Le sirene antiaeree lacerano il cielo di Kiev, mentre vanno in scena visite di stato e i bollettini ufficiali narrano di posizioni “ripristinate” sul fronte.
Ma c’è un’altra partita, ben più decisiva, che si gioca a migliaia di chilometri di distanza, nelle lussuose stanze di Abu Dhabi.
La guerra in Ucraina si regge su una schizofrenia profonda, una spaccatura tra la narrazione pubblica, destinata a galvanizzare il fronte interno e a giustificare il flusso ininterrotto di denari occidentali, e la cruda realtà dei negoziati, dove generali e capi dei servizi segreti discutono i termini di quella che è una resa di fatto.
È come una commedia in due atti, e, per comprenderla, bisogna osservarli entrambi.
ATTO I: IL TEATRO DELL’INTRANSIGENZA UCRAINA
Il primo atto è quello pubblico, dove il presidente Zelensky recita la parte del leader intransigente, intento a sabotare ogni spiraglio di pace per non certificare la sconfitta e non dover vedere la propria stella eclissare per sempre.
L’ultima mossa è l’accusa alla Russia di aver violato una “tregua” che, in realtà, non è mai esistita nei termini descritti da Zelensky.
Si trattava semplicemente di un accordo informale, mediato da Trump, per una sospensione temporanea dei soli attacchi alle infrastrutture energetiche. Un gesto che il Cremlino, come conferma il Gen. Maurizio Boni, ha rispettato, concentrando le operazioni su obiettivi puramente militari.
Ma, come abbiamo imparato in questi ultimi anni, la propaganda non necessita di coerenza. Zelensky sfrutta l’episodio per rafforzare la sua tesi, secondo la quale la Russia è debole, ha bisogno di pause per “accumulare missili”.
Ovviamente, è una narrazione palesemente illogica, perché un esercito che spara quotidianamente quanto produce non accumula, ma nemmeno esaurisce le scorte. È una narrazione che serve a giustificare la richiesta di un sostegno militare ed economico perpetuo.
Kiev ambisce a diventare il “porcospino d’acciaio” d’Europa, un’entità statale pesantemente armata, con un esercito permanente di almeno 800.000 uomini, interamente a spese dei contribuenti europei. Un piano che prevede lo sviluppo di missili a lungo raggio, droni e la modernizzazione delle forze armate.
Tutt’altro che una strategia di pace, ma un progetto di militarizzazione permanente che trasforma l’Ucraina in un avamposto perennemente ostile alla Russia, finanziato dall’esterno, che equivale alla NATO alle porte di casa, per Mosca, perciò motivo di guerra perenne e di escalation fino a una guerra nucleare.
Eppure, dietro al mito di una nazione unita e pronta a combattere fino all’ultimo uomo, ci sono verità che la propaganda non riesce più a nascondere. Per esempio, il Ministro della Difesa ucraino parla di due milioni di cittadini che sono fuggiti dalla leva obbligatoria e di almeno duecentomila soldati “dispersi senza permesso”.
Cioè, 200.000 disertori. E, se il governo di Zelensky ammette almeno 200.000 “dispersi”, è facile supporre che i disertori siano esponenzialmente di più.
In pratica, una diserzione di massa, la fuga di un intero popolo dalle politiche belliciste di Zelensky e di chi ne muove i fili e, mentre la leadership chiede sacrifici, la popolazione ucraina ha già scelto di fuggire da una guerra che non ha mai visto una reale possibilità di vittoria all’orizzonte.
ATTO II: L’ALTRA PARTITA, I SERVIZI SEGRETI AD ABU DHABI
Mentre a Kiev va in scena il dramma della resistenza a oltranza, ad Abu Dhabi, scelta non casuale che sancisce il nuovo peso geopolitico del Medio Oriente, va in scena la Realpolitik, dove non ci sono diplomatici di carriera a scambiarsi formule di cortesia, ma al tavolo siedono i veri architetti del potere: per la Russia, Igor Kostyukov, capo del GRU, l’intelligence militare, uomo della cerchia ristretta di Putin; per l’Ucraina, figure del calibro di Oleksandr Lytvynenko, vertice dei servizi di sicurezza.
La loro presenza è la prova della serietà di questi colloqui. Non si parla delle sciocchezze pretese dai leader europei, di ritirata russa o di confini del 1991, ma si discute di cose concrete e reali, della definizione di una linea di demarcazione che sancirà la spartizione del territorio, le future dimensioni di un esercito ucraino ridotto e neutralizzato e delle “garanzie di sicurezza” che, in questo contesto, non significano l’ingresso nella NATO, ma la sua esatta antitesi.
È la negoziazione di una pace basata sui reali rapporti di forza sul campo, non sui desideri favolistici espressi a Bruxelles.
La Russia è al tavolo perché, pur vincendo sul terreno, ha bisogno di stabilizzare il fronte ucraino per concentrarsi sulla sua più ampia partita strategica in quell’area che si estende dal Mediterraneo all’Oceano Indiano, passando per la Siria, con la base di Tartus, il Caucaso e l’Africa.
TRA FINZIONE E REALTÀ, L’IPOCRISIA CHE UCCIDE
In questo quadro, emerge tutta l’ipocrisia paralizzante dell’Europa.
Mentre si arrestano cinque individui in Germania per violazione delle sanzioni, si continua a importare dalla Russia il 23% dei fertilizzanti e il 17% del gas naturale, alimentando di fatto la macchina che si pretende di voler fermare. Le sanzioni, come sottolinea il Generale Boni, hanno “maglie larghe” e la Russia, tramite network di società intermediarie, continua ad acquisire la componentistica high-tech necessaria al suo sforzo bellico.
Siamo di fronte a un tragico doppio gioco. Da un lato, una leadership ucraina che alimenta una narrazione di vittoria totale per garantirsi un flusso vitale di denaro e di armi, dall’altro, un’Europa che finge di credere a questa narrazione mentre, nei fatti, negozia una realtà ben diversa e, seppur indirettamente, continua a dipendere economicamente dal suo avversario dichiarato. – Anche se non ci metterei la mano sul fuoco che certi personaggi europei, tipo Kallas, possano rendersene conto.
Le “scelte difficili” di cui parla Rutte non sono quelle di continuare una guerra per procura fino all’ultimo ucraino, perché non sarebbe affatto una scelta difficile e nemmeno una scelta. Sarebbe pura follia.
La vera scelta difficile sarebbe ammettere il fallimento della propria strategia, accettare un compromesso che salvi il salvabile e rassegnare le dimissioni per manifesta incompetenza.
Ma questa è una verità che nessuno, a Ovest, ha ancora il coraggio di pronunciare ad alta voce.
Tuttavia, come ripetiamo dal lontano 2022, la pace, quella vera, non nascerà dalle sirene di Kiev, ma dal silenzio di una stanza, intorno a un tavolo. Forse, da una stanza ad Abu Dhabi.
E il suo prezzo, probabilmente, ci è già stato taciuto dalla propaganda.

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