L’OMBRA DEL MOSSAD SULL’ISOLA DEGLI ORRORI: CIÒ CHE I FILE EPSTEIN SUSSURRANO MENTRE LA PROPAGANDA TACE E FA FINTA DI NULLA

Il fango del caso Epstein non si limita a macchiare gli abiti firmati e le reputazioni di personaggi noti, ma quella melma, fatta di abusi e di una depravazione che sfida l’immaginazione più fervida, – e macabra, – raggiunge le sale del potere, e si introduce persino in quelle della politica internazionale.

La lista dei nomi, per quanto scioccante, sembra solo la superficie, un catalogo di frequentatori di un sistema che non si comprende perché esistesse, non si capisce quale funzione avesse al di là del macabro piacere di chi vi partecipava.

Dalla grande mole di documenti divulgata, si possono fare alcune ipotesi, anche una che la grande stampa, in un riflesso condizionato, quasi comico nella sua prevedibilità, evita con cura, preferendo evocare il solito, rassicurante spettro del Cremlino per ogni scandalo che tocchi le élite occidentali.

Ma qui non si parla di Mosca, bensì di Tel Aviv.

LA “HONEYTRAP” COME ARMA GEOPOLITICA

In un documento dell’FBI del 2007, non si descrive l’operazione di Jeffrey Epstein come la semplice perversione di un miliardario, ma come una sofisticata “honeytrap”, una trappola seduttiva orchestrata dall’intelligence israeliana.

Ovviamente, si tratta di documentazione al vaglio degli inquirenti, ma se si possono fare supposizioni su Mosca, non si capisce perché non farle anche per altri settori e paesi chiamati in causa.

Secondo questa ipotesi, il sesso sarebbe stato lo strumento. Il potere, il fine. L’obiettivo era adescare figure di spicco della politica, della finanza e della scienza, registrarle in atti compromettenti e trasformarle in marionette ricattabili, i cui fili sarebbero stati tenuti saldamente in mano da un’agenzia straniera.

Questa non è fantapolitica, ma una traccia investigativa concreta, sepolta negli archivi federali. Un’accusa che, se rivolta a qualsiasi altro paese, avrebbe scatenato tempeste mediatiche globali, soprattutto se con la Russia. Ma quando l’attore in questione è un alleato intoccabile, il silenzio diventa la più assordante delle confessioni.

La storia, del resto, offre un precedente inquietante: Robert Maxwell, padre di Ghislaine e magnate della stampa, fu a sua volta indicato da più fonti come un asset del Mossad, prima della sua misteriosa morte in mare. Un’eco familiare, un modus operandi che sembra attraversare le generazioni.

IL TRIANGOLO DEL POTERE: BARAK, KUSHNER E NETANYAHU

I documenti non mentono. Il nome dell’ex Primo Ministro israeliano, Ehud Barak, compare con una frequenza imbarazzante, a testimonianza della sua familiarità con l’universo Epstein.

Ma è il collegamento con l’attuale establishment che gela il sangue, un filo rosso che lega indissolubilmente la Casa Bianca di Donald Trump al centro nevralgico del potere israeliano, attraverso la figura chiave di Jared Kushner.

La stessa fonte dell’FBI che identifica Epstein come spia, definisce Kushner “il vero cervello” dietro la presidenza Trump, l’uomo che avrebbe “compromesso” il suocero per conto di Israele. E i fatti, spogliati da ogni dietrologia, parlano da soli.

La famiglia Kushner vanta un legame storico, quasi fraterno, con Benjamin Netanyahu, al punto da ospitarlo regolarmente nella propria abitazione. È stato Jared Kushner, da consigliere senior, l’architetto delle politiche più sfacciatamente filo-israeliane dell’amministrazione Trump, come lo spostamento dell’ambasciata a Gerusalemme, il riconoscimento della sovranità sul Golan, gli Accordi di Abramo.

Politiche che, alla luce di queste rivelazioni, non appaiono più solo come scelte strategiche, ma come il potenziale risultato di un’influenza profonda e, forse, non del tutto trasparente.

Per comprendere la mentalità, la spregiudicatezza di questo ambiente, è sufficiente guardare alla storia personale di Charles Kushner, padre di Jared. Un uomo che non esitò a ingaggiare una prostituta per sedurre e filmare il proprio cognato, allo scopo di ricattare sua sorella e impedirle di testimoniare in un’indagine federale.

Se questo è il metodo usato all’interno del proprio nucleo familiare, quale limite può esistere quando in gioco ci sono gli interessi di una nazione?

È una cultura del ricatto, un disprezzo per ogni etica con cui ci si può approcciare all’intera vicenda Epstein con la giusta apertura mentale.

IL TABÙ ISRAELE E L’ALIBI RUSSIA

Qui si manifesta, in tutta la sua evidenza, la patologia della nostra informazione mainstream. Per anni, ogni crepa nel sistema politico occidentale, ogni hackeraggio, ogni campagna di disinformazione è stata attribuita, spesso senza prove concrete, all’interferenza russa.

“È stato Putin” è diventato un comodo capro espiatorio per spiegare le proprie sconfitte e deviare l’attenzione dalle contraddizioni interne, così come da amici e alleati.

Eppure, di fronte a un dossier che suggerisce un’operazione di intelligence straniera di portata storica, condotta per decenni da un alleato chiave dell’Occidente, i grandi media balbettano e si concentrano sui dettagli pruriginosi, sulla lista degli invitati, sugli elementi di secondo piano, ma si guardano bene dal seguire il filo del denaro e del potere fino alla sua origine.

Perché un’inchiesta su presunte ingerenze russe garantisce applausi, premi giornalistici e tanta attenzione, mentre sollevare dubbi sul ruolo di Israele significa rischiare l’accusa infamante di antisemitismo, l’esilio professionale, la morte civile?

La propaganda non funziona solo dicendo il falso, ma soprattutto tacendo su possibili scomode verità.

L’isola di Epstein era più di un luogo di perdizioni per super-ricchi. È assai probabile che fosse un crocevia di potere, ricatto e spionaggio internazionale, dove le vittime non sono solo le innumerevoli ragazze le cui vite sono state distrutte.

Vittima è anche la nostra capacità di comprendere la realtà, avvelenata da un’informazione che sceglie quali mostri inseguire e quali, prudentemente, lasciare nell’ombra.

E il silenzio che circonda certi nomi e certe bandiere, in fondo, è più scandaloso dell’orrore stesso.

Perché ci sarebbero ancora due milioni e mezzo di pagine non pubblicate e che, pare, non saranno rese pubbliche.

Pare che i file saranno resi visionabili ai soli membri del Congresso americano, i quali non potranno utilizzare strumenti informatici e telematici, in modo tale da evitare fotografie e divulgazioni non autorizzate.

I brividi guizzano sulla schiena, pensando all’orrore per quanto saltato fuori dai documenti già pubblicati.

Se ci sono ancora tantissime pagine che non si vogliono divulgare, cosa c’è di così compromettente? Cosa può essere ancora più disgustoso e orribile?
Quali politici e quali paesi sono coinvolti?

ALCUNE FONTI


https://it.insideover.com/media-e-potere/epstein-e-israele-non-solo-barak-nei-file-anche-le-donazioni-allidf-e-i-favori-a-netanyahu.html#google_vignette

https://www.lastampa.it/esteri/2026/02/05/news/epstein_e_il_mossad_la_fonte_al_fbi_epstein_fu_addestrato_come_spia_sotto_la_guida_di_barak-15495463/

https://www.ilsole24ore.com/art/morte-epstein-chi-e-andato-sera-prima-la-sua-cella-AI8h43HB

https://tg24.sky.it/mondo/2026/02/07/caso-epstein-jack-lang

https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/11/18/epstein-mossad-israele-interesse-media/8198861/

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Pubblicato da Dott. Pasquale Di Matteo, Analista di Geopolitica | Critico d'arte internazionale | Vicedirettore di Tamago-Zine

Professionista multidisciplinare con background in critica d’arte, e comunicazione interculturale, geopolitica e relazioni internazionali, organizzazione e gestione di team multiculturali. Giornalista freelance, scrittore, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

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