L’OMBRA LUNGA DI EPSTEIN, CRONACA DI UN ABISSO

Esiste un orrore che non ha bisogno di maschere, un orrore che non ha paura, che non si nasconde nei boschi bui o nelle case abbandonate, ma si annida nei salotti del potere, indossa abiti firmati e parla il linguaggio della finanza e della diplomazia.

È un gas nervino per la democrazia, che paralizza la giustizia e offusca la verità. È il caso di Jeffrey Epstein, un caso che non è mai stato la storia di un singolo mostro, ma è sempre stata la cronaca di un ecosistema.

Ora, finalmente, la crepa nel muro si allarga, e ciò che intravediamo dall’altra parte non è soltanto l’orrore che trapela di file in file, ma è quel sistema perpetuo, preciso e metodico che la propaganda cerca di tenere nascosto, gettando fumo negli occhi.

IL TEATRO DELLA POLITICA CROLLA

La polvere delle macerie si sta posando su entrambe le sponde dell’Atlantico, soffocando carriere e certezze. A Londra, Morgan McSweeney, un nome sconosciuto ai più, ingranaggio cruciale nella macchina del Primo Ministro Keir Starmer, è caduto perché ha promosso un fantasma del passato, Peter Mandelson, a un ruolo chiave.

E il nome di Mandelson appare proprio tra le pagine desecretate del caso Epstein, accusato di aver passato informazioni governative riservate come se fossero biglietti da visita a una cena di gala.

L’imbarazzo a Westminster è un sudore freddo che percorre la schiena di un intero establishment politico, consapevole che un filo tirato a New York può svelare il marcio di Downing Street.

Dall’altra part dell’oceano, il clan Clinton, la dinastia per eccellenza della politica democratica americana, è stato costretto a inginocchiarsi. Bill e Hillary testimonieranno. Non per un atto di trasparenza, ovviamente, ma perché l’alternativa era un’accusa di oltraggio al Congresso, un marchio d’infamia che nemmeno loro potevano permettersi.

Si tratta di un evento di portata storica, un ex Presidente trascinato a rendere conto di legami scomodi, un evento che non si vedeva dai tempi di Gerald Ford, particolarità che dimostra come questo non sia più uno scandalo, ma una crisi di legittimità che attraversa partiti, generazioni e oceani.

I NOMI SUSSURRATI DALL’OSCURITÀ

Intanto, due deputati del Congresso americano, un repubblicano e un democratico, hanno avuto due ore. Solo due ore per navigare in un oceano di documenti anneriti dalla censura, più di 2500 pagine.

E in quella manciata di minuti, nonostante servirebbero mesi per scrutare ogni singola pagina, hanno individuato sei nomi, sei “co-cospiratori” che l’FBI aveva tentato di proteggere con l’inchiostro nero.

Il democratico Ro Khanna, con un coraggio che è merce rara di questi tempi, li ha letti ad alta voce.

Eccoli, i VIP dell’abisso: il sultano Ahmed bin Sulayem, un pilastro dell’economia degli Emirati Arabi Uniti; Leslie Wexner, il re Mida della moda americana, l’uomo dietro Victoria’s Secret, il mentore finanziario dello stesso Epstein. Poi altri quattro nomi, più sfuggenti, tra cui un ex parlamentare europeo del PD, Nicola Caputo.

Ma la rivelazione più terrificante non è nei nomi. È nel metodo. È nella scoperta che l’FBI, il custode della legge, avrebbe consegnato alla magistratura i file già epurati, castrati, resi innocui, con i nomi omessi o coperti.

È come dare a un chirurgo un bisturi di gomma e chiedergli di operare a cuore aperto.

Se questa eventualità fosse confermata, non staremmo parlando di negligenza, ma, chiaramente, staremmo guardando in faccia uno dei più colossali e sfrontati insabbiamenti della storia moderna, un atto di tradimento verso ogni singolo cittadino che crede ancora che la giustizia sia uguale per tutti.

Per ora, resta il fatto che, grazie ai nomi cancellati o insabbiati, non è stato ancora indagato nessuno. Nonostante il sistema dell’orrore, le sevizie e le morti.

«Se in due ore abbiamo scoperto sei uomini nascosti, immaginate quanti se ne nascondono in quei tre milioni di file. Perché stiamo proteggendo questi uomini ricchi e potenti?»

È la domanda che si è posto il democratico Khanna. E ce la poniamo in tanti.

I FILI DEL BURATTINAIO

Ogni giorno che passa, risulta sempre più chiaro che non siamo di fronte a un semplice circolo di depravati, ma quello di Epstein era un meccanismo di controllo, uno strumento di ricatto per cui il termine russo kompromat è più che appropriato: la raccolta di materiale compromettente per manipolare e ricattare figure potenti.

L’isola di Epstein, il suo jet privato, le sue feste, non erano solo luoghi di perdizione, ma trappole per topi, dove l’élite mondiale andava a confessare i propri peccati più inconfessabili, senza sapere che ogni sussurro, ogni gesto, veniva registrato e catalogato.

Chi manovrava i fili? Chi gestiva quell’archivio immenso di oscenità e di crimini? Per farne cosa?

I sospetti convergono in modo inquietante. Un documento dell’FBI parla di un Donald Trump “compromesso da Israele”.

L’ex Primo Ministro israeliano Ehud Barak era un frequentatore assiduo di Epstein. La partner di Epstein, Ghislaine Maxwell, è figlia di Robert Maxwell, un magnate dei media con legami profondi e mai del tutto chiariti con il Mossad.

Da ciò che emerge, è ipotizzabile che il sistema Epstein fosse un’arma di spionaggio non convenzionale, gestita al confine tra interessi statali, ricatti personali e finanza internazionale.

QUANDO L’ABISSO TI GUARDA DENTRO

Oggi, l’opinione pubblica è disillusa. I sondaggi mostrano una sfiducia abissale verso le istituzioni, percepite come protettrici dei potenti.

Il caso Epstein ha smesso di essere una questione di “chi ha fatto cosa”, perché ciò che conta davvero scoprire è a cosa serviva quel sistema di crimini e perversioni.

La risposta è lì, davanti ai nostri occhi, e sembra davvero lampante. Serviva a creare un livello di potere occulto, un governo ombra basato sul ricatto, in grado di influenzare le decisioni di leader eletti democraticamente, in modo da piegare le politiche nazionali a interessi inconfessabili.

La pubblicazione di questi file non è la fine della storia, ma è solo il primo sguardo in un pozzo senza fondo.

Diciamo che abbiamo gettato una pietra e siamo ancora in attesa di sentire il tonfo, perché se i file divulgati hanno già espresso tanto orrore e se due deputati hanno scovato altri sei nomi nonostante pochissimi minuti a disposizione per visionare tonnellate di file ancora segreti, c’è da credere che in quei file vi sia qualcosa di ancora peggiore. Di ancora più orribile. Con nomi ancora più importanti, influenti, noti.

Dunque, il sasso non ha ancora raggiunto il fondo, ma il silenzio che ci ritorna è più spaventoso di qualsiasi rumore. Perché in questo silenzio, sentiamo il respiro di un sistema che osserva chi abbiamo eletto, osserva i pilastri delle nostre democrazie, catalogandone vizi e segreti, per minacciarli e manovrarli.

Di fatto, è un sistema che osserva, ricatta e manovra tutti noi.

Pubblicato da Dott. Pasquale Di Matteo, Analista di Geopolitica | Critico d'arte internazionale | Vicedirettore di Tamago-Zine

Professionista multidisciplinare con background in critica d’arte, e comunicazione interculturale, geopolitica e relazioni internazionali, organizzazione e gestione di team multiculturali. Giornalista freelance, scrittore, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

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