Mentre ci parlano di guerra come fossimo alla PlayStation, ci sono ragazzi poco più che maggiorenni in Italia che…
Il loro mondo non ha il sapore della conquista, ma quello acre della paura che serpeggia per lo scontrino del supermercato, sui numeri del contatore del gas, nel silenzio ovattato di un ambulatorio chiuso, o nel caos di un pronto soccorso preso d’assalto, perché i medici di base sono sempre meno, sono oltre il limite di pazienti e non hanno più il tempo di visitare.
Mentre i pennivendoli del mainstream parlano di riarmo e di guerra in Ucraina come di un ennesimo livello superato al gioco sulla consolle, questi ragazzi calcolano se possono permettersi un treno per andare all’università. Ammesso che abbiano i soldi per andarci all’università, anche perché il governo sembra far di tutto per rendere il percorso universitario sempre più impervio, anziché agevolarlo, con l’attacco alle telematiche, anche a quelle riconosciute dal Miur.
Intanto, mentre qualcuno cerca di portare Russia e Ucraina alla pace, in un androne di un palazzo moscovita di lusso, Vladimir Alekseyev, cervello dell’intelligence militare russa, viene ferito da uomini vicini agli 007 ucraini.
È la prima verità che ci viene mostrata, nuda e cruda, una verità che dimostra che, anche se i governi firmassero la pace domani, i demoni scatenati continuerebbero a ballare, perché è chiaro che c’è una parte che non vuole affatto che la guerra finisca. Una parte che ha già sabotato il NordStream, d’altronde.
La guerra, una volta partita, sviluppa un suo metabolismo, diventa un organismo autonomo, che si nutre di odio, vendette personali e soldi, tanti soldi, fino a costruirsi cessi d’oro.
La guerra non è fatta solo di trincee, ma anche di portoni di casa, di fiducia spezzata, e di tanta ferocia che sopravvive per anni a qualsiasi trattato.
Mentre il sangue di Alekseyev si raffredda sul marmo e uno degli attentatori scappa in ucraina, ad Abu Dhabi, altri individui in abiti eleganti si siedono attorno a un tavolo, in una bella “sala d’oro”. Sorridono, forse. Si dicono “fiduciosi, costruttivi” davanti ai giornalisti.
Parole vuote che rimbombano in quelle sale climatizzate, a tremila chilometri dal fango del Donbass. Ovviamente, sono dichiarazioni di circostanza, perché è chiaro che la Russia non mollerà l’osso, non dopo quattro anni di guerra.
Non dopo – numeri ucraini alla mano – 1000 caduti al giorno, che significa oltre 1,2 milioni di morti, cioè l’intero suo esercito al 2022. Sempre che i numeri forniti da Ucraina e giornalisti occidentali non siano più falsi dei soldi del Monopoli, ovviamente.
È una questione di orgoglio, ormai, di narrativa interna. Putin non può presentarsi con un pugno di mosche, ma deve portare a casa un trofeo, un pezzo di terra da mostrare in tv.
L’Ucraina, a sua volta, non può cedere quello che considera suo, inoltre, quelli che stanno dietro all’Ucraina non possono ammettere davanti ai rispettivi popoli che hanno fallito, perciò è in atto un braccio di ferro, solo che i cadaveri continuano ad aumentare, così gli invalidi.
DOV’È L’EUROPA IN TUTTO QUESTO?
Sparita. È la grande assente.
D’altronde, l’Europa, prima di essere alleata e guida dell’Ucraina, è una suddita dell’impero a stelle e strisce.
Paga il gas americano quasi quattro volte il prezzo di quello russo, svuotando le tasche delle sue imprese e delle sue famiglie. Poi, con i pochi soldi che restano da scippare agli europei, compra armi americane per una guerra che non può vincere, lasciando a secco Scuola, Università, Sanità, pensioni e welfare.
L’Ucraina è al momento in cui si rovistano i cestini. Gli attacchi contro le postazioni russe calano perché le munizioni scarseggiano e gli uomini sono ormai solo carne da macello.
Continuare a inviare armi all’Ucraina è come spingere ancora un ragazzino sul ring nonostante il campione del mondo lo stia trattando come un sacco da boxe, è la manifestazione di qualcosa che va oltre la stupidità, perché è crudeltà. È prolungare l’agonia per dare l’illusione di aver fatto qualcosa.
Tutto per non dover ammettere che i leader europei hanno fallito. Che i giornalisti occidentali, italiani in primis, hanno fallito. Perché Putin non è morto di cancro e Mosca non è crollata per le sanzioni dagli effetti dirompenti che dovevano piegarla già nel 2022.
La Russia non è stata rispedita indietro nemmeno dalla famosa controffensiva del 2023 e neanche da quella élite che parlava un inglese madrelingua. A proposito, che fine hanno fatto? E che fine hanno fatto gli F16 che dovevano cambiare il corso della guerra? Qualcuno ne ha notizia?!
Ma il punto non è la bontà o meno della causa ucraina. Il punto è l’idiozia strategica continentale, perché le sanzioni hanno creato un’economia di guerra russa più efficiente e resistente, così come Il distacco dal gas ha trasferito ricchezza dagli scantinati europei ai miliardari di Qatar e Texas.
E l’unità degli europei? Dei volenterosi? Al più, è una barzelletta, o una magra parodia in un film di Alberto Sordi.
La Lettonia e l’Estonia, le prime della fila nell’anti-Putinismo, oggi fanno tuffi carpiati all’indietro e bussano a Mosca per parlare.
Ognuno per sé.
Nel frattempo, il vero potere, quello finanziario e industriale, ha già scelto da che parte stare: dove le tasse sono un optional.
EI RAGAZZI DA POCO MAGGIORENNI?
Sono il vero bersaglio di questa follia. Mentre si dice loro che la priorità è difendere la democrazia a Kiev, quella fatta di corruzione e culto di Bandera, la democrazia in Europa si svuota.
Chi protesta contro gli 800 miliardi per gli F-35 viene tacciato di putinismo, chi ha il coraggio di sventolare una bandiera palestinese viene equiparato alle Brigate Rosse, chi dissente, e ha seguito, viene reso nullatenente da conti chiusi con un clic e gli si cancellano eventi, anche nelle università.
“Se vuoi la pace, prepara la guerra”, ripetono i guerrafondai in doppiopetto, in perfetto stile da 1984 di Orwell.
E loro, i ragazzi, forse guardano una mappa che indica almeno 640 basi militari USA sparse per il globo e una sola base cinese fuori dalla Cina.
Se quei ragazzi hanno studiato e sono dotati di più di un paio di neuroni funzionanti nello spazio tra le orecchie, si chiederanno: “Chi è, esattamente, un pericolo per il mondo?”
L’attentato a Mosca, i colloqui di Abu Dhabi, le bollette da strozzo a Milano, lo studente senza speranza a Napoli, la donna costretta a correre al pronto soccorso perché il medico di famiglia non le risponde nemmeno… sono tutti capitoli dello stesso libro. Un libro stampato dall’ipocrisia.
Ovviamente, quei ragazzi non vogliono amare la Russia né andarci a vivere. Urlano solo contro giornalisti e politici, ormai ridotti a un manipolo di yes-men, di amare di più l’Italia e l’Europa. Di smettere di essere sudditi di Washington per tornare a essere sovrani.
Urlano loro di non raccontare più supercazzole su sanzioni, pale ottocentesche, muli e altre scemenze. Urlano loro di ritornare alla libertà, abbandonando la caccia alle streghe contro chiunque adotti spirito critico e faccia analisi più lucidi di quelle del Bar Sport.
Urlano di scegliere la difficile, oscura, impervia via della diplomazia, quella vera, non la farsa degli emiri. Non la via delle armi.
Ci stiamo giocando il futuro. Il nostro e quello di quei ragazzi.
E in mezzo, tra un comunicato “costruttivo” di politici che contano i miliardi che fluiscono dal gas e dalle armi acquistati dall’Europa e una pallottola sparata da terroristi ucraini in un androne a Mosca, rimane solo il silenzio assordante della ragione e il peso insopportabile di scontrini della spesa, tenuti in mano da ragazzi che sono maggiorenni da poco e che, forse, non avranno mai nulla da perdere.
Ora, se uno di quei pennivendoli e di quei politici in doppiopetto avesse un briciolo di sale in zucca, all’idea di quanti siano i ragazzi che non avranno più nulla da perdere, comincerebbe a tremare.
Ma se quei pennivendoli e quei politici avessero avuto sale in zucca, non avrebbero mai portato quei giovani a non avere nulla da perdere.






