che rimetta al centro il lavoro, la dignità e, soprattutto, i cittadini.

La politica deve riprendersi il primato sulla tecnica e sulle lobby della Finanza, perché se lasciamo che sia solo la paura del declino a guidarci, finiremo per salvare le banche e le industrie, ma avremo perso per sempre l’idea di Europa come spazio di civiltà e progresso condiviso.

Il tempo è finito, è vero. Ma è proprio in questi momenti che si vede chi ha il coraggio di costruire il futuro e chi sta solo cercando di puntellare le rovine del passato, salvando chi ci ha fottuto il futuro.

IL RICATTO DI KIEV E IL PARADOSSO DI UN’EUROPA OSTAGGIO

Mentre Kiev stringe i rubinetti dell’oleodotto Druzhba, l’Europa scopre il prezzo di un’alleanza trasformata in assedio. Dalle minacce alle agenzie anti-corruzione al miraggio di una controffensiva fantasma, aumenta il rischio di un coinvolgimento diretto della NATO, nel paradosso economico di un continente che finanzia la sua stessa sottomissione.

Pubblicato da Dott. Pasquale Di Matteo, Analista di Geopolitica | Critico d'arte internazionale | Vicedirettore di Tamago-Zine

Professionista multidisciplinare con background in critica d’arte, e comunicazione interculturale, geopolitica e relazioni internazionali, organizzazione e gestione di team multiculturali. Giornalista freelance, scrittore, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

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