Accomodati. Spegni il rumore di fondo del mondo per un istante. Dimentica i telegiornali, le notifiche, il chiacchiericcio costante che ci assorda.
Ascolta.
Senti questo suono?
È uno specchio che si infrange. E sai cosa specchiava?
Era lo specchio in cui l’Occidente amava rimirare il proprio volto rassicurante, democratico, giusto. Poi sono arrivati i “file Epstein” come sassi, violentissimi. Hanno colpito quello specchio e ora siamo tutti costretti a fissare i frammenti, a osservare il nostro riflesso deforme in ogni singola parte rotta.
So cosa stai pensando: è la solita storia di sesso e vizi, ma non è affatto così. Chi la riduce a questo è un ingenuo, un complice o un bugiardo.
Il sesso, qui, è solo il linguaggio, la macabra scenografia di un teatro molto più grande, la storia di un buco nero al centro della nostra galassia di buoni, democratici, generosi, un gorgo che ha risucchiato politica, finanza, intelligence e tecnologia, fondendole in un unico, mostruoso amalgama.
LA MELODIA DEL SILENZIO
Quando il vaso di Pandora è stato scoperchiato, quando i nomi hanno iniziato a gocciolare come veleno da una fiala inclinata, la prima reazione del sistema mediatico non è stata l’attacco, ma la difesa. Una difesa quasi pavloviana, direi.
Hanno evocato il mostro sotto il letto, il grande spauracchio che funziona sempre. E, di questi tempi, non poteva mancare il mostro della narrazione più gettonata: la Russia. Una melodia ipnotica, quasi rassicurante nella sua prevedibilità.
Un’orchestra di editorialisti e personaggi vari ha iniziato a suonare lo stesso spartito: “Attenzione, è una campagna di disinformazione del Cremlino! Putin usa Epstein per destabilizzarci!”.
Una cortina fumogena, densa e tossica, sollevata per nascondere il vero nemico. Perché il vero orrore, come in ogni romanzo thriller che si rispetti, non viene da lontano. Viene da dentro casa.
Questa narrazione è un rito collettivo per distogliere lo sguardo dai veri fantasmi che infestano i documenti, fantasmi con nomi e cognomi molto meno esotici di quelli russi.
Fantasmi che si trovano nei consigli di amministrazione di società blasonate che, spesso, hanno rapporti con governi di mezzo mondo; fantasmi che hanno stretto le mani dei nostri presidenti, che hanno progettato la tecnologia che teniamo in tasca.
Ma la nebbia tossica della pista russa non è l’unica arma usata dai guardiani del sistema. Ce n’è una più potente, più sottile: il silenzio. Un silenzio compatto, una diga eretta a protezione del potere dagli stessi che parlano del mostro russo.
Eppure, fa sorridere il fatto che, quando in Italia un guastatore locale, come Fabrizio Corona, osa sfiorare i fili scoperti di un potere minimale, i suoi canali social vengano spenti con la rapidità di un’esecuzione, su segnalazione di un colosso mediatico che si sente minacciato.
Invece, quando i file del caso Epstein colpiscono i palazzi di poteri ben più influenti, svelando nomi come Bill Gates o Peter Mandelson, sui grandi telegiornali e sulle prime pagine dei quotidiani progressisti non arrivano, cala un silenzio tombale.
Un silenzio che funge da barriera. Una dichiarazione d’intenti che ci dimostra come vi siano scandali di cui si deve parlare e segreti che si devono proteggere. La scelta, ovviamente, non dipende dalla gravità dei fatti, – come, invece, dovrebbe essere, in un mondo normale, – ma dipende da chi sono i protagonisti. È la prova che il sistema mediatico non agisce più come “cane da guardia” del potere, ma come suo docile guardiano.
Sul tema ho scritto un libro, La Fabbrica della Paura.
IL FILO DI ARIANNA CONDUCE A HERZLIYA
Seguiamo uno di quei fili, ignorando la musica russa in sottofondo, e tiriamo dritti. Vediamo dove ci porta.
Il filo si srotola, supera oceani e continenti, e non si ferma a Mosca, ma in Israele, precisamente a Herzliya, il centro della Silicon Valley israeliana. E il nome che troviamo all’estremità di questo filo è quello di Ehud Barak.
Non è un nome qualunque, perché Barak è stato Primo ministro di Israele dal 17 maggio 1999 al 7 marzo 2001. Un eroe di guerra. Un pilastro dell’establishment.
Eppure, il suo nome appare nei registri di volo decine di volte, molto dopo la prima, ridicola condanna di Epstein. La loro non era un’amicizia casuale.
Il filo d’Arianna che parte da Barak ci porta a una startup, Carbyne, specializzata in tecnologie di emergenza e localizzazione. Una società in cui lo stesso Epstein ha investito, attraverso Barak.
Ma il labirinto ha più corridoi, da cui parte un altro filo, svelato da una registrazione audio del Dipartimento di Giustizia, che ci mostra Epstein mentre agisce come un mediatore d’affari tra lo stesso Barak e un altro nome dal peso specifico enorme: Peter Thiel, il fondatore di Palantir, azienda statunitense specializzata nell’analisi dei big data
Fermiamoci un istante a contemplare la situazione.
Un finanziere condannato per reati sessuali, invischiato fino al collo con i servizi segreti, che mette in contatto un ex premier israeliano con il creatore di una delle più potenti e controverse macchine di analisi dati e sorveglianza del pianeta?
Beh, questa non è per nulla la banale cronaca di un giro di prostituzione d’alto bordo, ma la radiografia di un potere transnazionale che ha imparato a usare il sesso, il denaro e i segreti come leve intercambiabili di un unico, spaventoso meccanismo.
E se ancora avessimo dubbi, ecco la frase lapidaria, terrificante, che l’ex procuratore Alexander Acosta si lasciò sfuggire: “Mi fu detto di lasciar perdere. Mi fu detto che Epstein apparteneva all’intelligence”.
Apparteneva all’intelligence. Non era dell’intelligence. “Apparteneva”. Come un’arma. Uno strumento. Una risorsa da utilizzare.
Chi scrive romanzi e chi ha competenze di Comunicazione sa bene che le parole, – soprattutto i verbi, – sono importantissime e dicono più del messaggio veicolato.
IL MERCATO DELLE OMBRE
L’ipotesi che Epstein fosse un agente segreto al servizio di bandiere specifiche, quella americana della CIA o quella israeliana del Mossad, è una visione romantica, quasi ingenua, perché la realtà che emerge da queste macerie è molto più spaventosa.
Epstein non era un agente, bensì un punto di contatto, una piattaforma commerciale. Un facilitatore neutrale nel grande mercato globale delle ombre.
La sua isola non era l’avamposto di una nazione; era una zona franca, un porto offshore del ricatto dove le navi di tutte le agenzie di spionaggio potevano attraccare e fare affari.
Il kompromat, il materiale compromettente, non era un’arma usata solo dai russi, ma era la valuta corrente di questo mercato, di cui Epstein era il principale banchiere.
In questo mercato, un agente del Mossad poteva raccogliere informazioni su un principe saudita, mentre un oligarca russo otteneva materiale per ricattare un senatore americano.
Tutti erano clienti e tutti erano potenziali vittime. Epstein non serviva una sola nazione, ma serviva la rete. Serviva quel gioco, traendo profitto dalla vendita del bene più prezioso del nostro secolo: l’informazione compromettente.
Il termine “kompromat” deriva dalla contrazione delle parole russe “komprometiruyushchij” E “material”, che significa “materiali compromettenti”.
Kompromat sono dossier in cui sono custoditi informazioni sensibili, video, foto, documenti vari, materiali pronti all’uso per denigrare o ricattare figure pubbliche e uomini politici.
La tecnica fu introdotta dalla Ceka, il servizio segreto di Lenin, e fu perfezionata dall’NKVD sotto Stalin, molto interessato a controllare i membri del partito per isolare gli avversari politici.
Tuttavia, è assai probabile che fascicoli con materiale pronto all’uso su politici e persone influenti siano negli archivi di ogni servizio segreto del mondo, a cominciare dai più efficaci.
La vicenda di Jeffrey Epstein e Ghislaine Maxwell, già condannata a 20 anni di carcere per adescamento di minori e altri reati commessi con e/o per conto dell’ex compagno, Jeffrey Epstein, dimostra come questa strategia esistesse su scala internazionale.
E in questo mercato, accanto a politici e spie, si scambiava la merce più delicata: dati, segreti e futuro del mondo. Un esempio? Un promemoria, mai inviato, ma archiviato come una bomba a orologeria, scritto da Epstein per Bill Gates.
Gates avrebbe contratto una malattia venerea con delle ragazze russe e avrebbe chiesto disperatamente aiuto per far avere, di nascosto, degli antibiotici all’allora moglie Melinda. Il ricatto perfetto. Silenzioso, personale, devastante.
Anni dopo, la stessa Melinda Gates parlerà del “marcio” che l’ha costretta al divorzio, un marcio che aveva un nome e un cognome: Jeffrey Epstein.
Lo stesso mercato in cui si progettava la destabilizzazione politica. Gli scambi di mail tra Epstein e Steve Bannon, l’ex stratega di Trump, svelano un piano per finanziare l’ascesa dei partiti sovranisti in Europa, per indebolire l’Unione dall’interno.
Nomi come Marine Le Pen e Matteo Salvini compaiono in scambi di messaggi entusiastici, dove si parla di come “le cose stiano cambiando” e si scherza su chi tiene l’altro “sulle ginocchia”.
È un network che si estende ovunque, fino a interessarsi persino dell’acquisizione di una squadra di calcio come il Milan.
Un sistema malato, da film thriller, da cospirazione che nemmeno i complottisti più fantasiosi avrebbero saputo architettare.
Da quanto emerge dai file, è difficile credere che Epstein si sia suicidato, ma diventa probabile che sia stato suicidato, perché la vicenda appartiene a pieno titolo al mondo dello spionaggio e degli intrighi internazionali, un ambito in cui i servizi segreti di Mosca sono considerati maestri. Così come la CIA e il Mossad.
GUARDARE NELL’ABISSO
Eccoci tornati davanti al nostro specchio infranto. Cosa vediamo ora?
Non vediamo più solo il volto di un predatore sessuale, ma il riflesso di un’élite globale che ha reciso ogni legame con i concetti di nazione, di morale, di legalità, di democrazia, di trasparenza.
Vediamo una classe dirigente transnazionale che si muove in un mondo senza confini e senza regole, un mondo fatto di jet privati, isole private e leggi private.
Ma la vera, agghiacciante rivelazione dei file Epstein non è chi fosse su quella lista, ma la stessa esistenza della lista, perché è la prova che questa rete esiste, che opera, che prospera nell’ombra, e che la sua influenza si estende dalle camere da letto dei potenti ai server che contengono le nostre vite digitali.
Il mostro non è Jeffrey Epstein. Lui era solo il custode dello zoo, il macabro cerimoniere.
Il mostro è il sistema che lo ha creato, nutrito, protetto e usato. Un sistema che ora, goffamente, cerca di nascondere le proprie tracce indicando un vecchio nemico di comodo.
Ma è troppo tardi. Lo specchio è rotto. E nessuna propaganda, nessuna cortina fumogena, potrà mai più ricomporlo. Ora possiamo solo raccogliere le schegge e cercare di capire cosa sia diventato il nostro mondo. Mentre nessuno guardava e tanti facevano finta che quel mondo non esistesse.
In attesa che, prima o poi, siano diffusi gli altri file tuttora segreti, – ancora tantissimi – potenzialmente scottanti.

L’ULTIMO TEOREMA DEL PROFESSORE: IL SILENZIO
Non è morto solo uno scienziato. È venuta meno una voce che univa Dio, atomi e polemica. Ritratto definitivo di Antonino Zichichi, tra genio, fede ed eresia scientifica.
GLI SCARPONI E LA RETORICA NELLE SALE DORATE
Un’analisi che strappa la maschera alla guerra in Ucraina. Non una cronaca del conflitto, ma la radiografia del suo fallimento strategico: l’Europa, divisa e suddita, paga il conto più salato, mentre il vero scontro si sposta nel grigio permanente della guerra ibrida. Per chi ha il coraggio di guardare in faccia alla realtà.
CECA, UN’IDEA DIMENTICATA
Dall’ideale dimenticato della CECA alla crisi dell’UE: un’analisi critica che svela come il sogno europeo sia stato tradito da promesse mancate, interessi esterni e una burocrazia che ha trasformato i cittadini in semplici individui. Il futuro è una federazione controllata o il caos geopolitico?


