CECA, UN’IDEA DIMENTICATA

Un una volta c’era la CECA. Chi se la ricorda?

Era il 1951, e sei paesi europei, tra cui l’Italia, decisero di creare quell’organismo sovranazionale, denominato Comunità Economica Carbone e Acciaio (CECA). Era da poco finita la Seconda Guerra Mondiale e c’era bisogno di ricostruzione con un accordo che mettesse in sintonia le nazioni che avrebbero potuto fare rinascere una economia sana e con prospettive europee.

Ma l’intento, già da allora, era quello di allargare il perimetro degli interventi normativi con la costituzione della CEE (Comunità Economica Europea) prima e della UE (Unione Europea) poi così come la conosciamo oggi. Nel 2002 La CECA finisce di esistere inglobata nei meccanismi che abbiamo citato. 

COSA È CAMBIATO DA ALLORA 

Si potrebbe dire tutto. Ed è così con la creazione di un organismo collettivo a definire e dirigere una serie di passi straordinari, ad esempio con l’allargamento ad est, subito dopo la caduta del muro di Berlino nel 1989. 

Le promesse europee nei confronti di quello che rimaneva dell’Unione sovietica, con uno stop formale rispetto all’allargamento ad est oltre la Cortina di Ferro, veniva prontamente soffocato vista la debolezza di allora dello stato degli Zar. 

Ma con una offerta di benefici economici agli ex paesi dell’URSS, l’enpasse veniva furbescamente superata con il miraggio di nuovi vantaggi e nuove opportunità di vita migliori di quelle promesse e disattese in precedenza dall’Unione Sovietica. 

I paesi più ad est erano stati convinti a cambiare rapidamente casacca. La CCCP aveva finito di esistere sotto il peso dei debiti e si prospettava una nuova era felice e prosperosa. Tutta ad ovest. 

Ma se dobbiamo dirla tutta, non è stato tutto nè così semplice nè così automatico. Hanno giocato interessi di varia natura fino a riconoscere dopo decenni, influenze esterne per fare in modo che venissero cambiati i vertici nazionali dei singoli paesi e le prospettive di aggregazione all’Europa occidentale. 

Un qualcosa che, se possiamo usare un paragone, ci ricorda molto quello che è successo in piazza Maidan a Kiev e dove di autonomo ormai sembra non ci sia stato niente.

Nel frattempo, le farraginose, e spesso scriteriate, decisioni europee, hanno prodotto allo status quo attuale con un Parlamento Europeo costantemente scavalcato dalle decisioni dei vertici.

Queste decisioni si sono spesso dimostrate nel medio lungo periodo estremamente negative sul fronte dell’occupazione e dell’economia globale. La globalizzazione non ha certamente favorito la difesa degli interessi europei e delle sue popolazioni. Ormai siamo 400 milioni di individui. Non di cittadini europei.

Parlo di popolazioni. E non di popolazione europea che nell’intento dei fondatori della UE avrebbe dovuto essere l’elemento fondante. Perché gli steccati e le difese nazionalistiche provocano una lettura diversa per ogni paese che ne fa parte: e i paesi che ne fanno parte sono 27.

IL TEOREMA DI DRAGHI

Noi italiani lo conosciamo bene, Draghi. È l’italiano che il mondo ci ha invidiato quando era Presidente della BCE, la Banca Centrale Europea, quando gli italiani si sono affidati a lui per un governo tecnico poi tradito dalla sua stessa maggioranza, lo conosciamo ora che è un importante burocrate della UE…

Ma ora, stiamo assistendo ad una sua folgorazione, rivelazione. Draghi ha dato questo per assodato, cioè ha definito che non vi siano opportunità di integrazione fra i vari stati europei e le varie popolazioni che sono ospitate nei loro paesi di origine.

LA FEDERAZIONE: QUESTA CONOSCIUTA

Sì, una Federazione Europea fatta dai 27 stati che formalmente la compongono mantenendo buona parte delle prerogative nazionali. L’impressione che poi resti in ambito europeo, a Bruxelles, la pappa dove ci si possa abbuffare a piacimento con qualcuno più famelico di altri.

E sarebbe una macchina da controllare o è una macchina che controlla i paesi federati? Non vi ricorda un po’ l’America dove ogni stato membro ha una propria autonomia pur all’interno di uno stato federale? È questo il modello? Quali varianti?

Sempre ammesso che tutto questo possa succedere o che, ancora una volta, e per fortuna, le idee superino la volontà di qualche piccolo rais europeo (leggi Macron) pronto a dettare una nuova strategia alternativa. 

LA SPERANZA DELLE PROSSIME ELEZIONI

Molti stati importanti si preparano al voto in Europa nel 2027. In primis la Francia con la Le Pen fuori dai giochi elettorali per volere del potere giudiziario.

Anche in Italia, perennemente in bilico fra la voglia di stabilità, sicurezza, miglioramento sociale e di cambiamento. Qualcuno è appena andato al voto in un assordante silenzio informativo italiano.

Eppure, in Romania si va al voto, se il voto è già scritto nella casella giusta prima ancora di mettere una x sulle schede elettorali.

UCRAINA, EUROPA, NATO

Ormai non distinguiamo più il peso di ognuno di questi attori. Perché ognuno di essi rappresenta un indicatore di scelte strategiche e di comportamenti ancora da individuare con chiarezza.

È vero, Trump non ci aiuta in questo. Ma perché non possiamo essere autonomi determinando una politica europea, da nano geopolitico, per carità, in un quadro globale dove tutti, in ogni caso si stanno armando.

E non parlo solo di armi fisiche, ma armi sociali, politiche, economiche. Non dimentichiamoci del BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) con i nuovi attori internazionali desiderosi di contare di più rispetto ad ora. 

E L’AFRICA?

Forse ce ne siamo dimenticati o facciamo finta che non esista un problema (o un’opportunità) Africa. Eppure, è la nazione più giovane del mondo e sembra essere la più pronta a recepire le nuove unità di misura moderne e le nuove opportunità che anche l’altra parte del mondo gli mette a disposizione.

Certamente non in maniera gratuita. In primis la Cina, con enormi interessi economici, la Russia con gli allarmanti interessi diretti, l’America che è sì un po’ assente, ma protagonista in ogni caso, mentre l’Europa arranca alla ricerca di un significato che va dal controllo post-coloniale ad un aiuto economico spesso micragnoso e delegittimato da interessi sovranazionali e fortemente di parte.

Per l’Italia in Africa, basterà il teorema della Meloni che invoca la dottrina Mattei? E per l’Ucraina, all’Italia basterà un allineamento con la Nato e il costoso intervento finanziario a sostegno di quel paese?

Saremo allineati con il forzoso intervento bellicistico di Trump in ogni parte del mondo dove lui vede solo interessi diretti per il suo paese o abbandoniamo l’Alleanza Atlantica? Trump ha già detto che l’Europa dovrebbe essere un soggetto autonomo in grado di decidere per conto suo. Pochi sono quelli in Europa che sono convinti che questo possa succedere.

Per l’Europa, intendo.   

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