GLI IRANIANI NON ERANO IN PIAZZA PER LA LIBERTÀ, MA PERCHÉ WASHINGTON LI HA AFFAMATI

Il denaro non è solo potere, ma anche un’arma potentissima, spesso silenziosa e letale.

In un’aula del Senato americano, un uomo in un completo sobrio ha offerto al mondo la glaciale conferma di questa verità. Scott Bessent, Segretario al Tesoro degli Stati Uniti, ha raccontato, senza un briciolo di pudore come gli USA abbiano interferito negli affari di un paese sovrano per portare la popolazione alla fame.

Bessent ha descritto quella che è, a tutti gli effetti, una tattica di guerra ibrida, delineando un assedio al popolo iraniano, attraverso la deliberata asfissia dell’economia dell’Iran.

“Quello che possiamo fare… è creare una carenza di dollari nel Paese”. Con la pacatezza di un chirurgo che spieghi una procedura da sala operatoria, Bessent ha confessato la strategia degli USA, vantandosi dei successi ottenuti, come un felino fiero della sua preda.

Quello degli USA è un metodo messo in moto già in altre occasioni; prima, si strozza l’economia e si affama la popolazione, poi, si aspetta.

In Iran, l’obiettivo non era un re o un ayatollah, ma il sistema finanziario, in particolare la Ayandeh Bank, che offriva speranza, tassi appetitosi, un futuro, ma che le sanzioni e la strategia americana hanno fatto saltare. Quando è crollata, ha portato con sé i risparmi di tante famiglie che hanno visto svanire anni di lavoro. Un’intera vita, liquefatta in un estratto conto negativo.

A quel punto, la banca centrale iraniana ha fatto l’unica cosa che le restava da fare: ha stampato moneta. Ha stampato il nulla, perché il rial si è trasformato in carta straccia. Il pane, è diventato un lusso. La disperazione è esplosa come un fiume in piena.

DALLA FAME ALLA RIVOLTA ORCHESTRATA

Quando si toglie il cibo dai piatti, la gente scende in piazza. Non per ideologia, non per la libertà, – come in tanti ci hanno raccontato, per non affrontare il tema vero, – ma per fame, per paura. Per disperazione.

Le proteste di dicembre 2025 sono state fabbricate a Washington. La rabbia era reale, bruciante, giustificata, ma la sua miccia era stata accesa da una mano a migliaia di chilometri di distanza.

La gente non era in piazza “per la libertà”, certamente anche per quella, ma soprattutto perché i conti in banca erano evaporati, perché i prezzi erano diventati un cappio. ù

Erano in piazza perché Washington ha trasformato la loro legittima angoscia in un’arma contro il loro governo. Perché ha usato la loro fame come strumento per provare un cambio di regime.

Infatti, lo stesso potere che ha creato la carestia dovuta alla crisi finanziaria orchestrata a tavolino, ha puntato il dito verso Teheran. “Guardate!”, hanno gridato i falchi. “Il regime li affama! Si ribellano!”.

È la strategia per cui avveleni un pozzo, poi accusi il capo del villaggio di non fornire acqua pulita.

LA GRANDE IPOCRISIA DELL’OCCIDENTE: IL MANUALE DELLE INGERENZE “ACCETTABILI”

Ora, provate a considerare questa strategia se applicata in Ucraina dalla Russia. Pensate che i media nostrani parlerebbero di Olimpiadi e di chissà cos’altro, pur di non affrontare i veri problemi?!

L’Europa, i media mainstream, i salotti buoni dell’Occidente, giustamente inveiscono contro Vladimir Putin per la sua aggressione all’Ucraina, perché gridano: “Sovranità nazionale! Diritto internazionale! Non si può invadere uno Stato sovrano!”

Ma dov’erano queste grida quando gli Stati Uniti hanno ammesso, fieri, di aver sabotato l’economia dell’Iran, portando il suo popolo alla fame? Dov’è la condanna per questa forma di guerra, più subdola, più capillare, che non uccide con le bombe, ma con l’iperinflazione, con la medicina negata, con la speranza annichilita?

Questa non è ingerenza?

Eppure, è un assedio economico, un atto di guerra non dichiarata che colpisce prima i più deboli, gli anziani, i malati, la classe media che si dissolve.

Se la Russia influisce con la forza militare, è un crimine, invece, se gli Stati Uniti influiscono con la forza finanziaria, è “politica estera di massima pressione”. Se la Russia sostiene separatisti, è inaccettabile. Se gli Stati Uniti finanziano gruppi di opposizione, rapiscono presidenti, come fatto con Noriega e Maduro, se organizzano colpi di stato – dal Cile del ’73 all’Iran del ’53, – allora è “esportazione di democrazia”.

Se Mosca usa pretesti per aggredire Kiev è violazione del Diritto internazionale, se gli Stati Uniti inventano armi chimiche per invadere l’Iraq, e bombardano il Kosovo senza avere un mandato dell’ONU, è esportazione di democrazia.

È la spocchia del potere che si autoassolve, che si autoproclama giudice, giuria e padrone del mondo.

L’Iran come il Venezuela. Stesso copione.

Sanzioni spietate, carenze artificiali di cibo e medicine, sofferenza inimmaginabile per piegare un governo. Il popolo affamato diventa una pedina sulla scacchiera geopolitica.

Sull’Iran, Bessent ha semplicemente messo le carte in tavola. Ha svelato il gioco. I “topi che abbandonano la nave” di cui parla sono l’élite corrotta, è vero, ma la nave che affonda è carica di 80 milioni di persone innocenti, lasciate annegare per i capricci degli Stati Uniti, che non sono topi, ma almeno iene.

IL PARADOSSO DELLA DIPLOMAZIA DEL CECCHINO

Mentre il Tesoro affonda il Paese, un altro braccio dello stesso governo si siede a un tavolo a Muscat, in Oman, per negoziare. È la diplomazia del cecchino: prima ti sparo alle gambe, poi ti offro una stampella, ma alle mie condizioni. È pura coercizione, perché l’altro non ha scelta.

Non è dialogo, non è compromesso, ma il metodo mafioso dell’estorsione.

L’ammissione di Bessent non è una gaffe, come potrebbe pensare qualcuno, ma un segnale di come gli USA si sentano onnipotenti. È un messaggio metaforico inviato a tutti i paesi che osano disobbedire all’egemonia del dollaro, la cui parafrasi dice: “Possiamo farlo e lo faremo. Possiamo farvi a pezzi da dentro, senza sparare un colpo. E ve lo diremo in faccia, davanti al mondo, perché abbiamo le armi atomiche e l’esercito più potente del mondo”.

È la politica del più forte, del ricatto, della potenza mostrata come bicipiti in spiaggia. Alla faccia dei bei discorsi contro la Russia, contro l’uso della forza e della stessa politica del più forte.

Dov’è la voce dell’Europa che difende il diritto internazionale? Perché un’ingerenza russa è un crimine e una a stelle e strisce è realpolitik? Fino a quando continueremo a fingere che al mondo vi siano buoni e cattivi e che noi siamo i buoni? Fino a quando crederemo alla favola della democrazia contro il male, quando, invece, risulta evidente come il male abbia due pesi e due misure, mentre il più forte non scrive solo le regole, ma anche il libro delle scuse?

La crisi iraniana rispecchia il volto distorto di un Occidente che ha dimenticato il significato della sovranità, della dignità, e del semplice, umano, diritto a non essere usati come carne da macello in una guerra finanziaria.

Washington ha confessato. Il mondo ha sentito, ma l’Occidente sembra distratto, sembra far finta di nulla.

Avrà il coraggio di dimostrare di non essere zerbino di quel potere autoproclamato, processando quel confessionale?

Io non credo. Tu?

Pubblicato da Dott. Pasquale Di Matteo, Analista di Geopolitica | Critico d'arte internazionale | Vicedirettore di Tamago-Zine

Professionista multidisciplinare con background in critica d’arte, e comunicazione interculturale, geopolitica e relazioni internazionali, organizzazione e gestione di team multiculturali. Giornalista freelance, scrittore, esperto di Politiche Internazionali ed Economia, Comunicazione e Critica d’arte. Laureato in Scienze della Comunicazione, con un Master in Politiche internazionali ed Economia, rappresenta in Italia la società culturale giapponese Reijinsha.Co.

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